Quartz-2. Capitolo 3. Una visita inattesa.
di
Yuko
genere
fantascienza
Capitolo 3
Le analisi e il lavoro proseguì senza soste nei giorni successivi, tanto che l'equipaggio si riadattò a ritmi terrestri, andando a dormire ogni due giorni e proseguendo i lavori indipendentemente dalle condizioni di luce esterne, secondo un ritmo impostato su cicli di 26 ore.
Le analisi microscopiche e biomolecolari confermarono che i nuovi esseri potevano, forse, essere animali. Mancavano alcuni organelli cellulari tipici dei vegetali, e forse queste strutture potevano muoversi. Sicuramente erano in grado di modificare la loro struttura in base a variazioni, anche se microscopiche, delle condizioni esterne, in particolare del campo magnetico, ma occorrevano ulteriori conferme sperimentali e osservazioni. Fu stabilito che i nuovi organismi in esame erano ancora tutti a base di silicio. Nessuna traccia di carbonio nelle loro cellule.
Sulla Terra la notizia fu accolta con enorme entusiasmo, tanto che si concordò di anticipare il prima possibile la seconda spedizione. Serviva nuovo personale: un logista e pilota, per organizzare le spedizioni a distanza nelle capsule Amy, sicuramente l'altra esobiologa e un altro chimico. Al gruppo fu aggiunto anche un tecnico di laboratorio che era stato addestrato anche per il combattimento. Non era, questa, una priorità, ma di fronte ad animali che probabilmente si muovevano e che potevano modificare la loro struttura leggendo i pensieri degli esseri umani, al centro di controllo della spedizione sulla Terra era nata una certa apprensione.
Fu così che la spedizione si preparò alla partenza della prima donna del programma, la dottoressa giapponese Nikura Yuko, esobiologa, ma anche medico spaziale, una figura diventata indispensabile in una spedizione di otto astronauti che avrebbero potuto avere problemi di salute.
Gli altri membri dell'equipaggio erano Nielsen Wolff, il logista e pilota, svedese, il comandante della seconda spedizione, Mauro Vandal tecnico di laboratorio e addestrato al combattimento, italiano, e Hodei Ochoa, un chimico spagnolo che conosceva già da tempo il collega russo.
La seconda spedizione fu chiamata Emerald, smeraldo, per rimanere in tema di pietre preziose e derivati del silicio: un silicato di berillio il cui colore voleva suggerire speranza.
L'anticipo sulla partenza della seconda missione fu da tutti accolto con entusiasmo. Serviva mano d'opera e un ampliamento della comunità avrebbe giovato anche nelle relazioni interpersonali.
Fra tutti il più contento sembrava Jason Vael. Il professore non vedeva l'ora di rivedere la dottoressa Nikura Yuko, la valentissima esobiologa giapponese con cui aveva già lavorato anni prima, ai tempi delle esplorazioni su Marte. I due avevano condiviso numerose brillanti ricerche, nei laboratori sulla Terra, fino a che, per cause rimaste sconosciute, Yuko aveva chiesto di interrompere la collaborazione per dedicarsi allo studio di possibili forme di vita sulle comete.
La separazione così improvvisa tra i due specialisti era rimasta avvolta dal mistero, ma girava voce che Jason avesse esagerato con le attenzioni personali verso la giovane collega, arrivando forse fino ai limiti della molestia. Insomma, si diceva che il vecchio professore ci avesse provato con l'allieva e che questa gli avesse dato il ben servito.
Era passato però molto tempo ed entrambi i biologi avevano in seguito deciso di aderire al progetto di Quartz-2 riprendendo a collaborare e condividendo le ricerche.
Su Qz-2 le cose procedevano al meglio. Fu allestita una seconda capsula Amy, da depositare in un luogo differente del pianeta per estendere le zone di studio.
Un tentativo di stendere una linea telefonica per mantenere i contatti con la Amethyst fallì miseramente. Appena steso, il doppietto di cavi fu subito invaso e distrutto da cristalli di quarzo e piante, che avevano immediatamente riconosciuto la presenza estranea a causa dell'intenso campo magnetico intorno ai fili elettrici.
Si provò a utilizzare il modulo orbitante come ponte radio. La cosa funzionava un po' meglio, ma le comunicazioni, comunque molto disturbate, potevano essere possibili solo per il breve periodo in cui il modulo transitava nello spazio al di sopra delle capsule e della Amethyst. Si trattava in ogni caso di un passo avanti.
