La giovane mammina inquieta. 3°Parte. À la guerre comme à la guerre: l’orgia finale.

Scritto da , il 2021-10-18, genere orge

Erano trascorsi circa due anni dai miei primi turbamenti, dalle mie frenesie per es la mia lussuria inespressa, e dalle conseguenti esperienze piuttosto disinvolte che avevo vissuto. Mi ero divertita e, nel tempo, avevo affinato le mie capacità in materia di sesso, tanto da ricevere entusiastiche recensioni nella piccola e raffinata cerchia in cui prestavo la mia opera di puttana d’alto bordo e anche richieste da gruppi simili di altre città.
I miei spostamenti erano resi agevoli dal nuovo lavoro che il mio mentore, che per convenzione chiamerò sig. Benjam, mi aveva procurato e che mi permetteva una maggior libertà e anche una copertura in modo da non destare sospetti nella mia famiglia. Guadagnavo bene sia col lavoro ufficiale sia con quello derivante dal mio mercimonio ( e che non era assolutamente da trascurare). Ma il mio considerevole patrimonio derivava soprattutto dai consigli suggeritimi dal sig.Benjam che con spericolate, e apparentemente dissennate, operazioni finanziarie, che non potevo assolutamente capire, l’aveva fatto smisuratamente lievitare. Non avevo troppi scrupoli nei confronti di mio marito molto gratificato dall’agiatezza economica che il mio lavoro e la mia capacità di investire - così credeva o gli faceva comodo pensare - aveva portato, ma anche perché mi ero trasformata in una bomba erotica e questo a letto lo compiaceva molto, anche se il suo moralismo bacchettone non gli consentiva di manifestarlo apertamente.
Mi trovavo seduta nello studio di Benjam, con lui sempre immerso nella penombra nella solita poltrona, misterioso e inaccessibile.
- Cara Nicole sono, anzi siamo molto soddisfatti delle sue performance e glielo abbiamo dimostrato. Infatti credo che la sua ricompensa sia stata più che adeguata è gratificante.
- Sono assolutamente d’accordo e vorrei anche poterle esprimere…ehm….carnalmente, abbandonandomi al suo volere, la mia gratitudine.
- Forse, mia deliziosa creatura, è giunto il momento. Dovrò assentarmi per moltissimo tempo, forse per sempre, e darò una festa a cui mi farà l’onore di essere mia ospite. Il ricevimento avrà caratteristiche molto particolari e lei sarà, non ne dubito, all’altezza. Venerdì sera prenderà un taxi - fino al punto in cui una limousine nera la condurrà a destinazione, una location degna e non quel bilocale kitsch dall’aspetto postribolare, dove era solita dispensare le sue grazie.
Bruno era un personaggio ignobile ma merita la mia gratitudine postuma per aver scovato una perla rara come lei, il cui fascino e la cui chimica non hanno davvero paragoni.
Mi porse un biglietto - non usava mai Whatsapp, SMS o mail - in cui erano state annotate tutte le istruzioni inerenti il misterioso appuntamento.
Uscendo notai che la splendida costruzione del mio anfitrione assumeva, nel colore sanguigno del tramonto contro cui si stagliava, un aspetto sinistro, lugubre. Rabbrividii avvertendo un recondito timore di cui non individuavo con chiarezza l’origine.

