Aico, real doll. Parte 6

scritto il 2026-10-30 tempo di lettura 11 min

di
genere
fantascienza
cura
A−

Il mercato della Zona C non aveva un nome. Era semplicemente "il mercato", un organismo parassitario che respirava sotto l'arcata di cemento della ferrovia magnetica dismessa. Un dedalo soffocante di banchi fatti di pallet marci e teloni di plastica lordi di pioggia acida, dove l'immondizia della metropoli veniva spacciata per merce di scam,. Su quell'asfalto crepato, la spazzatura degli oligarchi diventava oro per chi non aveva più nulla: blocchi di cibo sintetico rigenerato, schede madri estratte da droni militari illegali, blister di farmaci scaduti e drive di memoria contenenti frammenti di vite rubate. L'aria era una coltre satura, un mix penetrante di olio idraulico esausto, frittume rancido e carne umana non lavata.
Eppure, in quel purgatorio a cielo aperto, la vita pulsava di una ferocia disperata. Le grida dei mercanti si fondevano a risate sguaiate e ai gemiti di violenze consumate nell'ombra dei piloni, dove i più forti strappavano l'ultimo grammo di dignità a chi era troppo debole per difendersi.
Michele si addentrò in quel caos tenendo Boh al fianco. Tra le ombre slavate del mercato, l'androide era un insulto visivo. Il suo corpo ,sintetico, sensuale e flessuoso, fasciato in un completo di lattice bianco e rosa confetto che non lasciava nulla all'immaginazione, risaltava come un neon nel fango; le corna metalliche sulla fronte catturavano i riflessi bluastri degli schermi pubblicitari abusivi. Boh registrava ogni cosa. Le sue ottiche dorate scansionavano i volti scavati, le transazioni illecite, i tic nervosi dei tossici da innesto. Era una telecamera vivente della censura di Stato.
Molte teste si girarono, tra il fumo delle griglie e il vapore dei tombini. Non era la prima volta che una Doll attraversava il mercato, ma un'unità AICO di ultima generazione, in quel distretto di sopravvivenza, sembrava un'astronave atterrata in una discarica.
«Una Doll?» sputò un vecchio con un innesto oculare difettoso su entrambi gli occhi, che friggeva a intermittenza.
«Dio, che squallore… Un dismesso che si trascina dietro l'androide di sussistenza per non morire solo», lo schernì una donna, indicando la strana coppia con un dito nodoso e nero di grasso.
Michele sentì quegli sguardi come lame di ferro freddo sulla nuca: un condensato di invidia sociale e disprezzo profondo. Avvertì la gola stringersi. Non era l'attenzione a spaventarlo, ma la consapevolezza che quella perfezione non gli apparteneva. Boh era un prestito revocabile del Ministero della Salute, un guinzaglio digitale più cromato degli altri, ma pur sempre un guinzaglio.
«Michele, i sensori dermici rilevano che il livello di cortisolo nel tuo flusso sanguigno è aumentato del ventitré per cento. Sei stressato», sussurrò Boh. La sua voce, calda, flautata e perfetta, era nella memoria dell’uomo, un'eco spettrale della funzionaria Samanta.
«Non sono stressato. Sono in una fottuta trappola», rispose lui tra i denti, senza guardarla.
«Ho capito. Desideri che avvii una procedura di rilassamento neuro-muscolare?» offrì l'androide, accennando un sorriso programmato.
«No, Boh. Resta solo dietro di me.»
Si fermò davanti a una bancarella di ferraglia arrugginita. Il venditore era un vecchio rachitico con una protesi all'avambraccio destro che sembrava l'opera macabra di uno scienziato pazzo: cinque artigli meccanici, tre dita più del necessario, ingranaggi scoperti progettati per lacerare la carne piuttosto che per sostituire un arto con gli standard del sistema sanitario municipale. L'occhio destro dell'uomo era sepolto sotto un secondo impianto ottico abusivo, una lente smisurata sorretta da una marea di microcavi che gli perforavano e circondavano la pelle del viso.
