Il Punto
di
b_bull_and_master
genere
confessioni
Mi chiamo Davide, e sì, sono un porco. Un porco che scrive per eccitarsi, per svuotarsi la testa e il cazzo, e che ogni volta che inizia una storia non ha la minima idea di dove finirà.
Ho quarant’anni, una vita normale – ufficio a Torino, moglie che russa presto, figli che escono e tornano tardi – ma quando chiudo la porta dello studio e apro il portatile, divento altro. Divento uno che si tocca lento, che lascia correre la fantasia senza freni, e che soprattutto cerca di scrivere un po’ meglio di ieri.
Perché è questo che sto facendo: provo a migliorare. Cambio stile, provo registri diversi, passo dal racconto crudo alla descrizione lenta, dal dialogo sporco al monologo interiore. A volte funziona, a volte no. Spesso le frasi sono pesanti, i dialoghi suonano finti, le ripetizioni mi inseguono. Ma non mi importa del risultato perfetto: mi importa del processo. È una masturbazione mentale, lunga e appagante. Parto con un’idea – una moglie che scopre il piacere, un gruppo di neri, una domina che frusta – e non so mai dove mi porterà. Magari finisce in una gangbang, magari in una scena di dominio totale, magari si spegne a metà perché ho venuto troppo presto. Non pianifico. Lascio che la storia mi scopi, non il contrario.
Non cerco applausi, né like, né “grande scrittore”. Scrivo per me, per il brivido che mi sale lungo la schiena quando una frase riesce bene, per il momento in cui il cazzo pulsa perché le parole sono diventate bagnate quanto la cappella. Se tu che leggi ti tocchi, se ti ecciti, se vieni pensando a me che vengo scrivendo… perfetto. Ma non è l’obiettivo. L’obiettivo è il mio piacere, e il tentativo di scrivere un po’ meno goffo di ieri.
Le critiche mi piacciono. Anzi, le voglio. Ditemi dove faccio schifo, dove ripeto, dove il ritmo crolla, dove i dialoghi sembrano usciti da un porno anni ’90. Mi fanno crescere. Mi fanno venire voglia di provare di nuovo, di spingere più in là, di trovare una voce più mia.
L’altro giorno, per esempio, ho iniziato una storia su una moglie che diventa mistress. Non sapevo che sarebbe finita con quindici neri in ginocchio e lei che tira catenelle ai piercing. È successo mentre scrivevo, mano sul cazzo, respiro corto. E quando è finita ho venuto forte, con il seme che colava sulla pancia, e ho pensato: “Forse stavolta ho scritto meglio il dominio. Forse.”
Non sono il migliore. Non lo sarò mai. Ma sto provando, porco dopo porco, frase dopo frase.
Dimmi tu dove vuoi che vada stasera la fantasia. O dimmi dove ho sbagliato nell’ultima. Sono già duro, e pronto a imparare.
Ho quarant’anni, una vita normale – ufficio a Torino, moglie che russa presto, figli che escono e tornano tardi – ma quando chiudo la porta dello studio e apro il portatile, divento altro. Divento uno che si tocca lento, che lascia correre la fantasia senza freni, e che soprattutto cerca di scrivere un po’ meglio di ieri.
Perché è questo che sto facendo: provo a migliorare. Cambio stile, provo registri diversi, passo dal racconto crudo alla descrizione lenta, dal dialogo sporco al monologo interiore. A volte funziona, a volte no. Spesso le frasi sono pesanti, i dialoghi suonano finti, le ripetizioni mi inseguono. Ma non mi importa del risultato perfetto: mi importa del processo. È una masturbazione mentale, lunga e appagante. Parto con un’idea – una moglie che scopre il piacere, un gruppo di neri, una domina che frusta – e non so mai dove mi porterà. Magari finisce in una gangbang, magari in una scena di dominio totale, magari si spegne a metà perché ho venuto troppo presto. Non pianifico. Lascio che la storia mi scopi, non il contrario.
Non cerco applausi, né like, né “grande scrittore”. Scrivo per me, per il brivido che mi sale lungo la schiena quando una frase riesce bene, per il momento in cui il cazzo pulsa perché le parole sono diventate bagnate quanto la cappella. Se tu che leggi ti tocchi, se ti ecciti, se vieni pensando a me che vengo scrivendo… perfetto. Ma non è l’obiettivo. L’obiettivo è il mio piacere, e il tentativo di scrivere un po’ meno goffo di ieri.
Le critiche mi piacciono. Anzi, le voglio. Ditemi dove faccio schifo, dove ripeto, dove il ritmo crolla, dove i dialoghi sembrano usciti da un porno anni ’90. Mi fanno crescere. Mi fanno venire voglia di provare di nuovo, di spingere più in là, di trovare una voce più mia.
L’altro giorno, per esempio, ho iniziato una storia su una moglie che diventa mistress. Non sapevo che sarebbe finita con quindici neri in ginocchio e lei che tira catenelle ai piercing. È successo mentre scrivevo, mano sul cazzo, respiro corto. E quando è finita ho venuto forte, con il seme che colava sulla pancia, e ho pensato: “Forse stavolta ho scritto meglio il dominio. Forse.”
Non sono il migliore. Non lo sarò mai. Ma sto provando, porco dopo porco, frase dopo frase.
Dimmi tu dove vuoi che vada stasera la fantasia. O dimmi dove ho sbagliato nell’ultima. Sono già duro, e pronto a imparare.
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