Un oggetto da maltrattare - Giulia - (parte 3°)

di
genere
dominazione

Passano alcuni giorni tra lezioni, università e vari impegni con Anna, la mia fidanzata.
Un pomeriggio, uno dei nostri amici ci invita ad un aperitivo in un bar nuovo che ha appena aperto. È un po’ chic il locale, ma niente di troppo formale. Mi scrive Giulia: «Vieni anche tu oggi pomeriggio? Andiamo insieme?». Aspetto mezz’ora per sentire se la mia fidanzata vuole venire, ma no, lei voleva andare da sua mamma per un paio d’ore. «Sì, Giulia, andiamo insieme, arrivo da te intanto». Dato che ero già in giro in auto, arrivo da lei quasi subito, entro, saluto sua nonna che mi dice: «Vai vai, Giulia è di là», e vado in camera. Entro e Giulia è già pronta: maglioncino verde morbido che nasconde le sue curve, sotto una magliettina nera aderente, jeans neri leggermente attillati e scarpe nere eleganti. «Buongiorno eh…» Giulia risponde: «Ciao, che c’è?». E io: «No, niente, sono entrato e neanche ti sei accorta». «Ma va’, ti ho sentito che parlavi con nonna». «Sì, le ho detto dove fosse quella pervertita di sua nipote». «Non mi pare proprio di aver sentito questo». Scambiamo altre due battute, si mette gli orecchini di perla, gli occhiali da sole in testa ed è pronta. «Sto bene?» «Non lo so, gira su te stessa». «Mh… maglioncino carino e jeans che ti fanno un bel culo; certo che stai bene, andiamo che è tardi». Alla mia approvazione si morde il labbro inferiore e fa un saltello di gioia. «Dai su, che non hai più 15 anni per saltellare a un complimento».
Saliamo in auto e Giulia, riposizionando il sedile: «Come fa quell’altra stronza a stare seduta così lontana? E poi cosa aveva da fare di più importante di uscire con noi?». E io: «Quella stronza, come la chiami tu, doveva andare dai suoi genitori e se abbiamo quello che abbiamo tra di noi è perché a lei sta bene». Giulia: «Sì, va beh, sempre perdonata lei; io apro la bocca una volta di troppo, come l’altro pomeriggio, e mi prendo due sberle». Aspetto una decina di secondi prima di rispondere, distolgo lo sguardo dalla strada, ci scambiamo un sorriso complice e poi dico: «Perché tu, Giulia, devi imparare a soddisfare i miei desideri, perciò da te pretendo di più che da lei». Giulia: «Mi stai educando dunque…», e me lo dice con un sorrisetto provocante, il corpo che si inclina verso di me sul sedile, il profumo del suo shampoo che ormai è in tutto l’abitacolo. «Sì, credo che educarti punendoti in quei momenti sia il miglior modo per raggiungere un’intesa tra di noi». E un’occhiataccia intensa dal mio sedile al suo lato, facendola arrossire leggermente. Passa circa mezzo minuto e le dico: «Comunque questo discorso mi ha fatto eccitare». Giulia: «Anch’io mi sento alquanto umida». Con lentezza la mia mano dal cambio si sposta sul bottone dei suoi jeans, sfiorandola; lei si sposta con le gambe più in giù, aprendo leggermente le cosce per facilitarmi il lavoro, il suo respiro accelera. Sbottono i jeans e in un istante infilo un dito in mezzo alla sua figa scivolosa: «Vedo che non mi menti, sei bella bagnata». Giulia: «No… ahh». Il mio dito, ora lucido, inizia a girovagare piano tra le sue grandi labbra e l’ingresso della vagina, tracciando cerchi lenti che la fanno fremere. Giulia si contorce leggermente sul sedile, emettendo alcuni gemiti languidi, le mani che stringono la maniglia della porta dell’auto. «Devo dirtelo, avrei voluto farlo già qualche mese fa quando eri salita con la gonna blu scura, scoprendoti queste belle cosce». Giulia: «Ti saresti preso una sberla tu all’epoca». Io: «Lo so», e mentre le rispondo le do due colpetti decisi più in profondità, sentendo le sue pareti contrarsi intorno al dito, poi ritraggo la mano. «Stiamo per arrivare». Giulia: «Sì, grazie per aver controllato». «Figurati, dovevo verificare che non mentissi», e avendo il dito bagnato glielo infilai in bocca senza preavviso; lei lo ripulì e poi me lo asciugò sul suo maglione morbido. «Almeno so che non ho un cattivo sapore oggi, è quasi dolce». «Bene», ribattei sorridendo.
Arriviamo al locale: avevano fatto del loro meglio per recuperarlo, con lampadari un po’ retrò, tema tropicale con palme e oggetti in bambù, bancone nuovo e qua e là alcuni neon verdi. Sì, non era male il locale. Come nuova apertura promuovevano a prezzo in promozione il “Fernando” o Fernandito, un cocktail argentino a base di Fernet e Cola, dal sapore amaro e frizzante. Perciò ci siamo ritrovati a bere un po’ tutti questo intruglio che poi tanto male non era.
A un certo punto ritrovo Giulia: «Ti sta piacendo questo Fernando?» Giulia: «Sì, non male ma mi dà un po’ alla testa, sale abbastanza piano». «Sì, non è proprio leggerissimo. Dove sta il bagno?» Giulia: «Laggiù, vieni, ti ci porto».
