Rosso di Mezzanotte CAP. 5. Suite dí tentazione
di
b_bull_and_master
genere
etero
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Tornata a casa quella notte, frugai nella borsa per le chiavi con mani che tremavano ancora. E lo trovai. Un biglietto elegante, piegato con cura, infilato lì durante il tease nel corridoio, quando le sue dita erano dentro di me e il suo cazzo premeva per entrare. Lo aprii, il cuore che mi esplodeva nel petto: “Suite 1204, Hotel Excelsior. Domani ore 20. Cena. Vieni sola.” Nessuna firma, ma il suo odore muschiato ancora sulla carta, un profumo che mi trafisse il basso ventre, facendomi contrarre la figa vuota con un gemito rauco, bagnarmi copiosamente in un fiotto caldo che mi fece stringere le cosce per non gemere.
Mi sdraiai sul letto, il biglietto stretto in mano, il corpo in fiamme ma la mente che vorticava in un turbine combattuto, doloroso. Eccitazione pura, travolgente – la figa che colava al pensiero di una cena privata, isolata, di lui che mi avrebbe avuta tutta, finalmente, senza interruzioni, senza rischio pubblico che ci fermava sempre sul più bello. Immaginavo la suite, le sue mani che mi strappavano l’abito, il suo cazzo che mi penetrava profonda per ore, la sua bocca sul mio collo mentre mi riempiva con getti caldi, marchiandomi come sua in un letto vero, non in un bagno o corridoio rubato.
Ma poi… il dubbio. Mi sentivo usata. Usata come un oggetto di desiderio anonimo, una valvola di sfogo per la sua fame repressa, mentre lui tornava alla sua vita reale – la moglie, forse, o chiunque fosse quella donna elegante al suo fianco. Quattro incontri, sempre lui a provocare, a prendermi quasi tutta per poi sparire, lasciandomi frustrata, ossessionata, sola con il mio corpo marchiato e il cuore che cominciava a pretendere di più. Mi voleva solo per scoparmi? Per quel gioco rischioso che lo eccitava, per la mia figa bagnata che lo accoglieva sempre pronta? O c’era qualcosa oltre – quel “di più” che sentivo crescere nei suoi occhi, nei tocchi che duravano un secondo di troppo, nella tenerezza fugace dopo il fuoco?
Mi toccai piano, le dita che scivolavano sulla figa fradicia, entrando lenta per prolungare la tortura – eccitata da morire al pensiero di andare, di darmi a lui di nuovo, ma arrabbiata, ferita per sentirmi usata, un trofeo anonimo che collezionava come i miei perizoma strappati. Venni forte, contratta intorno alle dita, un gemito rauco che echeggiò nella stanza vuota, lacrime di frustrazione che colavano mentre pensavo: lo odio per farmi sentire così… ma lo voglio da morire. Accetterò? Mi alzerò e andrò, nuda sotto l’abito per lui, pronta a essere usata di nuovo perché non resisto?
Il terrore e l’eccitazione mi consumavano – lui mi aveva rovinata, alzato l’asticella così in alto che nessun altro reggeva il confronto, ma mi lasciava sempre sola dopo, anonima. Mi sentivo usata, sì… ma anche desiderata in un modo che mi faceva colare solo a pensarlo.
La sera dopo, arrivai alle 20 in punto, le gambe tremanti sui tacchi alti, il corpo in fiamme per l’attesa nonostante il dubbio che mi tormentava. Indossavo un abito nero cortissimo, aderente come una seconda pelle che mi fasciava i seni pieni, scollatura profonda che lasciava esposta la curva generosa del décolleté, i capezzoli duri contro il tessuto sottile per l’eccitazione anticipata. Niente sotto, la figa depilata nuda e già gonfia, colante per lui – nonostante mi sentissi usata, nonostante la rabbia, il desiderio aveva vinto.
