Alessia 3

di
genere
dominazione

Alessia aveva un fidanzato, un ragazzo dolce e inesperto di nome Marco, ventun anni, compagno di corso alla Federico II: capelli castani sempre in ordine, sorriso timido, mani gentili che la accarezzavano con troppa delicatezza, senza mai stringere davvero. Si erano messi insieme l’anno prima, in modo tranquillo: lui le aveva offerto un caffè dopo lezione, lei aveva accettato perché era affidabile, il classico ragazzo che piace ai genitori. Marco la portava al cinema, le mandava messaggi affettuosi, la scopava con premura nel suo monolocale ai Vomero – sempre missionario, baci morbidi, il suo cazzo medio che entrava piano e veniva troppo presto, lasciandola con un vuoto dentro, mentre lui ansimava preoccupato: «Ti è piaciuto, amore? Sei venuta?»
All’inizio le andava bene. Poi era arrivato Carlo, e Marco era diventato insignificante.
Adesso, ogni volta che Marco la toccava, Alessia sentiva solo insoddisfazione. Le sue carezze erano tiepide, il suo cazzo non la dilatava, non la faceva urlare come quello grosso e venoso di Carlo. Quando lui le leccava la figa – con linguetta incerta e breve – lei pensava alla bocca famelica di Carlo che la succhiava per ore, facendola schizzare sulla sua barba. Veniva con Marco solo immaginando le mani pelose di un uomo vero che le aprivano le cosce a forza, la voce bassa che le ordinava di implorare.
Una sera, dopo che Marco l’aveva riaccompagnata con un bacio casto e un «Ti amo da morire, tesoro», Alessia si chiuse in camera e scrisse a Carlo, bagnata e frustrata.
«Papà… voglio lasciare Marco. Non lo desidero più, mi lascia sempre a metà. Voglio essere solo tua, scopata come si deve da te.»
Carlo rispose dopo poco.
«No.»
Secco, autoritario.
Alessia sentì il clitoride pulsare. «Perché, Master?»
La videochiamata partì. Carlo era in poltrona, camicia aperta sul petto peloso, cazzo già in mano, semiduro. La guardava con occhi da predatore.
«Perché lo decido io, piccola. Non lasci quel ragazzo. Continui a farti scopare da lui, a succhiarglielo se vuole, a aprire le gambe come una brava fidanzatina. E poi vieni da me a raccontarmi tutto: quanto è durato poco, quanto ti ha lasciata con la figa che cola vuota, quanto hai pensato al mio cazzo mentre lui ti pompava piano.»
Alessia si morse il labbro, la mano tra le cosce. «Ma Papà… voglio solo te che mi riempi, che mi usi forte…»
Lui sorrise cattivo, segandosi lentamente. «Esattamente per questo. Voglio che gli sorridi mentre dentro senti ancora la mia sborra della sera prima. Ogni volta che lui viene in due minuti, penserai a come io ti sfondo per ore, ti riempio la gola fino a farti ingoiare tutto. E quando sei qui con me, ti metto in ginocchio e mi racconti ogni dettaglio sporco: “Papà, Marco mi ha leccato piano… ma solo tu mi fai squirtare in faccia”. Ti punirò per ogni bacio che gli dai: ti sculaccerò il culo fino a lasciartelo rosso, ti legherò e ti inculerò piano, facendoti implorare.»
Alessia gemette, le dita dentro. «Mi… umilia… ma mi eccita da morire…»
«Lo so, troietta. Ti bagni all’idea di tradirlo, di farti scopare da lui con la figa ancora gonfia per me. Ora toccati forte, pensando a questo.»
Alessia venne tremando, mordendo il cuscino.
Il giorno dopo, Marco scrisse: «Cinema stasera, amore? Ti amo ❤️»
Lei rispose: «Sì tesoro, non vedo l’ora 😘»
Inoltrò lo screen a Carlo.
Lui: «Brava. Stasera senza mutandine. Quando ti riaccompagna, toccati in ascensore pensando a me. Mandami il video mentre vieni, dimmi quanto sei bagnata per il tuo Papà.»
Alessia si preparò, vestitino corto, figa nuda e già umida. La colpa si mescolava a un’eccitazione profonda.
La brava fidanzata uscì con Marco.
La puttana di Carlo contava le ore per Roma, dove avrebbe pagato ogni tenerezza con sborra, schiaffi e possesso totale.
E non avrebbe mai lasciato Marco.
Perché Carlo la voleva così: divisa, dipendente, usata.
scritto il
2026-01-07
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