Marta o Anna o entrambe? - due-

scritto il 2026-11-02 tempo di lettura 32 min

di
genere
Corna, Etero, Pissing
cura
A−

La sera, prima di andare a dormire, guardai il cellulare. C’era un messaggio di Anna.
«Ciao Gianni, sai, ti penso. Lo sai cosa mi ha colpito di te questa mattina? Che ti è bastato un secondo per capirmi. Non mi sono sentita giudicata come una poco di buono e hai capito subito che quello che faccio con Aldo è solo per sentirmi di nuovo viva. Sai, quando tu e Alba due anni fa vi siete lasciati, era venuta da me a piangere. Era disperata perché l’avevi lasciata e ti ho immaginato un vero stronzo. Ma poi, dai suoi discorsi, ho capito che l’avevi lasciata perché era una storia che non poteva continuare, come quella fra me e Aldo. Ora sì, mi piace farmi sbattere e usare come una puttana di strada, mi piace che mi scopi e mi usi per svuotarsi le palle. Lo so che per me non prova nulla, ma sono “comoda”. E in effetti anch’io sono “comoda” ad averlo qui vicino: basta scendere due piani e sentirmi di nuovo una femmina. Sai, tu mi incuriosisci. Non sei un animale come lui, tu sai leggere dentro. Ti confesso che poco fa ero a letto, mentre mio marito era di là a costruire i suoi inutili modellini, e mi sono toccata pensando a te, porco. Quando mi hai scritto che mi avresti scopata anche se ero piena di Aldo… che mi avresti leccata dopo… oddio, sì, lo voglio. Sai quanto tempo è che nessuno mi lecca la figa? Mmm, io adoro essere leccata. Gianni, vediamoci. Dimmi che mi scopi e poi mi lecchi… fammi sentire la tua troia!»
Rilessi il messaggio due volte, con un sorriso che mi si allargava sulle labbra. Anna non aveva peli
Le risposi subito.
«Anna, adoro come sei intensa e femmina. Sì, voglio provare a fare l’amore con te, ma non promettiamoci niente per ora. Proviamo solo a vederci e lasciamoci andare al desiderio. Quando vuoi, ti propongo di venire qui a casa mia, che siamo comodi, e vediamo cosa succede. Ti va?»
Inviai il messaggio e appoggiai il telefono sul comodino, curioso di vedere quanto tempo avrebbe impiegato a rispondere.
Anna rispose quasi subito, le parole già cariche di eccitazione.
«Sììì, Gianni… ti va bene se vengo da te domani mattina? Appena mio marito esce per andare a lavorare, mi faccio bella e corro da te. Non vedo l’ora di sentirmi fra le tue mani.»
Le risposi senza esitare:
«Ma al mattino non vai da Aldo svuotargli le palle?»
«Non domani. Domani vengo a svuotare te… voglio il tuo cazzo dentro di me, non il suo.»
«Eh no, non così. Prima vai da lui. Lascia che ti monti, che ti riempia per bene, che ti faccia gocciolare. E poi vieni da me così… con la figa ancora calda e piena della sua sborra. Voglio sentirti scivolare sul mio cazzo, voglio leccarti dopo e assaggiare la tua figa piena di tanto sperma. Così hai un paragone fresco… e io ti uso come meriti.»
Per un attimo non rispose. Poi il messaggio arrivò più fremente.
«Gianniii… sei un porco. Un porco immenso. Mi sono bagnata solo a leggerlo. Mi fai sentire così troia, così sporca… e mi piace da morire. Sì. Prima vado da Aldo, mi faccio scopare e riempire, e poi vengo da te… con le mutandine fradicie della sua sborra e della mia voglia. Fammi tua. Usami. Poi lecchi veramente tutto quello che trovi?»
«Si Anna... ti lecco e ti faccio venire con la mia bocca... e ti sgrilletto con la punta del naso mentre ti pulisco con la lingua... tolgo ogni goccia di sborra dalla tua figa... e poi ti bacio Troia! Voglio sentirmi il tuo Porco!»
Rilessi lo scambio con il respiro un po’ più corto. L’avevo spinta esattamente dove volevo, e lei non solo ci stava: si stava sciogliendo al solo pensiero come mi stavo eccitando io a sentirmi il suo maiale.
Passarono pochi minuti.
«Porco, porco, porco… sono fradicia, mi sto toccando ancora… Ma ti piace davvero leccare la sborra di altri uomini? Sei bisex? Non che me ne freghi nulla, ma voglio capire…»
«No, Anna, non sono bisex. Ma mi piace la donna troia, molto troia, e mi eccita la complicità. Mi fa impazzire sentirmi intimamente complice e godere insieme a una donna… sporcarsi insieme, godere insieme. Alba ti avrà raccontato… lo so.»
Anna continuò, le parole sempre più cariche.
