La leggenda della ragazza lupo - parte 2

Scritto da , il 2021-12-25, genere etero

Ormai la storia della ragazza giapponese attaccata dai lupi e scomparsa, senza che il suo corpo né tracce di questo fossero mai ritrovate, aveva dato avvio a racconti e storie immaginarie. Non passava mese che qualche tassello fosse aggiunto alla vicenda, nutrito da eventi, racconti e testimonianze nella maggior parte dei casi molto dubbie e discutibili.
La leggenda della donna lupo prese vita dopo il racconto di un altro cacciatore che, muovendosi in una notte di luna piena, raccontò di aver intercettato un piccolo gruppo di lupi.
La cosa poteva essere considerata priva di ogni interesse, se non fosse stato che il cacciatore giurò che, al collo di un esemplare, nel bagliore della luce lunare, con un buon binocolo aveva notato il brillare di una catenina d'oro e un pendaglio di forma circolare, di colore rosa chiaro.
Questo particolare era ben impresso nella memoria del cacciatore soprattutto per quanto riguardava il pendaglio, che sporgeva vistosamente dal pelo nero dell'animale e che era rimasto scolpito nei suo ricordo, prima che il piccolo branco si allontanasse facendo perdere silenziosamente ogni traccia nell'oscurità di un bosco di abeti.
Il cacciatore, noto per le sue burle e per racconti assurdi di imprese impossibili, avvolto da una fama di contaballe e noto forte bevitore, non fu assolutamente preso in parola, finché la notizia in qualche modo arrivò all'ex fidanzato della donna scomparsa.
Stravolto da incontenibili sensazioni e presagi il giovane si era recato nel paese del cacciatore, incontrandolo per poter scambiare con lui qualche parola.
Dall'incontro emerse che realmente Yuko portava abitualmente al collo una collanina d'oro con un pendaglio che racchiudeva un fiore di ciliegio e l'ideogramma degli antichi samurai da cui, pareva, la ragazza discendesse.
Ma il particolare che tale reperto si trovasse al collo di un lupo rese totalmente inattendibile la dichiarazione del cacciatore. Dopo l'iniziale speranza di reperire almeno qualche traccia del corpo della donna scomparsa, dilagò la delusione e il compagno della giapponese ritornò alla propria casa senza di fatto nessun aggiornamento.
La leggenda della ragazza lupo, però, si radicava sul territorio, cantata in metriche locali e riportata nelle sere di fianco ai camini e durante le bevute tra amici.
Si scatenò la caccia al lupo con il pendaglio dorato, ormai ritenuto necessariamente un'esemplare femminile.
Tante furono le battute di giorno e all'imbrunire eppure mai se ne ebbe alcun riscontro attendibile.
Finché qualcuno non osò avventurarsi nuovamente nel corso della notte durante le serate illuminate dalla luna piena. La ragazza era scomparsa in una notte di plenilunio e, quindi, nella fantasia di alcuni si era fata strada l'idea che questa potesse essere evocata solo in tali circostanze.
In fondo una donna che si trasforma in una lupa era un avvenimento del tutto slegato dalla razionalità, trovando piuttosto dimora in situazioni fiabesche e irreali.
Le stesse leggende sulla donna lupo erano avvolte da mistero e da particolari poco credibili.
Il primo che si avventurò in quella stessa vallata nella notte di plenilunio tornò stravolto, raccontando di aver percepito lunghi ululati al nostro satellite mescolati alla voce di una donna.
Il tizio affermava con assoluta sicurezza di aver addirittura visto una ragazza completamente nuda ballare e cantare in un cerchio di lupi. Le sue parole erano incomprensibili, ma la melodia estremamente struggente e ammaliante.
La giovane veniva descritta con sembianze spiccatamente orientali, capelli così lunghi che le arrivavano fino al sedere, una pelle chiara che alla luce della luna assumeva sfumature azzurrine, le forme aggraziate e i passi di danza curati e sensuali.
Ormai da tempo queste notizie non erano più prese in seria considerazione dalla questura locale che aveva anche vietato di comunicare tali assurdità all'ex fidanzato, a meno che non fosse ritrovato un reperto di reale utilità comprovata dalle forze dell'ordine.
Sulla scorta di tale racconto, anche altri si erano in seguito avventurati nella vallata nelle notti di plenilunio e talvolta capitava che venissero riportate storie simili.