La limousine si muoveva leggera senza scosse o sobbalzi che il terreno avrebbe potuto provocare. Ero immersa nel silenzio e i vetri oscurati mi impedivano di capire dove fossimo diretti. L’auto si arrestò e l’autista, aprendomi la portiera, mi fece scendere all’interno di un ampio cortile circondato da un alto muro di mattoni rossi. Entrata nell’edificio, una elegante ma severo palazzo, un domestico in livrea mi accolse e a lui consegnai il soprabito, mi porse una mascherina di lattice che indossai, e mi introdusse in un ampio salone arredato lussuosamente e affollato di persone eleganti, tutti mascherati.
Fui colpita da una musica strana, dissonante e i cui toni bassi facevano vibrare il basso ventre. Le luci giocate su toni dal rosso carminio fino a quello del sangue più scuro, tendente al nero - un colore che mi rievocava sinistre paure - mi inquietarono.
Sembravo che il mio arrivo fosse atteso. Ben presto fui circondata da uomini e donne, tutti mascherati, che accortisi della mia entrata, mi investirono lubrichi, sia nell’espressione verbale sia fisicamente. Non vedevo, nonostante gli sforzi il sig. Benjam.
- Ecco la nuova puttana! Finalmente!
- Cosa stiamo aspettando? Mi sembra bella.
- Usiamola, questa troia.
- Ma ….cosa succede? - Replicai sommessamente. Ero intimorita.
Mani mi strinsero, mi palpeggiarono rozzamente e avvertii tocchi viscidi, sgradevoli, mi spinsero. Sballottata, mi ritrovai con i vestiti lacerati, a brandelli, gli slip abbassati fino alla linea del pelo, i capezzoli fatti fuoriuscire dal reggiseno.
- Inginocchiati!
Gli uomini estrassero i loro peni e dovetti prenderli nella mia bocca, verso la quale si affollavano, disputandosi la precedenza a entrare. Le donne crudelmente incitavano i loro uomini e mi insultavano e mi colpivano con schiaffi.
- Puttana sei nostra, vedremo ridurre a brandelli le tue belle tette e ti squarteranno culo e vagina fino all’utero.
Passavo da un cazzo all’altro, costretta a succhiarli, leccarli in una sarabanda indescrivibile e ben presto numerosi schizzi di sperma mi colpirono il volto, mi imbrattarono i capelli, il corpo. Fui costretta, mi fu ordinato di aprire la bocca e ingoiare il seme.
- Ora sfondiamola da ogni parte, facciamola a pezzi.
Ebbi veramente paura: mi sentivo minacciata, urlai disperata:
- Benjaaammm!
Si fece uno strano silenzio a quel nome e due virago, comparse dal nulla e dall’aspetto terribile, mi prelevarono palesando una forza erculea e, fendendo decisamente la folla assatanata e cattiva, mi condussero in una stanza dove fui denudata rudemente dei resti del mio abito e della mia lingerie, stesa e immobilizzata su un tavolo, legata polsi e caviglie.
- Guarda che tenero bocconcino! Se potessimo disporne pienamente…
Il mio corpo candido su cui spiccava il nero pelo pubico e quello dei ciuffi neri sotto le ascelle scoperte dalla posizione in cui erano state fissate le braccia, era alla loro mercé e si divertirono a giocare con le mie mammelle, a impastarle, a pizzicarmi i capezzoli con crudele perfidia; la mia vulva fu preda delle loro lingue voraci. Una di loro salita a cavalcioni su di me mi costrinse a leccare la sua figa incredibilmente irsuta e dal clitoride molto sviluppato. Dovetti ubbidire sopportandone l’afrore, nella mia condizione di dominata.
- Leccamela, cagnetta.
- Basta, adesso prepariamola. Il padrone sarà impaziente. - L’altra la richiamò all’ordine
Dopo avermi ripulito dello sperma che mi imbrattava con le loro manone grassocce si introdussero nei miei orifizi in un brutale fisting spalmando un unguento misterioso che inizialmente bruciò come fuoco.
- Chissà se questa fighetta e questo culetto resisteranno. Ahahah voglio proprio vedere.
Nel salone dove fui riportata un uomo gigantesco, completamente nudo mi attendeva: compresi dal tono della voce col quale mi chiamò a sé che era proprio Benjam. Altresì mi resi conto di averlo sempre incontrato mentre era immerso nell’ombra e seduto sulla sua poltrona. Non avevo mai neppure visto i suoi occhi dalle iridi di foggia innaturale che nella luce infernale e incerta del salone brillavano come tizzoni. Il suo pene era mostruoso, irreale.
Sapendo che la protagonista di ciò che si preparava sarei stata io, mi sentii venir meno e scivolai sul divano circolare al centro della stanza. Il cerchio degli uomini e donne si strinse attorno urlante mentre Benjam fu sopra di me incombente nella sua mole. La sua lingua - ma che lingua capace di assumere forme e dimensioni cangianti! - esplorò il mio corpo tremante con sapiente metodo, senza trascurare gli spazi più reconditi. I miei orifizi furono violati così profondamente da farmi scoppiare di piacere, da urlare in maniera smodata. Sembrava che quell’organo portentoso possedesse la sensibilità tattile, olfattiva e gustativa contemporaneamente, producendo nel suo muoversi dentro di me una scossa inebriante, scatenando un piacere inaspettato. Ponendosi alle mie spalle, Benjam mi sollevò facilmente facendomi poi ricadere, per gravità, sulla sua asta eretta, DURA COME IL MARMO che entrò nel mio culo sfondandolo brutalmente e profondamente. Strillai come una bestia azzannata.
Capii poi che quell’unguento misterioso che mi era stato spalmato dalle due donnacce, avendo conferito ai miei tessuti un’elasticità straordinaria, mi aveva salvato impedendo al mio orifizio di lacerarsi, di distruggersi. Ma nonostante questo l’essere impalata su e giù da quel mostruoso cazzo mi fece piangere e disperare. Quella spaventosa massa di carne saliva sempre più in fondo al mio intestino , invadendolo occupandolo, il respiro mi sembrava mancare.
-Che dolore! Mi stai rompendo, mi uccidi, basta per pietà. È troppo per me. Finiscila ti supplico!
Attorno le urla, le risate, i ghigni degli astanti erano assordanti come la terribile musica che sovrastava tutto.
Un fiotto di sperma caldissimo finalmente mi riempì le viscere dandomi sollievo. Senza tregua Benjam mi girò in avanti con facilità irrisoria e tenendomi sollevata per le natiche mi scopò selvaggiamente stando in posizione eretta potendomi lambire, succhiare con un bacio bruciante le mammelle. Quel cazzo gigante mi devastava, mi urtava la cervice uterina, con colpi potenti che producevano rumori sordi, ma, pur urlando e strillando, m’accorsi di star godendo in maniera sublime e gli offrii la mia bocca, in un atto di sottomissione e resa, alla sua incredibile lingua che ne prese possesso fisicamente e mentalmente. Ero la sua schiava e avrebbe potuto fare di me ciò che avrebbe desiderato, senza alcun limite. Accolsi il nuovo fiotto di sperma grata e ormai sfinita.
Terminato tutto, nuda al centro della stanza, gemendo e premendomi il ventre mi liberai della quantità incredibile liquido seminale che mi aveva colmato sia l’intestino che la vagina. Benjam mi schiacciava il dorso con un piede in segno di possesso e spingendomi il volto verso quel lago di sperma che leccai e lappai come una cagna derisa e riempita d’insulti dai presenti che continuavano a berciare sguaiatamente.

