Petra Croft - La pietra magica
di
Petulka
genere
orge
*** Dichiarazione liberatoria ***
Il presente racconto costituisce un’opera di fantasia. Eventuali riferimenti a persone, fatti, luoghi o circostanze reali sono da ritenersi puramente casuali e non intenzionali.
Tutti i personaggi ivi rappresentati sono da considerarsi maggiorenni e consenzienti in relazione a ogni azione o situazione descritta.
Qualsiasi interpretazione che attribuisca ai contenuti natura fattuale o rispondenza alla realtà è esclusa.
Ogni racconto derivante dalle fantasie è esclusivamente dedicato ad un pubblico adulto.
Questa dichiarazione ha valore per tutti i miei racconti precedenti e futuri.
Inoltre per qualsiasi commento relativo al racconto e fornirmi spunti per nuovi racconti vi prego di scrivere a:
petulka-cz@hotmail.com
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La giungla non era un luogo, era un predatore. Respirava con un respiro umido e fetido, e ogni foglia, ogni radice, sembrava pulsare di un'intelligenza famelica. Petra Croft si muoveva in questo ventre verde non come un'esploratrice, ma come un pezzo di carne in cerca del proprio macellaio. Il suo corpo, un'arma di curve e muscoli, era coperto solo da un top striminzito e da shorts che si conficcavano tra le sue natiche, un costante, umido promemorio del bruciore che la divorava dall'interno. Non cercava un artefatto. Cercava l'estasi, la perdita, l'annientamento.
Lo trovò in una radura dove la luce del cielo moriva. Al centro sorgeva un altare di ossidiana, una lastra di vetro vulcanico nero e levigato che non rifletteva nulla, ma sembrava risucchiare l'anima. L'energia che ne emanava era un pugno nello stomaco, una promessa di perversione così antica da precedere gli dei.
Quando le sue dita, tremanti, toccarono la pietra gelida, il mondo cambiò. La sinfonia della giungla si mutò in un silenzio tombale. Dalle ombre che si indurivano ai margini della radura, emersero figure. Non erano uomini. Erano costruzioni di furia e desiderio, alti e silenziosi, con la pelle iridescente come il carapace di un coleottero nero e occhi che bruciavano di una fame primordiale, priva di coscienza o pietà. Indossavano solo brandelli di cuoio grezzo, insufficienti a nascondere i loro strumenti, già turgidi, pulsanti, di dimensioni innaturali, disumane.
La circondarono. Non c'è fu nessuna parola di saluto, solo un'azione fisica, un assalto. Le loro mani artigliate non le sfilano i vestiti, glieli lacerarono, strappando la stoffa come fosse carta bagnata e lasciando la sua pelle nuda e tremente all'aria umida. Una mano si chiuse sulla sua gola, non per strozzarla, ma per possederla, per segnare il dominio. Un'altra, senza preamboli, le infilò quattro dita nella fica, una violenza secca e brusca che la piegò in due e le strappò un gemito di puro, shockante piacere. "Puttana," sibilò una voce roca, l'unica parola che le sarebbe stata concessa.
La spinsero a terra, sulla lastra fredda dell'altare. Un mostro si inginocchiò tra le sue cosce, il suo cazzo, un'arma nodosa e violacea, la penetrò con un solo, brutale affondo che le fece sentire le ossa del bacino schiacciarsi. Petra urlò, un suono animalesco che non era suo, l'urlo di un animale che viene abbattuto. Mentre la martellava, un altro le si accoccolò accanto al viso, il suo cazzo simile a un tronco di albero le premette contro la guancia. Lei aprì la bocca, un invito che fu accolto con una furia che le slogò la mascella, la mandibola che si sottomise per accogliere la sua interezza fino a farle venire le lacrime.
La violenza si moltiplicò. Un terzo essere le si mise alle spalle, le sue mani divaricarono le sue natiche con una forza brutale e il suo cazzo, più spesso del suo polso, le spezzò il culo in un sol colpo secco. Petra sobbalzò, un sussulto di dolore puro che si fuse istantaneamente in un'ondata di piacere così intensa da annebbiarle la vista e farle vedere stelle. Era piena, un recipiente di carne, ma non era abbastanza. Non era mai abbastanza.