Il tutto si limitava ad alimentare chiacchiere tra bevitori, racconti di fianco al camino e fiabe e leggende decantate ai bambini, eppure la leggenda della ragazza lupo che in certe notti di luna piena si ritrasformava nella ragazza orientale, divenne una realtà tipica della regione e, alla lunga, anche un'attrazione per curiosi e mitomani.

Fu in questo contesto che una comitiva di amici di Firenze venne a passare il periodo delle vacanze natalizie nell'anno 2021, proprio nella stessa valle.

La sera del 24 dicembre Andrea si alzò dalla tavolata e uscì dal rifugio con la scusa di una sigaretta.
La cena era ormai alla fine, ma lui non aveva più alcuna fame e soprattutto alcuna voglia.
Sì, bellissima era stata la ciaspolata con gli amici fino al rifugio ristorante, sotto quella splendente luna piena.
Ottima la compagnia, i più cari amici e la fidanzata- O forse doveva già chiamarla “ex-fidanzata”?
Quel periodo in dolomiti doveva essere un'ultima vacanza con la sua compagna, concordata come termine della loro storia, già decretata.
Dopo alcuni anni di convivenza la loro storia si era inceppata e a nulla erano valsi i tentativi e gli sforzi per sistemare alcune questioni che, dopo molte discussioni, erano state definite irrisolvibili.
Punti di vista diversi; a suo modo di vedere si trattava di problemi discutibili, ma certe cose potevano essere risolte solo in due.
Comunque quello sarebbe dovuto essere l'ultimo periodo insieme se una feroce litigata non avesse drammaticamente anticipato la loro frattura definitiva.
Proprio alla vigilia di natale.
E ora, dunque, che cosa ci stava ancora a fare lì, così lontano da casa?
Solo in mezzo agli amici, single con la sua fidanzata, in mezzo alle nevi e alle montagne, lui che era amante del mare e del caldo?
Erano rimasti attorno a quel grosso camino, a sentire di storie e di leggende, avventure alpinistiche e battute di caccia e poi quella assurda vicenda della ragazza lupo. O come l'avevano chiamata?
Ecco, anche lui, in quel momento, avrebbe potuto lasciarsi il mondo alle spalle e allontanarsi nel bosco in direzione opposta, invece di ritornare nel rifugio, o di riprendere il sentiero battuto che l'avrebbe ricondotto in albergo.
Il bosco però era silenzioso e l'aria fresca, con quell'indescrivibile profumo di neve e di freddo, gli avevano ridato un po' di serenità.
Respirava voluttuosamente l'aria pungente e frizzante, e ne traeva benessere.
Che cosa lo tratteneva, in questo momento, dal far perdere le proprie tracce, allontanandosi da tutto ciò che negli ultimi tempi gli stava immancabilmente andando storto?
Quell'ambiente così severo e salutare per lui sarebbe stato mortale, se solo si fosse azzardato ad allontanarsi dalle sicurezze del calore e del rifugio, della compagnia e del suo consueto modo di vivere.
Si sentiva un fallito, del tutto incapace di riconoscere le molte doti che pure aveva, ma che in questo momento rimanevano nascoste e inaccessibili alla sua coscienza.
Agli antipodi della definizione di alpinista, inadeguato in quell'ambiente come pure inadeguato in ogni posto e nella vita stessa, male equipaggiato e privo di allenamento, sarebbe andato incontro a morte sicura se avesse affrontato quel bosco scuro e impenetrabile.
Eppure così ricco di suggestione, fascino e richiamo.
Con quel silenzio e quella immobilità irreali.
Quella luce lunare assurda e inadeguata, gli scintillii, fugaci brillamenti di una costellazione di stelle imprigionate nel globo terrestre ed evocate, rese manifeste solo dai bizzarri giochi di cristalli di acque congelata.
Non si era accorto di quanto si fosse allontanato dal rifugio, pensando e camminando senza avvedersene.
Si girò ad ammirare le luci lontane, immaginando il tepore fra le spesse mura di roccia, quasi percependo risate, chiacchiere e schiamazzi che solo nella sua mente, in quel punto, riprendevano vita.
La sigaretta si era spenta tra le sue dita.
Si frugò nelle tasche cercando il pacchetto, ma aprendolo lo scoprì vuoto.
