Rosso di Mezzanotte Cap. 3 Sguardi nel Buio

di
genere
etero

Alcune dovute premesse:
1) questo racconto non è frutto di fantasia, è assolutamente vero. Solo alcune circostanze sono state romanzate. Ma neanche troppo.
2) spero che questo racconto ecciti la fantasia di qualcuno, uomo o donna che sia, e che sia di ispirazione. Se così non fosse, potete dedicare la vostra lettura ad altri autori.
3) se qualcuno ha dei commenti da fare può contattarmi su b_bull_and_master@proton.me
4) con questo racconto esco dalla mia comfort zone, una narrazione diversa, ed anche argomenti diversi. Inoltre il racconto sarà fatto dalla protagonista.

I giorni dopo quel secondo incontro al lounge bar furono un’agonia deliziosa, un fuoco lento che mi consumava dall’interno senza sosta. Mi svegliavo con il corpo ancora percorso da brividi, la figa depilata che pulsava dolorante al ricordo del suo cazzo duro che mi penetrava rabbioso nel bagno, i colpi profondi che mi facevano contrarre intorno a lui in spasmi violenti, il suo seme caldo che mi riempiva mentre grugnava rauco contro il mio collo, possessivo anche senza parole. Non sapevo il suo nome, non sapevo nulla di lui tranne l’odore muschiato della sua pelle che mi aveva invasa, il sapore salato della sua bocca durante quel bacio famelico, la forza delle sue mani ruvide che mi reclamavano come se fossi già sua. E io… io ero ossessionata. Per la prima volta, un uomo mi aveva fatta cedere completamente, due volte, senza parole, senza nomi – solo fame pura, animale, che mi lasciava tremante, bagnata, vuota senza di lui.
Mi toccavo ogni notte pensando a lui: dita che entravano nella figa depilata, lente all’inizio come i suoi baci sul collo, poi veloci e profonde imitando i suoi affondi brutali, venendo forte con gemiti rochi, pensando ai suoi occhi scuri che mi trafiggevano, alla sua mano nei miei capelli biondi che mi tirava la testa indietro mentre mi possedeva. Era diventato un bisogno, una droga – quell’anonimato che rendeva tutto più intenso, più proibito. Non cercavo il mio accompagnatore del lounge bar, né altri uomini. Cercavo lui. Lo sognavo in ogni luogo pubblico, il corpo teso in attesa di uno sguardo, di un tocco, di quella connessione elettrica che mi faceva colare solo con uno sguardo.
E accadde di nuovo, una settimana dopo, in un caffè letterario elegante del centro – scaffali alti pieni di libri antichi che creavano corridoi intimi, poltrone di velluto sprofondate, luci soffuse che proiettavano ombre calde sulle pagine aperte, profumo di carta vecchia e caffè forte che avvolgeva l’aria come una carezza lenta. Ero lì da sola, per distrarmi dai pensieri su di lui, con un libro aperto ma non letto, il corpo teso in attesa di qualcosa che non osavo ammettere. Indossavo una gonna di pelle cortissima che mi fasciava il culo sodo, un maglioncino nero aderente che metteva in evidenza i seni pieni, i capezzoli già duri per l’aria fresca e per l’eccitazione residua dei sogni su di lui. Niente sotto, come sempre ultimamente – per sentirmi audace, pronta, bagnata al pensiero di un incontro casuale.
Lo vidi entrare. Lui. Il cuore mi saltò in gola, un fulmine che mi trafisse il basso ventre, facendomi contrarre la figa all’istante, bagnarmi copiosamente in un fiotto caldo che mi fece stringere le gambe per non gemere. Alto, cappotto scuro slacciato su un abito grigio impeccabile, camicia che lasciava intravedere il collo forte, quello sguardo scuro che mi cercò immediatamente nella sala, riconoscendomi. Riconoscimento puro, elettrico – i suoi occhi che si scurirono, un sorriso lento, predatorio che gli incurvò le labbra mentre si dirigeva verso una poltrona vicina, troppo vicina, con una donna al fianco: elegante, sui quarant’anni, che chiacchierava animata con lui, toccandogli il braccio distratta – una fede al dito che catturò la luce.
La gelosia mi colpì come un pugno caldo, marcia e sensuale – mi strinse il petto in una morsa dolorosa, ma mi fece colare tra le cosce, i capezzoli che si indurirono doloranti contro il maglioncino. Lei era con lui, la sua accompagnatrice, forse moglie – il suo tocco casuale sul braccio di lui che mi faceva ribollire di rabbia erotica. Volevo essere io quella donna, volevo che mi guardasse solo me, che mi prendesse di nuovo con quella fame repressa.
Il gioco iniziò immediatamente, più intenso che mai – un duello di sguardi catturati, senza bisogno di parole o gesti espliciti. Accavallai le gambe con lentezza deliberata, la gonna di pelle che saliva rivelando la pelle nuda delle cosce interne, il calore umido che emanava da me come un invito silenzioso, palpabile. Lui strinse il libro che aveva preso, gli occhi fissi su di me, scendendo sulla scollatura del maglioncino dove i seni premevano, i capezzoli duri evidenti sotto il tessuto sottile. Portai una mano al collo, sfiorandomi la clavicola calda, ma stavolta non toccai il seno – lo provocai solo con lo sguardo, catturando i suoi occhi nei miei, passando la lingua sulle labbra inferiori con lentezza esasperata, umida, lenta, tracciando il contorno carnoso come se assaporassi il suo sapore residuo, mordicchiando piano il labbro inferiore gonfio mentre lo fissavo dritto, gli occhi azzurri che bruciavano di sfida, di fame.
