Inaspettato

di
genere
etero

Ti sto guardando di profilo mentre guidi. L’autostrada scorre monotona fuori dal finestrino, un nastro grigio e ipnotico, ma dentro l’abitacolo c’è già un’altra atmosfera che si sta creando, lenta e calda.

Hai i capelli castani sciolti, lunghissimi, che ogni tanto si muovono con l’aria che entra dal finestrino socchiuso. Qualche ciocca ti finisce davanti alla faccia e tu la scosti con un gesto rapido e un po’ distratto, senza nemmeno togliere gli occhi dalla strada. Quel gesto mi fa sempre impazzire, non so perché.

La cintura di sicurezza ti attraversa il petto in diagonale e crea due rigonfiamenti morbidi e perfetti: il seno sinistro un po’ più schiacciato dalla fascia, il destro che spinge appena di più contro la stoffa della maglietta, libero di seguire il respiro. Ogni tanto, quando inspiri più profondamente o cambi leggermente posizione sul sedile, la curva si accentua e il tessuto si tende. È una tortura bellissima.

Allungo la mano sinistra e la appoggio piano sulla tua coscia destra, proprio sopra il ginocchio. La stoffa dei jeans è calda, ha preso la tua temperatura. Non stringo subito, lascio solo il palmo lì, fermo, a sentire il muscolo che si contrae leggermente sotto le dita quando ti rendi conto di cosa sto facendo.

«Ho voglia di farti venire» ti dico, con la voce bassa, quasi coperta dal rumore delle gomme sull’asfalto.

Non alzi gli occhi dalla strada, ma vedo l’angolo della tua bocca che si incurva appena, quel mezzo sorriso che significa “lo so già” e allo stesso tempo “provaci”.

Le dita iniziano a muoversi lentissime, tracciando linee leggere verso l’interno della coscia. Sento il tuo respiro cambiare ritmo, diventa un filo più corto, un filo più rumoroso. La mano sinistra stringe un po’ di più il volante, le nocche si sbiancano per un secondo.

Fuori sfrecciano i cartelli chilometrici. Abbiamo ancora quasi un’ora.

E io ho tutto il tempo del mondo per far salire la tensione, un centimetro alla volta.

La guardo di sfuggita mentre tiene gli occhi fissi sulla strada, ma sento il suo sguardo su di me per un istante più lungo del normale. Quando finalmente gira la testa, i suoi occhi castani mi cercano, grandi, lucidi, con quel misto perfetto che mi fa impazzire: un filo di preoccupazione vera, le pupille un po’ dilatate dall’adrenalina, e sotto sotto quella scintilla di eccitazione che non riesce a nascondere del tutto.

Le labbra socchiuse, come se stesse per dire qualcosa ma poi cambiasse idea. Respira più veloce ora, il petto sale e scende sotto la cintura in modo evidente, la maglietta si tende e si rilassa a ogni inspirazione. La mano sulla coscia è ancora lì, immobile per un attimo, poi riprende a muoversi piano, cerchi lentissimi che salgono di qualche centimetro verso l’interno.

“Max… qui in macchina?” sussurra, la voce bassa, un po’ incrinata. C’è una nota di panico leggero, ma anche quel tono che conosco bene: quello che usa quando vuole opporsi ma sa già che sta perdendo.

“Shhh” le dico, con un mezzo sorriso, senza togliere la mano.

Le dita premono appena, seguono la cucitura interna dei jeans, salgono ancora un po’. Sento il muscolo della coscia tremare sotto il palmo.

“Ma… e se ci sorpassa qualcuno?” prova a insistere, ma la voce le esce più debole, quasi un lamento. Intanto sposta impercettibilmente il bacino in avanti sul sedile, un movimento piccolo, involontario, che tradisce tutto.

“Non ci vedrà nessuno” mormoro, chinandomi appena verso di lei, abbastanza vicino da farle sentire il mio respiro sul collo. “E tu lo vuoi. Lo sento.”

Le accarezzo più decisa, il palmo intero che scivola verso l’alto, premendo contro il calore che già si irradia attraverso la stoffa. Lei stringe le labbra, deglutisce forte. La mano sinistra sul volante trema leggermente, deve correggere la traiettoria con un piccolo scarto.

“Ti prego…” dice, ma non è chiaro se stia chiedendo di smettere o di non smettere mai.

Io non rispondo con le parole. Rispondo con le dita che trovano il bottone dei jeans, lo slacciano con calma, senza fretta. Il rumore della zip che scende è quasi coperto dal rombo del motore, ma per noi due è assordante.

Lei emette un piccolo suono strozzato, un misto di “no” e “sì” che si scioglie in gola. Gli occhi le si chiudono per un secondo, poi li riapre di scatto, controllando lo specchietto retrovisore come se si aspettasse una sirena da un momento all’altro.

