Peccato di gola
di
samas2
genere
confessioni
Lorena non passa. Resta. Il suo corpo occupa lo spazio come una certezza: tette piene che spingono contro il bikini, il ventre morbido che promette calore, i fianchi larghi che fanno sembrare superfluo tutto il resto. Le ascelle non rasate, visibili senza timore. Non un vezzo. Una verità.
La guardo così. Mi fa sangue così. E so di non essere l’unico. La sera, al ristorante, l’aria è piatta: musica, piatti, voci basse. Un gesto di Lorena. Un modo di guardare il bicchiere. Un dito che gioca con la forchetta. Poi il telefono vibra. La vibrazione la sento sotto pelle.
Lo apro. Lei scrive. E quello che leggo spalanca una porta che non si chiude.
Leggo quello che è successo mentre dormivo.
“Uno stabilimento grezzo, legno e salsedine. Un pomeriggio di sole che schiaccia. Io dormo dopo una mattina di sport. Il bagnino giovane, troppo giovane per me, ma abbastanza uomo da desiderarla senza filtri. Un corpo scolpito dal lavoro, mani abituate a tirare, sollevare, afferrare.
Un attimo di silenzio tra noi. Uno sguardo che tiene. Un sorriso che apre. E la sua mano nella mia.
La porta della cabina si chiude alle nostre spalle. Luce a strisce, silenzio Il profumo di mare addosso a me, mischiato al sudore del giorno, alla pelle scaldata dal sole. Sono ancora nel costume, piena della mia età, della mia consistenza di donna. Capelli umidi, labbra arrossate dal sale.
Lui mi guarda. Non mi ammira. Mi mangia con gli occhi. Un desiderio nudo, primitivo, non addomesticato.
«Signora…» mormora, spingendo la voce tra i denti.
Mi slaccia il reggiseno. Mi abbassa lo slip. Sollevo un piede, poi l’altro, lenta, agevolando il privilegio di spogliarmi. Nuda. Il suo corpo prende tutta la cabina.
«Sei così bella, signora.» Lui lo dice piano, quasi a non disturbare il tempo che si è fermato.
Le sue mani arrivano ai fianchi, pronte a tirarmi contro di sé, ad aprirmi, a prendermi come la sua erezione vorrebbe. Lo fermo. Una mano sul petto, netta, ferma, sicura.
«No.» Un no che non chiude. Indica una strada.
«Ma ti farò felice lo stesso.»
Scendo in ginocchio. Le natiche sui talloni, mammelle palpitanti offerte alla luce tremolante. Gli slip di lui scivolano giù. Il cazzo scatta fuori, grosso, scuro, teso come se avesse aspettato la mia bocca da tutta l’estate.
Mi batte sulla guancia, sulla bocca, sul mento. È caldo, pulsante, cattivo.
Gli prendo l’asta alla base e gli bacio la cappella lucida, già umida. La lingua esplora l’odore maschio, acre, vivo. Gli passo sotto, lungo il solco, lambisco l’apertura da cui spunta una goccia densa che raccolgo con la punta della lingua. Il reticolo delle vene vibra contro la mia bocca.
Poi glielo prendo tutto. Profondo. Glielo trascino in gola e lo tiro fuori lucido di saliva. E ancora dentro. E fuori. Un ritmo che non chiede permesso.
Gli succhio i testicoli, larghi, pesanti, mentre con la punta della lingua sfioro il suo buco, lo provoco, lo costringo a gemere piano. Le mie mani scorrono sui fianchi di lui, poi sulla base del cazzo, poi lungo l’asta gonfia.
Il ragazzo mi prende per la nuca. Non con violenza. Con necessità.
La cabina vibra dei suoi gemiti. Sento ogni scatto, ogni contrazione. Capisco quando lui sta per venire, e mi fermo un istante, lo tengo sospeso in un tormento che ci accende entrambi.
Poi lui cede. Mi riempie la bocca di sperma caldo. Un getto, poi un altro, poi un altro. Mi cola sul mento, sul collo, tra le tette. Raccolgo tutto con la lingua, lo bevo, lo assaporo senza vergogna.
Gli ripulisco il cazzo con lentezza, come se fosse un ultimo rito. Lui respira forte, debole, appoggiato alla parete.
«Domani?» chiede, con la voce che trema.
Gli sorrido.” Il tipo di sorriso che apre possibilità. Chiudo il messaggio. Sento il sangue scendere. La guardo senza battere le palpebre.
Più tardi, a letto, non aggiunge nulla. Non spiega, non si giustifica.
«È un peccato veniale» mormora, mentre si sdraia. «Di gola.»
Un mezzo sorriso. Una lama morbida.
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