Bussai piano alla porta della suite 1204. Lui aprì, gli occhi scuri che bruciavano di fame repressa, un sorriso lento, predatorio che mi trafisse. “Entra,” grugnì rauco, la voce che mi vibrò dentro come una carezza profonda. La suite era un sogno proibito: luci soffuse, candele tremolanti sul tavolo apparecchiato al centro – tovaglia bianca immacolata, ostriche su ghiaccio, champagne Dom Pérignon ghiacciato, filetto al pepe verde, soufflé al cioccolato – e due camerieri discreti in un angolo, pronti a servire senza interferire.
Mi fece sedere con calma deliberata, le mani che indugiavano sui miei fianchi nudi, sfiorando il tessuto teso dell’abito. “Buonasera,” disse basso, chinandosi per baciarmi la guancia – ma le sue labbra sfiorarono il mio orecchio, il respiro caldo che mi fece rabbrividire fino alla figa. I camerieri iniziarono il servizio con lentezza studiata, crudele: ostriche succose, champagne versato goccia a goccia, ogni gesto prolungato per torturarci.
La conversazione iniziò brillante, inaspettata – non solo tease fisico, ma parole che mi stupirono, mi catturarono il cervello oltre al corpo. Parlammo di letteratura russa – lui che citava Dostoevskij con passione, “Raskol’nikov in Delitto e castigo è l’uomo che si crede superiore alla morale, ma la colpa lo divora… come certi desideri che ci consumano senza che possiamo resistere.” Io ribattei con Tolstoj, “Anna Karenina, intrappolata tra passione e società – il desiderio che distrugge ma rende vivi.” Ridemmo bassa, gli occhi incatenati, le parole che danzavano cariche di sottotesti sensuali: “I personaggi russi sono ossessi dal peccato,” dissi, la lingua che sfiorava il labbro inferiore lenta, esasperata, “consumati da desideri che li distruggono e li rendono vivi.” Lui sorrise predatorio, il piede che sfiorava la mia gamba sotto il tavolo: “Come certi incontri… che ti marchiano per sempre, senza bisogno di parole.”
Passammo ai pittori surrealisti – lui che parlava di Dalí con conoscenza profonda, “Il tempo che si scioglie nei suoi orologi… come il desiderio che deforma la realtà, la rende liquida, incontrollabile.” Io citai Magritte, “Il tradimento delle immagini – ‘questa non è una pipa’ – come certi tocchi che sembrano casuali ma sono tutto fuorché.” I nostri sguardi si incatenavano, brillanti di intelligenza condivisa, di connessione che andava oltre il fisico – lui colto, brillante, un uomo che discuteva di arte e letteratura con passione vera, non solo un amante animale. Rimasi stupita, il cuore che accelerava non solo per desiderio, ma per lui: un porco instancabile a letto, che mi scopava con rabbia possessiva facendomi venire urlando, ma anche questo – un mente acuta, profonda, che mi catturava con parole dotte, che mi faceva sentire capita, unica.
La tensione erotica cresceva parallela – le sue mani sotto il tavolo che sfioravano la mia coscia nuda, salendo piano sotto l’abito, trovando la figa nuda, fradicia – le dita che entravano lente, una sola all’inizio, curvandosi dentro mentre i camerieri servivano il filetto, ignari. Gemetti piano, mordendomi il labbro, inarcandomi appena mentre lui mi scopava lenta con il dito, il pollice che sfregava il clitoride gonfio in circoli crudeli, gli occhi nei miei con un sorriso beffardo mentre discutevamo di surrealismo.
“Magritte gioca con l’illusione,” disse rauco, accelerando appena sotto il tavolo, facendomi tremare le cosce. “Come certi desideri… che sembrano irreali, ma ti consumano.” Annuii, la voce rotta: “Sì… come quadri che nascondono il vero significato,” mentre venivo piano, contrazioni silenziose intorno al suo dito, un orgasmo represso che mi fece stringere il tovagliolo, il corpo che rabbrividiva per il rischio dei camerieri vicini e per la sua mente brillante che mi catturava quanto il suo tocco.
