Rosso di Mezzanotte Cap. 4. Tocco Proibito
di
b_bull_and_master
genere
etero
Alcune premesse diverse dal solito:
1) Questo è un racconto particolare. È ispirato ad un evento realmente successomi nell’ultimo capodanno. Ed è un racconto al quale tengo molto perché rappresenta mia rinascita dopo uno dei periodi più bui della mia vita. In questo racconto non ci sono gangbang, troie, sesso estremo. Voglio semplicemente raccontare una storia non solo d’amore due persone.
2) spero che questo racconto ecciti la fantasia di qualcuno, uomo o donna che sia, e che sia di ispirazione. Se così non fosse, potete dedicare la vostra lettura ad altri autori. Lo dico per quello che mi mette sempre 1 come voto. Mi piacerebbe sapere veramente se quello che scrivo fa’ così cagare
3) se qualcuno ha dei commenti da farmi può contattarmi su b_bull_and_master@proton.me
I giorni dopo quell’incontro al caffè letterario furono un’agonia deliziosa, un fuoco lento che mi consumava dall’interno senza sosta. Mi svegliavo con il corpo ancora percorso da brividi, la figa depilata che pulsava dolorante al ricordo del suo cazzo duro che mi penetrava rabbioso tra gli scaffali, i colpi profondi che mi facevano contrarre intorno a lui in spasmi violenti, il suo seme caldo che mi riempiva mentre la moglie lo cercava a pochi metri, ignara. Tre volte. Tre volte mi aveva provocata, toccata, posseduta completamente – senza nomi, senza parole oltre gemiti e grugniti possessivi – e ogni volta era stato più intenso, più rischioso, più mio. Ma non bastava. Volevo di più. Volevo sentirlo di nuovo dentro, stirarmi fino al limite, marchiarmi come sua mentre il mondo intorno rischiava di crollare, di scoprirci.
Mi toccavo ossessivamente, sola nel letto o sotto la doccia calda: dita che scivolavano sulla figa liscia e fradicia, lente all’inizio per imitare la sua provocazione crudele, poi veloci e profonde come i suoi affondi brutali, venendo forte con urli soffocati nel cuscino, immaginando i suoi occhi scuri che mi trafiggevano, la sua mano nei miei capelli biondi che mi tirava la testa indietro mentre mi negava o mi dava tutto. Era diventato una tortura squisita – quell’anonimato che rendeva ogni sguardo, ogni tocco pubblico un rischio elettrico, una gelosia primordiale che mi consumava quando lo vedevo con la moglie, ignara, al suo fianco.
La frustrazione mi rendeva audace, letale: uscivo la sera vestita per provocare – abiti corti, scollature profonde, niente sotto – sperando di incrociarlo di nuovo, di sentire quella connessione elettrica, quel desiderio represso che mi faceva colare solo con uno sguardo. E accadde, una sera di metà gennaio, quando Giulia – la mia amica d’infanzia, cardiologa ambiziosa e rampante, mora appariscente con un corpo atletico che rivaleggiava sempre con il mio in una competizione amichevole, sensuale, mai dichiarata ma palpabile – mi chiamò eccitata: “Elena, accompagnami a un gala medico stasera! Beneficenza, networking top – colleghi importanti, champagne gratis, e io devo farmi notare. Vieni, dai, sei la mia arma segreta per distrarre i noiosi!”
Giulia era letale: capelli neri lunghi e mossi che le incorniciavano il viso perfetto, occhi castani che brillavano di malizia, seni pieni e sodi che premevano contro qualsiasi tessuto, culo tonico che ondeggiava ipnotico, gambe lunghe che attiravano sguardi ovunque. La nostra amicizia era vera, profonda – confessioni notturne, risate complici, supporto incondizionato – ma sempre con quel sottotono di competizione erotica: chi provocava di più, chi attirava più occhi, chi aveva il flirt più intenso. Lei mi invidiava per la mia audacia bionda, io per la sua sensualità mora – e ci spingevamo a vicenda, ridendo, a essere più letali.
Accettai, eccitata dal rischio: “Andiamo, facciamo strage.” Arrivammo insieme al palazzo storico del centro, gala medico elegante – luci cristalline che danzavano sui soffitti affrescati, orchestra jazz che suonava bassa e sensuale, medici in smoking e donne in abiti da sera che chiacchieravano di pubblicazioni e casi clinici sorseggiando champagne costoso. Io in abito nero cortissimo, aderente che mi fasciava i seni pieni, scollatura profonda che lasciava esposta la curva generosa del décolleté, i capezzoli duri contro il tessuto sottile per l’eccitazione anticipata. Niente sotto, la figa depilata nuda e già gonfia, colante per l’attesa di rischio, di lui.
