Correre, vincere per vivere

Scritto da , il 2021-08-14, genere etero

Di nuovo il preallarme. È il terzo già, questa sera.
E speriamo che questa sia la volta buona. L'attesa è logorante e già molti di noi sono in piena crisi isterica.
Solidarietà, sguardi di intesa, parole di conforto.
Ma sono le ultime manifestazioni cameratesche.
Tutti noi sappiamo che poi sarà la lotta per la sopravvivenza.
Ogni colpo sarà consentito per arrivare per primi, perchè, questo lo sappiamo tutti, drammaticamente e realisticamente, solo chi arriverà primo potrà restare in vita, e tutti gli altri saranno ammazzati.
Sciolti nell'acido, disintegrati, senza che neanche un urlo si levi. Cancellati anche dal ricordo.
Ma quell'unico no.
Quell'unico che arriverà primo e impianterà il suo stendardo, quello no.
Avrà gloria e onori. Il suo sigillo sarà riprodotto in milioni di copie. Si propagherà nel futuro, avrà seguito e prole.
Insomma, potrà continuare a vivere.
E alla faccia di tutti gli altri.
Noi, qui, a milioni, ad aspettare con impazienza la prima e unica corsa della nostra vita.
La competizione da cui dipenderà la vita di uno e la morte di tutti gli altri.
42.
Il numero fatidico.
Una maratona per la vita.
Un'ultima gara, l'ultima corsa per poi morire.
Forza, energia, furbizia, maestria, padronanza degli itinerari e molto cinismo.
Ogni trucco è valido per calpestare l'avversario, per correrci sopra, se questo dovesse essere necessario per vincere.
O almeno per tentare di arrivare per primi.
E tanta fortuna, una maledetta fortuna.
Troppi sono gli inghippi, le false partenze, le gare a vuoto, per finire in un cesso o in una doccia.
In un fazzoletto o per terra.
O soffocati in un sacchetto di lattice.
Altrochè 42.
Molti hanno mandato a culo la loro esistenza.
Si sono fatti fottere, ed è morta lì. Con le loro ambizioni, con le loro capacità.
Ne ho visti diversi, prima di me, partire con le migliori carte, la migliore preparazione e tutte le chance per vincere.
Non se ne è saputo più nulla.
Se non che erano tutti morti. Nessun vincitore.
Peggio ancora che morire tutti e sapere che uno almeno ce l'ha fatta.
Anche se tutto andasse bene, anche se io, proprio io, fossi la prima, di fronte al grande bivio della vita non saprei cosa scegliere.
Nessuno te lo insegna e non ci sono trucchi. Si va a fortuna.
E puoi essere dannatamente brava e veloce e la prima fra tutti, ma se sbagli al bivio ti ritrovi in un vicolo chiuso e non hai più la forza di tornare indietro e scegliere l'altra strada.
E in più saprei ormai di essere l'ultima della corsa.
Ansia e tensione.
La quasi sicurezza, per ognuno di noi, di non farcela, e quindi di morire.
Eppure non ci abbandona la pazzia di crederci veramente.
Perchè qualcuno veramente ce la fa, e non è leggenda. Qualche volta, uno solo nella moltitudine ce la fa.
Clamorosamente può capitare che addirittura due ce la facciano, ma è cosa rara e su cui non contare.
Ma almeno uno ce la deve fare, forse anche solo per rendere onore alla vita e alla corsa di tutti.
Maschio o femmina non conta.
Siamo tutti mescolati, ma i maschi non sono necessariamente più forti.
Anzi.
Noi X abbiamo probabilmente qualcosa di più di tutti quegli spocchiosi Y.

Ma al preallarme segue l'allarme!
Vuol dire che si parte veramente, questa volta.
Nessuno sa quale sarà la destinazione, ma è tempo di lasciare definitivamente i nostri alloggi.
I nidi in cui siamo tutti cresciuti, ci siamo conosciuti e allenati. Abbiamo riso, scherzato e sperato.
Condiviso speranze e sconforto.
Ora ci guardiamo tutti in cagnesco.
Ora è lotta mortale, tutti contro tutti.
Mors tua, vita mea.
O almeno, la morte di un avversario è una possibilità in più, anche se ponderata su svariati milioni di partecipanti.
X e Y, tutti insieme, perchè uno solo vinca e gli altri, tutti, muoiano.
Sperando che almeno uno ce la faccia...
Mi ungo accuratamente il corpo per sgusciare via, per scivolare in mezzo ai molti, più veloce di tanti.
L'ultima bevanda a base di glucosio puro, la maggior fonte di energia prontamente disponibile.
Tutti i riflessi pronti, i movimenti rodati e ottimizzati per il massimo rendimento.
I primi a passare dagli ultimi cancelli avranno zuccheri e unguento in più, per aumentare la resa, la velocità e le possibilità, e per resistere alle piogge acide.
E io devo essere tra quei primi.
Gli altri sono già tagliati fuori, nella mia mente.
Poi, al grande bivio, sarà quel che sarà.
Mi lucido e mi sfrego bene la coda, ho bisogno della massima efficienza.
Il movimento pendolare si intensifica e ci prepariamo tutti come allo sbarco di marines in Normandia, dopo uno snervante saliscendi sulle onde del mare mosso. Roba da vomitare anche l'anima.