Vide un quarto avvicinarsi. Il suo cazzo era ricoperto di aculei morbidi e vibranti. Si mise accanto al primo, tra le sue cosce già divaricate. Petra capì e provò un terrore così esaltante da farle venire le vertigini. "No... non potete..." ansimò, ma il suo corpo la tradiva, la sua fica si contraeva e si allagava, un invito chiaro come un grido. Con uno sforzo collettivo, la spinsero entrambi dentro. Due cazzi nella fica. Petra urlò fino a spezzarsi la voce, sentendo i suoi tessuti lacerarsi, un dolore che la trascinò oltre la soglia del piacere in una dimensione di pura, sovrumana sensazione.
La misero in una posizione contorta, sospesa tra i loro corpi possenti. Due cazzi nel culo, due nella fica, uno che le distruggeva la gola. Le sue mani rimasero libere per un attimo, un errore. Due altri cazzi le furono infilati tra le dita, costringendola a stringerli e a masturbarli con un ritmo disperato. Era un totale di sette cazzi che la possedevano simultaneamente, una violenza meccanica e implacabile che la trasformava in un oggetto, un buco da riempire.
Il suo corpo reagì con una crisi. L'orgasmo non fu un'onda, ma un'esplosione epilettica. Le sue gambe e le sue braccia si agitarono in spasmi incontrollabili, gli occhi le si rovesciarono indietro nelle orbite, mostrando solo il bianco. Un getto di piscia le schizzò fuori con una forza inaudita, un fiume caldo che si mescolava al sudore e alla melma del terreno. "Sì, piscia, troia!" ringhiò uno, mentre un altro le schiaffeggiava il seno con una forza che le lasciò il segno rosso di una mano impresso sulla pelle.
La usarono come un manichino di pezza, spingendola e tirandola, i loro corpi che si scontravano contro il suo con un ritmo di martellamento. La sordidezza era totale. Le loro mani la palpeggiavano, le masticavano il seno fino a tracciarvi segni di sangue, le tiravano i capelli con violenza, la riempivano di insulti volgari che lei percepiva solo come un ulteriore stimolo, un carburante per il suo incendio.
Poi, l'inondazione. Iniziarono a venire, non a raffica, ma tutti insieme. Un'esplosione collettiva che la annegò. La sua fica e il suo culo, già dilaniati, furono riempiti da litri di sperma denso e bollente che le fece gonfiare la pancia, dandole l'aspetto di una gravida. La sua bocca fu sommersa, costringendola a inghiottire freneticamente o a annegare nel seme. Le colò dal naso, dalle orecchie. Gli altri due la inondarono il viso e i capelli, trasformandola in una maschera appiccicosa di seme. Crollò, inerte, un relitto umano sommerso in un lago di sborra.
Ma non era finita. La trascinarono nel fango, lasciandola lì mentre si rigeneravano, i loro cazzi che si indurivano di nuovo, insaziabili. La legarono a un tronco d'albero, le braccia aperte a croce. La violenza ricominciò, più brutale, più sadica. Due cazzi nel culo, due nella fica, uno in bocca. Uno si mise sopra di lei, infilando il suo cazzo tra i suoi seni sanguinanti, stringendoli fino a farla urlare di nuovo. Le sue mani, legate, furono forzate ad afferrare altri due cazzi, usate come estensioni delle loro stesse mani.
Era una macchina del piacere e del dolore, un corpo senza mente che reagiva a ogni stimolo. Gli orgasmi la colpivano a raffica, una catena ininterrotta di crisi convulsive che la facevano sobbalzare e sussultare, svenendo e riprendendo conoscenza solo per essere travolta da un'altra ondata. Un altro getto di piscia la bagnò, poi un altro, fino a quando il suo corpo fu completamente prostrato, privo di fluidi, di forze, di volontà.
La lascno lì, nel fango, nel lago di sperma e dei suoi stessi fluidi. Era un cumulo di carne lacerata, un'opera d'arte di distruzione carnale. Respirava a fatica, il suo corpo un'unica, enorme ferita pulsante. Ma mentre giaceva lì, in preda alle convulsioni post-orgasmiche, un debole, perverso sorriso le disegnò le labbra. Era stata distrutta, annientata, e mai nella sua vita si era sentita più viva.
