Nella casa di famiglia
di
samas2
genere
incesti
Sofia, quarantasette anni, irruppe nella grande casa di campagna come un evento atmosferico.
Sposata da pochi mesi con lo zio paterno di Gabriel, partecipava per la prima volta al tradizionale raduno familiare.
La sua presenza si imponeva senza sforzo: scalza tra le valigie ancora da disfare, la maglia larga ad accennare le curve dei fianchi, i piedi nudi a lasciare sul pavimento una traccia lieve, quasi odorosa. Si muoveva con naturalezza, la pelle luminosa nella luce dell’estate, una sensualità silenziosa che catturava i sensi prima ancora dello sguardo.
Gabriel la osservava da lontano. Era un giovane universitario timido, il corpo in fermento continuo, lo sguardo troppo attento per poter dissimulare l’attrazione che provava per lei, novella zia, acuta, intensa, resa disperata dal fatto stesso che Sofia fosse irraggiungibile.
Lei sembrò cogliere quel desiderio che ribolliva nel fondo dei suoi occhi scuri. Il modo in cui gli sorrise – breve, laterale – fece credere a Gabriel che non le fosse indifferente. Gli sguardi si sfioravano e si ritraevano, carichi di tensione; le parole non dette restavano sospese come sospiri invisibili. Ogni gesto quotidiano – un passo, un movimento delle spalle, una risata accennata – diventava per lui un detonatore silenzioso di un possesso solo immaginato.
Il culmine arrivò nella doccia esterna, con Sofia certa di essere sola. L’acqua calda, scivolava sulla sua pelle insaponata, rendendo scivolose le curve dolci, i fianchi e i seni pieni e morbidi, mentre le mani percorrevano lentamente ogni superficie, insinuandosi nella piega segreta, ombreggiata da un vello castano, lucido d’acqua. Gabriel celato, invisibile nel folto di un cespuglio, non si perdeva alcun particolare, percepiva tutto come un flusso di calore, di energia, rapito da quella visione. Cuore che sobbalzava, la mente a desiderare che le sue mani prendessero il posto di quelle di Sofia.
Si instaurò una complicità fra loro che si nutriva anche dei momenti più ordinari. Sofia sulla veranda con i piedi scalzi sulle assi calde, la camicetta bagnata di sudore, gli odori tenui, ma amplificati dai sensi spasmodicamente vigili, le curve arroganti sotto i tessuti dalla trama leggera: era un universo di tensione sensoriale costante, affamata e inestricabilmente condivisa.
La casa era immersa nel silenzio. Il caldo della notte estiva stagnava nelle stanze, faceva aderire le lenzuola ai corpi come una seconda pelle. La cena era stata lunga, generosa di vino e parole. Ora tutti dormivano.
Sofia si svegliò con un peso lieve nel ventre. Attraversò il corridoio a piedi nudi senza accendere luci, guidata più dal corpo che dal pensiero. Nel bagno restò qualche istante immobile, poi si liberò di quell’urgenza con un sospiro breve, intimo. Si asciugò in fretta, senza troppa cura, lasciando che la pelle trattenesse qualcosa di quel calore.
Quando tornò verso le camere, la vestaglietta le scivolava addosso senza peso, aprendosi a ogni passo. Non si era lavata del tutto. Addosso portava ancora un odore tenue, umano, una trascuratezza nuova che la notte rendeva naturale.
Fu allora che seguì l’intuizione. O forse un richiamo più antico.
Gabriel dormiva. O credeva di dormire. Qualcosa di caldo e vivo gli sfiorò le labbra, e nella fase ipnagogica la coscienza non emerse.
Fu il corpo a riconoscere quel contatto — qualcosa di remoto, di infantile e insieme proibito — e vi restò ancorato.
La lingua si mosse appena, senza volontà, come per verificare un sogno.
Era dolce restare sospesi, come se aprire gli occhi potesse rompere l’incantesimo.