Giulia era una bomba: abito corto rosso che le modellava il culo sodo in modo letale, maglioncino scollato che fasciava i seni pieni, i capezzoli che si indurivano visibilmente sotto il tessuto sottile mentre rideva, capelli neri sciolti. Entrammo mano nella mano, due armi bionda e mora che catturavano sguardi immediati – competizione amichevole che ci faceva ridere, “Vediamo chi ne fa cadere di più stasera,” sussurrò lei con occhiolino malizioso.
Giulia si scatenò subito, rampante come sempre: chiacchierava con colleghi, rideva forte toccando braccia, arrossendo strategicamente mentre tesseva relazioni sociali, “Devo farmi notare per la specializzazione,” diceva con occhi brillanti, ignara di tutto tranne il suo obiettivo. Io mi appoggiai al bar, sorseggiando champagne lento, gli occhi che vagavano per la sala – e lo vidi.
Lui. Al centro, smoking nero impeccabile che gli fasciava il petto ampio, camicia bianca che lasciava intravedere il collo forte, cravatta annodata con precisione dominante. Accanto a lui, la moglie – elegante, che gli toccava il braccio ridendo con colleghi. Il cuore mi esplose nel petto, un fulmine che mi trafisse il basso ventre, facendomi contrarre la figa all’istante, bagnarmi copiosamente in un fiotto caldo che mi fece stringere le gambe per non gemere. Riconoscimento puro, elettrico – i suoi occhi scuri che mi cercarono immediatamente nella folla, scurendosi con fame possessiva assoluta, sorpresa evidente per un istante – stupito di trovarmi lì quanto me di lui. Un sorriso lento, predatorio che gli incurvò le labbra mentre mi fissava, come se il mondo intorno svanisse.
Sollevai il calice di champagne verso di lui, lento, un cin cin silenzioso, provocante, le labbra che sfioravano il bordo del bicchiere mentre lo guardavo dritto, la lingua che leccava piano il cristallo umido. Lui ricambiò, alzando il suo bicchiere con un gesto della mano – un saluto complice, beffardo, gli occhi che bruciavano nei miei mentre la moglie gli parlava accanto, ignara.
La tensione esplose all’istante, massima, insopportabile – più di prima, con il rischio di colleghi ovunque, della moglie vicina, di Giulia che chiacchierava ignara in giro. Passai la lingua sulle labbra inferiori con lentezza esasperata, umida, tracciando il contorno carnoso come se assaporassi il suo sapore residuo, mordicchiando piano il labbro inferiore gonfio mentre lo fissavo dritto, gli occhi azzurri che bruciavano di sfida, di fame. Lui deglutì forte, il petto che si alzava veloce, la moglie che gli parlava ma lui distratto – i suoi occhi bruciavano nei miei, possessivi, gelosi per il mio gioco in pubblico mentre lei era lì. Il suo sguardo scendeva sulle mie labbra umide, sulla lingua che le leccava lenta, esasperata, come se stesse immaginando quella lingua su di lui, sul suo cazzo duro. Incrociò le gambe, e vidi il rigonfiamento nei pantaloni dello smoking – duro, gonfio, pulsante per me nonostante il mondo intorno.
Giulia era lontana, rampante che tesseva relazioni – rideva con un gruppo di medici, toccando braccia, arrossendo strategicamente, ignara di lui, di me, del fuoco che covava. Io continuai il gioco: lingua sulle labbra superiori ora, lenta, esasperata, come se lo leccassi da lontano, gli occhi catturati nei suoi mentre un collega gli toccava il braccio per attirare l’attenzione.
La tensione era un nodo soffocante, elettrica al limite del dolore – sudavo sotto l’abito, la figa che colava copiosamente in un calore liquido tra le cosce, le gambe che si stringevano disperate per calmare il clitoride gonfio, dolorante, che implorava il suo tocco.
Non ce la facevo più. Mi alzai lenta dal bar, il corpo che ondeggiava sensuale mentre mi dirigevo verso un corridoio laterale semibuio, isolato ma rischioso – voci vicine dalla sala, passi di colleghi che potevano passare. Lui mi seguì quasi immediatamente, passi decisi dietro di me, il suo profumo muschiato che mi invase prima del tocco.