Ma la tribù non aveva finito. La loro fame era insaziabile, e il suo corpo, anche se distrutto, era ancora il loro tempio. La sollevarono dal fango come un sacco di rifiuti e la portarono verso l'altare di ossidiana, ora scivoloso e bianco con i loro fluidi. La deposero sulla pietra fredda, le membra sparpagliate, una vittima sacrificale offerta al loro dio del piacore.
Questa volta, la posizione era diversa. La piegarono in due, le ginocchia contro le orecchie, esponendo la sua fica e il suo culo in una posizione di totale vulnerabilità. Due mostri si posizionarono tra le sue gambe, i loro cazzi giganteschi puntati verso i suoi buchi già dilaniati. Con un grido unisono, la penetrarono entrambi, uno nella fica, uno nel culo. Petra non urlò. Non aveva più voce. Solo un sibilo secco le sfuggì dalle labbra, un suono di pura, assoluta sottomissione.
Ma non era tutto. Un terzo mostro si inginocchiò sopra di lei, il suo cazzo, il più grande di tutti, che premeva contro il suo culo già pieno. Petra scosse la testa debolmente, le sue lacrime che si mescolavano allo sperma sul suo viso. Non era possibile. Non poteva sopportarlo. Con una spinta che le spezzò le ossa del bacino, entrò. Doppia anale. Il suo corpo si contorse in una crisi che non era più un orgasmo, ma una convulsione di puro dolore. Il suo mondo divenne bianco, un vuoto accecante.
Mentre il suo corpo veniva squartato da tre cazzi, un quarto le si mise davanti, il suo cazzo che le forzava di nuovo la mascella, riempiendola di sperma fresco. Un quinto si mise sopra di lei, i suoi capezzoli sanguinanti stretti tra le dita artigliate, il suo cazzo che si infilava tra le sue tette, usandole come un buco da scopare. Le sue mani, esauste, furono fatte stringere altri due cazzi, masturbandoli con un ritmo lento e disperato.
Era la perversione totale. Otto cazzi che la possedevano contemporaneamente. La sua mente si ruppe. Non c'era più Petra Croft. C'era solo un buco, un recipiente di carne, un'anima distrutta che nuotava in un oceano di dolore e piacere indistinguibili. Sentiva ogni movimento, ogni spinta, ogni sussulto, come se fosse l'unica cosa esistente al mondo.
Gli orgasmi la colpivano come fulmini, uno dopo l'altro, senza tregua. Il suo corpo sobbalzava, si contorceva, si contraeva in spasmi epilettici. Un altro getto di piscia le schizzò fuori, debole e doloroso, l'ultima riserva del suo corpo. Poi un altro, e un altro ancora, fino a quando non ci fu più nulla, solo un corpo secco che tremava incontrollabilmente.
Finalmente, sentì i loro corpi irrigidirsi. Iniziarono a venire, un'ultima, cataclismica inondazione. La sua fica, il suo culo, la sua bocca, tutto fu riempito di nuovo. Il suo corpo si gonfiò, una palla di carne e sperma pronta a esplodere. Sentì lo sperma scorrere dentro di lei, un fiume caldo che la bruciava e la purificava allo stesso tempo.
E poi, il buio. Non fu uno svenimento. Fu un'estinzione. La sua coscienza si spense, spenta da un sovraccarico di sensazione che il suo cervello umano non poteva più processare. Crollò sull'altare, inanimata, un cumulo di carne violata, coperta di litri di sperma, sanguinante, esanime.
Le creature la guardarono, i loro occhi brillanti di una soddisfazione primordiale. L'avevano posseduta, usata, distrutta. Avevano consumato la sua anima e il suo corpo, lasciandola solo un guscio vuoto. Si ritirarono nelle ombre, svanendo nella giungla come erano apparsi, lasciandola sola, immobile, un monumento alla depravazione e al piacere estremo.
Petra giaceva sull'altare, immobile. Il suo corpo era un campo di battaglia, un'opera d'arte di distruzione carnale. Ma sotto la superficie, nel profondo della sua coscienza distrutta, qualcosa si stava risvegliando. Non era più Petra Croft. Qualcosa di nuovo, di antico, di mostruoso. E quando finalmente aprì gli occhi, non erano più i suoi. Erano gli occhi di una creatura che aveva visto l'abisso e ne era diventata la regina.
