La nostra insostituibile domestica ep.3

di
genere
dominazione

Ho voluto che sia la serva a scrivere il racconto, che vi raccontasse dal suo punto di vista la situazione in questa famiglia, vi incollo ciò che ha digitato stamattina.
Buongiorno a tutti, non so dove questa confessione verrà pubblicata, non mi sarà concesso sapere. Mi è stato chiesto di raccontare qualcosa e obbedirò. Da quando sono qui, il mio nome è Sara.
Vivo qui da tantissimi anni, è una residenza grande, sulle colline. Questa famiglia ha dato uno scopo alla mia vita. Sono stata ripudiata dalla mia famiglia a diciotto anni. Vagavo di stazione in stazione, lercia, zozza, accattonavo, finché un giorno trovai un annuncio su un giornale rinvenuto per caso in un cestino. Cercavano una domestica, offrendo vitto ed alloggio.
Mi presentai all’enorme cancello sporca, affamata, mal vestita, mi grattavo spesso tra i capelli e avevo i peli delle gambe incolti. Il padrone di casa mi scrutò, deve aver visto del potenziale in me, e mi fece entrare. Mi accompagnò nell’ala ovest della dimora, dove scoprii la mia stanza ed il mio bagno. Il giorno seguente arrivò un’estetista, un dottore, un parrucchiere, un sarto, per me.
Mi rimisero a nuovo, castana, capelli lunghi, fisico magro a causa della fame patita, ma ero tornata curata. Solo il pelo della vagina era rimasto folto, per volere del signore di casa.
Dopo qualche giorno passato a pulire in modo ossessivo, la casa è enorme, ero sempre a gattoni nei bagni per far brillare ogni angolo, anche dietro ai wc ed ai bidet. Il figlio e la figlia del signore erano maleducati, urinavano volontariamente fuori per poi godersi sogghignando il momento in cui dovevo chinarmi sulle mattonelle per ripulire.
Arrivò la prima festa, il signore mi avvisò che sarebbero arrivati tanti ospiti e che avrei dovuto inginocchiarmi al cospetto di ognuno, ad ogni servizio offerto. Avrei dato tutta me stessa per rendere fiero di me il mio salvatore. Quella notte venne poi a congratularsi, a festa finita, nella mia camera. Era commosso, disse che avevo superato ogni aspettativa. Mi accarezzava, lusingava, onorava e spogliava, ungeva, ungeva, ungeva. Fu la prima volta in cui mi inculò. Ma questa è un’altra storia, tornando alla festa, c’erano donne sulla cinquantina molto viziose, vollero tutte mettermi piedi in bocca, una addirittura chiese di levigarle un callo con gli incisivi, lentamente, alcune pretesero di usarmi come poggiapiedi. Gli uomini ridevano, e quando necessitavano di urinare, non volevano scomodarsi. Avevano un pappagallo, io dovevo scivolare sotto il tavolo, sbottonare la patta dei pantaloni, estrarre il loro pene e tenerlo in modo che potessero pisciare nel vaso senza perdere gocce. Non potevo immaginare che esistessero feste di ricchi lussuriosi così, bevevano vini francesi, sniffavano, ridevano, ed io ero una attrazione. Mi imbarazzavo, vergognavo del mio essere in quella condizione così declassata. Però questo mio sentirmi a disagio mi eccitava, non volevo bagnarmi ma la mia fica era un lago. Se ne accorsero, perché un signore grasso coi baffi, infilo una mano sotto la mia veste, andando a toccare proprio le mie mutandine, a quel punto richiamò l’attenzione di tutti. Fui costretta dal signore a stendermi di schiena su un futon nella sala attigua, alzare la veste, aprire con le mani le mie gambe, servendo la vista del mio sesso. Guardavano a turni, in processione, urlavano di ogni, e non riuscivo a smettere di perdere liquido. Quelle voci, le ricordo bene, mi diedero della maniaca, della malata di sesso, della sgualdrina perversa. Improvvisamente non resistetti, mi sfilai rapidamente le mutandine e schizzai senza potermi trattenere, un getto che durò almeno 15 secondi, non so se fosse piscio o quale strano liquido, ebbi l’orgasmo più intenso mai avuto. E mentre venivo attraversata da quel piacere, ricordo in lontananza la eco di quelle grida femminili e maschili, acclamare alla mia invereconda performance, alcuni applaudivano, ero timida e pudica, ma non potevo smettere, mi coprivo la faccia per non mostrare il viso ma continuavo con quel getto caldo.
Mi lasciarono poi lì, come un oggetto usato, ormai privo di interesse e andarono a finire la cena. Mi sentii misera, penosa, ignobile. Tremavo, presi una coperta per nascondermi. Restai accovacciata per un po’, poi mi richiamarono per sistemare la tavola, piatti e stoviglie. Camminavo a testa bassa, inchini, inginocchiamenti, rispetto per quei ricchi sfarzosi. Non immaginavo cosa sarebbe accaduto alla seconda festa.
scritto il
2026-02-20
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