“Merda.”
Per la rabbia accartocciò il pacchetto buttandolo lontano, ma si pentì subito del gesto.
Sporcare quel bosco immacolato era come violare una ragazza vergine.
Quel luogo meritava rispetto e meditazione; nello stesso modo di fronte a una donna veniva colto dal timore e dal rispetto, per finire quasi nell'adorazione se la ragazza gli avesse concesso confidenza, un solo minuto del proprio tempo.
Che cosa era andato storto nella sua relazione appena conclusa?
Non lo sapeva, sentiva di non poterci arrivare, di essere completamente incapace di capire i sentimenti e i bisogni della sua compagna, anzi di quell'immagine che ormai cominciava a essere l'ultimo dei ricordi della vita passata insieme a lei.
Totalmente inetto. Nell'alpinismo come con le persone dell'altro sesso, come in ogni cosa della sua esistenza.
E allora perché continuarla?
Pensieri stupidi. Il troppo vin brulé intorpidiva i processi mentali, anche se gli regalava ancora quella sensazione di calore interno.
Cercò il pacchetto di sigarette inoltrandosi nel bosco.
Doveva essere lì, aveva visto benissimo dove era caduto.
Eppure nel gioco delle ombre dei rami frondosi degli abeti e di quelli scheletrici dei larici, ogni buco che sembrava di riconoscere era in realtà una falsa immagine.
Si inoltrò ulteriormente nel folto della foresta.
“Ma guarda che bischero! Neanche la spazzatura che butto riesco a ritrovare!”
Si fermò ancora, scosso da un turbamento. Gli scarponi presi a nolo lo proteggevano dal freddo, ma la temperatura gelida iniziava a raffreddargli il collo dall'allacciatura aperta della spessa giacca a vento.
“Certo che questo posto è carico di magia.” Constatò parlando da solo a voce alta.
Il suono della propria voce gli dava conforto.
Dimenticò la ricerca del pacchetto di sigarette e si spinse verso una radura che intravedeva, candida e verginale, attraverso i rami delle conifere.
Le pareti in lontananza osservavano severe, erette come baluardi a proteggere la fragile umanità rannicchiata nel fondovalle.
Si fermò per ascoltare il silenzio.
Forse gli parve di udire l'ululato lontano di un lupo.
Ma si convinse che fosse solo suggestione evocata dai racconti nel rifugio.
Non aveva paura, comunque. I lupi, che erano stati reintrodotti in quella regione montuosa, non attaccavano l'uomo. O così almeno aveva detto il gestore del rifugio.
Il rifugio.
Aveva abbandonato il rifugio.
Si sentì come il protagonista di “Apocalypse now” dopo aver abbandonato il motoscafo risalendo il fiume Nung in Cambogia. “Mai abbandonare la nave. E Kurtz l'aveva fatto”.
Lui, così diverso da quel personaggio.
Gli avevano detto che più sopra si trovava un altro rifugio. Dalla radura gli parve anzi di scorgerlo, al di sopra del limitare di un bosco vicino.
Avrebbe raggiunto quella costruzione e da lì sarebbe tornato all'albergo con un taxi, abbandonando solo temporaneamente la sua compagnia e, definitamente, quegli assurdi pensieri autolesionisti.
Una telefonata sarebbe bastata per scusarsi.
La distanza non era eccessiva, ma la sua incapacità a muoversi in quell'ambiente ostile gli resero la salita molto più impegnativa di quanto si aspettasse e dopo un'ora di progressione si sentiva completamente spossato.
Spostatosi in un avvallamento non riusciva neanche a vedere più la sua meta, ma, ne era sicuro, in qualche modo sarebbe arrivato su una strada e da lì al rifugio. Solo che questa strada non arrivava mai.
Tagliò su dritto per il bosco con il risultato di ritrovarsi presto perso e sfinito.
Il freddo cominciava a imporsi sul calore che gli veniva dal movimento.
“Ho fatto una cazzata” si rimproverò, ancora ad alta voce.
Eppure da quel punto era ancora meglio cercare di raggiungere l'altro rifugio piuttosto che tornare sui suoi passi.
“E il cellulare non prende! E te pareva!” constatò dopo una rapida verifica.
Voleva riposarsi, ma il freddo si imponeva aggressivo e impietoso.