Con qualche insistenza Vael e Krasnyj ottennero di poter rimanere periodi di sei giorni terrestri nelle due capsule, Amy-1 e Amy-2, anche da soli, per aumentare le osservazioni e i campionamenti. Vista la difficoltà di comunicazione, in ogni caso Sugiton sarebbe andato a prendere i due scienziati allo scadere del sesto giorno terrestre. In totale i due avrebbero soggiornato per circa 13 giorni quartziani nei moduli a distanza. Tutti si raccomandarono di evitare pensieri fissi, cercando di variare l'oggetto delle loro attività cerebrali, e di dedicarsi esclusivamente alle attività di ricerca. Il tutto per ridurre al minimo la comparsa di nuove specie mutanti.
La prima settimana andò tutto liscio. Le ricerche si concentravano soprattutto sull'identificazione di possibili specie animali. Fu trovata qualche altra scacchiera e perfino un paio di finte bottiglie di whisky, con tanto di liquido ambrato all'interno, che nessuno osò mai assaggiare. Le scritte grossolane e piene di refusi sulle etichette testimoniavano dell'origine fittizia dell'artefatto. Erano i soliti animali che riproducevano pensieri umani e che per questo erano oggetto di ricerca, anche se non era mai stato dimostrato alcun pericolo o aggressività da parte delle specie aliene.
Alla settimana nelle capsule Amy i due ricercatori alternavano ogni volta una settimana nella Amethyst per eseguire analisi e studi più approfonditi, e intanto la seconda spedizione si avvicinava alla stella di Lalande.
Durante la seconda settimana di ricerca nella sua zona Jason cominciò gradualmente a lavorare senza casco e infine senza neanche infilarsi la tuta spaziale. Da vecchio fumatore respirava molto meglio e realmente ogni sforzo era dimezzato. Senza alcun testimone non fece alcuna menzione della sua decisione, nei sporadici contatti radio che occasionalmente si riuscivano a stabilire con la Amethyst.
Il penultimo giorno della sua settimana di ricerca, quando, all'imbrunire, si trovava già all'interno della sua capsula, la Amy-1, i sensori di movimento segnalarono lo spostamento di una grossa massa in prossimità del laboratorio.
Vael si mise a sbirciare fuori dall'oblò e con sua enorme sorpresa scoprì un essere umano, di spalle, in tuta spaziale, ma senza casco, che si aggirava vicino all'ingresso, cercando un punto per entrare.
Il ricercatore andò subito ad aprire, trovandosi una ragazza orientale che gli veniva incontro.
-Yuko, ma tu che ci fai qui?- Chiese, allarmato, riconoscendo la collega esobiologa giapponese. -Presto, entra dentro!-
La ragazza entrò rispondendogli con un sorriso. Scosse la testa, liberando lunghissimi capelli neri dall'interno della tuta.
-Ma siete già arrivati? Non vi aspettavamo prima di altre due settimane!-
-Sì, già arrivati.- Rispose lei guardandolo negli occhi con un'espressione di gratitudine.
-Ma come! Neanche il tempo di ambientarti e già ti catapultano nella zona di ricerca. Ti ha portato Blue?-
-Sì, Blue.- La ragazza dava risposte molto concise, ma sembrava molto interessata al contenuto della capsula, e continuava a guardarsi intorno.
-Ma Blue? È già ripartito? Ah sì, sta venendo buio. Doveva ritornare indietro. Ma dove hai lasciato il casco? Lo sai che va tenuto, vero? Almeno all'esterno della capsula. Vedo che anche tu non sei molto dell'idea, come me, del resto. È una stupida idea, secondo me. Tu che ne pensi?-
Jason aveva la testa piena di pensieri e di cose da dire, che quasi non lasciava alla collega neanche il tempo di rispondergli.
La ragazza sorrideva emozionata di trovarsi in quel posto, completamente nuovo per lei, senza far troppo caso alla raffica di domande e affermazioni del professore.