Mi ritrovai fuori dal portone senza sapere come. Uscii confusa, ebbra, fuggendo senza volgermi indietro, vestita solo del soprabito - sotto ero nuda - e delle mie décolleté; tremai all’aria fredda della notte nella cui volta scura algide stelle riluccicavano. Un taxi mi attendeva. Salii in fretta. Nella tasca destra, con il mio cellulare, trovai un biglietto ripiegato.
Alla luce della torcia lessi trepidante:
- Nicole, stavolta userò confidenzialmente per questo saluto il pronome tu: si, sono stato brutale, ma è la mia natura e pure il rito richiedeva tutto questo. Ti confesso che solo un mio intervento - e solo a me è stato concesso - ha evitato che tu fossi la vittima sacrificale di un rito orgiastico innominabile che avrebbe concluso crudelmente nel sangue la nottata. Perché mi sono imposto a che fossi risparmiata? Francamente non lo so. Qualcosa di strano è accaduto in me: ormai è sicuro che ci sia un’affinità chimica - voi lo chiamereste innamoramento - fra noi e non posso consentire che ti sia fatto alcun male. Il mio cinismo, la mia crudeltà si è dissolta davanti a te. Ora però dimenticami e rimuovi tutto per il tuo bene e ritorna alla tua vita, goditi ciò che hai conquistato senza più avventure e rischi. Chissà, un giorno forse ci incontreremo….ma no è impossibile ed è meglio così. Ad majora.

P.S. Il tuo corpo mi ha dato un piacere che non pensavo di poter ricavare da un mammifero femmina e che travalica la pura soddisfazione fisica. Sei una “donna” - devo usare questo termine - bella, ma soprattutto dotata di un appeal che, se ben conosciuto, toglie il fiato ed esalta, inebria.
Consentimi un termine vostro, che non mi appartiene, volgare ma pregnante di sintetico significato: sei una gran figa. Ma per me sei molto di più.

B.







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