«Sì, mi ha raccontato di quello che combinavate insieme. Mi ha detto di quel pomeriggio che siete andati in quella trattoria con alloggio e l’hai fatta scopare con quei tre maiali… e poi, quando sono andati via, l’hai scopata tu dopo di loro e l’hai leccata tutta piena. Lei ha urlato godendo, tanto forte che il padrone, sentendo quelle urla, è venuto a bussare alla porta preoccupato. Tu hai aperto e l’hai invitato dentro a scoparla anche lui… e poi tu l’hai fatta urlare ancora. Lei era stravolta. Gianni, non hai idea di quanto mi sono masturbata pensando a quello che facevate. Tu non hai idea di come avrei voluto essere io usata così… essere io ad essere amata così tanto. Oddio, Gianni… fammi godere così.»
Rilessi il messaggio con il cuore che batteva un po’ più forte. Anna non stava solo provocando: stava chiedendo esplicitamente di essere portata esattamente dove io e Alba eravamo arrivati.
Le risposi subito, senza giri di parole.
«Anna… se è questo che vuoi, allora vieni. Domani mattina, dopo essere stata da Aldo, vieni da me piena di lui. E io ti userò come ho usato Alba quel pomeriggio. Ti scoperò, ti leccherò tutta piena, e se ti farò urlare abbastanza forte… be’, vedremo cosa succede. Non ti prometto tre uomini, ma ti prometto che non ti lascerò andare finché non sarai stravolta anche tu. Dimmi solo a che ora pensi di arrivare.»
Per qualche minuto non arrivò nulla. Poi il telefono vibrò.
«Oddio, Gianni… mi sto toccando mentre leggo. Sì. Sì, voglio quello. Voglio sentirmi usata così, voglio che mi lecchi dopo, voglio urlare. Arrivo verso le dieci. Prima vado da Aldo, mi faccio riempire per bene, e poi corro da te. Non metterò neanche le mutandine pulite… voglio che mi trovi ancora sporca. Fammi godere come hai fatto godere Alba. Ti prego.»
Sorrisi nel buio della stanza. L’indomani mattina Anna sarebbe arrivata come l’avevo chiesta: calda, piena, e pronta a essere usata. Spensi la luce e chiusi gli occhi, già pensando a come l’avrei accolta.
La mattina dopo, alle sei in punto, il cellulare vibrò sul comodino e mi svegliò di colpo. Era un messaggio di Anna.
«Gianni, ho voglia. Ti assicuro che vado da Aldo solo perché me lo hai chiesto tu… ma voglio te. Non so cosa mi succede, ma ti desidero. Andrò da lui e gli dirò di svuotarsi nella mia figa… neppure glielo leccherò prima. Ti desidero. Voglio venire a casa tua. Mandami la posizione, che appena finito con lui vengo.»
Rilessi il messaggio due volte, ancora mezzo addormentato. Dal tono capii che non stava cercando solo sesso sporco. Voleva essere amata, oltre che scopata. Voleva di più. Ma decisi di metterla alla prova: feci finta di non aver colto fino in fondo.
Le risposi:
«Sì, Anna, vai da lui e fai tutto quello che ti senti di fare, come vuoi tu. Voglio che ti senta felice, prima di tutto.»
Inviai e rimasi a fissare lo schermo, curioso di vedere come avrebbe reagito a quella risposta più morbida del previsto.
Anna rispose dopo pochi minuti, con un messaggio che mi spiazzò proprio per come restava dentro il gioco.
«Gianni, sìììììììì vado da Aldo a farmi allargare la mia micina e farla riempire di cremina… e vengo da te, ma cercherò di venire il prima possibile… ti voglio!»
Rilessi quelle parole e sorrisi. Non aveva abbassato la guardia, non aveva mostrato tutta la vulnerabilità che avevo intuito nel messaggio precedente. Forse le piaceva troppo quel gioco di complicità sporca per uscirne adesso. O forse non voleva farsi vedere più esposta di quanto già non fosse. Magari era solo la consuetudine: vedere Aldo era diventato un rito, e non se la sentiva di spezzarlo di punto in bianco. Oppure, più semplicemente, non era ancora sicura di avere un sostituto stabile e preferiva tenere l’amante appagato, per evitare che andasse altrove a sfogarsi.
Qualunque fosse il motivo, il risultato era chiaro: stava andando da Aldo, si sarebbe fatta riempire come le avevo chiesto, e poi sarebbe venuta da me. E mi voleva.
Le risposi, questa volta senza mezze misure.
«Tesoro, mettici il tempo che ci vuole. Voglio che godiate del vostro momento, voglio che gli spremi ogni goccia della sua crema e ti faccia farcire bene bene dentro. E poi sai cosa devi fare? Prima di andare da lui, metti nella borsetta un bel tappo di sughero avvolto in una pellicola per alimenti. Così, quando lui ti avrà riempita, vai in bagno e te lo infili dentro la figa… così conservi dentro ogni goccia della sua sborra.»
Inviai il messaggio e rimasi a fissare lo schermo, immaginando la sua reazione. L’avevo spinta ancora più in là, e ora non restava che aspettare di vedere se avrebbe davvero accettato di presentarsi da me così: piena, tappata, e pronta.
Due secondi dopo arrivò la sua risposta. Si leggeva chiaramente che la provocazione le era piaciuta.
