Il Sapore del Vino Rosso

scritto il 2026-11-02 tempo di lettura 6 min

di
genere
Trio
cura
A

Era il primo weekend da solo dopo mesi di routine soffocante, e avevo deciso di regalarmi una cena decente in un ristorante che mi era stato raccomandato più volte. Il locale era elegante senza essere pretenzioso: luci calde, tovaglie di lino candito, legno scuro alle pareti. Mi accomodai al mio tavolo, in attesa che il cameriere venisse a prendere l'ordinazione, e sfogliai il menu senza davvero leggerlo. La mia attenzione era stata catturata da qualcos'altro.

Al tavolo accanto al mio sedeva una coppia. Lui era un uomo oltre i settanta, distinto, con i capelli argentei pettinati all'indietro e un completo grigio antracite che gli cadeva perfettamente sulle spalle. Beveva un vino rosso con la calma di chi ha tempo da vendere. Lei era una signora oltre i sessanta, di una bellezza che il tempo aveva affinato piuttosto che spento. Capelli corti, castani con riflessi ramati, un viso asciutto e elegante, occhi scuri e profondi. Indossava un abito nero che le scopriva le clavicole e un filo di perle al collo.

Fu lei a notarmi per prima. Anzi, fu lei a non smettere di notarmi.

Ogni volta che alzavo lo sguardo dal menu, i suoi occhi erano già su di me. Non era un'occhiata casuale, di quelle che si incrociano per caso in un ristorante. Era uno sguardo diretto, insistente, che si soffermava un secondo più del necessario. Abbassai gli occhi. Li rialzai. Era ancora lì, con un mezzo sorriso che le sollevava appena l'angolo delle labbra. Il suo compagno continuava a parlare di qualcosa che non le interessava, perché la sua attenzione era tutta per me.

Il cameriere portò la cena. Tagliata di manzo, verdure grigliate, un calice di Morellino. Mangiai con calma, ma quella sensazione di essere osservato non mi abbandonò mai. A un certo punto la signora si spostò sulla sedia, accavallò le gambe, e il suo ginocchio sfiorò il mio sotto il tavolo. Non si scusò. Non ritirò la gamba. Mi guardò dritto negli occhi e in quel momento capii che non era un caso.

Terminai la cena, pagai il conto, e mi alzai per andarmene. Ma la coppia si era già alzata e mi stava venendo incontro. Lui parlò per primo, con una voce bassa e colta: «Spero di non sembrare invadente, ma mia moglie e io abbiamo notato che cena da solo. Abbiamo affittato una camera qui nel ristorante per la notte. Le farebbe piacere raggiungerci per un drink?»

Guardai lui, poi guardai lei. I suoi occhi scuri non avevano lasciato spazio a interpretazioni. «Con piacere», risposi.

La camera era al piano superiore, una suite arredata con gusto: letto matrimoniale con testiera in ferro battuto, poltrone di velluto, una bottiglia di vino già aperta su un tavolino. Lui versò da bere per tutti e tre. Brindammo senza un motivo preciso, e io mi sedetti sulla poltrona mentre lui prendeva posto su quella di fronte. Lei si scusò e sparì nel bagno.

Il tempo di due sorsi di vino, e la porta del bagno si aprì.

Uscì avvolta in una vestaglia di seta color avorio, corta sopra il ginocchio, che le scivolava sulle spalle lasciando intravedere la curva dei seni. Sotto non portava nulla. Lo capii dal modo in cui il tessuto aderiva ai capezzoli, turgidi sotto la seta. Si avvicinò a me, mi porse la mano, e io la presi senza dire una parola. Mi tirò in piedi e mi guidò verso il letto.

Mi fece sedere sul bordo del materasso. Poi si inginocchiò tra le mie gambe.

Le sue dita slacciarono la cintura con una lentezza deliberata, poi il bottone, poi la zip. Mi abbassò i pantaloni e i boxer in un gesto solo. Il mio cazzo era già mezzo duro, e quando l'aria fresca della stanza lo colpì, lei lo prese in mano e lo strinse alla base. Lo guardò per un momento, poi sporse la lingua e lo leccò dalla base alla punta in un movimento lungo e lento. Un brivido mi attraversò la schiena.

Lo prese in bocca. La sua testa si mosse su e giù con un ritmo lento e profondo, le labbra strette attorno al cazzo che si riempiva sempre di più. Con la mano libera mi accarezzava le palle, le stringeva appena, le tirava con delicatezza. Io mi appoggiai sui gomiti e guardai la sua testa muoversi tra le mie gambe, i capelli ramati che le ricadevano sul viso. Mi leccò le palle, una alla volta, prendendole in bocca e succhiandole mentre la sua mano continuava a pomparmi il cazzo.

Mi guardò. «Ti voglio dentro di me.»

Si alzò, si sfilò la vestaglia e si mise a quattro sul letto. Il suo culo era sodo, rotondo, e la sua figa era bagnata, lucida tra le cosce. Mi alzai, mi posizionai dietro di lei e le afferrai i fianchi. Spinsi la punta del cazzo contro la sua apertura, e scivolai dentro di lei in un colpo solo. Era calda, stretta, bagnata. Lei emise un gemito profondo e inarcò la schiena.

La scopai con forza, tenendola per i fianchi, guardando il mio cazzo entrare e uscire dalla sua figa. Ogni spinta la faceva ansimare, e i suoi ansimi diventavano più forti, più rotti. Le afferrai i capelli e li tirai, e lei venne, con un grido che riempì la stanza.

Fu allora che sentii una presenza accanto a me. Il marito si era alzato dalla poltrona e si era avvicinato al letto. Era nudo, il suo cazzo eretto puntava verso di me. Si inginocchiò accanto alla moglie, e senza dire nulla, prese il mio cazzo appena uscito dalla figa di lei e lo prese in bocca. La sua lingua girava attorno alla punta, poi scendeva lungo l'asta, mentre la moglie lo guardava con un sorriso.

Si alternarono. Lei lo succhiava, poi lo passava a lui. Le loro lingue si incrociavano sulla punta del mio cazzo, le loro labbra si sfioravano. Poi lui si staccò e si mise a quattro accanto alla moglie, la faccia premuta sul materasso, il culo in aria.

«Scopami,» disse, con una voce che non ammetteva repliche.

Gli sputai sul buco del culo, poi posizionai la punta del cazzo contro la sua apertura e spinsi. Era stretto, ma cedette. Entrai piano, centimetro dopo centimetro, mentre lui gemeva come una troia. La moglie gli si mise davanti, allargò le gambe e gli offrì la figa. Lui ci affondò la faccia mentre io lo scopavo con spinte sempre più forti e profonde.

Il suono delle mie palle che sbattevano contro il suo culo riempiva la stanza. Lui leccava la figa della moglie, e lei mi guardava con quegli occhi scuri, il viso arrossato, le labbra aperte. Venni dentro di lui con un ruggito, riempiendogli il culo di sperma, e lui venne a sua volta, schizzando sulle lenzuola mentre la moglie si masturbava venendo per la seconda volta.

Crollammo sul letto, i corpi sudati e intrecciati, il respiro pesante. Nessuno parlò per un lungo momento. Poi lui si alzò, versò altro vino e me lo porse.

«Resta», disse. «La notte è lunga.»
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