Mi spinse contro il muro del corridoio con violenza controllata, le mani che volavano sotto l’abito corto, afferrandomi le cosce sode, salendo fino a sentire quanto fossi fradicia – niente sotto, la figa liscia, gonfia e colante per lui in un fiotto caldo. Gemetti forte, afferrandogli la cravatta e tirandolo a me per un bacio famelico, lungo, profondo – le sue labbra calde, morbide che si premevano sulle mie con urgenza repressa, la lingua che entrava lenta, esplorativa, assaporando ogni angolo della mia bocca con movimenti sensuali, esasperati, che mi fecero tremare le gambe. Le sue mani sui miei fianchi, stringendo forte mentre la lingua danzava con la mia, succhiando piano il mio labbro inferiore, mordicchiandolo fino a farmi gemere roco nella sua bocca, il suo respiro caldo, umido che mi invadeva, il sapore di champagne e maschio che mi faceva contrarre la figa vuota, disperata.
Il bacio durò eterni minuti – lento, sensuale, profondo, le sue labbra che esploravano le mie con devozione possessiva, la lingua che tracciava il mio labbro superiore, succhiandolo piano fino a farmi inarcare contro di lui, il corpo che tremava per quel contatto che mi stravolgeva, mi lasciava senza fiato, la mente annebbiata da lui, dal suo calore, dal suo odore che mi invadeva come una droga. Gemetti nella sua bocca, le mani nei suoi capelli per tirarlo più vicino, il bacio che si faceva più urgente, famelico, ma sempre sensuale – lui che mi divorava piano, come se volesse assaporarmi per sempre, lasciandomi stravolta, le gambe deboli, la figa che colava copiosamente per quel contatto che era più di desiderio, più di sesso: era lui che mi possedeva l’anima.
Le sue mani scesero, alzando l’abito fino alla vita, le dita che entravano profonde, tre, scopandomi ritmica e veloce mentre il bacio continuava, la lingua che mi invadeva la bocca in sincronia con le dita nella figa. “Bagnata da morire… per me,” grugnì rauco contro le mie labbra, il pollice sul clitoride che mi faceva inarcare con ansiti disperati, le gambe che tremavano mentre l’ascensore saliva, piani che passavano con gente visibile fuori.
Ma poi… voci vicine, passi di colleghi che si avvicinavano nel corridoio: “Hai visto il relatore principale? Dov’è finito?” “Stava parlando con il gruppo dei donatori, credo…” Il panico ci trafisse, ma lui non si fermò del tutto – le dita che acceleravano piano dentro di me, facendomi gemere soffocato nel suo bacio mentre si ritraeva, sistemandosi veloce con un sorriso beffardo, predatorio negli occhi. Mi baciò un’ultima volta, rapido e famelico, le dita che sfioravano la mia figa lucida per un secondo – “Alla prossima… ti avrò tutta,” mormorò basso, la voce carica di promessa oscura.
Uscì per primo, tranquillo, raggiungendo i colleghi con tono casuale. Passando vicino a me nascosta nel corridoio, mi lanciò un sorriso beffardo, malizioso, gli occhi che brillavano di trionfo e fame insaziata, come a dire “Ti ho quasi avuta… e la prossima volta non scapperai.”
Rimasi lì, ansimante contro la parete, la figa vuota e pulsante, colante per lui, il corpo tremante di frustrazione erotica al limite del dolore – una bomba pronta a esplodere, carica di desiderio represso, gelosia e bisogno. Stravolta dal suo bacio lungo, sensuale, che mi aveva lasciata senza fiato, la mente annebbiata da lui, dal suo sapore che mi restava sulle labbra, dal suo tocco che mi possedeva anche senza penetrazione completa.
Giulia mi ritrovò poco dopo, eccitata e ignara, prendendomi il braccio: “Elena! Dove eri finita? Ho fatto contatti incredibili – un primario mi ha dato il suo biglietto, un altro mi ha invitata a una conferenza! E tu? Sembri… stravolta, in senso buono.” Rise, gli occhi castani che brillavano mentre parlava di “relazioni tessute,” di “opportunità professionali,” ignara del fuoco che mi consumava dentro per lui.
Annuii distratta, il corpo ancora tremante, ragionando su quello che mi stava succedendo: lui mi aveva di nuovo, con un bacio che mi aveva stravolta più del sesso, un sentimento che nasceva oltre la fame animale – amore vero che mi terrorizzava, che mi faceva desiderare di più, di tutto. Ma non sapevo che lo avrei rivisto presto. Ancora una volta. E che stavolta non ci sarebbe stato scampo.