«Sììììììììì amore, sìììììììì come sei porco… vuoi che non coli fuori nulla… vuoi essere tu a stappare la tua troia! Oddio, Gianni, sei troppo porco… come fai a pensare a cose così… Mi piaci!»
Sorrisi. Non aveva esitato un attimo. Anzi, mi aveva chiamato “amore” e si era definita “la tua troia” senza battere ciglio. L’idea del tappo non l’aveva spaventata: l’aveva eccitata.
Le risposi subito:
«Brava. Fallo. E quando arrivi da me, non toglierlo. Voglio essere io a sfilartelo.»
Ora non restava che aspettare. Anna sarebbe andata da Aldo, si sarebbe fatta riempire, avrebbe messo il tappo, e poi sarebbe venuta da me… esattamente come le avevo chiesto.
Mi preparai con calma. Feci la doccia, preparai la colazione e misi a posto il letto, lasciando però le lenzuola sul fondo, già pronte per riceverla. Poco dopo il telefono vibrò.
Era una foto di Anna, scattata allo specchio della camera da letto. Sotto, una breve nota:
«Amore, la tua troia va a farsi montare…»
La guardai meglio. Era tutta trasformata rispetto a come l’avevo vista al supermercato. Indossava un giacchino corto di pelle bianco che le lasciava intravedere il seno abbondante, e sotto una camicetta di seta a motivi floreali con un’ampia scollatura. Una gonnellina sopra il ginocchio le avvolgeva i fianchi morbidi, e portava calze di seta — immaginai autoreggenti — e un paio di scarpine con il tacco alto. Era pettinata e leggermente truccata, i capelli che le arrivavano sulle spalle.
Mmm… una bella fighetta, come si dice. Da far girare gli uomini mentre passa.
Pensai che Aldo ne sarebbe stato contento. Speravo solo che non la sciupasse troppo. Hahaha.
Le risposi subito alla foto:
«Sei bellissima. Vai e fatti riempire bene. Ti aspetto con impazienza.»
Dopo mezz’ora arrivò un’altra foto. Era lei, nello specchio del bagno — pensai fosse quello di Aldo. Aveva la camicetta aperta, un aria "stropicciata" il seno abbondante che cadeva libero, e indossava solo le autoreggenti. In mano teneva il tappo avvolto nella pellicola. Sorrideva mentre si fotografava.
Sotto scrisse:
«Operazione farcitura finita… arrivo, Amore. Preparati! Ti desidero!»
Mi voleva far vedere che si sarebbe infilata il tappo nella figa, esattamente come le avevo chiesto. Che non avrebbe lasciato colare fuori nulla. Che sarebbe arrivata da me piena, tappata, e pronta a farsi stappare.
Le risposi subito:
«Brava. Tieni tutto dentro. Ti aspetto. »
Passò meno di mezz’ora e sentii una macchina arrivare davanti a casa. Le aprii il cancello e il garage, così poteva entrare e non lasciare l’auto in strada: mi sembrava più riservato. Lei entrò.
Andai giù in taverna ad accoglierla. Si precipitò fuori dall’auto e mi si appiccicò alle labbra in un bacio così intensamente voluto. Chiudemmo entrambi gli occhi mentre le nostre lingue si esploravano. È stato bellissimo. Quel gesto così naturale e intenso mi piacque moltissimo. Un abbraccio caldo e avvolgente: le mie braccia la strinsero a me. Bello.
Poi si staccò e mi sorrise con quegli occhi vivaci e birichini di chi sa di averla fatta grossa.
«Mio porco… oddio, che voglia di stare fra le tue braccia… Dimmi, ti piace la tua troia? Sono stata sufficientemente troia per te?»
Si staccò di un metro da me per farsi ammirare in tutto il suo splendore.
«Anna, sei uno schianto! Ma mi hai mentito!»
«Mentito?»
«Sì, tesoro. Mi hai detto che non glielo avresti succhiato… e invece hai la bocca che sa di cazzo e sborra!»
Lei si preoccupò.
«Ma tesoro, giuro non l’ho neppure baciato… ma dopo che l’ha tirato fuori dalla figa me l’ha messo in bocca per farselo pulire…»
Non la lasciai finire e, ridendo, le dissi:
«Hahaha, ma lo so, sto scherzando! Hai fatto bene a pulirglielo con la boccuccia, troia!»
Mentre dicevo questo la baciai ancora, e le mie dita erano già nella sua figa senza mutandine, si infilavano dentro a cercare il tappo di sughero.
«Mmm, troia… vedo che mi hai ubbidito… mmm, sei meravigliosa. Andiamo a letto, che voglio goderti!»
La presi per mano e la guidai su per le scale, verso la camera. Il tappo era ancora lì, esattamente dove le avevo chiesto di metterlo. E lei era già calda, bagnata, e pronta.
Lei salendo era come una bambina felice: salterellava su per la scala ridendo. Quando arrivammo nel salone entrò di getto e si mise a guardarsi intorno.
«Ma Gianni, che bella casa… cavoli, pensavo fosse tutto in disordine, una piccola casa da uomo solo… invece che arredamento, tutto perfetto, non ha neppure la polvere sui soprammobili… Oddio, come sono felice di essere qui. Baciami, porco!»
