Sottomesse ai servi (parte 1)

Scritto da , il 2021-12-30, genere sadomaso

La commessa mise tutti i prodotti acquistati nelle 4 buste e fece il conto.
Simona porse la carta di credito senza nemmeno guardare il totale. Salutò la ragazza che l’aveva servita e si avviò verso l’uscita senza prendere i pacchi. Questo era il compito dell’autista o, come lo chiamava lei, del suo servo. Matteo portò gli acquisti nell’auto parcheggiata un po’ distante. La Signora andava sempre a fare la spesa in centro dove non c’era mai parcheggio. Lui la portava fino all’inizio della ZTL e poi andava a parcheggiare.
La Signora era bella.
La Signora era ricca.
La Signora aveva un fare aristocratico.
La Signora era stronza.
Si divertiva a stuzzicare i suoi dipendenti o, come preferiva chiamarli lei, la sua “servitù”.
Non era una arricchita quindi la classe ed il modo di comportarsi le derivavano dalle generazioni che l’avevano preceduta e che, secondo lei, erano state più fortunate perché il rapporto con la “servitù” poteva essere più rigido.
Era una giornata calda. Da qualche giorno le temperature erano salite ma lei pretendeva che l’autista fosse vestito sempre in maniera impeccabile, anche se avesse dovuto soffrire per il caldo.
Simona era al bar, seduta al tavolino sulla piazza. Aveva appena ordinato un caffè e guardò l’orologio. Alzando lo sguardo vide arrivare Viola.
Per anni erano state rivali fino a quando quest’ultima, in modo molto traumatico, aveva interrotto la relazione con Marzio, a sua volta precedente compagno di Simona che era stata causa della rottura. L’odio di Viola si era trasformato piano piano in riconoscenza per averle consentito di capire che pezzo di merda fosse quell’uomo.
Da allora avevano iniziato a frequentarsi sempre più come amiche.
Viola era sempre vestita con cura e attenzione, attenta alla moda, al proprio corpo ed agli sguardi ammirati che le dedicavano.
Matteo sapeva che la Signora si sarebbe incontrata in un bar del centro con l’amica.
Nel garage dove aveva parcheggiato almeno c’era fresco e avrebbe potuto togliersi la giacca.
Il custode era andato a prendere un caffè e lui guardava il calendario Pirelli appeso alla parete, ancora sul mese di marzo. Probabilmente la modella del mese piaceva particolarmente.
Faceva inevitabilmente i raffronti con Simona e Viola e, secondo lui, queste uscivano sempre vittoriose per la classe e l’eleganza che quelle giovani non possedevano.
La sua datrice di lavoro era una stronza con lui, ma lo eccitava terribilmente. Lo sapeva anche sua moglie, Luisa, la quale spesso lo derideva quando lo vedeva tornare dopo averla accompagnata in auto.
Si mosse per andare a vedere le modelle dei mesi successivi quando arrivò l’sms: “vieni senza perdere tempo”.
Ormai non ci faceva nemmeno più caso. Quella donna non riusciva o non voleva essere gentile con lui, con sua moglie (anch’essa dipendente di Simona e del compagno Ettore) e con chiunque altro non fosse della sua classe sociale.
Avrebbe visto le modelle dei mesi successivi in un altro momento pensando che, con buone probabilità, il custode del garage non avrebbe aggiornato il calendario entro la prossima volta che si fosse recato lì per parcheggiare l’auto.
Simona era già in attesa. Non potè non ammirarla nel suo vestito adatto al mese, scollato e sufficientemente corto per consentire a chiunque di guardarla.
Sapeva di essere bella e si divertiva (sarebbe meglio dire, eccitava) ad esibirsi, a stuzzicare uomini (ma anche donne), assumendo qualche posa sensuale o, all’occorrenza, slacciandosi qualche bottone che impediva di vedere il suo corpo abbronzato al meglio, senza quelle stonature tipiche di chi, a differenza sua, non prendeva il sole integrale in modo da avere un colorito uniforme.
La stronza (tale era soprannominata) salì in auto alzandosi il vestito, in modo da farsi ammirare le gambe, sicura che “il servo” stesse guardando dallo specchietto retrovisore.