1) Questo è un racconto particolare. È ispirato ad un evento realmente successomi nell’ultimo capodanno. Ed è un racconto al quale tengo molto perché rappresenta mia rinascita dopo uno dei periodi più bui della mia vita. In questo racconto non ci sono gangbang, troie, sesso estremo. Voglio semplicemente raccontare una storia non solo d’amore due persone.
2) spero che questo racconto ecciti la fantasia di qualcuno, uomo o donna che sia, e che sia di ispirazione. Se così non fosse, potete dedicare la vostra lettura ad altri autori. Lo dico per quello che mi mette sempre 1 come voto. Mi piacerebbe sapere veramente se quello che scrivo fa’ così cagare
3) se qualcuno ha dei commenti da farmi può contattarmi su b_bull_and_master@proton.me
I giorni dopo quell’incontro al caffè letterario furono un’agonia deliziosa, un fuoco lento che mi consumava dall’interno senza sosta. Mi svegliavo con il corpo ancora percorso da brividi, la figa depilata che pulsava dolorante al ricordo del suo cazzo duro che mi penetrava rabbioso tra gli scaffali, i colpi profondi che mi facevano contrarre intorno a lui in spasmi violenti, il suo seme caldo che mi riempiva mentre la moglie lo cercava a pochi metri, ignara. Tre volte. Tre volte mi aveva provocata, toccata, posseduta completamente – senza nomi, senza parole oltre gemiti e grugniti possessivi – e ogni volta era stato più intenso, più rischioso, più mio. Ma non bastava. Volevo di più. Volevo sentirlo di nuovo dentro, stirarmi fino al limite, marchiarmi come sua mentre il mondo intorno rischiava di crollare, di scoprirci.
Mi toccavo ossessivamente, sola nel letto o sotto la doccia calda: dita che scivolavano sulla figa liscia e fradicia, lente all’inizio per imitare la sua provocazione crudele, poi veloci e profonde come i suoi affondi brutali, venendo forte con urli soffocati nel cuscino, immaginando i suoi occhi scuri che mi trafiggevano, la sua mano nei miei capelli biondi che mi tirava la testa indietro mentre mi negava o mi dava tutto. Era diventato una tortura squisita – quell’anonimato che rendeva ogni sguardo, ogni tocco pubblico un rischio elettrico, una gelosia primordiale che mi consumava quando lo vedevo con la moglie, ignara, al suo fianco.
La frustrazione mi rendeva audace, letale: uscivo la sera vestita per provocare – abiti corti, scollature profonde, niente sotto – sperando di incrociarlo di nuovo, di sentire quella connessione elettrica, quel desiderio represso che mi faceva colare solo con uno sguardo. E accadde, una sera di metà gennaio, quando Giulia – la mia amica d’infanzia, cardiologa ambiziosa e rampante, mora appariscente con un corpo atletico che rivaleggiava sempre con il mio in una competizione amichevole, sensuale, mai dichiarata ma palpabile – mi chiamò eccitata: “Elena, accompagnami a un gala medico stasera! Beneficenza, networking top – colleghi importanti, champagne gratis, e io devo farmi notare. Vieni, dai, sei la mia arma segreta per distrarre i noiosi!”
Giulia era letale: capelli neri lunghi e mossi che le incorniciavano il viso perfetto, occhi castani che brillavano di malizia, seni pieni e sodi che premevano contro qualsiasi tessuto, culo tonico che ondeggiava ipnotico, gambe lunghe che attiravano sguardi ovunque. La nostra amicizia era vera, profonda – confessioni notturne, risate complici, supporto incondizionato – ma sempre con quel sottotono di competizione erotica: chi provocava di più, chi attirava più occhi, chi aveva il flirt più intenso. Lei mi invidiava per la mia audacia bionda, io per la sua sensualità mora – e ci spingevamo a vicenda, ridendo, a essere più letali.
Accettai, eccitata dal rischio: “Andiamo, facciamo strage.” Arrivammo insieme al palazzo storico del centro, gala medico elegante – luci cristalline che danzavano sui soffitti affrescati, orchestra jazz che suonava bassa e sensuale, medici in smoking e donne in abiti da sera che chiacchieravano di pubblicazioni e casi clinici sorseggiando champagne costoso. Io in abito nero cortissimo, aderente che mi fasciava i seni pieni, scollatura profonda che lasciava esposta la curva generosa del décolleté, i capezzoli duri contro il tessuto sottile per l’eccitazione anticipata. Niente sotto, la figa depilata nuda e già gonfia, colante per l’attesa di rischio, di lui.
