La leggenda della ragazza lupo

Scritto da , il 2021-12-24, genere prime esperienze

La luna piena scintillava tra le fronde degli abeti, unica luce nella notte impenetrabile.
La sua immagine, rimpicciolita in minuscoli brillamenti, veniva riflessa da centinaia di cristalli di neve, mentre i due scialpinisti procedevano avvolti dalle volute di vapore del loro fiato, nello sforzo che imponeva la salita.
Doveva essere un'ascensione come altre, nel fascino della neve illuminata da Iside, alla vigilia di quel Natale, in Dolomiti.
Eppure, fuori dai percorsi convenzionali, nel fitto bosco di quella isolata valle della montagna, a ridosso degli spazi aperti e della luce che, nella notte, accecava con il candore delle nevi, qualcosa di anomalo doveva proprio succedere.
L'aria sembrava carica di tensione come quando, sulle creste rocciose durante i temporali, l'atmosfera si satura di elettricità ronzando minacciosa sui pulpiti e sulle croci delle vette, e il fulmine cerca con cura il bersaglio verso cui scagliarsi, abbagliante, assordante e carico di terrore e di morte.
Eppure in apparenza sembrava tutto tranquillo.
Nel silenzio cotonato della notte, due occhi abituati all'oscurità scrutavano i movimenti della coppia di scialpinisti che sembrava dirigersi proprio verso la tana dell'animale.
Una massa nera di colpo uscì allo scoperto, da dietro un tronco ricoperto di muschio.
Il silenzio assoluto con cui fu eseguito l'assalto, protesse l'animale che si avventò sul primo alpinista senza che questo potesse neanche accorgersi.
Solo un sordo ringhio e poi un feroce morso al polpaccio.
Yuko urlò di terrore, arretrando di fronte alla lotta intrapresa da un grosso lupo contro il proprio fidanzato.
Nella violenta caduta gli sci si erano staccati, ma ormai il lupo era addosso al giovane cercando di azzannarlo alla gola.
La ragazza si lanciò nella lotta brandendo una bacchetta da sci come se fosse una clava.
La belva le si rivolse contro, uno sguardo da demone della notte, gli occhi iniettati di sangue e quella bava che colava dai denti che digrignavano rabbia e violenza.
In un attimo le saltò addosso, ma la donna lo tenne a distanza con la punta della bacchetta, ferendolo al petto.
Un nuovo balzo dell'animale fece perdere l'equilibrio alla giapponese che cadde nella neve, ancora vincolata dagli sci, bloccati ai suoi scarponi.
Ma il compagno le venne subito in soccorso, bastonando il lupo sulla schiena.
La bestia si diresse nuovamente contro il ragazzo, che scappò nella neve alta, buttandosi in discesa nel bosco per distogliere l'attacco dalla compagna, che, urlando di terrore, si era rialzata ricoperta di neve.
La donna vide il fidanzato scomparire nel buio, inseguito dal mostro che ancora ringhiava, in una zona di ripide pareti.
Un urlo nella notte, un suono carico di angoscia e di terrore confermò alla donna che il compagno era precipitato nel vuoto.
Seguì un silenzio irreale. Neanche più i latrati del lupo erano percepibili, segno che pure l'animale doveva essere precipitato.
Yuko si strappò gli sci dai piedi e corse verso il baratro, oltre il quale non riuscì a scorgere alcun segnale di vita da parte del compagno. Lo chiamò per nome senza ottenere risposta.
Nel panico e nell'angoscia si impose di fermarsi alcuni secondi a riflettere e riordinare le idee per decidere cosa fare nel momento di emergenza.
“Il 112! Devo chiamare i soccorsi!”
Con rabbia si impossessò del cellulare che aveva in tasca, compose il numero, parlò, spiegò, diede una posizione sommaria, raccontò dell'incidente e finalmente si organizzò la macchina del soccorso.
Lei, ora, doveva solo attendere senza muoversi da quel posto, ma l'ansia di ritrovare il fidanzato, sicura della gravità dell'incidente, la mosse per cercare le tracce della caduta e cercare di fare quanto poteva.
Ma giunta nuovamente sull'orlo della parete sentì davanti a lei il cupo brontolio del lupo che ritornava sui suoi passi.
Lo vide. Gli occhi gli brillavano di una luce irreale, illuminati dalla luna; la bestia le si avvicinava ringhiando, mentre arrancava sulle rocce poco sotto di lei.
Yuko prese alcune pietre scagliandogliele contro e, senza controllare il risultato, scappò cercando di ritrovare i suoi sci.
Ma quando si ritrovò sul luogo dell'attacco senti un latrato vicinissimo.
Qualche altro lupo sembrava sbarrarle la via di fuga.
Si buttò nel bosco, cercando un riparo. I soccorsi sarebbero arrivati al più presto e lei non doveva rimanere allo scoperto, rischiando un nuovo attacco dei lupi.
Sotto una roccia sporgente scoprì una grossa nicchia ricoperta da paglia, forse un riparo di camosci o stambecchi.
Vi ci si buttò subito, brandendo una bacchetta da sci per difendersi.
Ma appena sotto la roccia una striscia rossastra attraversò il suo campo visivo.
Una grossa volpe le scappò davanti, con un fischio che sembrava quasi un sibilo; qualcosa di nero fra i denti.
In pochi secondi però, il silenzio tornò padrone della scena.
Yuko, ancora tremante per il terrore e per il freddo, si accovacciò sul fondo della cavità, tenendo in una mano il telefono per contattare i soccorsi, e nell'altra la bacchetta.
Ma dopo pochi secondi si scosse di nuovo percependo un nuovo suono. Cos'altro doveva succederle quella notte?
Una specie di pigolio sommesso, un acuto cigolio sembrò paralizzarla.
Si ritrasse in un bordo della nicchia fissando angosciata il luogo da cui sembrava provenire quel suono assurdo.
Qualcosa si muoveva nella paglia.