Trovò un riparo libero dalla neve, sotto un tronco, e decise di fermarsi un attimo. Ormai non doveva mancare troppo al rifugio che voleva raggiungere.
Si scaldò le dita sbuffandosi il fiato tra le mani e si strinse il cappuccio sul capo e intorno al collo.
Sentendo il freddo insinuarsi nei suoi vestiti si chinò adagiandosi sulle propria ginocchia per non disperdere altro calore e abbassò il capo tra le ginocchia.
I profumi di resina lo avvolgevano anche se, lì, vicino al terreno, cominciò a percepire un penetrante odore di selvatico.
Quando si risollevò un lupo lo stava osservando.
La prima impressione fu quella di avere un'allucinazione. Tra il troppo vino, il cibo grasso e la digestione interrotta dal freddo, tra i racconti e la stanchezza, la sua mente gli stava facendo qualche brutto scherzo.
Ma il lupo restava ancora lì, a infrangere queste sue convinzioni.
Un cane randagio?
Andrea si accorse che forse non sapeva realmente come fosse un lupo.
Ma quell'animale rimaneva lì, immobile, a osservarlo.
“Non facciamo cazzate, d'accordo?” sussurrò senza controllare la razionalità delle proprie azioni.
Il lupo mosse appena appena il muso nella sua direzione, iniziò ad annusare il terreno di fronte e rialzò il muso abbassando le orecchie.
“Che c'è? Che vuoi da me?” bisbigliò ancora l'uomo, in tono accomodante, percependo segnali di sottomissione da parte della bestia.
Amava gli animali e avrebbe sempre voluto un cane, un compagno. Sicuramente uno che non avrebbe dovuto capirlo e che non gli avrebbe chiesto conto di nulla.
Ma che centravano ora questi pensieri?
Il lupo, o. insomma, quel cane o qualunque cosa fosse, era sempre lì a fissarlo. Anzi si era avvicinato e sembrava che lo stesse annusando. La coda oscillava lentamente.
L'animale sporse ancora il muso sussurrando un alito caldo.
Andrea fu preso dall'istinto di accarezzarlo, ma sapeva che sarebbe stato un gesto incauto.
Alzò lentamente la mano per non spaventare la bestia, osservando che invece questa abbassava il muso e si protendeva verso di lui.
Iniziò un sottile mugolio, mentre il corpo si abbassava protendendosi ancora nella sua direzione.
Tra un mugolio e l'altro, il canide sembrava sospirare qualcosa, ma nessun suono riusciva ad emettere se non quel gemito mansueto. Ogni tanto distoglieva lo sguardo, volgendo l'attenzione ai particolari intorno all'uomo.
Andrea ruppe gli indugi e allungò la mano verso la sua testa, grattandolo tra le orecchie.
L'animale gli si avvicinò abbassando ancora di più le orecchie con un acuto sibilo.
Emise ancora un sussurro, ma questa volta ad Andrea parve di riconoscere una frammentazione del suono: “Jiyū ni shite kure...!”
Una sequenza incomprensibile che pure aveva percepito molto distintamente.
Si allontanò un attimo dal muso che stava accarezzando. Il lupo lo guardava annusandogli la mano. Poco dopo prese a leccargli le dita. Una lingua calda, molto rasposa; il toscano riconobbe un gesto di intesa e di confidenza. Quell'animale sembrava aver bisogno di affetto, di lui, della sua premura. Quel cane selvatico cercava di comunicargli qualcosa.
Andrea gli sorrise e gli si inginocchiò di fronte e questo segnale sembrò convincere la bestia che riprese con più foga a leccargli la mano.
Lui continuò a grattargli il capo, allungandosi tra le orecchie e verso il dorso. Il pelo in quel punto era nero e lungo, una strisciata più scura tra le spalle grigie che si percepivano forti e muscolose.
Quel lupo avrebbe forse potuto sbranarlo senza eccessiva difficoltà, eppure in quel momento sembrava l'essere più affettuoso e bisognoso di attenzioni e di affetto che Andrea avesse incontrato negli ultimi suoi anni.
L'uomo si fece appresso al lupo il quale si allungò come per farsi abbracciare.
Il suo corpo sembrava più esteso e flessuoso e in quella posizione pareva che le sue zampe posteriori fossero smisuratamente lunghe.