L’aria cambiò. Un profumo familiare, un fruscio leggero, una presenza troppo vicina per essere solo sogno. Gabriel si mosse lentamente, come immerso nell’acqua. Le mani incontrarono forme morbide, subito perdute. Una risata sommessa, un passo indietro. Poi di nuovo la vicinanza, i respiri che si sfioravano sull’orlo di qualcosa che nessuno dei due osava nominare. Poi una spinta e Gabriel si ritrovò supino sul letto e sul suo volto, a contatto delle sue narici, delle sue labbra, le fresche dita di un piedino.
Un segnale, un’apertura inattesa. L’afrore sottile, il contatto effimero, il brivido appena percettibile sulle narici: tutto insieme divenne una soglia, un invito silenzioso che fece vibrare ogni senso di Gabriel.
Lui la travolse senza delicatezze, senza chiedere permesso, le schiacciò il corpo contro il letto, ogni respiro un colpo, ogni curva della pelle un contatto vivo, bruciante.
Il suo peso la costringeva, la spingeva, la pelle contro la pelle, calda, sudata, implacabile. Il letto gemette.
Pelle contro pelle.
Un impulso.
Un altro, più feroce.
Sporco. Crudo. Necessario.
Lei lo accolse senza arretrare. Le cosce spalancate erano un invito già consumato. Ogni spinta le saliva dal ventre alla gola, corta, violenta, lasciandole il fiato incastrato tra i denti.
L’attrito si fece crudo, privo di dolcezza. Solo ritmo, solo necessità. Il corpo di lui martellava il suo, un assalto che bruciava nella carne e nella mente.
I loro respiri si mescolavano sull’orlo di un baratro. Non c’era bisogno di parole. Mente e carne, teneri ma bestiali, sospesi tra coscienza e abbandono. Avvolti in un velo di sudore, i loro odori a competere coi profumi agresti della notte.
Le mani di lui le bloccarono i fianchi, dita affondate nella carne. Il ritmo diventò un assalto, un andare e tornare che raschiava il respiro, che strozzava ogni parola prima che potesse formarsi.
Il suono dei loro corpi era secco, feroce, un urto dopo l’altro. Lei gli venne incontro con la stessa urgenza, il bacino che cercava la spinta, che la pretendeva ancora più profonda, dolorosa. Le mani di lui le bloccarono i fianchi, le dita affondate nella carne morbida. Il ritmo diventò un assalto, un andare e tornare che raschiava il respiro, che strozzava ogni parola prima che potesse formarsi.
Lui si irrigidì all’improvviso, come se qualcosa gli esplodesse dentro. Un fremito violento, trattenuto a metà. Lei sentì il cambio nel suo peso, nella presa, l’umidità vischiosa in lei; restò lì, aperta sotto di lui, il respiro che ancora le vibrava contro le labbra, mentre il silenzio ricadeva sulle loro pelli sudate.
Quando Sofia si ritirò, il corpo era sensibile, come se conservasse il ricordo del contatto.
Rientrò in camera ancora attraversata da una sensazione umida e tiepida, un residuo di intimità che non aveva voluto cancellare. Aveva addosso un misto di sudore e colpa che le incollava la pelle.
Avvertì tutto quello che aveva fatto come una macchia viva, che le bruciava sulle gambe, tra le pieghe della pelle, nella testa. Il peso della vergogna le cadde addosso di colpo, duro, preciso, senza pietà.
L’alba filtrò tra le persiane con una luce morbida. Sofia si mosse in cucina con passo leggero, portando addosso l’eco della notte e il batticuore residuo che qualcuno avesse potuto scoprirla. Gabriel, dal canto suo, restò a letto qualche minuto in più, trattenendo il ricordo, trastullandosi col suo segreto.
A colazione, la casa era di nuovo piena di voci, la luce piena, il rumore normale del giorno. Sofia gli passò il pane.
«Grazie, zia.»