La ragazza si schiacciò ancora di più contro la roccia e allungò la bacchetta per smuovere l'erba secca.
La punta spostò un groviglio di fieno e Yuko emise un suono di stupore.
Da sotto la paglia emersero due minuscoli cuccioli dal folto pelo grigio, il muso nero e le grosse orecchie rosa.
La giapponese capì di colpo tutto l'accaduto.
Lei e il suo compagno, lontani da sentieri e percorsi frequentati, si erano imbattuti nella tana di una lupa che li aveva attaccati per difendere i propri cuccioli.
Al suo arrivo aveva disturbato e allontanato una volpe che, approfittando della situazione, aveva fatto strage. Forse solo il suo involontario intervento aveva evitato la totale estinzione della cucciolata.
La ragazza si rilassò e, senza pensarci allungò le mani verso quegli innocui ciuffetti di pelo.
I due lupetti dovevano avere veramente pochi giorni di vita, si muovevano e cigolavano suoni che richiamavano calore e aiuto.
Senza la madre sarebbero morti rapidamente.
Già, e la madre?
Yuko tese l'orecchio, ma non riuscì a percepire alcun suono. Che fine aveva fatto la lupa che lei aveva appena preso a sassate sulla parete?
Dopo una rapida occhiata al cellulare, su cui non scorse alcuna chiamata da parte dei soccorritori, decise di occuparsi dei cuccioli.
Li estrasse dal giaciglio con l'idea di provare a riscaldarli.
Uno dei lupetti le si attaccò a un dito iniziando a succhiare. I due piccoli avevano fame.
La ragazza si ricordò di un tubetto di latte condensato che aveva in tasca e, presolo tra le mani, si spalmò un po' del liquido sul dito, porgendolo al cucciolo. Il piccolo leccò il dito, poi cercò di morderlo con le gengive, stancandosi presto di succhiare. Stesso cosa fece l'altro cucciolo. Le dita erano grosse e fredde e neanche il sapore dolce attirava i due piccoli che ora sembravano tremare dal freddo.
Senza pensarci troppo, la donna prese tra le braccia i due cuccioli, si slacciò la giacca a vento e il pile, avvolgendoli con gli indumenti e stringendoseli contro il petto.
Ma i due continuavano a roteare le teste allargando le mandibole in cerca di cibo.
Yuko ebbe un'intuizione. Si sollevò la maglia termica, ultimo strato a contatto della propria pelle e, senza indumenti intimi, si avvicinò i cuccioli ai capezzoli.
Questi si attaccarono subito, iniziando a succhiare. La consistenza e le dimensioni erano quelle giuste, ma di nutrimento proprio non ce n'era.
Riprese allora in mano il tubetto del latte condensato. A turno staccò dal seno i due lupi, si fece cadere alcune gocce di latte sui capezzoli riattaccandoli subito.
L'effetto fu superiore alle aspettative. I due cuccioli ripresero a succhiare e Yuko continuò la stessa operazione riuscendo a nutrire e tranquillizzare i due piccoli lupi.
Poco dopo uno dei due si addormentò mentre il secondo, con le palpebre calate, continuava con blande suzioni e una ridicola espressione di indifferenza.
Yuko nel frattempo si era un po' tranquillizzata e ripensò con più calma a come doveva comportarsi per ritrovare il suo compagno e cercare di portare a casa la pelle.
Ma i suoi pensieri furono nuovamente interrotti.
Udì ringhiare. Latrati di una lotta che avrebbe portato la morte di qualche animale e la sopravvivenza di altri.
Istintivamente si strinse al seno i due cuccioli sopravvissuti all'attacco della volpe. La loro madre era morta cadendo dal precipizio, come forse era successo per il suo compagno.
Ma da parte del soccorso alpino non aveva ricevuto ancora nessun segnale.
Controllò di nuovo il cellulare.
In quel punto non c'era campo, se ne accorse solo allora. Forse la stavano cercando e a lei non era stato possibile farsi raggiungere. Nessun grido, nessuna sirena o luce avevano turbato la notte. O gli aiuti erano ancora lontani, oppure la stavano cercando in un posto sbagliato.
Decise di provare a tornare sul luogo dell'incidente dove almeno con il telefono poteva comunicare.
Si allacció il pile tenendo i cuccioli all'interno, ancora attaccati ai suoi seni.
I due forse si erano addormentati.
Ma quando si alzò, i suoi occhi, al chiarore della luna, incrociano quelli di un altro mammifero; quelli di un'altra madre.
La giovane si sentì bagnare la fronte di sudore e capì che la propria vita era ancora in pericolo.
Quella forse era la madre dei cuccioli.
Quella iniziativa forse ora le sarebbe costata la vita.
La lupa ringhiava con un mugolio sordo e profondo mostrando i denti.
L'istinto materno le dava energie che Yuko non avrebbe potuto contrastare.
La giapponese, evitando gesti improvvisi, lentamente si aprì il pile, mostrando alla lupa i suoi due cuccioli, ancora addormentati, attaccati ai propri capezzoli.
Il ringhio della madre si accentuò. I suoi denti brillavano lucidi di bava alla luce della luna.
Yuko prese i cuccioli e li porse lentamente alla madre, che subito interruppe l'aggressione per dedicarsi ai propri cuccioli, coprendoli di leccate.
La ragazza si rilassò alla vista delle cure che la lupa dedicava ai due cuccioli rimasti in vita.
Ma una nera figura le si abbatté sul dorso, atterrandola nella nicchia e ora un enorme lupo grigio le serrava la gola.
Yuko realizzò la nuova situazione con freddezza: lei era una predatrice, un'intrusa.
Le mandibole le stringevano la gola, ma la ragazza non cercò in nessun modo di sottrarsi alla morsa.
Nonostante la stretta la giapponese non si sentì soffocare o ferire dai denti.
Presto fu presa da giramenti di testa. I suoi occhi fissavano quelli del grosso predatore. La sua immagine iniziò a roteare, la vista si annebbiò e la ragazza perse i sensi.