Io la tirai a me e la baciai con impeto. Lei, con una mossa veloce, prese la cintura dei calzoni e la slacciò, poi si buttò in ginocchio sul tappeto a slacciarmi i calzoni e a tirare fuori il cazzo ormai duro, che faceva capolino dagli slip. Lo prese in mano con impeto e lo prese in bocca, guardandomi fisso negli occhi.
Le sue labbra si chiusero calde intorno a me, e la lingua iniziò a muoversi lenta, mentre continuava a fissarmi. Non disse nulla: si limitò a succhiare, con gli occhi che non lasciavano i miei, come se volesse farmi capire esattamente quanto le piaceva essere lì, in ginocchio, a fare la troia per me.
Mentre mi succhiava la lasciai fare. Mmm, mi godevo quelle labbra morbide e le appoggiai la mano sulla bella testolina, non per darle il ritmo, ma per accarezzarla.
Le dissi:
«Ah, è così troia che fai quando vai da Aldo… gli succhi il cazzo prima di farti sbattere?»
Lei, senza staccarsi, rispose con la voce impastata:
«Mmm… di solito mi aspetta in mutande con il cazzo già fuori e, appena dentro la porta, me lo fa ingoiare.»
«Puttana… sei una puttana. Cazzo, come mi piaci così scatenata, Anna!»
Lei succhiava avidamente, se lo faceva finire in gola. Era proprio brava. Sapeva cosa mi piaceva. Poi si mise a massaggiarmi con la mano i testicoli e a leccarmi il cazzo per tutta la sua lunghezza, e diceva:
«Sì, sono una puttana… una vera puttana, me lo dice sempre anche lui… Lo sai che ho la figa che mi tira con dentro il tappo? La sento piena da esplodere.»
Intanto, con una mano, si sgrillettava allegramente. Aveva il viso teso, ormai voleva godere. Le piaceva sentirsi così troia, in ginocchio sul mio tappeto, con la figa tappata e piena, e il mio cazzo in bocca. E io la lasciavo fare, godendomi ogni secondo di quella sua fame.
La feci alzare. La tirai contro di me e le ordinai:
«Bene, ora mettiti sul divano con le cosce aperte. Voglio tirare fuori il tappo e infilare il mio cazzo nella tua figa colma di sborra, troia!»
Lei sorridendo ubbidì immediatamente. Si slacciò la camicetta per non romperla, tolse la gonna e si semi-sdraiò sul divano a cosce aperte. Il viso era teso: si vedeva che era eccitata da impazzire.
Io, guardandola negli occhi, infilai un dito nella sua figa.
«Troia, dimmi: hai goduto con Aldo questa mattina? Ti sei goduta il suo cazzo che ti pompava dentro?»
Mentre infilavo dentro due dita, lei ansimava e si stringeva il seno. Con i polpastrelli toccai il sughero e lo afferrai per il film plastico. Lentamente lo tirai fuori, piano piano, mentre lei con una mano si sgrillettava e, fra un sospiro e l’altro, mi diceva:
«Sì, porco, sìììì… così sono piena di sborra per te… porco, porco, porcoooooo… Scopami, allargami anche tu… infilami il tuo cazzo nella figa di questa troia.»
Il tappo uscì con un suono umido. La figa era gonfia, lucida, e la sborra di Aldo iniziò subito a colare. Lei tremava, le cosce aperte, gli occhi fissi nei miei, già pronta a essere scopata.
Le portai il tappo intriso di sborra fra le labbra e lei lo accolse in bocca, mentre con la mano guidavo il cazzo nella sua figa che colava. Il rumore, infilandolo forte, fu osceno e sporco. Si sentì lo schiaquettio dello sperma e dei suoi umori che venivano espulsi dalla sua figa, colando vistosamente sul divano e sul tappeto.
Io ero eccitato come un maiale in calore. Erano tre settimane che non mi svuotavo e avevo troppa voglia. Come è stato bello infilare il cazzo in quella figa brodosa e calda. Mmm. Mi misi a scoparla tenendole aperte le gambe e stringendole i polpacci, ornati dalle sue belle scarpine col tacco. Lei ansimava, ansimava, e si teneva a braccia aperte al divano. Con il mio peso la schiacciavo mentre la fottevo, e lei buttava indietro lo sguardo, godendo di quella penetrazione sporca.
Ogni spinta faceva uscire altra sborra, e il suono umido riempiva la stanza. Lei succhiava ancora il tappo, gli occhi semichiusi, completamente abbandonata a quel momento.
Mentre la scopavo le chiedevo:
«Anna, mi piaci… sei nata per farti scopare. Sei una vera puttana. Sei la mia puttana? O sei la puttana di Aldo? Dimmi, ti piace farti fottere così, vero?»
Lei, ansimando, rispose:
«Sì, sono una troia, sììììì… porco, sei un porco e voglio essere la tua puttana, solo tua. Usami, monta la tua puttana, porco… montami forte… sì, così, così…»
E d’un tratto ebbe un orgasmo forte e urlò, con le gambe che vibravano. Era un fremito che le attraversò tutto il corpo. Anch’io non resistetti e le sborrai dentro. Avevo troppa voglia. Oddio, che sborrata. Le venni dentro, godendo come un porco, spingendo fino in fondo mentre lei ancora tremava sotto di me.
