Cabina quattro.

di
genere
tradimenti

La porta stretta - L’altra via

Lorena torna allo stabilimento* nel pomeriggio più feroce.
L’aria è così densa che sembra spingerla avanti più di quanto lei scelga di muoversi.
La luce è ferma sul mare, la sabbia brucia sotto i piedi, il sale tira la pelle già scurita.
Non cerca il bagnino con gli occhi.
Ma il corpo febbrile lo richiama.
Lui è all’ombra delle cabine.
Non la saluta.
La guarda.
Un gesto minimo: — Seguimi.
Lorena è docile.
La cabina quattro li ingoia.
Legno caldo, penombra, umidità, sale, sudore.
La porta si chiude. La chiave gira.
Fuori, il mondo sparisce.
Le assi sembrano trattenere il fiato con loro.
— Non pensavo entrassi davvero.
La voce di lui è bassa, come se il legno potesse ascoltare.
Lei inclina appena il capo.
— E invece sono qui.
Le arriva dietro, il calore del suo corpo le incombe sulla schiena e allora il ventre si tende. Il respiro si accorcia.
Le prende il fianco con una mano larga, lenta, sicura.
La gira.
La inclina.
Non serve forza. È dominio.
— Sei qui signora — dice piano, e la frase le graffia l’orecchio.
Lorena chiude gli occhi.
Il bacino arretra da solo.
Poco, abbastanza per costituire un invito.
Lui la sistema dove il corpo stringe per difesa, e aspetta.
Lorena sa dove la sta prendendo, e il fatto di saperlo rende tutto più feroce.
Non c’è tenerezza, non c’è equivoco: c’è solo la parte di lei che accetta di essere usata proprio lì.
In quel punto stretto e proibito non perde il controllo: perde il possesso di sé che aveva difeso per anni.
E capisce che non è stata costretta.
La mano di lui resta sulla schiena.
La mantiene esattamente dove deve stare.
In quella posizione non ammette equivoci, ogni dubbio muore.
Lui non la cerca davanti.
Non la apre dove il corpo femminile è abituato ad accogliere.
La allinea più indietro.
Più in alto.
Lorena lo sa da quella pressione insistita.
Quando Lorena inspira e cede di quel millimetro;
non sta aprendo una porta qualsiasi.
Non è la via abituale.
Non è morbida.
È stretta, serrata, esigente.
Sta concedendo quel punto preciso,
quello che non si offre per consuetudine ma per scelta.
Ed è lì che lui entra.
La pressione dietro di lei cresce.
Chiede respiro.
Chiede controllo.
Chiede resa.
Lorena serra i denti.
Il legno vibra contro la fronte.
Il tremito le corre su per la schiena.
Lorena inspira
Le pulsazioni sono molto più forti e quindi più emozionanti, l'ano è così stretto. La vagina indirettamente stimolata risponde; la mano di Lorena sul clitoride. Per il cazzo non c’è fondo che lo limiti e, senza limiti, procede. Il calore dello sperma schizzato è molto più…caldo.
Lui la trattiene ancora, stringe le mammelle morbide.
Il gemito che le scappa è basso, rotto.
Quando il tremito si placa, resta solo il loro respiro intrecciato nella cabina stretta.
Lorena si stacca piano dal legno.
Le gambe non sono ancora sue.
Il legno cede di un soffio quando si scosta, come se la trattenesse ancora per un ultimo istante.
Un rumore lontano filtra dalla spiaggia, come se il mondo ricordasse di esistere proprio in quell’istante.
Lui la osserva in silenzio, con la calma del desiderio placato.
La porta si apre.
La luce entra.
La sabbia le si attacca alla pelle umida come una firma.
Gli ombrelloni immobili sembrano non accorgersi di lei, e questo la fa sentire ancora più scoperta.
Cammina via senza voltarsi.
Ogni passo tradisce un’eco profonda, ancora viva.
Lui la segue con gli occhi. Il passo è più raccolto, più lento, leggermente traballante.
La spiaggia si svuota. Il disagio fisico si stempera lentamente.
Il suo corpo è lì, esposto nella luce che cala: le cosce raccolte sotto di lei, il bikini nero non rivela nulla di più del necessario, ma un peso profondo le tira il ventre verso il basso, come una memoria recente che non si è ancora sciolta.
Persino l’ascella sollevata, con la peluria scura che il tramonto colora di rame, la fa sentire più nuda del dovuto.

* Peccato di gola
di
scritto il
2026-01-27
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