-Ma come avete fatto a fare così presto? Accidenti-, Jason si sedette su una sedia, -con tutte queste alternanze di giorni e notti che durano la metà dei giorni terrestri, ho finito col perdere il conto. Quanti ne saranno passati? Dovevano venire a prendermi, ma si vede che c'è stato un ritardo. Ma raccontami, è andato bene il viaggio?-
-Sì, bene.- La giovane dottoressa si prese il margine della tuta, all'allacciatura del casco, che evidentemente le dava fastidio.
-Che rottura di palle, vero, questa tuta? Dai che ti aiuto a levarla. A proposito: si sono scordati che qui c'è solo una branda. Dovremo arrangiarci. Ma che fretta c'era di catapultarti qui? Ci si poteva organizzare con un po' di calma.-
Il professore armeggiò sulla tuta della collega trovando subito la cerniera di sgancio.
-Sai, Yuko, mi fa un sacco di piacere rivederti. Non sei cambiata per nulla dai tempi dei nostri studi su Marte. Ti aspettavo, non vedevo l'ora di rivederti. Ci sono moltissime ricerche da fare.-
Yuko annuì sorridendo, poi si girò di spalle per agevolare l'apertura della tuta.
Appena Jason aprì la cerniera laterale la nipponica sfilò prima un braccio, poi si divincolò lasciando cadere la tuta ai suoi piedi.
Con sorpresa dell'inglese, sotto l'indumento spaziale Yuko vestiva ben poco.
La ragazza gli apparve con una corta e sottile canottiera di cotone bianco che non copriva neanche tutta la schiena. Al di sotto di una stretta vita i contorni si aprivano su fianchi larghi sopra un succinto paio di mutandine che lasciavano scoperti i glutei della dottoressa. Poco più di un tanga. Le gambe erano prive di qualunque copertura. La ragazza uscì dall'involucro, ritrovandosi a piedi nudi nella capsula.
-Accidenti quanto sei bella, Yuko. Non sai quanto ti ho sognata in questi giorni che mi trovavo da solo in questa gabbia per topi.-
-Grazie- rispose semplicemente l'asiatica, ravvivandosi i capelli che le erano rimasti su una spalla.
Si girò verso il collega più anziano, mostrando un seno pieno che spingeva sotto la canottiera, sollevando il bordo dal contatto col ventre. Le areole scure si stagliavano con precisione, ben visibili attraverso il tessuto quasi trasparente, i capezzoli erano ritti.
-Mio dio, Yuko, mi sembra di essere sul pianeta Venere, altroché Quartz-2!-
Lei lo guardò, vezzosa, mettendosi le mani sui fianchi e piegando leggermente un ginocchio in una posa che sembrava studiata per fare esplodere gli istinti più primordiali. Al di sopra dell'elastico delle mutandine spuntavano le punte di alcuni peli neri.
-Allora? Che facciamo?- Disse, semplicemente, e al professor Vael sembrò per un attimo di perdere il controllo della coscienza.
-Be', dobbiamo... dobbiamo... Hai mangiato? Vuoi qualcosa?-
Lei scosse la testa, continuando a guardarlo con uno sguardo che sembrava provocatorio.
-Io ho mangiato qualcosa, ma ora è buio. Dobbiamo organizzarci in qualche modo per dormire. Potrei cederti il letto, chissà quanto sarai stanca. Io mi arrangerò in qualche modo. Oppure...-
-Oppure?- Lo sguardo di Yuko si fece malizioso; poi lei mosse un passo verso il ricercatore, che sembrava rimasto imbambolato.
-Se vuoi-, Jason rimase un attimo indeciso se osare o trattenersi, -si può anche dormire insieme. Ma ti avverto, la branda è piccola, saranno inevitabili dei contatti. Intendo, contatti stretti. Mi sono spiegato, ok?-
La ragazza sorrise, coprendosi la bocca con una mano. -Ok!- Confermò.
Jason non sapeva più bene cosa fare. Cominciò a spostare alcune scatole dalla branda, sistemando i teli termici, quando la giapponese si sedette sul bordo del letto, rimanendo a guardarlo con le ginocchia unite e le mani tra le cosce nude.
-Accidenti, Yuko. Guarda che sono settimane che non vedo una donna. E tu, tu sei lì, mezza nuda, così bella. Io non... non garantisco di riuscire a controllarmi. Sarebbe un problema per te?-
-No- Disse semplicemente l'asiatica e, allungando una mano, lo prese per un braccio, facendolo sedere sul letto.