Arriviamo in bagno: è quasi spazioso come un bagno di casa, con due lavandini in ceramica e il gabinetto con la tavoletta in bamboo. C’è uno specchio che copre tutta la parete, riflettendo ogni dettaglio e con una luce non troppo forte. Sfrutto l’occasione: in fondo siamo finiti di nuovo in bagno insieme. «Vieni qui», la avvolgo da dietro con le braccia, il mio petto contro la sua schiena, e la giro verso lo specchio; le slaccio i jeans e glieli tiro giù insieme alle mutandine bianche con le ciliege, lasciandole arrotolate appena sotto il ginocchio, esponendola così allo specchio. Lei, di nuovo, rimane imbambolata, gli occhi fissi sul riflesso, il respiro corto. Questa storia che lei si imbambola e si lascia fare le cose è qualcosa di eccitante per me; è come se fosse veramente un oggetto a mia disposizione. «Voglio che guardi attraverso lo specchio tutto quello che ti faccio». Dopo aver bagnato un dito con la mia saliva, riprendo il massaggio interrotto in auto: rotazioni lente sulle labbra, colpetti ritmati in profondità con un dito, poi due dita che scivolano dentro la sua figa, sfiorando quel punto sensibile in alto che la fa ansimare. Nel mentre anch’io guardo dallo specchio: la scena è semplice ma inebriante, questo bagno stile caraibico con le palme riflesse, io che abbraccio il suo corpo minuto, lei che fissa ipnotizzata le mie dita entrare e uscire dai suoi umori, mentre ansima piano, le guance arrossate e i capezzoli turgidi sotto la maglia. Vado avanti per qualche minuto, l’aria si riempie di nuovo del suo odore; con l’altra mano la tengo per una natica per evitare che le ginocchia cedano e si accovacci, perdendo il riflesso e la magia.
Raggiunta una leggera stanchezza di mano, mi fermo di colpo: «Bene, finisci tu. Ma dimmi quando stai per venire, devo capire i segnali che precedono il tuo orgasmo; ci serviranno». Giulia: «Ma tu? Non vuoi che faccia niente?» «No, rimani concentrata su di te». Lei, il viso arrossato e leggermente affannata – si vedeva che un po’ si vergognava, era la prima volta che si masturbava davanti a me –, e lo specchio amplificava quella soggezione voyeuristica come se un estraneo la osservasse. Intanto aveva iniziato con due dita a strofinare il clitoride in senso orario: un orgasmo veloce dunque. Infatti in meno di 3 minuti i gemiti di Giulia si intensificarono: «Ci sono quasi…». E io: «Ah, bene!». Con estrema calma aspetto qualche decina di secondi, osservando gli occhi che si socchiudono in estasi, il corpo che si irrigidisce, e stop, le blocco la mano di scatto. «Bene Giulia, ho capito. Ora basta».
Uno sguardo quasi di paura mista a delusione profonda: «No… ma come… non posso finire? Ti prego, sono così vicina…». E io: «No, rivestiti e torniamo di là». Giulia: «Va bene, tu vai intanto». «Pensi che sia nato ieri? Ora ti rivesti e stiamo insieme finché non ti porto a casa, sennò immagino cosa faresti appena mi allontano». Giulia: «Uffa… sì, la tentazione è forte».
Usciamo e riprendiamo il gruppo dei nostri amici tra un commento al locale e le solite storie. Nelle quasi due ore che siamo rimasti lì, Giulia era riuscita a mandarmi almeno una decina di sguardi infastiditi e vogliosi: ci stava pensando continuamente al suo desiderio represso. Nonostante questo era sempre rimasta vicino a me, aveva ubbidito, non avevo dovuto cercarla o richiamarla neanche una volta.
Arrivata l’ora di andare a casa a cena, risaliamo in auto e partiamo. Stava per parlare e non sembrava amichevole come inizio: «Io però vorrei dirti…». La fermo: «Prima che tu mi dica qualsiasi cosa, voglio che ti slacci i jeans e finisci di masturbarti qui in auto». Lei fa come per girarsi verso di me per rispondere ma con un dito le indico i jeans e si ferma, confusa di questo ordine ma già con gli occhi che brillavano di gratitudine. A quel punto inizia a masturbarsi con movimenti frenetici, le dita che si concentrano sul suo clitoride; nel breve tragitto verso casa, a neanche metà strada, mi dice con voce rotta: «Sto per venire… posso?». E io: «Brava Giulia, vedo che stai imparando. Sì, puoi». E in meno di un minuto – con l’aria dell’auto ormai piena dell’odore inebriante dei suoi umori, un misto di dolce e salato – la vedo contrarsi in scosse violente: il corpo si irrigidisce, le cosce tremano, un gemito le sfugge mentre l’orgasmo la travolge in ondate, lasciandola accasciata sul sedile, ansimante ma appagata. Mentre lei si riprendeva, con delicatezza, le infilai un dito dentro per inumidirlo dei suoi umori e me lo misi in bocca assaggiandolo: «Sì, è vero, sei abbastanza dolce oggi». Lei arrossì abbassando gli occhi bassi. Non dicemmo più nulla, le feci solo due carezze leggere sulla coscia mentre lei si sistemava pian piano. E poco dopo la lasciai sotto casa.
Arrivato a casa mi arrivò un messaggio WhatsApp: stava quasi diventando una tradizione. «Non male il locale, comunque stasera ho imparato che quando siamo insieme, sei tu che decidi quando e se posso venire. Dunque mi controlli tu. In bagno , all’inizio, mi sono vergognata a masturbarmi davanti a te, ma già in auto al ritorno è stato più facile, liberatorio». Le rispondo: «Infatti gli oggetti si controllano. Buona cena».
scritto il
2026-02-20
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