Si risvegliò sentendosi leccare in volto.
Sorpresa di ritrovarsi in vita, la ragazza cercò di ricostruire la situazione in mezzo a confusi ricordi.
Si guardò intorno. Era ancora notte e la luna si infiltrava sotto la roccia, tra gli spessi rami degli abeti. Forse erano passati solo pochi minuti da quando era svenuta.
La lupa che le leccava il volto si scostò e Yuko si sollevò sul busto contemplando la scena di fronte.
I cuccioli erano ora attaccati alla madre e il grosso lupo era sparito.
La giovane, in ginocchio, cercò di allontanarsi dalla nicchia con un passo indietro, ma la lupa sollevò il muso come allarmata.
La ragazza fece ancora un passo indietro, ma la cagna cominciò a ringhiare.
Alle sue spalle ricomparve il grosso maschio che le strisciò dietro alla schiena, sollevandosi poi con le zampe anteriori sulle sue spalle.
Yuko capì che era intrappolata.

I soccorsi trovarono il suo compagno alla base del precipizio.
Il giovane aveva le gambe spezzate, una frattura a due vertebre lombari e un principio di assideramento, ma fu soccorso e trasportato in ospedale. In qualche settimana di degenza si salvò.
I volontari però non trovarono la ragazza. Le ricerche proseguirono il giorno successivo. Furono rinvenuti gli sci e una bacchetta, ma nient'altro. Dopo una settimana le ricerche furono interrotte. Ovunque si fosse trovata la giapponese, era impossibile pensare che fosse ancora in vita.
La vicenda restò inconclusa, con solo qualche titolo sui giornali.
Ma tra le genti della vallata trentina restò il ricordo della vicenda e del mistero che l'aveva avvolta.

Solo due anni dopo un bracconiere trovò degli indumenti completamente sbiaditi, in una vallata molto lontana da quella dell'incidente; in una tasca era ancora presente un piccolo portafoglio.
In mezzo a banconote irriconoscibili stavano alcune monete giapponesi.
La notizia fece molto scalpore e il mistero rimasto irrisolto riprese popolarità.
La questura decretò la chiusura del caso. Il corpo dell'alpinista giapponese restava ancora introvato, ma gli indumenti furono riconosciuti appartenenti alla ragazza. Il compagno confermò che Yuko, benché naturalizzata italiana, teneva con sé alcune monete della sua patria di origine.
Il caso fu definitamente chiuso, ma nella regione si scatenò la fantasia popolare e si intensificarono le ricerche.

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