Jason stava sudando, il cuore gli batteva a mille. Quella giovane così attraente, quei pochi indumenti che praticamente gli mostravano il suo corpo nudo, quell'orientale che per anni aveva sognato, ora era di fianco a lui, disponibile, forse anche piena di un desiderio covato in settimane di preparativi e poi di volo. Yuko era una donna giovane, sicuramente sessualmente attiva. Anche lei avrà avuto le sue sane voglie di sesso, no?
Lei cominciò ad accarezzargli la fronte, quando, infine, lui si lasciò andare, buttandosi tra le sue braccia.
I due si scambiarono baci violenti, affamati, impetuosi. La lingua della donna sembrava indemoniata mentre l'inglese cominciò a infilargli le mani sotto alla canottiera per toccarle il seno.
Si fermarono un attimo, guardandosi in volto, i respiri rapidi e profondi. Poi Jason si buttò sul petto della ragazza. Le prese le tette tra le mani affondandoci le dita e cominciò a succhiarle i capezzoli, attraverso alla canottiera. Poi le sollevò il bordo di cotone scoprendo i due seni, perfetti. Grossi, gonfi, con le ampie areole scure e due capezzoli che sembravano artigli.
Iniziò a morderli, a baciarli, a succhiarli mentre la ragazza si contorceva dal piacere.
-Yuko! Non sai che voglia ho in corpo. Non sai da quanto tempo mi sogno un momento come questo!- Disse il professore togliendosi la maglietta, strappandosi i calzoni di dosso.
La canottiera della ragazza fu lanciata su un microscopio. Ora la ricercatrice stava sul letto, a seno nudo, con solo quelle minuscole mutandine che sembravano già bagnate.
Vael ci si lanciò contro, aprendo le cosce della ragazza. Cominciò a morderle la vulva, a leccarla, ad annusarla, mentre la ragazza gli teneva le dita tra i capelli.
Il professore si distaccò solo per un attimo, si spogliò nudo e si chinò di nuovo sul ventre della ragazza. Le sfilò le mutandine scoprendo un folto ciuffo di lunghi peli neri, al di sopra di una vulva scura e già luccicante di gocciolante eccitazione.
Le prese le cosce tra le mani e tuffò il muso in quella figa bagnata e molle. Iniziò a leccare e succhiare le piccole labbra, poi si buttò sul clitoride, mentre la ragazza gemeva e muoveva i fianchi incontro alla bocca che sembrava volerla divorare.
Jason continuò a leccare allungando le mani sulle grosse tette della dottoressa, pigiandole, palpandole, stuzzicandone i capezzoli rigidi e duri, fin quasi all'orgasmo della ragazza.
Poi si alzò sulla branda, la verga dritta che oscillava lievemente a ogni pulsazione del suo cuore tachicardico. Lei aprì ancora di più le cosce, invitandolo con le braccia tese; la vulva, scura, si apriva verso un pertugio rosso fuoco in cui occhieggiava, invitante, l'ingresso vaginale.
Il ricercatore le si buttò sopra, la ragazza stessa gli diresse il glande all'apertura della vagina.
Lui entrò, tutto, senza trovare difficoltà, in un antro viscido e bagnato che non opponeva resistenza. Iniziò a scopare la ragazza, brutalmente, con scosse selvagge; la giapponese urlava di piacere e lo stringeva a sé serrandogli le cosce intorno ai fianchi.
Jason spingeva, usciva e rientrava, con forza, gorgogliando di fatica e di piacere, sentendo a ogni colpo il corpo della ragazza stringerlo a sé, le sue braccia avvolgergli la schiena, finchè dopo una infinitesima pausa all'orlo del baratro, esplose in un orgasmo brutale e selvaggio, roco e sguaiato, svuotandosi colpo dopo colpo, completamente, nel corpo della ragazza.
I due rimasero così per un tempo indefinito e insondabile. Lui dentro di lei, un fiotto di sperma dopo l'altro, in pause sempre più prolungate, le spinte sempre più rade, ogni volta accompagnate da un gemito della ragazza, addormentandosi così, abbracciati, nudi.
Alla mattina la dottoressa Nikura era scomparsa.
Era stato un sogno?
No. La tuta spaziale della asiatica giaceva ancora lì, per terra, con la bandiera del sole rosso in campo bianco sulla spalla, sotto al nome in kanji e in lettere latine, la canottiera sul microscopio, le mutandine alla base della branda.