Nessuno reagì. Qualcuno rise per altro. Le posate continuarono a muoversi.
La casa era lì, testimone silenziosa.
La sua presenza si imponeva senza sforzo: scalza tra le valigie ancora da disfare, la maglia larga ad accennare le curve dei fianchi, i piedi nudi a lasciare sul pavimento una traccia lieve, quasi odorosa. Si muoveva con naturalezza, la pelle luminosa nella luce dell’estate, una sensualità silenziosa che catturava i sensi prima ancora dello sguardo.
Gabriel la osservava da lontano. Era un giovane universitario timido, il corpo in fermento continuo, lo sguardo troppo attento per poter dissimulare l’attrazione che provava per lei, novella zia, acuta, intensa, resa disperata dal fatto stesso che Sofia fosse irraggiungibile.
Lei sembrò cogliere quel desiderio che ribolliva nel fondo dei suoi occhi scuri. Il modo in cui gli sorrise – breve, laterale – fece credere a Gabriel che non le fosse indifferente. Gli sguardi si sfioravano e si ritraevano, carichi di tensione; le parole non dette restavano sospese come sospiri invisibili. Ogni gesto quotidiano – un passo, un movimento delle spalle, una risata accennata – diventava per lui un detonatore silenzioso di un possesso solo immaginato.
Il culmine arrivò nella doccia esterna, con Sofia certa di essere sola. L’acqua calda, scivolava sulla sua pelle insaponata, rendendo scivolose le curve dolci, i fianchi e i seni pieni e morbidi, mentre le mani percorrevano lentamente ogni superficie, insinuandosi nella piega segreta, ombreggiata da un vello castano, lucido d’acqua. Gabriel celato, invisibile nel folto di un cespuglio, non si perdeva alcun particolare, percepiva tutto come un flusso di calore, di energia, rapito da quella visione. Cuore che sobbalzava, la mente a desiderare che le sue mani prendessero il posto di quelle di Sofia.
Si instaurò una complicità fra loro che si nutriva anche dei momenti più ordinari. Sofia sulla veranda con i piedi scalzi sulle assi calde, la camicetta bagnata di sudore, gli odori tenui, ma amplificati dai sensi spasmodicamente vigili, le curve arroganti sotto i tessuti dalla trama leggera: era un universo di tensione sensoriale costante, affamata e inestricabilmente condivisa.
La casa era immersa nel silenzio. Il caldo della notte estiva stagnava nelle stanze, faceva aderire le lenzuola ai corpi come una seconda pelle. La cena era stata lunga, generosa di vino e parole. Ora tutti dormivano.
Sofia si svegliò con un peso lieve nel ventre. Attraversò il corridoio a piedi nudi senza accendere luci, guidata più dal corpo che dal pensiero. Nel bagno restò qualche istante immobile, poi si liberò di quell’urgenza con un sospiro breve, intimo. Si asciugò in fretta, senza troppa cura, lasciando che la pelle trattenesse qualcosa di quel calore.
Quando tornò verso le camere, la vestaglietta le scivolava addosso senza peso, aprendosi a ogni passo. Non si era lavata del tutto. Addosso portava ancora un odore tenue, umano, una trascuratezza nuova che la notte rendeva naturale.
Fu allora che seguì l’intuizione. O forse un richiamo più antico.
Gabriel dormiva. O credeva di dormire. Qualcosa di caldo e vivo gli sfiorò le labbra, e nella fase ipnagogica la coscienza non emerse.
Fu il corpo a riconoscere quel contatto — qualcosa di remoto, di infantile e insieme proibito — e vi restò ancorato.
La lingua si mosse appena, senza volontà, come per verificare un sogno.
Era dolce restare sospesi, come se aprire gli occhi potesse rompere l’incantesimo.