“Sei un bravo cagnone, tu, eh?” gli sussurrò il fiorentino abbracciandolo con le due braccia e massaggiandolo sul collo e sulle spalle.
Il suo dito rimase incastrato in qualcosa nel pelo profondo e lungo del collo.
Andrea sollevò il dito trovando una catenina d'oro che avvolgeva le spalle dell'animale.
“Dio mio, che t'hanno fatto?” gli chiese rifiutando altre possibili interpretazioni che si ribellavano alla sua razionalità.
Seguì la catenina fin sotto al muso del lupo, ritrovando, sul petto, un ciondolo tondo che racchiudeva il fiore di un ciliegio e un simbolo in ideogramma: 桜の花 (Sakura no hana).
“Oddio mio! Non è vero, dimmi che non è vero!”
Andrea aveva sviato l'attenzione durante i racconti delle leggende di fianco al camino, eppure aveva fatto in tempo a sentire di un ciondolo e di una catenina d'oro che qualcuno giurava di aver visto sul collo di un lupo, che, precedentemente doveva essere appartenuta alla ragazza giapponese scomparsa anni prima.
Non aveva sentito del dettaglio del fiore, eppure ora riconosceva che quegli ideogrammi dovessero essere per forza in lingua giapponese.
Non sapeva interpretarli, ma conosceva bene che il fiore di ciliegio era l'antico simbolo dei samurai.
“Jiyū ni shite kure!”
Sussurrò ancora il lupo. Un bisbiglio nettamente percepibile, eppure incomprensibile.
Andrea si sentì obnubilare la capacità stessa di pensare. Si trovava in una situazione del tutto irrazionale e non sapeva come atteggiarsi. Fuggendo da sequenze di pensieri che non approdavano ad alcuna meta, allungò le carezze al ventre dell'animale che si mise zampe per aria in segno di estrema e vulnerabile sottomissione.
“Sei una lupa!” esclamò l'uomo di fronte alle evidenti mammelle del canide, dimenticando ogni conseguenza relativa alla catenina d'oro e al pendaglio, e ricominciò ad accarezzare l'animale sul ventre.
Mille spiegazioni potevano essere più razionali di quella che rifiutava di ammettere. La lupa avrebbe potuto fortuitamente incastrarsi in una catenina rimasta appesa da qualche parte, ma di colpo Andrea si sentì sicuro.
La lupa intanto si nutriva delle sue coccole e delle sue carezze come un bimbo bisognoso di affetto.
Era un bel esemplare, forte e muscoloso, nonostante fosse inequivocabilmente una femmina, ma quelle zampe, quella forma distorta, fecero impressione al tosco.
Invece di rastremarsi verso i piedi, gli arti posteriori, sproporzionatamente lunghi, si rigonfiavano prima di stringersi sulle zampe.
Il pelo sulla schiena era molto lungo, segno forse del forte gelo che quell'anno attanagliava la valle.
La lupa continuava a leccargli le mani e agitare la coda, molto corta e tozza, ma quando Andrea si distolse dalle coccole per prendere il capo dell'animale tra le mani, questo gli sembrò diverso da come l'aveva notato pochi minuti prima.
Il muso sporgeva molto di meno e le orecchie basse in realtà erano quasi scomparse, rimpicciolite e riassorbite nel pelo che, sul volto dell'animale, si era fatto corto e rado, con una sfumatura di grigio molto chiara.
Il fiorentino ragionò rapidamente concedendosi di non aver mai visto così da vicino un lupo. Anzi, dal vivo proprio non ne aveva mai visti e quindi i dettagli che ora notava erano quelli della reale fisionomia del canide, a lui, peraltro, totalmente sconosciuta.
Ma quando le sue dita si impigliarono nel peli di una criniera che stava diventando lunghissima, l'uomo ristette come paralizzato, succube di eventi a cui non riusciva a dare più spiegazione.
“Watashi o aishite!”
Sentì ancora bisbigliare, senza però cogliere alcun senso in quel sommesso biascicare.
Il petto dell'animale si stava gonfiando. Non erano più i profondi sospiri che poco prima Andrea aveva creduto di cogliere. Due mammelle si stavano espandendo, mentre le altre stavano scomparendo insieme al pelo grigio chiaro del ventre.
Il lupo stava perdendo il pelo, ma non il vizio di leccargli le mani, di gemere sommessamente e di sussurrargli espressioni modulate in suoni però ancora incomprensibili.