Appena mi ripresi, tirai fuori piano il cazzo dalla sua figa, che si mise a colare fuori tutto lo sperma: il mio e ancora quello che le aveva messo in pancia il porco di Aldo. Lei piano si stava riprendendo e stava per alzarsi. Io la bloccai.
«Stai ferma, che voglio leccare la tua figa piena della sborra dei tuoi porci…»
Lei sorrise e si mise comoda sul divano, lasciandosi andare. Con le braccia le tenevo le gambe aperte e la figa, ancora leggermente dilatata, era lì davanti a me. Senza perdere tempo le infilai la lingua dentro, cercando di entrare il più possibile. Lei gemette.
Mi misi a limonare con la sua figa. Leccavo e con la lingua cercavo di pulire tutto, ogni goccia che le colava fuori. La portavo in bocca, succhiavo tutto quel “nettare” e mi impastavo la lingua. Lei gemeva e mi mise una mano sulla testa. Io incominciai a leccarla in profondità, mentre con il naso mi muovevo sul suo clitoride gonfio.
Ad un certo punto deve esserle piaciuto particolarmente, e Anna ansimava voluttuosamente. La sua mano accompagnava il mio movimento ondulatorio e di tanto in tanto mi premeva contro di sé. Chiuse gli occhi e si godette quell’operazione di pulizia, sino a che il suo respiro si fece affannoso, sempre più forte e corto.
E d’un tratto venne urlando e fremendo, come scossa da brividi. Mentre mi aiutavo con due dita a stimolarla, venne forte e squirtò, fremendo, con il corpo che si inarcava sul divano e la voce spezzata dal piacere.
Restammo così per un attimo, ansimanti, con la sua figa che colava di entrambi e il suo corpo ancora scosso dall’orgasmo.
Il suo orgasmo era intenso e con le mani mi prese il viso e mi strinse a lei.
«Oddio, Gianni, sìììì… come sei porco… sìììì, così, così… ti voglio…»
Appena smise di godere, mi avvicinai al suo viso con la bocca piena del suo succo e dello sperma che aveva dentro, e la baciai. Lei fu presa alla sprovvista e in un primo momento si ritrasse appena, ma poi aprì la bocca e accolse con la lingua il mio bacio. Così limonammo per non so quanto tempo, scambiandoci quel bacio sporco e intenso, le lingue che si mescolavano al sapore di sesso e di noi.
Restammo così, attaccati, ansimanti, con il corpo di lei ancora scosso e le mie labbra che non volevano staccarsi dalle sue.
Stretti in quell’abbraccio, le labbra che si cercavano in baci lenti e profondi, come onde che tornano piano sulla riva. Lei mi stringeva e si lasciava andare, abbandonandosi a quel ritmo quieto, come se il suo corpo danzasse ancora con il mio in una musica che si spegneva dolcemente. I nostri respiri si calmavano insieme, e il silenzio della stanza si riempiva solo del soffio leggero delle nostre bocche che si sfioravano, senza fretta, come se il tempo si fosse fermato a custodire quel momento.
Fu un momento di pura dolcezza, in cui l’intensità di poco prima si scioglieva in qualcosa di più profondo e quieto. Lei, con la voce ancora calda e tremante, mi sussurrò piano all’orecchio:
«Amore… è così bello. Vorrei che questo istante non finisse mai…»
Ci distendemmo sul divano, più comodi, e piano piano ci assopimmo lì, senza parlare. Si sentiva solo il battito quieto dei cuori. Con le dita giocavo con i suoi grandi capezzoli, morbidi ma ancora sporgenti, e con la lingua li stuzzicavo dolcemente. Lei mi stringeva il capo e, con una mano, scese a toccarmi il cazzo ormai morbido ma ancora umido di noi: me lo teneva in mano, lo accarezzava, mi massaggiava piano i testicoli. Non sapevo se lo facesse per pura dolcezza o per cercare di farmi indurire di nuovo. La lasciai fare, abbandonandomi a quel contatto lento e intimo.
Poi mi sussurrò, curiosa:
«Sai, è la prima volta che un uomo mi lecca tutta sporca… oltretutto sporca anche di un altro. Sai, la cosa mi fa specie… non mi è mai successo. Ho sentito tutta la tua passione quando lo facevi… ma non era un modo di fare sporco, anzi, mi hai guidata sino all’orgasmo così, senza tregua, un crescendo senza fretta ma per farmi godere. Mi è piaciuto, Gianni… a te è piaciuto? Ti sto toccando il cazzo e sento che hai ancora voglia… ma dimmi, di cosa hai voglia? Di me, della situazione, del fatto che sono una gran troia? Sono curiosa, ti prego dimmi… ma lo fai con tutte così?»
Capii che non stava solo chiedendo del sesso. Voleva capire se quello che avevamo fatto era solo un gioco sporco o qualcosa di più. Voleva capire se stessa, e perché in quel periodo della sua vita si sentisse così libera di essere troia.