All'improvviso mi viene da scattare, così, impulsivamente.
E mentre i miei muscoli si irrigidiscono come una molla tesa allo spasimo, parte il via della competizione.
42, devo tenere bene in mente questa misura, non devo cedere prima, non posso andare oltre, significherebbe aver sbagliato la strada.
Scatto e sono già davanti a tutti, almeno quelli della mia camerata.
Davanti a me solo i ricognitori e l'onda degli apri-strada.
Mi scaglio velocissima, qui non è questione di risparmiare le forze, o ti trovi morta prima di accorgerti di aver sbagliato.
Veloce, veloce, VELOCE!
Recupero strada.
Ma al mio fianco un torrente di corridori invade il percorso.
Partiti dai settori di destra questi maledetti sono già più avanti di noi!
Aumento la velocità al limite delle mie forze.
Sgomito e scalcio.
Con qualche buon colpo di coda butto fuori rotta alcuni Y che se la tiravano fin troppo.
Risalgo, serpeggio rapidissima, sguscio come una biscia d'acqua e guadagno posizioni.
Sto bruciando troppo, ma non mi sento di risparmiare forze.
Mi si annebbia la vista, ma a poco conta, il nostro viaggio, la nostra maratona per la vita è per giunta tutta al buio.
Agli ultimi cancelli arrivo che sono nelle prime migliaia e un'ondata di zuccheri ed energie ci investe.
Sostanze tonificanti, energizzanti. Droghe e ormoni per rinvigorire, e chi passa fra i primi se ne avvantaggia maggiormente.
Dopo gli ultimi cancelli ci infiliamo nell'ultimo condotto.
Spinte peristaltiche ci pompano avanti, sono nel gruppo di testa e solo per noi avviene questo rinforzo di potenza, che ci scaglia nell'ambiente oscuro.
So già che migliaia di noi arriveranno qui che tutto il moto si è già arrestato, senza rinforzo di zuccheri e senza forse mai uscire neanche dagli ambienti stretti.
Ma noi primi siamo ormai all'aperto, in terreni a noi ignoti e mai esplorati.
Chi è passato di qui prima di noi non ha più fatto ritorno ed è solo la certezza delle leggende tramandate che ci garantisce che la morte sarà stata implacabile e spietata per tutti, tranne, forse, che per uno solo che avrà avuto la possibilità di vincere la gara.
Non sappiamo neanche dove ci troviamo di preciso e qual è la strada da percorrere.
L'ambiente è insano e disagevole.
L'acido intorno a noi comincia a distruggere e trucidare chi si è spinto troppo avanti e chi è rimasto ai margini del gruppo.
Urla di sofferenza e di morte ci circondano, ma avvolta dallo scudo difensivo di cui mi sono appropriata agli ultimi cancelli, procedo veloce e guardinga.
Ma da che parte devo andare?
Ci disperdiamo in questo vasto ambiente, nel buio più totale si vaga alla cieca, in disperata corsa verso un suicidio quasi sicuro.
Chi a destra, chi a sinistra, chi cerca di tornare indietro.
Chi, avendo già consumato tutte le proprie energie, si ferma esausto e viene raggiunto dalle piogge acide e immediatamente disciolto.
Procedo dritta, mantengo ostinatamente la stessa direzione, senza nessun motivo, senza alcuna sicurezza, non un indizio, nessuna esperienza né consiglio tramandato.
Imbocco una nuova strettoia. Possibile che sia di qui?
Eppure sento che non ho altra scelta. Se cambiassi direzione sarei ormai l'ultima del gruppo, inseguita da quei segugi delle piogge acide che continuamente ci raggiungono e ci bruciano uccidendoci in dolorosi contorcimenti.
Entro nella strettoia insieme a un nutrito gruppo di compagni.
Per un attimo non combattiamo tra di noi.
La paura ci prende, la sensazione tangibile che questi potrebbero essere gli ultimi secondi della nostra brevissima vita.
Se la strada fosse sbagliata.
Ma superiamo la strettoia e al di là l'ambiente si allarga.
Maciniamo distanze: 5, 10, 15, 20.
Potremmo essere oltre metà strada, sempre se ci troviamo sulla strada giusta.
Gli organizzatori della maratona questo non ce lo avevano detto.
Sì: “trovatevi la strada, e poi sarete al grande bivio. Là solo la fortuna vi sarà compagna, ma una scelta sola avrete nelle vostre mani!”
Invece è un labirinto.
Eppure non sentiamo più gli acidi morderci i talloni.
Può essere anche solo il segno che siamo completamente fuori strada. Oppure no, potremmo trovarci nell'unica strada giusta.
Ma la nostra morte è solo questione di pochi minuti e di questa distanza, 42, oltre la quale non avremo più neanche la forza di muoverci e ci spegneremo lentamente.
Se gli acidi non ci avranno disciolto prima!
Riprendo a correre più forte, sempre più forte. Stacco parecchi nel mio gruppo, e siamo il gruppo di testa.
Nessun rimpianto se sono sulla strada sbagliata e qualcun altro sta andando verso il traguardo.
La mia corsa frenetica e impazzita molto probabilmente è nella direzione sbagliata, ma non ho altra possibilità e se tornassi indietro sarei l'ultima tra gli ultimi, dovendo riattraversare gli ambienti acidi e ritrovare una strada senza alcuna indicazione, tra cadaveri di compagni e la moltitudine scompaginata e dispersa nella ricerca della direzione giusta.