Il presente racconto costituisce un’opera di fantasia. Eventuali riferimenti a persone, fatti, luoghi o circostanze reali sono da ritenersi puramente casuali e non intenzionali.
Tutti i personaggi ivi rappresentati sono da considerarsi maggiorenni e consenzienti in relazione a ogni azione o situazione descritta.
Qualsiasi interpretazione che attribuisca ai contenuti natura fattuale o rispondenza alla realtà è esclusa.
Ogni racconto derivante dalle fantasie è esclusivamente dedicato ad un pubblico adulto.
Questa dichiarazione ha valore per tutti i miei racconti precedenti e futuri.
Inoltre per qualsiasi commento relativo al racconto e fornirmi spunti per nuovi racconti vi prego di scrivere a:
petulka-cz@hotmail.com
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La giungla non era un luogo, era un predatore. Respirava con un respiro umido e fetido, e ogni foglia, ogni radice, sembrava pulsare di un'intelligenza famelica. Petra Croft si muoveva in questo ventre verde non come un'esploratrice, ma come un pezzo di carne in cerca del proprio macellaio. Il suo corpo, un'arma di curve e muscoli, era coperto solo da un top striminzito e da shorts che si conficcavano tra le sue natiche, un costante, umido promemorio del bruciore che la divorava dall'interno. Non cercava un artefatto. Cercava l'estasi, la perdita, l'annientamento.
Lo trovò in una radura dove la luce del cielo moriva. Al centro sorgeva un altare di ossidiana, una lastra di vetro vulcanico nero e levigato che non rifletteva nulla, ma sembrava risucchiare l'anima. L'energia che ne emanava era un pugno nello stomaco, una promessa di perversione così antica da precedere gli dei.
Quando le sue dita, tremanti, toccarono la pietra gelida, il mondo cambiò. La sinfonia della giungla si mutò in un silenzio tombale. Dalle ombre che si indurivano ai margini della radura, emersero figure. Non erano uomini. Erano costruzioni di furia e desiderio, alti e silenziosi, con la pelle iridescente come il carapace di un coleottero nero e occhi che bruciavano di una fame primordiale, priva di coscienza o pietà. Indossavano solo brandelli di cuoio grezzo, insufficienti a nascondere i loro strumenti, già turgidi, pulsanti, di dimensioni innaturali, disumane.
La circondarono. Non c'è fu nessuna parola di saluto, solo un'azione fisica, un assalto. Le loro mani artigliate non le sfilano i vestiti, glieli lacerarono, strappando la stoffa come fosse carta bagnata e lasciando la sua pelle nuda e tremente all'aria umida. Una mano si chiuse sulla sua gola, non per strozzarla, ma per possederla, per segnare il dominio. Un'altra, senza preamboli, le infilò quattro dita nella fica, una violenza secca e brusca che la piegò in due e le strappò un gemito di puro, shockante piacere. "Puttana," sibilò una voce roca, l'unica parola che le sarebbe stata concessa.
La spinsero a terra, sulla lastra fredda dell'altare. Un mostro si inginocchiò tra le sue cosce, il suo cazzo, un'arma nodosa e violacea, la penetrò con un solo, brutale affondo che le fece sentire le ossa del bacino schiacciarsi. Petra urlò, un suono animalesco che non era suo, l'urlo di un animale che viene abbattuto. Mentre la martellava, un altro le si accoccolò accanto al viso, il suo cazzo simile a un tronco di albero le premette contro la guancia. Lei aprì la bocca, un invito che fu accolto con una furia che le slogò la mascella, la mandibola che si sottomise per accogliere la sua interezza fino a farle venire le lacrime.
La violenza si moltiplicò. Un terzo essere le si mise alle spalle, le sue mani divaricarono le sue natiche con una forza brutale e il suo cazzo, più spesso del suo polso, le spezzò il culo in un sol colpo secco. Petra sobbalzò, un sussulto di dolore puro che si fuse istantaneamente in un'ondata di piacere così intensa da annebbiarle la vista e farle vedere stelle. Era piena, un recipiente di carne, ma non era abbastanza. Non era mai abbastanza.