La cena continuò così – tortura lenta, tocchi sotto il tavolo, dita che mi scopavano ritmiche mentre mangiavamo, sguardi che promettevano furia, ma anche conversazione brillante che mi stupiva: lui che citava Bulgakov, “Il Maestro e Margherita – il diavolo che seduce con verità nascoste,” io che ribattevo con Kafka, “La metamorfosi, l’uomo che diventa insetto per alienazione… come desideri che ti trasformano.” Rimasi stupita, il cuore che accelerava: un porco instancabile, che mi faceva colare solo con uno sguardo, ma anche colto, profondo, un uomo che discuteva di arte e letteratura con passione che mi catturava il cervello, mi faceva sentire capita oltre il corpo.
Al soufflé al cioccolato, lui mi imboccò attraverso il tavolo, il cucchiaino sulle mie labbra – aprii la bocca lenta, la lingua che sfiorava il metallo caldo, succhiando il cioccolato con un gemito basso, roco, gli occhi chiusi in estasi mentre le sue dita acceleravano dentro di me, portandomi a un secondo orgasmo represso, le pareti che lo stringevano forte, umori che colavano sulla sedia mentre i camerieri sparecchiavano ignari.
Quando i camerieri uscirono finalmente, chiudendo la porta, restammo soli. Lui si alzò lento, girò intorno al tavolo, mi tirò in piedi con urgenza possessiva. “Ora ti avrò tutta,” ringhiò rauco, spingendomi contro il tavolo, alzandomi l’abito fino alla vita, le mani che mi aprivano le cosce. Mi penetrò con un affondo profondo, rabbioso – fino in fondo, stirandomi deliziosamente mentre gridavo forte, le pareti che lo stringevano come una morsa bollente, calda e fradicia per lui.
Iniziò a scoparmi con forza, colpi veloci e potenti, una mano nei miei capelli biondi per tirarmi la testa indietro, l’altra che mi strizzava un seno attraverso l’abito, pizzicando il capezzolo fino a farmi contrarre intorno a lui. “Più forte,” ansimai, spingendo indietro per prenderlo tutto, la voce rotta dal piacere. Obbedì, grugnendo animalesco, i nostri corpi che sbattevano contro il tavolo, piatti che tremavano, il suono bagnato che echeggiava nella suite.
Venni per prima, violento: un orgasmo che mi travolse, le pareti che lo munsero in spasmi rabbiosi, un urlo rauco che lanciai contro la sua bocca mentre colavo copiosamente sulle sue cosce, le gambe che tremavano. Lui venne subito dopo, profondo dentro di me, getti caldi e abbondanti che mi riempirono di nuovo, marchiandomi mentre grugnì rauco nel mio collo, il corpo che tremava contro il mio.
Ma non era finita. Mi portò in camera, sul letto king size, e mi scopò per ore – possessivo, appassionato, alternando furia rabbiosa a lentezza profonda, facendomi venire più volte, urlando senza freni, contratta intorno a lui mentre mi riempiva ancora, il suo seme che colava tra le mie cosce. Il miglior sesso della mia vita – instancabile, porco, brillante, che mi distruggeva e mi ricostruiva, il suo corpo che mi possedeva in ogni modo, la sua mente che mi aveva catturata durante la cena con parole dotte, citazioni che mi avevano stupita, fatta sentire unica.
Ci addormentammo avvinghiati, ansimanti, sudati – la prima notte completa, corpi fusi, il suo braccio possessivo intorno a me.
Ma al mattino, lui era sparito. Il letto vuoto accanto a me, le lenzuola ancora calde del suo corpo ma lui gone – solo un biglietto sul cuscino: “Alla prossima… non resisto più senza averti tutta di nuovo.”
La gelosia mi trafisse come una lama – marcia, rabbiosa, sensuale. Gelosa di lui che spariva dopo avermi avuta tutta, che mi lasciava sola con il corpo marchiato e il cuore tormentato. Incazzata per sentirmi usata di nuovo, nonostante la conversazione brillante, nonostante quel “di più” che avevo sentito crescere. Mi aveva avuta, completamente, la notte più intensa della mia vita – e poi fuggito, lasciandomi sola con il desiderio e la rabbia.
Ma non sapevo che lo avrei rivisto presto. Ancora una volta. E che stavolta il rischio – e il sentimento – sarebbe stato letale.