Le risposi piano, accarezzandole i capelli:
«No, Anna, non lo faccio con tutte così. Mi è piaciuto perché eri tu. Perché ti ho sentita abbandonarti, perché volevi essere piena per me, perché ti sei fidata. Non era solo la sborra o il fatto che fossi “troia”. Era il modo in cui ti sei data, come se in quel momento non avessi più niente da nascondere. E sì, ho ancora voglia di te. Non solo di scoparti, ma di sentirti così, vicina, senza filtri. Se ti senti troia in questo periodo, forse è perché hai bisogno di sentirti viva, desiderata, libera. E a me piace starti accanto mentre lo scopri. Non devi giustificarti con me.»
Lei restò un attimo in silenzio, le dita ancora sul mio cazzo, e lo accarezzò più lentamente. Poi, con la voce più bassa, quasi un sussurro, iniziò a parlare.
«Sai, Gianni… quando mi masturbo, a volte mi vengono in mente cose… cose sporche. Non solo Aldo che mi scopa. Mi immagino tanti uomini, tutti insieme, che mi usano. Che mi prendono a turno, che mi riempiono. Mi sento preda e regina allo stesso tempo. Come se fossi lì solo per essere scopata, ma anche come se fossi io a volerlo, a comandarlo. E poi… lo sperma. Quell’unguento vitale. Mi piace sentirmene piena, colare, essere sporca di loro. È come se mi restituisse qualcosa che mi manca.»
La sua mano si strinse un po’ di più intorno a me. Sentivo che si stava eccitando di nuovo, ma non solo con la figa: era qualcosa di più intimo, di più cerebrale. Mi stava confidando i suoi desideri più nascosti, quelli che non aveva mai detto a nessuno.
«E cerco un uomo che non si spaventi» continuò, gli occhi fissi nei miei. Che non mi giudichi. Che mi accompagni in queste cose, che le viva insieme a me. Non solo che mi scopi, ma che mi capisca quando voglio sentirmi usata da tanti, quando voglio essere piena di sperma, quando voglio essere la troia e la regina allo stesso tempo. Tu… tu non ti sei tirato indietro. Mi hai leccata piena di Aldo. Mi hai baciata dopo. Non ti sei disgustato. Anzi, ti è piaciuto. E questo mi fa sentire… non so, al sicuro, anche mentre ti dico queste cose.»
La guardai. Il suo respiro si era fatto un po’ più corto, e le dita continuavano a massaggiarmi piano, come se volesse tenermi lì, vicino, mentre mi apriva la sua mente.
«Dimmi la verità» le sussurrai. «Quando ti immagini tanti uomini che ti usano… vuoi solo essere scopata, o vuoi anche che qualcuno resti con te dopo, che ti tenga, che non ti lasci sola in quel momento?»
Lei deglutì. Le guance le si arrossarono leggermente.
«Entrambe le cose» rispose. «Voglio sentirmi usata… ma voglio anche che qualcuno mi voglia davvero, anche dopo. Che non scappi quando divento troppo sporca, troppo troia. Che resti. Che mi dica che va bene così.»
La strinsi un po’ più forte. Il suo corpo era caldo contro il mio, e la sua mano non aveva smesso di toccarmi. L’intimità di quel momento era più forte di qualsiasi scopata: stava mettendo a nudo non solo il corpo, ma i desideri che le attraversavano la mente quando era sola.
«È così che mi sento» sussurrò. «In questo momento vorrei realizzare quelle fantasie che per anni ho solo sognato, masturbandomi da sola. Con accanto un marito che oltre a non capirmi, neppure reagisce. Siamo lì a letto, e io so che non sta dormendo, lo sento che è sveglio, eppure quando mi masturbo lui mi lascia fare senza neppure allungare una mano. Non dice niente. Non mi tocca. Come se non esistessi.»
La sua voce si incrinò leggermente. Non era solo eccitazione: c’era qualcosa di più profondo, di più dolente.
«Voglio comprensione» continuò. «Voglio complicità. E in fondo… voglio amore vero. Non solo essere scopata da tanti uomini, non solo essere piena di sperma. Voglio qualcuno che mi tenga, che mi capisca quando divento così Troia, che non mi lasci sola dopo. Che mi desideri anche quando sono sporca, anche quando sono troppo. Mio marito non lo fa. Aldo mi scopa, ma non mi vede. Tu… tu mi hai leccata piena di un altro e non ti sei tirato indietro. Mi hai baciata dopo. Mi stai ascoltando adesso. E io non so se sia solo sesso o se ci sia qualcosa di più. Ma lo voglio. Voglio qualcuno che mi accompagni in queste cose e che poi mi tenga stretta.»
Le accarezzai i capelli, piano. Il suo corpo era ancora attaccato al mio, la mano ancora sul mio cazzo, ma ora il contatto era più che fisico. Stava mettendo a nudo non solo i desideri sporchi, ma la solitudine che c’era sotto.