Vide un quarto avvicinarsi. Il suo cazzo era ricoperto di aculei morbidi e vibranti. Si mise accanto al primo, tra le sue cosce già divaricate. Petra capì e provò un terrore così esaltante da farle venire le vertigini. "No... non potete..." ansimò, ma il suo corpo la tradiva, la sua fica si contraeva e si allagava, un invito chiaro come un grido. Con uno sforzo collettivo, la spinsero entrambi dentro. Due cazzi nella fica. Petra urlò fino a spezzarsi la voce, sentendo i suoi tessuti lacerarsi, un dolore che la trascinò oltre la soglia del piacere in una dimensione di pura, sovrumana sensazione.
La misero in una posizione contorta, sospesa tra i loro corpi possenti. Due cazzi nel culo, due nella fica, uno che le distruggeva la gola. Le sue mani rimasero libere per un attimo, un errore. Due altri cazzi le furono infilati tra le dita, costringendola a stringerli e a masturbarli con un ritmo disperato. Era un totale di sette cazzi che la possedevano simultaneamente, una violenza meccanica e implacabile che la trasformava in un oggetto, un buco da riempire.
Il suo corpo reagì con una crisi. L'orgasmo non fu un'onda, ma un'esplosione epilettica. Le sue gambe e le sue braccia si agitarono in spasmi incontrollabili, gli occhi le si rovesciarono indietro nelle orbite, mostrando solo il bianco. Un getto di piscia le schizzò fuori con una forza inaudita, un fiume caldo che si mescolava al sudore e alla melma del terreno. "Sì, piscia, troia!" ringhiò uno, mentre un altro le schiaffeggiava il seno con una forza che le lasciò il segno rosso di una mano impresso sulla pelle.
La usarono come un manichino di pezza, spingendola e tirandola, i loro corpi che si scontravano contro il suo con un ritmo di martellamento. La sordidezza era totale. Le loro mani la palpeggiavano, le masticavano il seno fino a tracciarvi segni di sangue, le tiravano i capelli con violenza, la riempivano di insulti volgari che lei percepiva solo come un ulteriore stimolo, un carburante per il suo incendio.
Poi, l'inondazione. Iniziarono a venire, non a raffica, ma tutti insieme. Un'esplosione collettiva che la annegò. La sua fica e il suo culo, già dilaniati, furono riempiti da litri di sperma denso e bollente che le fece gonfiare la pancia, dandole l'aspetto di una gravida. La sua bocca fu sommersa, costringendola a inghiottire freneticamente o a annegare nel seme. Le colò dal naso, dalle orecchie. Gli altri due la inondarono il viso e i capelli, trasformandola in una maschera appiccicosa di seme. Crollò, inerte, un relitto umano sommerso in un lago di sborra.
Ma non era finita. La trascinarono nel fango, lasciandola lì mentre si rigeneravano, i loro cazzi che si indurivano di nuovo, insaziabili. La legarono a un tronco d'albero, le braccia aperte a croce. La violenza ricominciò, più brutale, più sadica. Due cazzi nel culo, due nella fica, uno in bocca. Uno si mise sopra di lei, infilando il suo cazzo tra i suoi seni sanguinanti, stringendoli fino a farla urlare di nuovo. Le sue mani, legate, furono forzate ad afferrare altri due cazzi, usate come estensioni delle loro stesse mani.
Era una macchina del piacere e del dolore, un corpo senza mente che reagiva a ogni stimolo. Gli orgasmi la colpivano a raffica, una catena ininterrotta di crisi convulsive che la facevano sobbalzare e sussultare, svenendo e riprendendo conoscenza solo per essere travolta da un'altra ondata. Un altro getto di piscia la bagnò, poi un altro, fino a quando il suo corpo fu completamente prostrato, privo di fluidi, di forze, di volontà.
La lascno lì, nel fango, nel lago di sperma e dei suoi stessi fluidi. Era un cumulo di carne lacerata, un'opera d'arte di distruzione carnale. Respirava a fatica, il suo corpo un'unica, enorme ferita pulsante. Ma mentre giaceva lì, in preda alle convulsioni post-orgasmiche, un debole, perverso sorriso le disegnò le labbra. Era stata distrutta, annientata, e mai nella sua vita si era sentita più viva.