Le analisi e il lavoro proseguì senza soste nei giorni successivi, tanto che l'equipaggio si riadattò a ritmi terrestri, andando a dormire ogni due giorni e proseguendo i lavori indipendentemente dalle condizioni di luce esterne, secondo un ritmo impostato su cicli di 26 ore.
Le analisi microscopiche e biomolecolari confermarono che i nuovi esseri potevano, forse, essere animali. Mancavano alcuni organelli cellulari tipici dei vegetali, e forse queste strutture potevano muoversi. Sicuramente erano in grado di modificare la loro struttura in base a variazioni, anche se microscopiche, delle condizioni esterne, in particolare del campo magnetico, ma occorrevano ulteriori conferme sperimentali e osservazioni. Fu stabilito che i nuovi organismi in esame erano ancora tutti a base di silicio. Nessuna traccia di carbonio nelle loro cellule.
Sulla Terra la notizia fu accolta con enorme entusiasmo, tanto che si concordò di anticipare il prima possibile la seconda spedizione. Serviva nuovo personale: un logista e pilota, per organizzare le spedizioni a distanza nelle capsule Amy, sicuramente l'altra esobiologa e un altro chimico. Al gruppo fu aggiunto anche un tecnico di laboratorio che era stato addestrato anche per il combattimento. Non era, questa, una priorità, ma di fronte ad animali che probabilmente si muovevano e che potevano modificare la loro struttura leggendo i pensieri degli esseri umani, al centro di controllo della spedizione sulla Terra era nata una certa apprensione.
Fu così che la spedizione si preparò alla partenza della prima donna del programma, la dottoressa giapponese Nikura Yuko, esobiologa, ma anche medico spaziale, una figura diventata indispensabile in una spedizione di otto astronauti che avrebbero potuto avere problemi di salute.
Gli altri membri dell'equipaggio erano Nielsen Wolff, il logista e pilota, svedese, il comandante della seconda spedizione, Mauro Vandal tecnico di laboratorio e addestrato al combattimento, italiano, e Hodei Ochoa, un chimico spagnolo che conosceva già da tempo il collega russo.
La seconda spedizione fu chiamata Emerald, smeraldo, per rimanere in tema di pietre preziose e derivati del silicio: un silicato di berillio il cui colore voleva suggerire speranza.
L'anticipo sulla partenza della seconda missione fu da tutti accolto con entusiasmo. Serviva mano d'opera e un ampliamento della comunità avrebbe giovato anche nelle relazioni interpersonali.
Fra tutti il più contento sembrava Jason Vael. Il professore non vedeva l'ora di rivedere la dottoressa Nikura Yuko, la valentissima esobiologa giapponese con cui aveva già lavorato anni prima, ai tempi delle esplorazioni su Marte. I due avevano condiviso numerose brillanti ricerche, nei laboratori sulla Terra, fino a che, per cause rimaste sconosciute, Yuko aveva chiesto di interrompere la collaborazione per dedicarsi allo studio di possibili forme di vita sulle comete.
La separazione così improvvisa tra i due specialisti era rimasta avvolta dal mistero, ma girava voce che Jason avesse esagerato con le attenzioni personali verso la giovane collega, arrivando forse fino ai limiti della molestia. Insomma, si diceva che il vecchio professore ci avesse provato con l'allieva e che questa gli avesse dato il ben servito.
Era passato però molto tempo ed entrambi i biologi avevano in seguito deciso di aderire al progetto di Quartz-2 riprendendo a collaborare e condividendo le ricerche.
Su Qz-2 le cose procedevano al meglio. Fu allestita una seconda capsula Amy, da depositare in un luogo differente del pianeta per estendere le zone di studio.
Un tentativo di stendere una linea telefonica per mantenere i contatti con la Amethyst fallì miseramente. Appena steso, il doppietto di cavi fu subito invaso e distrutto da cristalli di quarzo e piante, che avevano immediatamente riconosciuto la presenza estranea a causa dell'intenso campo magnetico intorno ai fili elettrici.
Si provò a utilizzare il modulo orbitante come ponte radio. La cosa funzionava un po' meglio, ma le comunicazioni, comunque molto disturbate, potevano essere possibili solo per il breve periodo in cui il modulo transitava nello spazio al di sopra delle capsule e della Amethyst. Si trattava in ogni caso di un passo avanti.