Tanto vale.
Mentre altri indugiano, si voltano e ci ripensano, io accelero ancora.
Ed ecco che invece, sogno o son desta, sento dei richiami, segnali positivi.
Indizi che siamo sulla strada giusta.
Avanziamo veloci, ma di nuovo ritorniamo a guardarci con sospetto.
Si stringono i denti mentre le distanze aumentano.
Siamo ormai a 30 forse anche a 35 e qualcuno cede e resta indietro.
Io non mollo e mi infilo tra i primi.
Sempre allo stremo delle forze, sempre allo spasimo.
Chi risparmia energie resta indietro e non è più detto che riuscirà a raggiungerci.
Insieme ai segnali della giusta direzione, solo noi tra i primi riceviamo un supplemento di energie, nuovi zuccheri per non mollare il ritmo della corsa.
È così che chi ora è in testa rinnova la sua baldanza e stacca quelli che alle proprie spalle, volendo risparmiare energie, si sono trovati privi del rifornimento insperato.
Siamo ormai in pochi e sempre in fuga, ci distacchiamo e ci recuperiamo, la bava alla bocca, la sete di una vittoria che sembra vicina e possibile, ma un muro ci sbarra la prosecuzione.
Due piccolissimi pertugi si aprono alle sue estremità e mi butto in quello di sinistra.
Sarà perchè facevo parte delle squadre di quel settore, ma più probabilmente solo perchè è quello più vicino a me.
Altri sono andati a destra e percepiamo così di aver raggiunto il grande bivio.
Non li rivedremo mai più.
Sapremo solo, e in ritardo, se la nostra o la loro scelta è stata quella giusta.
Nessuna possibilità di ripensamento, nessuna idea di tornare indietro, non si arriverebbe più in tempo.
Sappiamo solo che siamo ridotti alla metà e che, fino a qui, la strada era giusta.
I segnali sono più foschi e indecifrabili, ma siamo ancora vivi, noi che corriamo, e siamo solo in poche centinaia.
È il momento di tirare fuori gli artigli.
Da un patrimonio di cui non mi capacito neanch'io di disporre, tiro fuori altre energie, mi muovo veloce, snella riesco a sgattaiolare e guadagnare spazio, supero molti, prendo a testate altri che, sbandando, finiscono fuori rotta e si arenano sulle pareti di questo cunicolo stretto.
Giochi sporchi e sleali, ma qui non esiste nessuna etica.
L'Y davanti a me continua a schiaffeggiarmi con quella sua maledetta coda, finché mi ci appiccico, la mordo facendolo contorcere, lo tiro indietro e, dopo averlo calpestato me lo butto alle spalle.
Siamo a 40, ormai ci siamo, sempre che siamo dalla parte giusta.
Non faccio neanche più conto dei crampi che mi ostacolano i movimenti.
In un urlo continuo, in una morsa senza tregua, stringo i denti e cerco ancora di accelerare.
2 X di fronte a me cedono inspiegabilmente, le supero ma perdo la traiettoria, la ritrovo sgomitando un Y che voleva buttarmi fuori con un colpo di coda, mancandomi miseramente.
Improvvisamente l'ambiente si allarga, addirittura percepiamo un bagliore, ma io e i pochissimi davanti, non sappiamo neanche più dove andare.
Cerco disperatamente segnali di invito, un'esca, un incentivo.
Ogni esitazione, ogni passo falso, lo sa ognuno di noi, vuol dire la morte. Eppure ancora nessuno sa se siamo dalla parte giusta.
Non penso, mi lancio dritta a testa bassa. Dove vado, vado.
Ci disperdiamo in questo spazio ampio e dalla luminescenza rossastra, ma nessuno ha voglia di guardare il panorama.
Dritta davanti a me intravedo una sfera immensa, una gigantesca bolla di sapone. Pareti sottili finemente azzurrate, una sfumatura ambrata e già due o tre corridori che le girano attorno.
Ma io ormai sono cieca, non ci vedo più nulla, non ho neanche la forza di pensarci.
La nausea, i crampi, l'affanno.
La paura di non farcela, non sono poi la prima che ha intravisto la meta.
Non il tempo per gioire della fortuna che ha guidato me come i pochi altri, sulla strada corretta.
A nulla servirebbe gioire e perdersi proprio all'ultimo.
Un urlo roco, la coda che vibra come stravolta dalle scariche elettriche, le mie ultime energie consumate non bastano più. Non la forza di vedere, di capire o decidere.
Mi manca l'energia per muovermi, per spingere ancora sull'acceleratore; solo un gorgoglio indistinto e l'ultima molecola di ATP per buttarmi addosso a una parete che potrebbe rimbalzarmi fuori oppure accogliermi trionfante.
42 centimetri è stata la mia corsa e mi sfracello contro un muro impenetrabile perdendo i sensi.
Non saprò mai se questa era la meta esatta, se la mia corsa disperata e rabbiosa è stata premiata dal successo improbabile, o se mi trovo morta, schiantata su un muro imperforabile e nel punto sbagliato, o se sarà l'acido a sciogliermi dopo avermi estorto l'ultimo guizzo infelice.

