La Regola della Bottiglia: Il Rituale dei Sette
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All’inizio era solo noia. Sette ragazzi, poco più che maggiorenni — quattro maschi e tre femmine — chiusi in una stanza a rincorrere il brivido di un’adolescenza che non voleva finire. Il gioco della bottiglia era il punto di partenza, un classico innocente che, sera dopo sera, ha iniziato a mutare pelle. Le regole sono cambiate sotto la spinta dell’alcol, che scorreva generoso, e di una cultura pornografica che avevamo assimilato e che ora chiedeva di essere messa in pratica. Le sfide sono diventate scommesse; le scommesse sono diventate ordini. I freni sono saltati, lasciando spazio a un’intimità cruda, perversa e metodica.
Le regole erano diventate una liturgia. Ci mettevamo in cerchio, sette corpi in attesa. Il primo giro era il “riscaldamento”, una discesa individuale nell’esibizionismo. Ognuno scriveva una penitenza su un foglietto, la piegava e la lanciava nella coppa di vetro al centro del cerchio. Il Lettore della serata estraeva un biglietto e faceva girare la bottiglia. Chi veniva indicato doveva eseguire l’ordine su se stesso, davanti agli occhi degli altri sei.
L’aspetto più eccitante era la spietatezza delle ragazze: scrivevano le perversioni più spinte, consapevoli che il caso avrebbe potuto rivoltare quegli stessi ordini contro di loro. “Resta nudo per tutta la serata”, “Masturbati fissando ogni compagno negli occhi”, “Elogia il tuo sesso per cinque minuti”, fino alle richieste più fisiche come la “Stimolazione anale prolungata”. In questo primo stadio, nessuno toccava nessun altro. Era un coro di respiri affannati e sguardi predatori, dove il piacere individuale diventava spettacolo collettivo.
Ma era dal secondo giro che il gioco si faceva serio, viscerale. La bottiglia stabiliva la vittima, il biglietto stabiliva l’atto, e un secondo giro di bottiglia designava l’esecutore. All’inizio, il pudore ci imponeva di cambiare coppia se uscivano persone dello stesso sesso, ma il tabù è crollato quasi subito. Nel cerchio della bottiglia, i generi erano svaniti: esistevano solo corpi che usavano altri corpi.
Non c’erano turni, non c’era giustizia. Potevi essere estratto tre volte di seguito come passivo, ritrovandoti a leccare un ano, farti scopare da un amico e subito dopo affondare la faccia tra le gambe di una delle ragazze. Oppure potevi essere l’attivo, chiamato a dispensare piacere finché la tua resistenza fisica lo permetteva. Per ovviare ai limiti della “ricarica” maschile, il nostro arsenale si era arricchito: strap-on, dildo, manette. Le ragazze avevano preteso una regola ferrea: se il biglietto recitava “Caterina scopa Alessandro”, lo strap-on diventava l’unico strumento ammesso. L’inculata era il dazio da pagare per aver perso al gioco.
Col tempo, la soglia del dolore e dell’umiliazione si era alzata. Erano apparse le fruste, lasciando segni rossi sulle schiene che nascondevamo sotto le magliette il giorno dopo. Era apparso il pissing, con il calore dell’urina che battezzava il sottomesso di turno sotto gli sguardi eccitati del gruppo. Nonostante la crudezza delle scene, tra noi regnava un’armonia assoluta. Eravamo un branco coeso, protetto da una regola non scritta: niente sesso fuori dal gioco. Le gelosie erano bandite. I partner occasionali che qualcuno di noi provava a frequentare fuori dal cerchio duravano poco; non potevano competere con l’intensità di quelle serate bisettimanali, dove ogni quindici giorni diventavamo l’uno lo strumento dell’altra, senza morale e senza limiti.
https://nodonero.com/racconto/la-regola-della-bottiglia-il-rituale-dei-sette/
Le regole erano diventate una liturgia. Ci mettevamo in cerchio, sette corpi in attesa. Il primo giro era il “riscaldamento”, una discesa individuale nell’esibizionismo. Ognuno scriveva una penitenza su un foglietto, la piegava e la lanciava nella coppa di vetro al centro del cerchio. Il Lettore della serata estraeva un biglietto e faceva girare la bottiglia. Chi veniva indicato doveva eseguire l’ordine su se stesso, davanti agli occhi degli altri sei.
L’aspetto più eccitante era la spietatezza delle ragazze: scrivevano le perversioni più spinte, consapevoli che il caso avrebbe potuto rivoltare quegli stessi ordini contro di loro. “Resta nudo per tutta la serata”, “Masturbati fissando ogni compagno negli occhi”, “Elogia il tuo sesso per cinque minuti”, fino alle richieste più fisiche come la “Stimolazione anale prolungata”. In questo primo stadio, nessuno toccava nessun altro. Era un coro di respiri affannati e sguardi predatori, dove il piacere individuale diventava spettacolo collettivo.
Ma era dal secondo giro che il gioco si faceva serio, viscerale. La bottiglia stabiliva la vittima, il biglietto stabiliva l’atto, e un secondo giro di bottiglia designava l’esecutore. All’inizio, il pudore ci imponeva di cambiare coppia se uscivano persone dello stesso sesso, ma il tabù è crollato quasi subito. Nel cerchio della bottiglia, i generi erano svaniti: esistevano solo corpi che usavano altri corpi.
Non c’erano turni, non c’era giustizia. Potevi essere estratto tre volte di seguito come passivo, ritrovandoti a leccare un ano, farti scopare da un amico e subito dopo affondare la faccia tra le gambe di una delle ragazze. Oppure potevi essere l’attivo, chiamato a dispensare piacere finché la tua resistenza fisica lo permetteva. Per ovviare ai limiti della “ricarica” maschile, il nostro arsenale si era arricchito: strap-on, dildo, manette. Le ragazze avevano preteso una regola ferrea: se il biglietto recitava “Caterina scopa Alessandro”, lo strap-on diventava l’unico strumento ammesso. L’inculata era il dazio da pagare per aver perso al gioco.
Col tempo, la soglia del dolore e dell’umiliazione si era alzata. Erano apparse le fruste, lasciando segni rossi sulle schiene che nascondevamo sotto le magliette il giorno dopo. Era apparso il pissing, con il calore dell’urina che battezzava il sottomesso di turno sotto gli sguardi eccitati del gruppo. Nonostante la crudezza delle scene, tra noi regnava un’armonia assoluta. Eravamo un branco coeso, protetto da una regola non scritta: niente sesso fuori dal gioco. Le gelosie erano bandite. I partner occasionali che qualcuno di noi provava a frequentare fuori dal cerchio duravano poco; non potevano competere con l’intensità di quelle serate bisettimanali, dove ogni quindici giorni diventavamo l’uno lo strumento dell’altra, senza morale e senza limiti.
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