Con qualche insistenza Vael e Krasnyj ottennero di poter rimanere periodi di sei giorni terrestri nelle due capsule, Amy-1 e Amy-2, anche da soli, per aumentare le osservazioni e i campionamenti. Vista la difficoltà di comunicazione, in ogni caso Sugiton sarebbe andato a prendere i due scienziati allo scadere del sesto giorno terrestre. In totale i due avrebbero soggiornato per circa 13 giorni quartziani nei moduli a distanza. Tutti si raccomandarono di evitare pensieri fissi, cercando di variare l'oggetto delle loro attività cerebrali, e di dedicarsi esclusivamente alle attività di ricerca. Il tutto per ridurre al minimo la comparsa di nuove specie mutanti.
La prima settimana andò tutto liscio. Le ricerche si concentravano soprattutto sull'identificazione di possibili specie animali. Fu trovata qualche altra scacchiera e perfino un paio di finte bottiglie di whisky, con tanto di liquido ambrato all'interno, che nessuno osò mai assaggiare. Le scritte grossolane e piene di refusi sulle etichette testimoniavano dell'origine fittizia dell'artefatto. Erano i soliti animali che riproducevano pensieri umani e che per questo erano oggetto di ricerca, anche se non era mai stato dimostrato alcun pericolo o aggressività da parte delle specie aliene.
Alla settimana nelle capsule Amy i due ricercatori alternavano ogni volta una settimana nella Amethyst per eseguire analisi e studi più approfonditi, e intanto la seconda spedizione si avvicinava alla stella di Lalande.
Durante la seconda settimana di ricerca nella sua zona Jason cominciò gradualmente a lavorare senza casco e infine senza neanche infilarsi la tuta spaziale. Da vecchio fumatore respirava molto meglio e realmente ogni sforzo era dimezzato. Senza alcun testimone non fece alcuna menzione della sua decisione, nei sporadici contatti radio che occasionalmente si riuscivano a stabilire con la Amethyst.
Il penultimo giorno della sua settimana di ricerca, quando, all'imbrunire, si trovava già all'interno della sua capsula, la Amy-1, i sensori di movimento segnalarono lo spostamento di una grossa massa in prossimità del laboratorio.
Vael si mise a sbirciare fuori dall'oblò e con sua enorme sorpresa scoprì un essere umano, di spalle, in tuta spaziale, ma senza casco, che si aggirava vicino all'ingresso, cercando un punto per entrare.
Il ricercatore andò subito ad aprire, trovandosi una ragazza orientale che gli veniva incontro.
-Yuko, ma tu che ci fai qui?- Chiese, allarmato, riconoscendo la collega esobiologa giapponese. -Presto, entra dentro!-
La ragazza entrò rispondendogli con un sorriso. Scosse la testa, liberando lunghissimi capelli neri dall'interno della tuta.
-Ma siete già arrivati? Non vi aspettavamo prima di altre due settimane!-
-Sì, già arrivati.- Rispose lei guardandolo negli occhi con un'espressione di gratitudine.
-Ma come! Neanche il tempo di ambientarti e già ti catapultano nella zona di ricerca. Ti ha portato Blue?-
-Sì, Blue.- La ragazza dava risposte molto concise, ma sembrava molto interessata al contenuto della capsula, e continuava a guardarsi intorno.
-Ma Blue? È già ripartito? Ah sì, sta venendo buio. Doveva ritornare indietro. Ma dove hai lasciato il casco? Lo sai che va tenuto, vero? Almeno all'esterno della capsula. Vedo che anche tu non sei molto dell'idea, come me, del resto. È una stupida idea, secondo me. Tu che ne pensi?-
Jason aveva la testa piena di pensieri e di cose da dire, che quasi non lasciava alla collega neanche il tempo di rispondergli.
La ragazza sorrideva emozionata di trovarsi in quel posto, completamente nuovo per lei, senza far troppo caso alla raffica di domande e affermazioni del professore.
-Ma come avete fatto a fare così presto? Accidenti-, Jason si sedette su una sedia, -con tutte queste alternanze di giorni e notti che durano la metà dei giorni terrestri, ho finito col perdere il conto. Quanti ne saranno passati? Dovevano venire a prendermi, ma si vede che c'è stato un ritardo. Ma raccontami, è andato bene il viaggio?-
-Sì, bene.- La giovane dottoressa si prese il margine della tuta, all'allacciatura del casco, che evidentemente le dava fastidio.