Giulia era una bomba: abito corto rosso che le modellava il culo sodo in modo letale, maglioncino scollato che fasciava i seni pieni, i capezzoli che si indurivano visibilmente sotto il tessuto sottile mentre rideva, capelli neri sciolti. Entrammo mano nella mano, due armi bionda e mora che catturavano sguardi immediati – competizione amichevole che ci faceva ridere, “Vediamo chi ne fa cadere di più stasera,” sussurrò lei con occhiolino malizioso.
Giulia si scatenò subito, rampante come sempre: chiacchierava con colleghi, rideva forte toccando braccia, arrossendo strategicamente mentre tesseva relazioni sociali, “Devo farmi notare per la specializzazione,” diceva con occhi brillanti, ignara di tutto tranne il suo obiettivo. Io mi appoggiai al bar, sorseggiando champagne lento, gli occhi che vagavano per la sala – e lo vidi.
Lui. Al centro, smoking nero impeccabile che gli fasciava il petto ampio, camicia bianca che lasciava intravedere il collo forte, cravatta annodata con precisione dominante. Accanto a lui, la moglie – elegante, che gli toccava il braccio ridendo con colleghi. Il cuore mi esplose nel petto, un fulmine che mi trafisse il basso ventre, facendomi contrarre la figa all’istante, bagnarmi copiosamente in un fiotto caldo che mi fece stringere le gambe per non gemere. Riconoscimento puro, elettrico – i suoi occhi scuri che mi cercarono immediatamente nella folla, scurendosi con fame possessiva assoluta, sorpresa evidente per un istante – stupito di trovarmi lì quanto me di lui. Un sorriso lento, predatorio che gli incurvò le labbra mentre mi fissava, come se il mondo intorno svanisse.
Sollevai il calice di champagne verso di lui, lento, un cin cin silenzioso, provocante, le labbra che sfioravano il bordo del bicchiere mentre lo guardavo dritto, la lingua che leccava piano il cristallo umido. Lui ricambiò, alzando il suo bicchiere con un gesto della mano – un saluto complice, beffardo, gli occhi che bruciavano nei miei mentre la moglie gli parlava accanto, ignara.
La tensione esplose all’istante, massima, insopportabile – più di prima, con il rischio di colleghi ovunque, della moglie vicina, di Giulia che chiacchierava ignara in giro. Passai la lingua sulle labbra inferiori con lentezza esasperata, umida, tracciando il contorno carnoso come se assaporassi il suo sapore residuo, mordicchiando piano il labbro inferiore gonfio mentre lo fissavo dritto, gli occhi azzurri che bruciavano di sfida, di fame. Lui deglutì forte, il petto che si alzava veloce, la moglie che gli parlava ma lui distratto – i suoi occhi bruciavano nei miei, possessivi, gelosi per il mio gioco in pubblico mentre lei era lì. Il suo sguardo scendeva sulle mie labbra umide, sulla lingua che le leccava lenta, esasperata, come se stesse immaginando quella lingua su di lui, sul suo cazzo duro. Incrociò le gambe, e vidi il rigonfiamento nei pantaloni dello smoking – duro, gonfio, pulsante per me nonostante il mondo intorno.
Giulia era lontana, rampante che tesseva relazioni – rideva con un gruppo di medici, toccando braccia, arrossendo strategicamente, ignara di lui, di me, del fuoco che covava. Io continuai il gioco: lingua sulle labbra superiori ora, lenta, esasperata, come se lo leccassi da lontano, gli occhi catturati nei suoi mentre un collega gli toccava il braccio per attirare l’attenzione.
La tensione era un nodo soffocante, elettrica al limite del dolore – sudavo sotto l’abito, la figa che colava copiosamente in un calore liquido tra le cosce, le gambe che si stringevano disperate per calmare il clitoride gonfio, dolorante, che implorava il suo tocco.
Non ce la facevo più. Mi alzai lenta dal bar, il corpo che ondeggiava sensuale mentre mi dirigevo verso un corridoio laterale semibuio, isolato ma rischioso – voci vicine dalla sala, passi di colleghi che potevano passare. Lui mi seguì quasi immediatamente, passi decisi dietro di me, il suo profumo muschiato che mi invase prima del tocco.