Il muso intanto si era appiattito e allungato, perdendo quasi completamente il suo belo. La bocca si era appiattita e le labbra, si erano ristrette solo intorno all'apertura centrale, eppure erano ora più gonfie e rosse.
Andrea capì che quanto stava succedendo sotto i suoi occhi non aveva una base scientifica o razionale. Doveva imporsi di disconnettere completamente la sua mente, di abbandonare ogni tentativo di interpretazione intelligente.
E così, finalmente, riuscì a percepire che il corpo della lupa si stava ormai completamente trasformando in quello di una donna.
Il busto e il ventre, lunghi e aggraziati, si liberarono da ogni peluria, le zampe posteriori presero la forma di gambe ben tornite con delicati piedi al posto delle forti zampe.
Il petto era stato colmato da due soli grossi seni umani con larghi capezzoli, mentre le altre mammelle erano del tutto scomparse.
Lo sguardo di Andrea, ancora incredulo e incapace, si sporse sulla schiena, diventata completamente glabra, lungo cui uno sconfinato fiume di capelli neri si muoveva delicatamente, mosso da correnti sconosciute.
L'uomo prese in mano i lunghi steli neri della donna, risalendone la corrente per giungere ad un capo ovale e addomesticato.
E quando rigirò il muso dell'animale, un volto dai tratti orientali lo stava guardando sorridendo.
Intorno al collo stava la catenina d'oro che si affondava tra i seni della ragazza.
Lei lo abbracciò infilandogli le mani tra i capelli.
La trasformazione si era completata sotto gli occhi ancora esterrefatti del toscano.
Una giovane giapponese con lunghissimi capelli neri lo stava abbracciando scrutandolo profondamente negli occhi.
“Jiyū ni shite kure!” ripetè la ragazza al suo orecchio, con un'espressione supplichevole.
“Non ti capisco, non conosco la tua lingua” rispose l'uomo, impacciato, cominciando, senza accorgersene, a sfiorare la schiena della donna, con carezze appena accennate, come se temesse di ferire la pelle delicata che aveva preso il posto del folto pelo grigio.
“Liberami!” lo incoraggiò la donna, in un linguaggio che anche lui potesse comprendere.
“Tu... tu sei Yuko?” le chiese lui, di rimando.
Il volto di fronte a lui sorrise mostrando una fila di denti bianchissimi, tra le tumide labbra rosso carminio, al posto di quelle che prima erano forti zanne. Gli occhi erano diventati una fessura sottilissima mentre il capo si muoveva manifestando una risposta affermativa.
“Liberami dall'incantesimo!” insistette la ragazza lupo.
“E come faccio?” rispose Andrea, sentendosi sfuggire la situazione dalle mani. Gli veniva richiesta un'azione che trascendeva ogni razionalità e ogni esperienza concreta.
“Watashi o aishite!”
Il fiorentino scosse il capo in una sofferta espressione di incomprensione.
“Amami!” gli venne incontro la donna.
“E come posso amarti? Come posso strapparti da questa assurda situazione?”
“Tu sei il primo uomo con cui riesco a comunicare da anni; anni in cui sono stata temuta, inseguita, cacciata, posseduta e disprezzata.” Gli sussurrò la ragazza, continuando ad accarezzarlo tra i capelli, sfiorandogli il volto col naso e con le labbra, in un ancestrale movimento che richiamava quello della lupa che poco prima gli leccava le mani.
“Come ti chiami?” Riprese la giovane, sfiorandolo con uno sguardo dolce e conturbante, visto che l'uomo tentennava. L'uomo rimaneva immobile, ancora incredulo di trovarsi tra le braccia una giovane orientale completamente nuda e che invocava il suo affetto abbracciandolo e accarezzandolo teneramente.
“Andrea” rispose lui, scuotendo il capo, come per risvegliarsi da un sogno, uscendo da una situazione inconcepibile in cui non sapeva come atteggiarsi.