-Che rottura di palle, vero, questa tuta? Dai che ti aiuto a levarla. A proposito: si sono scordati che qui c'è solo una branda. Dovremo arrangiarci. Ma che fretta c'era di catapultarti qui? Ci si poteva organizzare con un po' di calma.-
Il professore armeggiò sulla tuta della collega trovando subito la cerniera di sgancio.
-Sai, Yuko, mi fa un sacco di piacere rivederti. Non sei cambiata per nulla dai tempi dei nostri studi su Marte. Ti aspettavo, non vedevo l'ora di rivederti. Ci sono moltissime ricerche da fare.-
Yuko annuì sorridendo, poi si girò di spalle per agevolare l'apertura della tuta.
Appena Jason aprì la cerniera laterale la nipponica sfilò prima un braccio, poi si divincolò lasciando cadere la tuta ai suoi piedi.
Con sorpresa dell'inglese, sotto l'indumento spaziale Yuko vestiva ben poco.
La ragazza gli apparve con una corta e sottile canottiera di cotone bianco che non copriva neanche tutta la schiena. Al di sotto di una stretta vita i contorni si aprivano su fianchi larghi sopra un succinto paio di mutandine che lasciavano scoperti i glutei della dottoressa. Poco più di un tanga. Le gambe erano prive di qualunque copertura. La ragazza uscì dall'involucro, ritrovandosi a piedi nudi nella capsula.
-Accidenti quanto sei bella, Yuko. Non sai quanto ti ho sognata in questi giorni che mi trovavo da solo in questa gabbia per topi.-
-Grazie- rispose semplicemente l'asiatica, ravvivandosi i capelli che le erano rimasti su una spalla.
Si girò verso il collega più anziano, mostrando un seno pieno che spingeva sotto la canottiera, sollevando il bordo dal contatto col ventre. Le areole scure si stagliavano con precisione, ben visibili attraverso il tessuto quasi trasparente, i capezzoli erano ritti.
-Mio dio, Yuko, mi sembra di essere sul pianeta Venere, altroché Quartz-2!-
Lei lo guardò, vezzosa, mettendosi le mani sui fianchi e piegando leggermente un ginocchio in una posa che sembrava studiata per fare esplodere gli istinti più primordiali. Al di sopra dell'elastico delle mutandine spuntavano le punte di alcuni peli neri.
-Allora? Che facciamo?- Disse, semplicemente, e al professor Vael sembrò per un attimo di perdere il controllo della coscienza.
-Be', dobbiamo... dobbiamo... Hai mangiato? Vuoi qualcosa?-
Lei scosse la testa, continuando a guardarlo con uno sguardo che sembrava provocatorio.
-Io ho mangiato qualcosa, ma ora è buio. Dobbiamo organizzarci in qualche modo per dormire. Potrei cederti il letto, chissà quanto sarai stanca. Io mi arrangerò in qualche modo. Oppure...-
-Oppure?- Lo sguardo di Yuko si fece malizioso; poi lei mosse un passo verso il ricercatore, che sembrava rimasto imbambolato.
-Se vuoi-, Jason rimase un attimo indeciso se osare o trattenersi, -si può anche dormire insieme. Ma ti avverto, la branda è piccola, saranno inevitabili dei contatti. Intendo, contatti stretti. Mi sono spiegato, ok?-
La ragazza sorrise, coprendosi la bocca con una mano. -Ok!- Confermò.
Jason non sapeva più bene cosa fare. Cominciò a spostare alcune scatole dalla branda, sistemando i teli termici, quando la giapponese si sedette sul bordo del letto, rimanendo a guardarlo con le ginocchia unite e le mani tra le cosce nude.
-Accidenti, Yuko. Guarda che sono settimane che non vedo una donna. E tu, tu sei lì, mezza nuda, così bella. Io non... non garantisco di riuscire a controllarmi. Sarebbe un problema per te?-
-No- Disse semplicemente l'asiatica e, allungando una mano, lo prese per un braccio, facendolo sedere sul letto.