Ma la tribù non aveva finito. La loro fame era insaziabile, e il suo corpo, anche se distrutto, era ancora il loro tempio. La sollevarono dal fango come un sacco di rifiuti e la portarono verso l'altare di ossidiana, ora scivoloso e bianco con i loro fluidi. La deposero sulla pietra fredda, le membra sparpagliate, una vittima sacrificale offerta al loro dio del piacore.
Questa volta, la posizione era diversa. La piegarono in due, le ginocchia contro le orecchie, esponendo la sua fica e il suo culo in una posizione di totale vulnerabilità. Due mostri si posizionarono tra le sue gambe, i loro cazzi giganteschi puntati verso i suoi buchi già dilaniati. Con un grido unisono, la penetrarono entrambi, uno nella fica, uno nel culo. Petra non urlò. Non aveva più voce. Solo un sibilo secco le sfuggì dalle labbra, un suono di pura, assoluta sottomissione.
Ma non era tutto. Un terzo mostro si inginocchiò sopra di lei, il suo cazzo, il più grande di tutti, che premeva contro il suo culo già pieno. Petra scosse la testa debolmente, le sue lacrime che si mescolavano allo sperma sul suo viso. Non era possibile. Non poteva sopportarlo. Con una spinta che le spezzò le ossa del bacino, entrò. Doppia anale. Il suo corpo si contorse in una crisi che non era più un orgasmo, ma una convulsione di puro dolore. Il suo mondo divenne bianco, un vuoto accecante.
Mentre il suo corpo veniva squartato da tre cazzi, un quarto le si mise davanti, il suo cazzo che le forzava di nuovo la mascella, riempiendola di sperma fresco. Un quinto si mise sopra di lei, i suoi capezzoli sanguinanti stretti tra le dita artigliate, il suo cazzo che si infilava tra le sue tette, usandole come un buco da scopare. Le sue mani, esauste, furono fatte stringere altri due cazzi, masturbandoli con un ritmo lento e disperato.
Era la perversione totale. Otto cazzi che la possedevano contemporaneamente. La sua mente si ruppe. Non c'era più Petra Croft. C'era solo un buco, un recipiente di carne, un'anima distrutta che nuotava in un oceano di dolore e piacere indistinguibili. Sentiva ogni movimento, ogni spinta, ogni sussulto, come se fosse l'unica cosa esistente al mondo.
Gli orgasmi la colpivano come fulmini, uno dopo l'altro, senza tregua. Il suo corpo sobbalzava, si contorceva, si contraeva in spasmi epilettici. Un altro getto di piscia le schizzò fuori, debole e doloroso, l'ultima riserva del suo corpo. Poi un altro, e un altro ancora, fino a quando non ci fu più nulla, solo un corpo secco che tremava incontrollabilmente.
Finalmente, sentì i loro corpi irrigidirsi. Iniziarono a venire, un'ultima, cataclismica inondazione. La sua fica, il suo culo, la sua bocca, tutto fu riempito di nuovo. Il suo corpo si gonfiò, una palla di carne e sperma pronta a esplodere. Sentì lo sperma scorrere dentro di lei, un fiume caldo che la bruciava e la purificava allo stesso tempo.
E poi, il buio. Non fu uno svenimento. Fu un'estinzione. La sua coscienza si spense, spenta da un sovraccarico di sensazione che il suo cervello umano non poteva più processare. Crollò sull'altare, inanimata, un cumulo di carne violata, coperta di litri di sperma, sanguinante, esanime.
Le creature la guardarono, i loro occhi brillanti di una soddisfazione primordiale. L'avevano posseduta, usata, distrutta. Avevano consumato la sua anima e il suo corpo, lasciandola solo un guscio vuoto. Si ritirarono nelle ombre, svanendo nella giungla come erano apparsi, lasciandola sola, immobile, un monumento alla depravazione e al piacere estremo.
Petra giaceva sull'altare, immobile. Il suo corpo era un campo di battaglia, un'opera d'arte di distruzione carnale. Ma sotto la superficie, nel profondo della sua coscienza distrutta, qualcosa si stava risvegliando. Non era più Petra Croft. Qualcosa di nuovo, di antico, di mostruoso. E quando finalmente aprì gli occhi, non erano più i suoi. Erano gli occhi di una creatura che aveva visto l'abisso e ne era diventata la regina.
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