“Rilassati” le sussurro all’orecchio, mentre la mano scivola dentro, sotto l’elastico delle mutandine. La trovo già bagnata, calda, gonfia. Le sfioro appena il clitoride con la punta delle dita e lei sussulta sul sedile, un gemito le sfugge nonostante cerchi di trattenerlo.

“Cazzo… Max…” ansima, la voce rotta.

“Guida e basta” le dico, con tono calmo ma autoritario. “Pensa solo a tenere dritta la macchina. Il resto lo faccio io.”

Le dita iniziano a muoversi in cerchi lenti, precisi, proprio come so che le piace. Lei stringe il volante così forte che le nocche diventano bianche. Il respiro diventa corto, spezzato. Ogni tanto l’auto ondeggia appena quando perde un po’ di concentrazione.

Fuori l’autostrada continua indifferente, rettilineo dopo rettilineo.
Le dita continuano a muoversi, ora più decise: premono sul clitoride, lo massaggiano in cerchi stretti, poi scendono un po’ più in basso, raccolgono la sua eccitazione e la spalmano di nuovo su di lei, rendendo ogni sfregamento più fluido, più intenso. Lei emette un suono che è quasi un singhiozzo, le cosce si stringono intorno alla mia mano come per trattenermi lì, dentro di lei, anche se la bocca continua a dire no.
“Ti prego… fermati… non ce la faccio…” ansima, ma la voce è rotta, supplichevole in un modo che non c’entra niente con la voglia di smettere. Il respiro è corto, affannoso. Ogni tanto un piccolo “ah” le sfugge quando premo più forte o cambio ritmo.
Sento il suo calore pulsare sotto le dita, il modo in cui il clitoride si gonfia ancora di più a ogni carezza. È vicinissima a cedere, lo sento dal modo in cui i muscoli interni si contraggono spasmodicamente, cercando qualcosa da stringere.
“Lo so che ti piace” le sussurro, chinandomi per sfiorarle il collo con le labbra. “Lo sento. Sei tutta bagnata per questo… per il pericolo, per la mia mano qui, mentre guidi. Dimmi la verità.”
Lei non risponde con le parole. Risponde con un gemito più forte, la testa che cade indietro contro il poggiatesta per un secondo, poi si raddrizza di scatto quando si rende conto di aver perso la visuale della strada. Gli occhi lucidi, le guance arrossate, le labbra socchiuse e tremanti.
Le dita accelerano appena, trovano il punto esatto, quello che la fa inarcare. Lei morde il labbro inferiore così forte che credo si farà male.
“Max… sto… sto per…” balbetta, la voce un filo di suono.
“Lo so” le dico, senza rallentare. “Lasciati andare. Io sono qui. Tu guida e basta.”
Mentre le mie dita continuano a muoversi piano tra le sue gambe, lente e sicure, con quel ritmo che so la porta dritta al bordo senza farla cadere troppo in fretta, mi fermo un attimo a guardarla davvero.
Non è solo eccitazione quella che provo. È qualcosa di più profondo, che mi stringe il petto in un modo che non riesco a spiegare a parole, ma che sento fortissimo ora, qui, in questa macchina che sfreccia sull’autostrada.
Amo questa ragazza. Amo lei, tutta intera.
Amo il modo in cui si morde il labbro quando cerca di non gemere troppo forte, amo il rossore che le sale sulle guance e sul collo, amo come i suoi occhi castani diventino enormi e liquidi quando è vicina al punto di non ritorno. Amo i suoi capelli che le cadono sul viso e che ogni tanto sposta con un gesto nervoso, amo il modo in cui stringe il volante come se fosse l’unica cosa che la tiene ancorata alla realtà mentre il resto del mondo le si scioglie tra le cosce.
Ci tengo a lei in un modo che va oltre il desiderio fisico. Ci tengo al fatto che si fidi di me abbastanza da lasciarmi fare questo, anche se ha paura, anche se la testa le dice “no, è rischioso, è folle”. Ci tengo al fatto che il suo corpo mi stia rispondendo così, onesto, bagnato, tremante, anche quando la bocca prova ancora a protestare debolmente.
Voglio gratificarla. Non solo farla venire, anche se, cazzo, voglio farla venire fortissimo, voglio sentirla contrarsi intorno alle mie dita, voglio vedere la sua bocca aprirsi in un gemito che non riesce più a trattenere, voglio che per un attimo dimentichi la strada, le auto intorno, tutto. Voglio che si senta desiderata fino al midollo, adorata, voluta in un modo che le faccia capire quanto è speciale per me.
Perché per me lo è. È la ragazza che mi fa perdere la testa con un semplice sguardo di traverso, quella che mi fa ridere anche quando sono incazzato nero, quella che mi fa venire voglia di proteggerla e allo stesso tempo di spingerla oltre i suoi limiti, proprio come sto facendo ora.