“Andrea!” riprese lei. “Anni fa sono stata serrata alla gola dalla morsa di un lupo che, pur risparmiandomi la vita, dopo che avevo salvato due dei suoi cuccioli dall'attacco di un predatore, mi ha inflitto un incantesimo di cui non riesco a capacitarmi. Sono stata una lupa per interi mesi, ritrasformandomi in donna solo nelle notti di luna piena. Sono stata posseduta da lupi, mentre ero in forma di animale, risultando però sterile per via della mia doppia natura. Sono stata quindi declassata nel branco, pur rimanendone soggiogata. Mi è stato sempre impedito di riprendere le mie sembianze di donna e di ricongiungermi con quelli della mia specie. Ho danzato per il branco, cantando per loro e diventando una specie di sacerdotessa che poteva insegnare e guidarli nei lunghi ululati alla luna nelle notti più luminose. Questo mi ha consentito di riguadagnare una forma di prestigio e ottenere di poter ritrasformarmi in donna in modo definitivo, ma solo a patto che un altro essere umano avesse potuto amarmi e possedermi nei rari momenti in cui mi ripresentavo nella mia natura di donna. Molti mi hanno spiata e descritta; sono diventata protagonista di racconti e di leggende, eppure mai nessuno fino a ora ha cercato di liberarmi e di ricondurmi tra la mia gente. Esattamente in una notte di plenilunio nel pieno della stagione invernale, mi sono trasformata in lupa e ora, quando le notti sono le più lunghe dell'anno e ancora la luna illumina le nevi, avrò per la prima volta la concreta possibilità di ritornare donna per sempre, e di regalare il mio amore all'uomo che potrà liberarmi e amarmi. Adesso, esattamente ora, prima che la luna cali e io mi ritrasformi in lupa.”
Andrea taceva senza sapere cosa rispondere, senza trovare una sola parola da proferire, come per paura, questa volta, di interrompere un sogno che mai più si sarebbe ripresentato.
Continuava ad accarezzare i lunghissimi capelli della donna, mentre con l'altra mano le sfiorava il collo con lunghe carezze che terminavano sul suo seno.
Si sentiva risucchiato nel suo sguardo, rapito in quegli occhi scuri e insondabili, imbavagliato da quel timido sorriso che sembrava implorarlo.
Rimaneva come inebetito, come sordo alle parole della donna, insensibile al suo richiamo, al suo sguardo che rimaneva in ossequiosa attesa.
Yuko prese allora l'iniziativa. Si rialzò dall'abbraccio del fiorentino sfilando le dita dai suoi capelli.
Si girò di schiena piegandosi in posizione a quattro zampe.
Abituata alle posizioni animalesche, abbassò la schiena piegando le braccia e avvicinando il capo al suolo e sporse il sedere bene in alto in una posizione inequivocabile verso l'uomo che ancora tentennava.
“Amami, Andrea! Fammi tua, ora e portami via con te, per sempre!”
Muovendosi come un automa, Andrea si eresse di fronte al sedere che Yuko ostentava alto e accogliente, le cosce aperte, le ginocchia divaricate, esponendo la vulva ai suoi occhi.
Come un gelato che si scioglie al sole, Andrea si distese, lasciando che l'incomprensione e quella sensazioni di irrealtà scivolassero fuori da lui e finalmente si concentrò sull'unica realtà che in quel momento si presentava concreta e tangibile di fronte ai suoi sensi.
Una giovane donna, nel pieno di una notte illuminata dalla luna, in un bosco silenzioso, gli si stava offrendo, donandogli il suo corpo e chiamandolo a un atto sessuale con tutte le arti di seduzione che donna e lupa avevano appreso nel corso della loro esistenza.
La luna si rifletteva sul corpo della ragazza con riflessi di un azzurro impalpabile. La schiena fremeva di eccitazione preparandosi a essere penetrata, trasmettendo le vibrazioni ai sodi glutei, aperti in un richiamo irresistibile.
Con un sol gesto come di rabbia istintiva, Andrea si liberò della giacca, quasi si strappò la cintura abbassandosi i calzoni.
Nelle mutande un'imperiosa erezione lo stava facendo soffrire e il tormento di colpo si lenì quando il grosso pene poté ergersi senza più costrizioni nell'aria frizzante di quella notte fatata.
Yuko sembrava che gemesse implorante, con un suono molto simile ai sommessi sibili dei cani in atteggiamento remissivo.
Con una mano sporta all'indietro sembrava ancora chiamarlo e implorarlo, quando Andrea, dopo averle sfiorato la vulva con una mano, trovandola già gonfia di umide secrezioni e pronta per l'accoppiamento, si accostò con il membro in mano al sedere che gli si offriva e, aiutato dalle mani della ragazza, le entrò dentro affondando in un pozzo caldo e avvolgente.