Tornata a casa quella notte, frugai nella borsa per le chiavi con mani che tremavano ancora. E lo trovai. Un biglietto elegante, piegato con cura, infilato lì durante il tease nel corridoio, quando le sue dita erano dentro di me e il suo cazzo premeva per entrare. Lo aprii, il cuore che mi esplodeva nel petto: “Suite 1204, Hotel Excelsior. Domani ore 20. Cena. Vieni sola.” Nessuna firma, ma il suo odore muschiato ancora sulla carta, un profumo che mi trafisse il basso ventre, facendomi contrarre la figa vuota con un gemito rauco, bagnarmi copiosamente in un fiotto caldo che mi fece stringere le cosce per non gemere.
Mi sdraiai sul letto, il biglietto stretto in mano, il corpo in fiamme ma la mente che vorticava in un turbine combattuto, doloroso. Eccitazione pura, travolgente – la figa che colava al pensiero di una cena privata, isolata, di lui che mi avrebbe avuta tutta, finalmente, senza interruzioni, senza rischio pubblico che ci fermava sempre sul più bello. Immaginavo la suite, le sue mani che mi strappavano l’abito, il suo cazzo che mi penetrava profonda per ore, la sua bocca sul mio collo mentre mi riempiva con getti caldi, marchiandomi come sua in un letto vero, non in un bagno o corridoio rubato.
Ma poi… il dubbio. Mi sentivo usata. Usata come un oggetto di desiderio anonimo, una valvola di sfogo per la sua fame repressa, mentre lui tornava alla sua vita reale – la moglie, forse, o chiunque fosse quella donna elegante al suo fianco. Quattro incontri, sempre lui a provocare, a prendermi quasi tutta per poi sparire, lasciandomi frustrata, ossessionata, sola con il mio corpo marchiato e il cuore che cominciava a pretendere di più. Mi voleva solo per scoparmi? Per quel gioco rischioso che lo eccitava, per la mia figa bagnata che lo accoglieva sempre pronta? O c’era qualcosa oltre – quel “di più” che sentivo crescere nei suoi occhi, nei tocchi che duravano un secondo di troppo, nella tenerezza fugace dopo il fuoco?
Mi toccai piano, le dita che scivolavano sulla figa fradicia, entrando lenta per prolungare la tortura – eccitata da morire al pensiero di andare, di darmi a lui di nuovo, ma arrabbiata, ferita per sentirmi usata, un trofeo anonimo che collezionava come i miei perizoma strappati. Venni forte, contratta intorno alle dita, un gemito rauco che echeggiò nella stanza vuota, lacrime di frustrazione che colavano mentre pensavo: lo odio per farmi sentire così… ma lo voglio da morire. Accetterò? Mi alzerò e andrò, nuda sotto l’abito per lui, pronta a essere usata di nuovo perché non resisto?
Il terrore e l’eccitazione mi consumavano – lui mi aveva rovinata, alzato l’asticella così in alto che nessun altro reggeva il confronto, ma mi lasciava sempre sola dopo, anonima. Mi sentivo usata, sì… ma anche desiderata in un modo che mi faceva colare solo a pensarlo.
La sera dopo, arrivai alle 20 in punto, le gambe tremanti sui tacchi alti, il corpo in fiamme per l’attesa nonostante il dubbio che mi tormentava. Indossavo un abito nero cortissimo, aderente come una seconda pelle che mi fasciava i seni pieni, scollatura profonda che lasciava esposta la curva generosa del décolleté, i capezzoli duri contro il tessuto sottile per l’eccitazione anticipata. Niente sotto, la figa depilata nuda e già gonfia, colante per lui – nonostante mi sentissi usata, nonostante la rabbia, il desiderio aveva vinto.
