Lesbian interracial

Scritto da , il 2021-01-03, genere saffico

Apri la porta all’ospite inatteso. ‘Chi mai sarà che suona, ora?’
Il tuo sguardo corrucciato si fa dolce e ti apri in un sorriso candido, che risalta sulla tua pelle scura.
Non serve nessuna parola e lo sguardo diventa mieloso.
Allunghi le tue braccia e mi avvolgi, mi stringo a te, sento i tuoi grossi seni sui miei.
Ti cingo i fianchi e mi appiccico al tuo ventre, un abbraccio affettuoso di inizio anno.
Nessuna telefonata o messaggino su whattsapp, solo una visita senza preavviso e senza parole.
Sento ora il calore del tuo corpo, mi hai slacciato la giacca e ci stringiamo in un abbraccio senza tempo.
Un abbraccio così lungo che mi sembra di essere rimasta in apnea, mentre gli occhi si fanno lucidi per l’emozione.
La giacca cade ai miei piedi, la borsetta per terra, e mentre già mi baci il collo riesci ancora, con le mani, a sollevarmi il golfino. Le mie, di mani, sono già sotto la tua maglietta, a contatto con la tua pelle solare, il grande sole dell’Africa.
Abbandono il capo sulla tua spalla mentre ancora mi spogli, silenziosa e impaziente, sulla soglia della tua casa. I baci mi fanno fremere e non riesco nel mio intento di slacciarti la gonna di panno dai colori vivaci. Solo le dita si contraggono affondando nei tuoi fianchi; chiudo gli occhi e ricostruisco con la mente il percorso delle tue mani sul mio corpo, per liberarmi dei vestiti che ti ostacolano.
Quando sono ormai in mutande e maglietta e già i tuoi occhi vogliono cibarsi dei miei seni, mi tiri in casa e chiudiamo la porta. È già passato una volta l’ascensore. Chi era dentro non può non averci visto e non vorremmo che alla prossima riunione di condominio venisse votata una mozione speciale.
Ora sono io che mi impongo e ti sfilo la maglietta, la tua gonna ti abbandona, i sandali volano e baciandoci sulle labbra, a tastoni, ad occhi chiusi indoviniamo il percorso che ci farà approdare sul tuo letto.
Quando ci arriviamo ho solo un paio di slip a difendere la mia nudità, ma già tu stai facendo strage di baci sui miei seni. Con due dita libero il tuo petto e ci sogliamo sulle tue lenzuola.
Prendo in mano il tuo seno pieno e gonfio, lo sollevo e lo strizzo, mentre le lingue ritrovano sapori quasi dimenticati. Sapori sempre nuovi, aromi irresistibili, dal continente nero all’estremo oriente.
Incensi al sandalo del Senegal si mescolano agli aromi di cannella ed anice stellato del nord del VietNam.
La tua lingua rosa chiaro, piccola fragola nel mare di cioccolato, mi perseguita inseguendomi, mi sfugge dalla bocca per farsi ritrovare sui miei seni, sul collo e sulle ascelle.
“Piano, chocolat, mi consumi!”
“È un anno che non ti succhio, muso giallo!
“Uè! Peste nera!”
Ma Jadine mi ribalta vincendo ogni mia resistenza, mi strappa a morsi gli slip ed affonda tra i miei peli.
“Amore….” Mi entra fra le cosce, quella lingua vorace, prensile. Con le mani mi risale sui seni, straziandomeli, mentre io soffoco ogni gemito in un respiro strozzato.
“Mi farai venire subito!”
“E che male c’è? Tu puoi venire tutte le volte che vuoi!”
“Vieni qui, pulcina nera, fatti vedere!”
Col muso lucido del mio piacere mi risale sul ventre, e mi sovrasta, cattedrale di cioccolato.
La guardo negli occhi, mentre lei si liquefa nei miei. Quegli occhi da mamma, quell’espressione da cerbiatto che mi fa perdere la ragione.
Ora la ribalto io. Mi ci metto a cavalcioni. Lei si morde le labbra aspettando il mio sexy attacco, quello sguardo malizioso carico di attesa, sublime nel suo erotismo latente.
Le sfilo le mutandine. Ora giochiamo ad armi pari.
Col naso tocco la punta del suo naso, come si salutano i cinesi. Poi senza perdere il contatto con la sua pelle, le scivolo su quelle labbra grosse e tumide, scardinandone un bacio.
Scivolo sul suo collo, la lingua delimita le curve dei suoi seni, come un geometra che disegna linee di livello di antiche colline calcaree nel sud della Cina.
L’africana si arpiona alle lenzuola, il suo corpo freme, vibra di piccole scosse sotto le traiettorie della mia lingua. Disegno una galassia intorno all’ombelico nero e slittando sul pube lucido mi lascio risucchiare dal gorgo nero che mi minaccia tra le sue gambe.
Ci affondo mentre le grosse cosce mi stringono il capo, spingendomi all’interno della madre Africa, culla dell’umanità e riposo della mia lingua.
Un rapido orgasmo, gli ululati di un’africana nel colmo del piacere, e chissenefrega dei vicini di casa.
Ma quando risalgo i pendii dei suoi seni, lei si alza e si gira al comodino. Armeggia tra i cassetti e riemerge con un cilindretto arancione dai contorni armoniosi e tondi.
“Non ci posso credere!” esclamo stupita. Per la verità era da tempo che non ne vedevo uno e solo lei poteva ostentarmelo davanti al naso con tanta beata innocenza.
“Giù!” si impone, “maintenant c’est à toi!”
Affondo la testa nel cuscino esageratamente soffice e mi attacco con le mani allo schienale del letto, mentre la donna di picche accende il vibratore e me lo strofina tra le cosce.
La peste è esperta e ha facilmente gioco delle mie sensazioni, mi obnubila la mente.
Mi infila l’amichetto tutto dentro e lo lascia lì a frollarmi, poi me lo sfila e se lo passa in bocca, mi guarda con aria di sfida.
Lo sfila dalle labbra, filante di saliva. Senza perdere il contatto col mio sguardo me lo riporta sulla vulva. Lenti circonferenze solo a sfiorare gli epicentri del piacere, senza mai toccarli.
Mi guarda mentre godo, si eccita nutrendosi del piacere che sa suscitarmi.
Intorno al clitoride, ma mai sopra. Lì soltanto la punta della sua lingua, più calda e morbida, mentre l’arnese mi entra ancora dentro e vi soggiorna per il tempo necessario a farmi precipitare in un abisso di piacere ed emergervi sconvolta da scosse incoercibili.
Mi condisce in olio e sale, la piccola belzebù con quel coso che mi gira intorno alla vulva e quando sto per scoppiare, mi entra dentro soffocando i miei gemiti.
“Ti voglio baciare mentre mi tocchi” la imploro e lei, pietosamente si distende sul mio corpo.
Me la stringo al volto cercando di soffocarla con la lingua e con due dita le entro dentro, dove meno se l’aspetta. Ma lei riprende l’oggetto a pile e mi sevizia facendomi contorcere in preda ai mugolii.
Mi sciolgo tra le sue mani, la saliva che mi cola lungo il collo, umori di un bacio mai finito, quando Jadine raccoglie dentro di lei l’apice del mio piacere.
Aspetta che il respiro si normalizzi, che i circuiti neuronali nel mio cervello si riattivino dopo il tasto ‘reset’ che ha appena azionato.
Riapro gli occhi. Il suo sorriso radioso mi riaccoglie nell’umanità.
“Buon anno, Yuko”
“Jadine…”
“Si?”
“Mettiti giù, ora, e dammi quel coso che vibra!”

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