Quanto questa donna aveva aspettato un accoppiamento con uno della sua razza, quanto la sua vulva aveva atteso quel momento, si rese esplicito dall'abbondanza degli umori che avvolsero l'avanzata della verga dell'uomo nelle sue profondità.
Un percorso senza ostacoli, agevolato e lubrificato, forte e stretto con una piacevole sensazioni di suzione.
La ragazza prese a gemere, del tutto similmente a quanto Andrea si era immaginato fossero gli ululati dei lupi alla luna.
“Amami, Andrea, liberami!” lo incitava la donna alternando sospiri a espliciti gemiti di piacere.
“Watashi o aishite! Jiyū ni shite kure!”
Andrea sollevò il busto al di sopra di quella schiena sinuosa che oscillava avanti e indietro per impossessarsi del membro che la stava penetrando. Appoggiò le mani sulla stretta vita per guidare la donna assecondando i propri movimenti di penetrazione e di uscita dalle sue intimità più profonde.
Lei da sotto le cosce iniziò ad accarezzargli i testicoli continuando a gemere in un crescendo che sembrava non dover mai più terminare, finché l'uomo esplose in un roco ruggito, un potente orgasmo che, con ripetuti e forti colpi contro i glutei della femmina, si spensero in un abbraccio ai suoi seni, abbandonandosi sulla forte schiena che ancora fremeva di desiderio e di piacere.
L'uomo abbassò le ginocchia della giovane, mettendola sdraiata tra i pini e la paglia del sottobosco, continuando a scoparla con lenti movimenti accompagnati ognuno da un fiotto di seme e da un ringhio di piacere. Le sue gambe chiusero quelle dell'asiatica, avvolgendole in una stretta calda e protettiva mentre i lombi si appoggiavano sui suoi morbidi glutei.
E ora fu lei a sentirsi soffocare in un piacere incontenibile. La sensazione di allagamento e il caldo fluire del seme maschile nella profondità dei suo ventre, la guidarono in un orgasmo prolungato e liberatorio. Una pausa nel suo respiro e una prolungata contrazione di tutti i suoi muscoli si aprirono in un forte urlo che esplose in secche e ritmiche contrazioni del suo ventre incontro alla verga che ancora stringeva prepotentemente tra i propri muscoli pelvici.
Ne seguì una serie di urla, quasi uno scoppio di isteria rabbiosa, a coronamento di un accoppiamento che aspettava da tempo incommensurabile.
Le urla della donna echeggiarono tra le vallate, tra le fronde dei pini cembri e degli abeti, tra le pareti e le distese di neve che sembravano ancora palpitare dei mille riflessi della luce lunare, riproponendo a terra i disegni arabescati delle costellazioni del cielo.
Urla di donna liberata, urla di donna posseduta con potenza, urla di donna amata e riportata nel consesso dei propri simili. Urla di incantesimo infranto, come un volo di corvi che si perde nella notte, in magnifico contrasto con le distese brillanti delle nevi. I lupi del branco udirono e capirono.
“桜の花” (Sakura no hana)
Ripeté la giapponese abbandonandosi a un incoercibile sopore, ancora stretta tra le braccia forti dell'uomo che, da sopra, la ricopriva come una protettiva coltre, ancora saldamente trattenuto nella sua profondità. Subito dopo un tuono echeggiò violento e lugubre, come lo schianto di un treno contro una parete, duro e secco. Un boato che fu udito in tutti i paesi della vallata, dai luoghi più profondi fino ai rifugi più elevati, dalle creste affilate, dagli aguzzi apici dei torrioni, fin nel buio impenetrabile dei solchi e delle valli. Un frastuono che tutti gli uomini udirono all'unisono e che fu tramandato da quel giorno, di generazione in generazione.
I lupi quella notte si rintanarono nei loro ripari e nessuno osò ululare alla luna.
“Amami, portami con te per sempre; ovunque tu andrai, ovunque sarai, io sarò con te!” sussurrò la donna, stretta nel caldo e protettivo abbraccio dell'uomo. Finalmente liberata e per sempre dalle catene dell'incantesimo.
“Mia piccola samurai.” Le rispose Andrea e la strinse ancora più forte nel suo caldo abbraccio.

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