Bussai piano alla porta della suite 1204. Lui aprì, gli occhi scuri che bruciavano di fame repressa, un sorriso lento, predatorio che mi trafisse. “Entra,” grugnì rauco, la voce che mi vibrò dentro come una carezza profonda. La suite era un sogno proibito: luci soffuse, candele tremolanti sul tavolo apparecchiato al centro – tovaglia bianca immacolata, ostriche su ghiaccio, champagne Dom Pérignon ghiacciato, filetto al pepe verde, soufflé al cioccolato – e due camerieri discreti in un angolo, pronti a servire senza interferire.
Mi fece sedere con calma deliberata, le mani che indugiavano sui miei fianchi nudi, sfiorando il tessuto teso dell’abito. “Buonasera,” disse basso, chinandosi per baciarmi la guancia – ma le sue labbra sfiorarono il mio orecchio, il respiro caldo che mi fece rabbrividire fino alla figa. I camerieri iniziarono il servizio con lentezza studiata, crudele: ostriche succose, champagne versato goccia a goccia, ogni gesto prolungato per torturarci.
La conversazione iniziò brillante, inaspettata – non solo tease fisico, ma parole che mi stupirono, mi catturarono il cervello oltre al corpo. Parlammo di letteratura russa – lui che citava Dostoevskij con passione, “Raskol’nikov in Delitto e castigo è l’uomo che si crede superiore alla morale, ma la colpa lo divora… come certi desideri che ci consumano senza che possiamo resistere.” Io ribattei con Tolstoj, “Anna Karenina, intrappolata tra passione e società – il desiderio che distrugge ma rende vivi.” Ridemmo bassa, gli occhi incatenati, le parole che danzavano cariche di sottotesti sensuali: “I personaggi russi sono ossessi dal peccato,” dissi, la lingua che sfiorava il labbro inferiore lenta, esasperata, “consumati da desideri che li distruggono e li rendono vivi.” Lui sorrise predatorio, il piede che sfiorava la mia gamba sotto il tavolo: “Come certi incontri… che ti marchiano per sempre, senza bisogno di parole.”
Passammo ai pittori surrealisti – lui che parlava di Dalí con conoscenza profonda, “Il tempo che si scioglie nei suoi orologi… come il desiderio che deforma la realtà, la rende liquida, incontrollabile.” Io citai Magritte, “Il tradimento delle immagini – ‘questa non è una pipa’ – come certi tocchi che sembrano casuali ma sono tutto fuorché.” I nostri sguardi si incatenavano, brillanti di intelligenza condivisa, di connessione che andava oltre il fisico – lui colto, brillante, un uomo che discuteva di arte e letteratura con passione vera, non solo un amante animale. Rimasi stupita, il cuore che accelerava non solo per desiderio, ma per lui: un porco instancabile a letto, che mi scopava con rabbia possessiva facendomi venire urlando, ma anche questo – un mente acuta, profonda, che mi catturava con parole dotte, che mi faceva sentire capita, unica.
La tensione erotica cresceva parallela – le sue mani sotto il tavolo che sfioravano la mia coscia nuda, salendo piano sotto l’abito, trovando la figa nuda, fradicia – le dita che entravano lente, una sola all’inizio, curvandosi dentro mentre i camerieri servivano il filetto, ignari. Gemetti piano, mordendomi il labbro, inarcandomi appena mentre lui mi scopava lenta con il dito, il pollice che sfregava il clitoride gonfio in circoli crudeli, gli occhi nei miei con un sorriso beffardo mentre discutevamo di surrealismo.
“Magritte gioca con l’illusione,” disse rauco, accelerando appena sotto il tavolo, facendomi tremare le cosce. “Come certi desideri… che sembrano irreali, ma ti consumano.” Annuii, la voce rotta: “Sì… come quadri che nascondono il vero significato,” mentre venivo piano, contrazioni silenziose intorno al suo dito, un orgasmo represso che mi fece stringere il tovagliolo, il corpo che rabbrividiva per il rischio dei camerieri vicini e per la sua mente brillante che mi catturava quanto il suo tocco.