Questa esperienza non è solo per me, per il brivido del pericolo o per il controllo. È per lei. Voglio regalarle questo orgasmo intenso, proibito, rubato in un momento in cui non dovrebbe succedere. Voglio che lo ricordi per sempre: che mentre guidava verso chissà dove, con il cuore a mille e le mani che tremavano sul volante, io l’ho fatta sentire viva, desiderata, al centro di tutto il mio mondo.
Le accarezzo il clitoride con più pressione ora, sentendo come pulsa sotto le dita, come il suo respiro si spezza in piccoli ansiti sempre più ravvicinati.
“Ti amo” le sussurro, la voce bassa ma chiara, proprio mentre le infilo due dita dentro, piano, fino in fondo. Lei inarca la schiena contro il sedile, un gemito lungo e strozzato le esce dalla gola.
“Ti amo da morire. E voglio che tu venga per me. Ora. Lasciati andare, amore mio. Ci sono io.”
Le dita dentro di lei si curvano appena, trovano quel punto preciso che la fa sempre tremare, e premono con un ritmo costante, profondo, mentre il pollice continua a disegnare cerchi stretti e veloci sul clitoride gonfio. È bagnatissima, scivolosa, il suono umido delle mie dita che entrano ed escono si mescola al rombo del motore e ai suoi ansiti sempre più ravvicinati.
Lei non parla più. Non protesta. Non implora. Ha perso le parole da qualche secondo, la bocca socchiusa, gli occhi semichiusi che fissano la strada senza vederla davvero. Il respiro è diventato un susseguirsi di piccoli “ah… ah… ah…” spezzati, alti, disperati. Le cosce si stringono forte intorno alla mia mano, poi si aprono di scatto come se non riuscisse a decidere se trattenermi o spingermi via. Il bacino si solleva dal sedile in piccoli scatti incontrollabili, segue il movimento delle mie dita come se fosse l’unica cosa che conta al mondo.
Sento i muscoli interni contrarsi violentemente intorno alle mie dita, un spasmo dopo l’altro, sempre più forti, sempre più ravvicinati. È lì, vicinissima, sul bordo.
“Vieni per me, Lara” le sussurro all’orecchio, la voce bassa, calda, quasi un ordine. “Lasciati andare. Ora.”
E lei lo fa.
Il corpo si inarca di colpo contro la cintura di sicurezza, la testa cade indietro sul poggiatesta con un tonfo morbido. Un gemito lungo, profondo, gutturale le esce dalla gola, non riesce più a trattenerlo, non ci prova nemmeno. È un suono crudo, liberatorio, che riempie l’abitacolo e mi fa quasi tremare. Le cosce tremano forte, si chiudono intorno alla mia mano come una morsa, i muscoli pulsano ritmicamente intorno alle dita mentre l’orgasmo la travolge in ondate violente.
Sento tutto: il modo in cui si contrae dentro, forte, spasmodico, il calore che aumenta, il flusso improvviso di umore che mi bagna la mano, il clitoride che pulsa sotto il pollice come se avesse un cuore suo. Lei ansima forte, il petto sale e scende rapido, la cintura di sicurezza le segna la pelle sotto la maglietta mentre il corpo si tende e si rilascia, si tende e si rilascia.
Per un attimo l’auto sbanda leggermente, un piccolo scarto a destra, poi lei corregge con un movimento brusco del volante, gli occhi che si spalancano di colpo, lucidi, persi. Ma non smette di venire. Non può fermarlo. Le ondate continuano, una dopo l’altra, più lente ma ancora potenti, facendola sussultare sul sedile come se piccole scariche elettriche le attraversassero il corpo.
Io non tolgo la mano. Continuo a muovermi piano ora, accompagnandola nel dopo, sfiorandola leggera per prolungare il piacere senza farle male. Lei geme piano, un suono stanco e dolcissimo, la testa che ciondola di lato verso di me. Le guance sono rosse, le labbra gonfie, un filo di saliva all’angolo della bocca che non si è accorta di avere.
Poi, piano piano, il corpo si rilassa. Le cosce si aprono debolmente, lasciandomi spazio. Il respiro rallenta, diventa più profondo, più calmo. Mi guarda finalmente, gli occhi ancora velati, lucidi di lacrime di piacere.
“Cazzo… Max…” sussurra, la voce rotta, un sorriso tremante che le compare sulle labbra. “Mi hai… mi hai distrutta.”
L’autostrada continua a scorrere fuori, indifferente come sempre.
Ma dentro la macchina, l’aria è densa di lei, del suo odore, del suo sapore, del suo abbandono totale.
E io la amo più di prima, se possibile.
Le accarezzo la guancia con il dorso della mano ancora umida.
“Ti amo” le dico semplicemente.
Lei chiude gli occhi per un secondo, sorride piano.
“Anch’io… da morire.”
E restiamo così, in silenzio, con la sua mano che cerca la mia e la stringe forte sul cambio, mentre l’uscita si avvicina e il mondo fuori ricomincia a esistere.

stemmy75@gmail.com
di
scritto il
2026-02-20
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