L’aria cambiò. Un profumo familiare, un fruscio leggero, una presenza troppo vicina per essere solo sogno. Gabriel si mosse lentamente, come immerso nell’acqua. Le mani incontrarono forme morbide, subito perdute. Una risata sommessa, un passo indietro. Poi di nuovo la vicinanza, i respiri che si sfioravano sull’orlo di qualcosa che nessuno dei due osava nominare. Poi una spinta e Gabriel si ritrovò supino sul letto e sul suo volto, a contatto delle sue narici, delle sue labbra, le fresche dita di un piedino.
Un segnale, un’apertura inattesa. L’afrore sottile, il contatto effimero, il brivido appena percettibile sulle narici: tutto insieme divenne una soglia, un invito silenzioso che fece vibrare ogni senso di Gabriel.
Lui la travolse senza delicatezze, senza chiedere permesso, le schiacciò il corpo contro il letto, ogni respiro un colpo, ogni curva della pelle un contatto vivo, bruciante.
Il suo peso la costringeva, la spingeva, la pelle contro la pelle, calda, sudata, implacabile. Il letto gemette.
Pelle contro pelle.
Un impulso.
Un altro, più feroce.
Sporco. Crudo. Necessario.
Lei lo accolse senza arretrare. Le cosce spalancate erano un invito già consumato. Ogni spinta le saliva dal ventre alla gola, corta, violenta, lasciandole il fiato incastrato tra i denti.
L’attrito si fece crudo, privo di dolcezza. Solo ritmo, solo necessità. Il corpo di lui martellava il suo, un assalto che bruciava nella carne e nella mente.
I loro respiri si mescolavano sull’orlo di un baratro. Non c’era bisogno di parole. Mente e carne, teneri ma bestiali, sospesi tra coscienza e abbandono. Avvolti in un velo di sudore, i loro odori a competere coi profumi agresti della notte.
Le mani di lui le bloccarono i fianchi, dita affondate nella carne. Il ritmo diventò un assalto, un andare e tornare che raschiava il respiro, che strozzava ogni parola prima che potesse formarsi.
Il suono dei loro corpi era secco, feroce, un urto dopo l’altro. Lei gli venne incontro con la stessa urgenza, il bacino che cercava la spinta, che la pretendeva ancora più profonda, dolorosa. Le mani di lui le bloccarono i fianchi, le dita affondate nella carne morbida. Il ritmo diventò un assalto, un andare e tornare che raschiava il respiro, che strozzava ogni parola prima che potesse formarsi.
Lui si irrigidì all’improvviso, come se qualcosa gli esplodesse dentro. Un fremito violento, trattenuto a metà. Lei sentì il cambio nel suo peso, nella presa, l’umidità vischiosa in lei; restò lì, aperta sotto di lui, il respiro che ancora le vibrava contro le labbra, mentre il silenzio ricadeva sulle loro pelli sudate.
Quando Sofia si ritirò, il corpo era sensibile, come se conservasse il ricordo del contatto.
Rientrò in camera ancora attraversata da una sensazione umida e tiepida, un residuo di intimità che non aveva voluto cancellare. Aveva addosso un misto di sudore e colpa che le incollava la pelle.
Avvertì tutto quello che aveva fatto come una macchia viva, che le bruciava sulle gambe, tra le pieghe della pelle, nella testa. Il peso della vergogna le cadde addosso di colpo, duro, preciso, senza pietà.
L’alba filtrò tra le persiane con una luce morbida. Sofia si mosse in cucina con passo leggero, portando addosso l’eco della notte e il batticuore residuo che qualcuno avesse potuto scoprirla. Gabriel, dal canto suo, restò a letto qualche minuto in più, trattenendo il ricordo, trastullandosi col suo segreto.
A colazione, la casa era di nuovo piena di voci, la luce piena, il rumore normale del giorno. Sofia gli passò il pane.
«Grazie, zia.»
Nessuno reagì. Qualcuno rise per altro. Le posate continuarono a muoversi.
La casa era lì, testimone silenziosa.
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