«Non devi scegliere» le dissi piano. «Puoi volere entrambe le cose. Essere usata e essere amata. Essere troia e essere tenuta. E io non scappo, Anna.»
Lei chiuse gli occhi e si strinse di più a me, come se quelle parole le avessero tolto un peso. Il silenzio tornò a riempire la stanza, ma questa volta era più denso, più intimo. Non c’era più solo sesso tra noi. C’era qualcosa che stava iniziando a prendere forma.
Si vedeva che la sua vagina aveva reagito a quei pensieri che le percorrevano la mente. Incominciò a toccarsi dolcemente, ancora abbracciata a me.
«Gianni, ti prego» sussurrò, la voce già più roca. «Raccontami cosa vorresti fare con me. Come mi vorresti accompagnare in questo degrado di cui sento il bisogno di vivere. Sai, sento che sto diventando vecchia… che il tempo vitale stringe. Forse è quello, ma ho voglia, ho fretta di vivere momenti intensi che mi riempiano il corpo e l’anima. Dimmi cosa vorresti fare con questa troia… con questa donna che vuole sentirsi sporca e tremendamente puttana.»
La mia mano si unì alla sua. Le dita scesero sul suo clitoride, già gonfio e umido, e le accarezzai piano insieme alle sue. Poi due dita si intrufolarono dentro la sua vagina, calda e ancora sensibile, e iniziai a muoverle lente, profonde.
Le sussurrai all’orecchio, la voce bassa e calda:
«Ti porterei in una stanza con tanti uomini. Ti farei mettere a quattro zampe sul letto, nuda, con le cosce aperte. E uno dopo l’altro ti scoperebbero. Ti riempirebbero la figa, il culo, la bocca. Tu saresti la loro troia, la loro puttana, e io resterei lì, a guardarti, a tenerti la mano, a dirti che sei bella così, piena di sborra, usata. E quando avranno finito, quando saresti piena e sporca, io ti leccherei tutta. Ti pulirei con la lingua, ti bacerei, ti terrei stretta mentre ancora tremi. Ti farei sentire preda e regina. Usata e amata. Sporca e desiderata. E non ti lascerei sola un secondo.»
Le mie dita si muovevano più decise dentro di lei, il pollice sul clitoride. Lei ansimava, le gambe che si aprivano di più, il corpo che si inarcava contro il mio.
«Sì… così…» gemette. «Continua… dimmi ancora…»
«Ti farei urlare mentre ti scopano» continuai, la bocca contro il suo orecchio. E quando verresti, piena di loro, io sarei lì a stringerti, a dirti che sei mia. Che puoi essere la troia di tutti, ma resti la mia donna. Che non ti giudico. Che ti voglio così. Sporca. Piena. Viva.»
Lei ebbe un fremito un sussulto sentivo che l'orgasmo ormai la stava prendendo ma la sua mente andava oltre voleva di più, le dita che stringevano le mie, il corpo che tremava contro di me. il respiro ormai si stava facendo affannoso e forte.
Prima di venire, ormai persa nei pensieri più perversi, mi disse quasi urlandomi nell'orecchio rotta dal piacere:
«Gianni... Gianni… quanti uomini? Quanti… quali uomini… dimmi come sono…»
Vedendo quanto la stava accendendo, le sussurrai all’orecchio, le dita che affondavano più forti e più veloci dentro di lei:
«Tanti. quanti tanti ma tanti, non belli adoni, ma vecchi maiali, più vecchi di Aldo, volgari con i cazzi barzotti e le palle rugose. Le loro mani che ti toccano il tuo bel corpo come predatori, ti aprono, ti allargano, ti usano come la loro puttana, come uno sborratoio da riempire fino a farti colare ovunque.
E tanti ragazzi giovani, sui vent’anni, duri, pieni di voglia, che ti prendono a gruppi, che ti scopano senza pietà, che si svuotano nella tua dolce figa, ti riempiono e rompono il culo, e usano la tua bocca ficcando i loro cazzi in gola... uno dopo l’altro, tutti insieme. E quando sarai gonfia, sporca, piena di tutti, ti faccio sdraiare in una piscinetta gonfiabile li sul tappeto e io vengo a scoparti e mentre ti bacio ti scopo forte davanti a loro.... tutti con il cazzo in mano intorno a noi.... e poi li invito a pisciarci addosso... a pisciare addosso a quei due porci che si amano in quella porcilaia, io e te uniti in quel momento di Amore nostro ma sporco, condiviso, senza scampo.»
Lei iniziò a gemere più forte, quasi a singhiozzare. Le cosce si spalancarono, il bacino spingeva contro la mia mano con urgenza crescente. Ogni parola le faceva accelerare il respiro, ogni dettaglio le strappava un gemito più acuto. Il crescendo era irrefrenabile: i gemiti divennero urla, il corpo si tese tutto, e d’un tratto venne urlando sfrenatamente, inarcandosi con violenza, spingendo la figa contro la mia mano con forza disperata, come per farsi penetrare sino in fondo. Tremava tutta, le gambe vibravano, la voce si spezzava in grida lunghe e rotte, e io non smisi di muovere le dita freneticamente finché l’orgasmo non la attraversò completamente, lasciandola ansimante, scossa e abbandonata contro di me, ancora tremante.