Lui deglutì forte, il petto che si alzava veloce, la mano della donna sul suo braccio che lo distraeva ma non abbastanza – i suoi occhi bruciavano nei miei, possessivi, gelosi per il mio gioco silenzioso mentre lei era lì. Il suo sguardo scendeva sulle mie labbra umide, sulla lingua che le leccava lenta, esasperata, come se stesse immaginando quella lingua su di lui, sul suo cazzo duro. Incrociò le gambe, e vidi il rigonfiamento nei pantaloni – duro, gonfio, pulsante per me nonostante lei accanto, nonostante il mondo intorno.
La tensione era un nodo soffocante, elettrica al limite del dolore – sudavo sotto il maglioncino, la figa che colava copiosamente in un calore liquido tra le cosce, le gambe che si stringevano disperate per calmare il clitoride gonfio, dolorante, che implorava il suo tocco. I nostri sguardi si incatenavano, catturati – lui che mi trafiggeva con occhi scuri pieni di rabbia erotica, gelosia per me che lo provocavo con la lingua sulle labbra mentre lei gli toccava il braccio, ignara; io che lo fissavo con fame assoluta, la lingua che scivolava lenta sul labbro superiore ora, umida, esasperata, come se lo leccassi da lontano.
Lei gli parlava, rideva toccandogli il braccio, e io ribollivo di gelosia marcia: i nostri sguardi non si staccavano, catturati in un duello silenzioso che mi faceva colare sempre di più, il corpo che tremava per il bisogno di lui.
Non ce la facevo più. Mi alzai lenta, il libro chiuso sul tavolo, il corpo che ondeggiava sensuale mentre mi dirigevo verso gli scaffali in fondo – sapendo che lui mi seguiva con gli occhi, che non avrebbe resistito. Lui si alzò quasi contemporaneamente, con calma studiata, seguendo la stessa direzione, la moglie distratta che parlava con amici.
Lo trovai lì, tra gli scaffali alti, in un corridoio stretto, semibuio, isolato ma rischioso – voci vicine dalla sala, passi che potevano passare. Mi spinse contro la parete di libri con violenza controllata, i libri che tremavano dietro di me, le mani che volavano sotto la gonna di pelle, afferrandomi le cosce sode, salendo fino a sentire quanto fossi fradicia – niente sotto, la figa liscia e gonfia per lui. Gemetti forte, afferrandogli la camicia e tirandolo a me per un bacio famelico: lingue che si divoravano, denti che mordevano, il suo sapore maschio che mi invadeva di nuovo.
Mi alzò la gonna fino alla vita, le dita che entravano profonde, tre, scopandomi ritmica mentre mi baciava il collo, mordendo forte. “Bagnata da morire… per me, con quegli sguardi,” grugnì rauco, il pollice sul clitoride che mi faceva inarcare con ansiti disperati, i libri che cadevano piano intorno a noi. Le sue mani slacciarono la cintura, liberarono il cazzo duro, venoso, bagnato di desiderio – grosso, pulsante, pronto. Mi girò di spalle, premendomi contro gli scaffali, i libri che premevano sulla mia schiena, e mi penetrò con un affondo profondo, rabbioso – fino in fondo, stirandomi deliziosamente mentre gridavo piano, le pareti che lo stringevano come una morsa bollente.
Iniziò a scoparmi con forza, colpi veloci e potenti, una mano nei miei capelli biondi per tirarmi la testa indietro, l’altra che mi strizzava un seno attraverso il maglioncino, pizzicando il capezzolo fino a farmi contrarre intorno a lui. “Più forte,” ansimai, spingendo indietro per prenderlo tutto, la voce rotta dal piacere, il rischio di voci vicine che amplificava tutto. Obbedì, grugnendo animalesco, i nostri corpi che sbattevano contro i libri con suoni soffocati – thump, thump – il suo cazzo che mi sfregava dentro in punti che mi facevano vedere stelle.
Venni per prima, violento: un orgasmo che mi travolse, le pareti che lo munsero in spasmi rabbiosi, un urlo soffocato contro il suo braccio mentre colavo copiosamente sulle sue cosce, le gambe che tremavano. Lui venne subito dopo, profondo dentro di me, getti caldi e abbondanti che mi riempirono di nuovo, marchiandomi mentre grugnì rauco nel mio collo, il corpo che tremava contro il mio.
Ma poi… voci vicine. “Amore? Dove sei finito?” La voce di lei – la donna al tavolo, la moglie – che si avvicinava, passi sul parquet, libri che frusciavano mentre cercava tra gli scaffali. Il panico mi trafisse, ma lui non si fermò del tutto – un ultimo affondo profondo, il suo seme che mi colava mentre si ritraeva piano, sistemandosi veloce con un sorriso beffardo, predatorio negli occhi. Mi baciò un’ultima volta, rapido e famelico, le dita che sfioravano la mia figa lucida per un secondo – “Alla prossima,” mormorò basso, la voce carica di promessa oscura.
Uscì per primo, tranquillo: “Eccoti, amore, stavo cercando un libro,” disse alla moglie con tono casuale, la voce ferma mentre la guidava via. Lei rise, ignara, e lui – passando vicino a me nascosta tra gli scaffali – mi lanciò un sorriso beffardo, malizioso, gli occhi che brillavano di trionfo e fame insaziata, come a dire “Ti ho avuta di nuovo… e lei non sa niente.”
Rimasi lì, ansimante, la figa piena di lui, colante, il corpo tremante. La gelosia per lei – che lo aveva al braccio, ignara – mi consumava, ma l’eccitazione era più forte: lui mi aveva scelta, di nuovo, in segreto.
Ma non sapevo che lo avrei rivisto presto. Ancora una volta. E che stavolta il rischio sarebbe stato maggiore.

scritto il
2026-01-02
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