Il profumo del fagiano 2 parte

scritto il 2026-10-30 tempo di lettura 5 min

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corna
cura
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Il Metronomo di Caffè Freddo
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Sul tavolo della cucina, tra tazzine di caffè freddo che tintinnano, Aurora e Angy si incontrano in un ritmo lento e implacabile. Lei morde, lui spinge, e il desiderio di lei non si sazia mai. Ma quanto può durare prima che tutto crolli?
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Le mani di Angy le afferrarono i fianchi appena sopra il bordo dei leggings neri, tirati giù sotto le natiche con una mossa secca che aveva già compiuto un minuto prima. La pelle di Aurora era calda, appiccicaticcia per il sudore estivo, e sotto i palmi ruvidi di lui i muscoli dell'addome si contraevano a ogni spinta. Il tavolo della cucina oscillò in avanti di un centimetro, raschiando il pavimento di piastrelle, e le due tazzine vuote con il fondo di caffè freddo tintinnarono una contro l'altra.

Aurora si aggrappò al bordo del tavolo con entrambe le mani, le nocche bianche per lo sforzo. Aveva i seni scoperti che oscillavano a ogni colpo, i capezzoli tesi che sfioravano la superficie di formica del tavolo quando Angy la spingeva abbastanza in avanti. Lei girò la testa di lato e gli morse la spalla — non un morso delicato, ma uno di quelli che lasciano il segno, i denti che affondano nel muscolo deltoide attraverso la pelle arrossata dal sole del balcone.

«Cazzo» sibilò Angy tra i denti, e rallentò il ritmo invece di accelerarlo. La riempì con un colpo lungo, profondo, lentissimo — il tipo di spinta che non ha fretta, che fa sentire ogni centimetro. Il cazzo pulsava dentro di lei, e Aurora emise un gemito strozzato, a denti stretti, come se non volesse lasciar uscire il suono ma non riuscisse a trattenerlo. Le sue dita strinsero il bordo del tavolo ancora più forte.

Il ritmo di Angy era metodico, quasi brutale nella sua lentezza. Ogni affondo era completo, ogni ritirata quasi totale, e poi riaffondava con una pressione costante che la faceva arcuare contro il tavolo. I leggings neri, tirati giù appena sotto le natiche, creavano un contrasto visivo — la stoffa che stringeva le cosce mentre tutto il resto era esposto, aperto, disponibile. Aurora allargò leggermente le gambe, puntandosi sulle punte dei piedi, e il cambio di angolazione fece gemere entrambi.

«Più forte» disse Aurora, la voce roca, e morse di nuovo la spalla di lui, questa volta più in alto, verso il collo. Angy grugnì e mantenne il ritmo — lo stesso ritmo lento e profondo — ma aumentò la forza di ogni colpo. Il tavolo raschiò ancora sul pavimento. Le tazzine tremarono, il caffè freddo nel fondo oscillò in cerchi concentrici.

Sudore colava lungo la schiena di Aurora, seguendo la curva della colonna vertebrale fino all'attaccatura delle natiche dove i corpi si incontravano. Angy la guardava da dietro — la linea della sua schiena nuda, i capelli castani raccolti in una coda disordinata con ciocche incollate alla nuca, il modo in cui i muscoli delle sue braccia tendevano mentre si reggeva al tavolo. Aveva trentasei anni più di lei, ma le sue mani non tremavano. I suoi fianchi pompavano con la regolarità di un metronomo.

Aurora abbassò la testa tra le braccia, la fronte quasi appoggiata al tavolo, e il cambio di posizione la aprì ancora di più. Angy la sentì cedere intorno al cazzo — non un cedimento molle, ma un assorbimento, una presa che lo risucchiava più in profondità. Lei gemette di nuovo, più lungo stavolta, e il suono vibrò contro la superficie del tavolo.

«Non ti basta mai, vero?» disse Angy, la voce bassa, controllata, senza interrompere il ritmo.

Aurora scosse la testa senza alzarla. «Mai» rispose, e spinse indietro il bacino verso di lui, incontrando il suo affondo a metà strada. L'impatto fece schioccare la pelle — un suono secco, carnoso, che rimbalzò contro le pareti della cucina. Le tazzine sobbalzarono. Una scivolò di un centimetro verso il bordo del tavolo.

Angy le mise una mano sulla schiena, tra le scapole, e la tenne ferma mentre continuava a scoparla con quello stesso ritmo implacabile. L'altra mano le afferrò il fianco, il pollice che premeva nella carne sopra l'osso iliaco. Ogni spinta la faceva scivolare in avanti sul tavolo di un millimetro, e ogni volta lui la tirava indietro per il fianco, reimpostando la posizione.

Aurora sollevò la testa e si voltò a guardarlo da sopra la spalla. I suoi occhi erano lucidi, le labbra socchiuse, il respiro corto e irregolare. «Così» disse, e la voce le si spezzò a metà frase quando Angy affondò particolarmente in profondità. «Esattamente così.»

Lui non rispose. Strinse la presa sul fianco e continuò — lento, profondo, inesorabile. Il sudore gli colava dalle tempie. Le ginocchia non gli dolevano. La schiena non protestava. C'era solo il calore di lei intorno al cazzo, il suono bagnato dei loro corpi che si incontravano, e il tintinnio delle tazzine che tremavano sul tavolo come un metronomo secondario, più fragile, più delicato, destinato a cadere se il ritmo fosse aumentato ancora.

Aurora morse il labbro inferiore fino a farlo sbiancare. Le sue mani lasciarono il bordo del tavolo per un istante, e lui la spinse in avanti abbastanza da farla appoggiare con gli avambracci sulla superficie. Lei inarcò la schiena, sollevando il culo più in alto, e Angy cambiò angolazione senza che glielo chiedesse — trovando il punto che la fece gemere con la bocca schiacciata contro l'avambraccio, il suono attutito ma inequivocabile.

Il caffè nelle tazzine aveva smesso di formare cerchi e ora tremava semplicemente, in vibrazione continua, come se qualcuno avesse appoggiato un motore al tavolo.
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