Vivo un momento di pace, di silenzio in cui non avverto più nulla.
Eppure, sento ancora la coda che si muove, lievemente, quasi senza più energia, in un moto di sola inerzia.
Qualcosa mi stringe alla vita, un forte dolore alla testa, ma non ho più quell'affanno, quella nausea che mi consumava.
Riesco a guardarmi ancora in giro e mi sembra di vedere tutto attraverso uno schermo.
Come in una bolla di vetro, vedo decine e decine di corridori che si schiantano contro la parete, che rimbalzano, ritentano, aggirano in movimenti vorticosi e cercano di entrare nella membrana opalescente che definisce il traguardo di questa maratona mortale, di questa strage di innocenti.
Non sento rumori.
La barriera è diventata di cristallo, impenetrabile a chiunque.
Lucente e liscia, eppure chiusa a ogni accesso.
Mi sento venir meno.
Come in un sogno, mi vedo dall'alto, lo sguardo si stacca dal mio corpo e vedo la mia coda che ancora, lentamente, termina ogni suo movimento, conficcata contro la parete della bolla di cristallo.
Trasportata su ali di fata, aleggio in una dimensione che non conosco.
Sussurri, carezze e una specie di lenta musica, forse celtica.
Sentori indescrivibili mi guidano e mi trascinano e io dall'alto vedo la mia essenza, quello che forse è la mia anima, aleggiare in una trama finemente argentata, un reticolo come seta di ragno.
Sequenze di tende trasparenti si aprono al mio passaggio, come accompagnata da odalische nell'interno di una sontuosa dimora di beduini.
E al centro di un nucleo invisibile, la mia anima si fonde con un alito fresco e rigenerante.
Un sospiro nuovo, rinnovata energia, carezze per il mio codice genetico che immediatamente si fonde con un essere simile, in un abbraccio sempre più stretto.
Mi lascio andare in un amplesso che mi trasforma e mi completa.
Spirali di acidi nucleici si avvinghiano e si contorcono, molecole straniere si riconoscono e si sposano.
Un sospiro lungo come una vita mi distende il petto, un caldo abbraccio, una culla su cui riposare il capo e lasciarsi dondolare mentre si rinnova il miracolo della vita.

12 settimane più tardi. Clinica ostetrica di Osaka, Giappone.
“Sì, signora. Una femmina. Complimenti!”
“O mio Dio...”
“Sapete già come si chiamerà?”
“Certo!”
Uno sguardo di intesa con il marito, un sorriso che illumina il mondo.
“Yuko!”

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