A quel punto non riusciva a smettere di venire. I suoi umori schizzavano dalla figa, squirtava, e il corpo vibrava a onde. Mi stringeva un braccio così forte che mi faceva male. Poi, piano piano, si calmò. Dopo un tempo indefinito aprì gli occhi, mi guardò e sorrise.
«Oddio, amore, sììììì… cosììììì… non sono mai venuta così tanto… Gianni, cazzo, ti amo, porco, porco, porco… sììì, ti amo! Mi hai letto nella mente… oddio, è stato bellissimo… Amami, Gianni, sono tua. Adesso tocca a me farti godere… dammi il tuo cazzo, lo voglio, fammelo succhiare, dammelo, scopa la bocca della tua troia innamorata…»
Mi tirai su, ancora eccitato, e lei restò distesa sotto di me, le labbra già aperte. Le infilai il cazzo in bocca e lei mi accolse subito, calda e umida, senza esitare. Iniziai a scoparle la bocca con spinte lente, poi più decise. Lei non si tirava indietro: anzi, alzava la testa per prendermi più a fondo, lasciandosi fottere la gola.
Glielo infilai fino in fondo e lei mi accolse, la lingua che si muoveva sotto, la gola che si apriva. Con una mano mi massaggiava i testicoli, stringendoli piano, accarezzandoli, mentre con l’altra mi teneva il fianco per spingermi ancora più dentro. I suoi occhi, lucidi. Non parlava: si limitava a succhiare, a lasciare che le scopassi la bocca, a gemere ogni volta che arrivavo in gola.
Io non riuscivo a resistere. Ero troppo eccitato. Le tenevo la testa e la fottevo con spinte sempre più forti, sentendo il calore della sua bocca, il suono umido, il modo in cui si abbandonava completamente. Lei continuava a massaggiarmi i testicoli, a deglutire intorno a me, a farsi usare la bocca come aveva chiesto, la mia troia innamorata.
Ad un certo punto non resistetti e scoppiai urlando il mio piacere. Schizzai come un animale dentro la sua bocca. Non volevo farla soffocare e cercai di non schizzarle in gola, ma in bocca. Lei però non mollava: succhiava il mio sperma e lo ingoiava indemoniata. Era bellissima. Non avevo mai scopato una donna in bocca così. È stato bello oltre l'immaginabile.
E quando finii, mi liberai della sua stretta e, scivolando all’indietro sopra il suo bel corpo, andai a baciarla, a limonare con tutto quello che le avevo appena schizzato. Un bacio d’amore e di piacere, le lingue che si mescolavano al sapore di me, ancora calde e ansimanti.
Ormai mancava mezz’ora a mezzogiorno e lei doveva tornare per preparare il pranzo al marito. Lì l’atmosfera mutò. Lei si fece più seria. Il senso di colpa nei confronti del cornuto stava avendo il suo peso. Guardando l’orologio si rattristò, ma è lo scotto che si deve pagare in relazioni di questo tipo.
Si alzò piano dal divano, raccolse i vestiti sparsi e iniziò a rivestirsi in silenzio. Io la guardavo, ancora nudo, senza sapere bene cosa dire. Quando fu pronta, si avvicinò e mi abbracciò forte, il viso contro il mio petto.
«Devo andare» sussurrò. «Mi dispiace.»
«Lo so» le risposi, stringendola.
Ci baciammo a lungo, un bacio lento e un po’ triste, pieno di languore. Lei si staccò a fatica, mi accarezzò il viso e sorrise appena, gli occhi lucidi.
«Ti scrivo dopo» disse. «Grazie Gianni… per tutto.»
Annuì e uscì. Sentii la porta chiudersi, poi il rumore della macchina che si allontanava. Restai lì, sul divano ancora umido di noi, con addosso il peso di quel distacco improvviso e il dispiacere di averla vista andare via così, già tornata alla sua vita di tutti i giorni.
A me si strinse il petto, una morsa quasi dolorosa che mi toglieva il respiro. Sapevo benissimo che quel momento sarebbe arrivato, eppure faceva male lo stesso. Andai sotto la doccia. L’acqua calda mi scorreva addosso, ma non riusciva a lavare via del tutto l’odore del sesso: restava ancora, mescolato al suo profumo di donna, al profumo della sua vagina che mi era rimasto sulle dita e sulle labbra. Una parte di me avrebbe voluto tenerselo addosso ancora un po’.
Sotto il getto i pensieri correvano. Sentivo ancora il sapore di lei in bocca, il calore delle sue cosce contro le mie, il suono dei suoi gemiti. La immaginavo già a casa, che apriva la porta e accoglieva il marito. Lo baciava con le stesse labbra che poco prima avevano baciato e accolto me, le stesse labbra che mi avevano succhiato, che mi avevano detto «ti amo». Quell’immagine mi stringeva ancora di più il petto: un misto di gelosia, di tenerezza e di quella consapevolezza amara che fa parte di relazioni come la nostra. L’acqua continuava a scorrere, ma il peso sul petto non se ne andava.

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