Jason stava sudando, il cuore gli batteva a mille. Quella giovane così attraente, quei pochi indumenti che praticamente gli mostravano il suo corpo nudo, quell'orientale che per anni aveva sognato, ora era di fianco a lui, disponibile, forse anche piena di un desiderio covato in settimane di preparativi e poi di volo. Yuko era una donna giovane, sicuramente sessualmente attiva. Anche lei avrà avuto le sue sane voglie di sesso, no?
Lei cominciò ad accarezzargli la fronte, quando, infine, lui si lasciò andare, buttandosi tra le sue braccia.
I due si scambiarono baci violenti, affamati, impetuosi. La lingua della donna sembrava indemoniata mentre l'inglese cominciò a infilargli le mani sotto alla canottiera per toccarle il seno.
Si fermarono un attimo, guardandosi in volto, i respiri rapidi e profondi. Poi Jason si buttò sul petto della ragazza. Le prese le tette tra le mani affondandoci le dita e cominciò a succhiarle i capezzoli, attraverso alla canottiera. Poi le sollevò il bordo di cotone scoprendo i due seni, perfetti. Grossi, gonfi, con le ampie areole scure e due capezzoli che sembravano artigli.
Iniziò a morderli, a baciarli, a succhiarli mentre la ragazza si contorceva dal piacere.
-Yuko! Non sai che voglia ho in corpo. Non sai da quanto tempo mi sogno un momento come questo!- Disse il professore togliendosi la maglietta, strappandosi i calzoni di dosso.
La canottiera della ragazza fu lanciata su un microscopio. Ora la ricercatrice stava sul letto, a seno nudo, con solo quelle minuscole mutandine che sembravano già bagnate.
Vael ci si lanciò contro, aprendo le cosce della ragazza. Cominciò a morderle la vulva, a leccarla, ad annusarla, mentre la ragazza gli teneva le dita tra i capelli.
Il professore si distaccò solo per un attimo, si spogliò nudo e si chinò di nuovo sul ventre della ragazza. Le sfilò le mutandine scoprendo un folto ciuffo di lunghi peli neri, al di sopra di una vulva scura e già luccicante di gocciolante eccitazione.
Le prese le cosce tra le mani e tuffò il muso in quella figa bagnata e molle. Iniziò a leccare e succhiare le piccole labbra, poi si buttò sul clitoride, mentre la ragazza gemeva e muoveva i fianchi incontro alla bocca che sembrava volerla divorare.
Jason continuò a leccare allungando le mani sulle grosse tette della dottoressa, pigiandole, palpandole, stuzzicandone i capezzoli rigidi e duri, fin quasi all'orgasmo della ragazza.
Poi si alzò sulla branda, la verga dritta che oscillava lievemente a ogni pulsazione del suo cuore tachicardico. Lei aprì ancora di più le cosce, invitandolo con le braccia tese; la vulva, scura, si apriva verso un pertugio rosso fuoco in cui occhieggiava, invitante, l'ingresso vaginale.
Il ricercatore le si buttò sopra, la ragazza stessa gli diresse il glande all'apertura della vagina.
Lui entrò, tutto, senza trovare difficoltà, in un antro viscido e bagnato che non opponeva resistenza. Iniziò a scopare la ragazza, brutalmente, con scosse selvagge; la giapponese urlava di piacere e lo stringeva a sé serrandogli le cosce intorno ai fianchi.
Jason spingeva, usciva e rientrava, con forza, gorgogliando di fatica e di piacere, sentendo a ogni colpo il corpo della ragazza stringerlo a sé, le sue braccia avvolgergli la schiena, finchè dopo una infinitesima pausa all'orlo del baratro, esplose in un orgasmo brutale e selvaggio, roco e sguaiato, svuotandosi colpo dopo colpo, completamente, nel corpo della ragazza.
I due rimasero così per un tempo indefinito e insondabile. Lui dentro di lei, un fiotto di sperma dopo l'altro, in pause sempre più prolungate, le spinte sempre più rade, ogni volta accompagnate da un gemito della ragazza, addormentandosi così, abbracciati, nudi.
Alla mattina la dottoressa Nikura era scomparsa.
Era stato un sogno?
No. La tuta spaziale della asiatica giaceva ancora lì, per terra, con la bandiera del sole rosso in campo bianco sulla spalla, sotto al nome in kanji e in lettere latine, la canottiera sul microscopio, le mutandine alla base della branda.
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