Ormai Matteo non faceva nemmeno più finta di non guardare e lei di questo era compiaciuta. Le piaceva esibirsi, essere ammirata, eccitare gli uomini e lui era una facile preda. Sapeva che inevitabilmente stava facendo il confronto con sua moglie e sognava di possedere il suo corpo.
Con la classe che le apparteneva, seccata per i vetri oscurati che impedivano dall’esterno di vedere dentro, mise in evidenza anche i seni, slacciandosi ulteriormente la camicetta aderente.
Conscia della sua bellezza, Simona aveva una gran cura del proprio corpo eccitante e sexy. Riteneva che la bellezza fosse una forma di arte, ambita e ricercata dall’uomo inteso quale genere, frutto della cura, dell’attenzione che costantemente gli dedicava. In quanto tale, riteneva fosse giusto esibire il risultato della natura e della sua cura perché anche altri potessero goderne, anche solo guardandola.
Emozioni, le emozioni sono parte della vita. Le ricerchiamo e le studiamo, per affinarle e soddisfarle sempre al meglio, con rinnovato piacere, perché ogni emozione sia il frutto del cumulo delle precedenti ed il piacere entri sottopelle e pervada il corpo, per ritornare al centro delle emozioni e lasciare il brivido che era passato per la bocca dello stomaco. Da qui l’emozione si trasforma in piacere e raggiunge il basso ventre nella forma del formicolio.
L’esibizionismo, al pari della bellezza, è forma d’arte. Non basta scosciare o slacciare, ma occorre classe, per evidenziare, sottolineare, eccitare con ciò che era nascosto e del quale si attendeva la rivelazione che non è mai abbastanza, perché ancora vi è, sarebbe, da scoprire e la pelle resa visibile altro non fa che alimentare ulteriori attese e speranze, nel timore che queste siano vane.
Simona, con l’esibizionismo e la sua bellezza, sapeva stimolare per stimolarsi, emozionare per emozionarsi, eccitare per eccitarsi.
Accavallare le gambe è movimento che, dosato bene, sa essere sensuale perché evidenzia ed allunga la coscia.
L’operazione inversa, invece, può arrivare ad essere eccitante, in quanto, ad uno sguardo attento, potrebbe capitare di vedere tra le cosce.
Simona attese il semaforo rosso per riportare le gambe nella posizione originaria, lentamente, in modo da preannunciare un probabile allargamento sapendo di avere lo sguardo del “servo” su di sé, tra le sue cosce. A quel punto si toccò il bottone che ancora privava della vista una parte dei seni. L’autista fu distratto da quell’operazione che si rivelò fasulla e, ritornando alle cosce, le trovò nuovamente accavallate, chiuse.
“Stronza” venne pronunciato a bassa voce.
A casa, prima di cena, Simona si cambiò. Quando scese trovò ad attenderla Viola, invitata per il pasto. Per quanto amiche, si stuzzicavano a vicenda. Viola era arrivata in ritardo e Simona, per “punirla” l’aveva fatta attendere in salotto.
Ettore, il compagno di Simona entrò sorridendo. Salutò la compagna ammirandone il bel corpo che, come sempre, aveva il potere di fargli provare un brivido.
Alla donna non sfuggì il suo sguardo e, istintivamente, iniziò a sentirsi un po’ a disagio. Più che “sesto senso” quella sensazione le derivava da una certezza.
Non era in certo il “se” ma il “quando” ed il “cosa” sarebbe successo.
Lo notò anche Viola che non si alzò mentre l’uomo si chinò per portarle la mano vicino alle labbra, senza toccarla, mentre le guardava gli occhi dopo avere ammirato la scollatura.
Si spostarono in sala da pranzo dove le due donne videro un solo coperto.
Restarono ferme mentre Ettore andava a sedersi e, prendendo in mano la forchetta, col suo solito fare perentorio si rivolse alle due donne senza nemmeno guardarle.
“Vi aspettano i servi. Andate a casa loro. Adesso”.
Iniziò a mangiare.

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