Mi spinse contro il muro del corridoio con violenza controllata, le mani che volavano sotto l’abito corto, afferrandomi le cosce sode, salendo fino a sentire quanto fossi fradicia – niente sotto, la figa liscia, gonfia e colante per lui in un fiotto caldo. Gemetti forte, afferrandogli la cravatta e tirandolo a me per un bacio famelico, lungo, profondo – le sue labbra calde, morbide che si premevano sulle mie con urgenza repressa, la lingua che entrava lenta, esplorativa, assaporando ogni angolo della mia bocca con movimenti sensuali, esasperati, che mi fecero tremare le gambe. Le sue mani sui miei fianchi, stringendo forte mentre la lingua danzava con la mia, succhiando piano il mio labbro inferiore, mordicchiandolo fino a farmi gemere roco nella sua bocca, il suo respiro caldo, umido che mi invadeva, il sapore di champagne e maschio che mi faceva contrarre la figa vuota, disperata.
Il bacio durò eterni minuti – lento, sensuale, profondo, le sue labbra che esploravano le mie con devozione possessiva, la lingua che tracciava il mio labbro superiore, succhiandolo piano fino a farmi inarcare contro di lui, il corpo che tremava per quel contatto che mi stravolgeva, mi lasciava senza fiato, la mente annebbiata da lui, dal suo calore, dal suo odore che mi invadeva come una droga. Gemetti nella sua bocca, le mani nei suoi capelli per tirarlo più vicino, il bacio che si faceva più urgente, famelico, ma sempre sensuale – lui che mi divorava piano, come se volesse assaporarmi per sempre, lasciandomi stravolta, le gambe deboli, la figa che colava copiosamente per quel contatto che era più di desiderio, più di sesso: era lui che mi possedeva l’anima.
Le sue mani scesero, alzando l’abito fino alla vita, le dita che entravano profonde, tre, scopandomi ritmica e veloce mentre il bacio continuava, la lingua che mi invadeva la bocca in sincronia con le dita nella figa. “Bagnata da morire… per me,” grugnì rauco contro le mie labbra, il pollice sul clitoride che mi faceva inarcare con ansiti disperati, le gambe che tremavano mentre l’ascensore saliva, piani che passavano con gente visibile fuori.
Ma poi… voci vicine, passi di colleghi che si avvicinavano nel corridoio: “Hai visto il relatore principale? Dov’è finito?” “Stava parlando con il gruppo dei donatori, credo…” Il panico ci trafisse, ma lui non si fermò del tutto – le dita che acceleravano piano dentro di me, facendomi gemere soffocato nel suo bacio mentre si ritraeva, sistemandosi veloce con un sorriso beffardo, predatorio negli occhi. Mi baciò un’ultima volta, rapido e famelico, le dita che sfioravano la mia figa lucida per un secondo – “Alla prossima… ti avrò tutta,” mormorò basso, la voce carica di promessa oscura.
Uscì per primo, tranquillo, raggiungendo i colleghi con tono casuale. Passando vicino a me nascosta nel corridoio, mi lanciò un sorriso beffardo, malizioso, gli occhi che brillavano di trionfo e fame insaziata, come a dire “Ti ho quasi avuta… e la prossima volta non scapperai.”
Rimasi lì, ansimante contro la parete, la figa vuota e pulsante, colante per lui, il corpo tremante di frustrazione erotica al limite del dolore – una bomba pronta a esplodere, carica di desiderio represso, gelosia e bisogno. Stravolta dal suo bacio lungo, sensuale, che mi aveva lasciata senza fiato, la mente annebbiata da lui, dal suo sapore che mi restava sulle labbra, dal suo tocco che mi possedeva anche senza penetrazione completa.
Giulia mi ritrovò poco dopo, eccitata e ignara, prendendomi il braccio: “Elena! Dove eri finita? Ho fatto contatti incredibili – un primario mi ha dato il suo biglietto, un altro mi ha invitata a una conferenza! E tu? Sembri… stravolta, in senso buono.” Rise, gli occhi castani che brillavano mentre parlava di “relazioni tessute,” di “opportunità professionali,” ignara del fuoco che mi consumava dentro per lui.
Annuii distratta, il corpo ancora tremante, ragionando su quello che mi stava succedendo: lui mi aveva di nuovo, con un bacio che mi aveva stravolta più del sesso, un sentimento che nasceva oltre la fame animale – amore vero che mi terrorizzava, che mi faceva desiderare di più, di tutto. Ma non sapevo che lo avrei rivisto presto. Ancora una volta. E che stavolta non ci sarebbe stato scampo.
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