La cena continuò così – tortura lenta, tocchi sotto il tavolo, dita che mi scopavano ritmiche mentre mangiavamo, sguardi che promettevano furia, ma anche conversazione brillante che mi stupiva: lui che citava Bulgakov, “Il Maestro e Margherita – il diavolo che seduce con verità nascoste,” io che ribattevo con Kafka, “La metamorfosi, l’uomo che diventa insetto per alienazione… come desideri che ti trasformano.” Rimasi stupita, il cuore che accelerava: un porco instancabile, che mi faceva colare solo con uno sguardo, ma anche colto, profondo, un uomo che discuteva di arte e letteratura con passione che mi catturava il cervello, mi faceva sentire capita oltre il corpo.
Al soufflé al cioccolato, lui mi imboccò attraverso il tavolo, il cucchiaino sulle mie labbra – aprii la bocca lenta, la lingua che sfiorava il metallo caldo, succhiando il cioccolato con un gemito basso, roco, gli occhi chiusi in estasi mentre le sue dita acceleravano dentro di me, portandomi a un secondo orgasmo represso, le pareti che lo stringevano forte, umori che colavano sulla sedia mentre i camerieri sparecchiavano ignari.
Quando i camerieri uscirono finalmente, chiudendo la porta, restammo soli. Lui si alzò lento, girò intorno al tavolo, mi tirò in piedi con urgenza possessiva. “Ora ti avrò tutta,” ringhiò rauco, spingendomi contro il tavolo, alzandomi l’abito fino alla vita, le mani che mi aprivano le cosce. Mi penetrò con un affondo profondo, rabbioso – fino in fondo, stirandomi deliziosamente mentre gridavo forte, le pareti che lo stringevano come una morsa bollente, calda e fradicia per lui.
Iniziò a scoparmi con forza, colpi veloci e potenti, una mano nei miei capelli biondi per tirarmi la testa indietro, l’altra che mi strizzava un seno attraverso l’abito, pizzicando il capezzolo fino a farmi contrarre intorno a lui. “Più forte,” ansimai, spingendo indietro per prenderlo tutto, la voce rotta dal piacere. Obbedì, grugnendo animalesco, i nostri corpi che sbattevano contro il tavolo, piatti che tremavano, il suono bagnato che echeggiava nella suite.
Venni per prima, violento: un orgasmo che mi travolse, le pareti che lo munsero in spasmi rabbiosi, un urlo rauco che lanciai contro la sua bocca mentre colavo copiosamente sulle sue cosce, le gambe che tremavano. Lui venne subito dopo, profondo dentro di me, getti caldi e abbondanti che mi riempirono di nuovo, marchiandomi mentre grugnì rauco nel mio collo, il corpo che tremava contro il mio.
Ma non era finita. Mi portò in camera, sul letto king size, e mi scopò per ore – possessivo, appassionato, alternando furia rabbiosa a lentezza profonda, facendomi venire più volte, urlando senza freni, contratta intorno a lui mentre mi riempiva ancora, il suo seme che colava tra le mie cosce. Il miglior sesso della mia vita – instancabile, porco, brillante, che mi distruggeva e mi ricostruiva, il suo corpo che mi possedeva in ogni modo, la sua mente che mi aveva catturata durante la cena con parole dotte, citazioni che mi avevano stupita, fatta sentire unica.
Ci addormentammo avvinghiati, ansimanti, sudati – la prima notte completa, corpi fusi, il suo braccio possessivo intorno a me.
Ma al mattino, lui era sparito. Il letto vuoto accanto a me, le lenzuola ancora calde del suo corpo ma lui gone – solo un biglietto sul cuscino: “Alla prossima… non resisto più senza averti tutta di nuovo.”
La gelosia mi trafisse come una lama – marcia, rabbiosa, sensuale. Gelosa di lui che spariva dopo avermi avuta tutta, che mi lasciava sola con il corpo marchiato e il cuore tormentato. Incazzata per sentirmi usata di nuovo, nonostante la conversazione brillante, nonostante quel “di più” che avevo sentito crescere. Mi aveva avuta, completamente, la notte più intensa della mia vita – e poi fuggito, lasciandomi sola con il desiderio e la rabbia.
Ma non sapevo che lo avrei rivisto presto. Ancora una volta. E che stavolta il rischio – e il sentimento – sarebbe stato letale.
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