«Cosa vuoi, lurido?» lo salutò il vecchio, fissando immediatamente la Doll al suo fianco.
Lo chiamavano "Cinghiale". Era un sopravvissuto che aveva visto più orrori di quanti volesse ricordarne, durante la guerra e quello che ne era venuto dopo nelle terre desolate dove la gente moriva per fame, malattie da radiazioni, peste, violenza, per sport, e ora campava rivendendo la tecnologia che il progresso aveva dimenticato.
«Fare compere, vecchio», gli rispose Michele, mantenendo la voce piatta. «Cinghiale, ho qualcosa per te.»
Porse sul banco una scatola di metallo ammaccata. Il ricettatore si sollevò a fatica, zoppicando sulla gamba sintetica: un altro innesto idraulico di scarto che cigolava a ogni movimento.
«Oggi questa merda fa i capricci», sputò Cinghiale, indicando l'arto. Afferrò la scatola e la aprì. Con l'unico occhio ,logico rimasto buono, scansionò il contenuto. Dentro c'era una collezione di vecchi circuiti integrati, rari e intatti. Reliquie della passata vita da ingegnere di Michele.
«Non sono cianfrusaglie, Cinghiale. Sono moduli DF-7. Ancora buoni per bypassare i vecchi impianti di sicurezza o per riparare uno di quei pezzi di ferro che spacci per "antichità".»
Cinghiale sorrise, mostrando una dentiera stampata in 3D, più gialla del cemento della Zona C. «Fabbri, sei sempre un pezzo da novanta. Queste sì che sono COSE!» disse fiutando l'affare. Poi incrociò le braccia sul petto, mettendosi subito sulla difensiva. Il baratto era iniziato. «Cosa vuoi in cam,?»
«Ho bisogno di roba per pulire», disse Michele.
«Pulizie?!» Il ricettatore scoppiò in una risata roca che scatenò una tosse grassa. Di riflesso, anche Boh accennò un sorriso algido; il suo algoritmo di socialità lo aveva identificato come il comportamento più adatto al contesto. «Chi cazzo deve arrivare, il sindaco?» aggiunse Cinghiale, abbassando lo sguardo dorato e viscido sui seni dell'androide, compressi nel lattice bianco.
«Spazzole, un secchio, un mocho. Roba pesante, che non si spacchi al primo utilizzo», lo ignorò Michele, freddo.
«Va bene, va bene», Cinghiale annuì, sputando a terra. «Ti preparo un pacchetto di recupero. Trenta crediti di differenza.»
«Non fare la carogna.»
«Sono una carogna, Fabbri.»
«Quindici», ribatté Michele d'istinto.
«Venticinque. E ti butto dentro una tanica di ammoniaca. Quella vera, non la merda chimica e annacquata che distribuisce il Ministero.»
«Venti, e non un singolo credito di più.»
«Cristo, così ci perdo.»
«Hai la mia scatola con tutto quello che c'è dentro, ti do venti crediti e la mia gratitudine. Cosa vuoi ancora?»
«Farmi un giretto con le tette della tua amica», disse il vecchio, leccandosi le labbra screpolate mentre un rivolo di bava gli bagnava il mento coperto di barbaglio grigio.
Michele si irrigidì. Guardò la Doll. Boh sollevò le spalle ,sintetiche con una grazia disarmante. Poiché quell'azione avrebbe agevolato l'obiettivo primario dell'utente, i protocolli della sua programmazione non imponevano alcun vincolo morale.
«Per me va bene, se questo non è motivo di stress per te», disse lei, mantenendo il suo sorriso perfetto e inumano.
Michele la fissò, stringendo i pugni nelle tasche. Gelosia? Che diavolo gli stava succedendo? Come poteva provare un sentimento simile per un pezzo di silicone e circuiti stampati?
«Due minuti», disse infine, senza guardare il mercante. I suoi occhi rimasero piantati in quelli di Boh, cercando disperatamente di decifrare l'origine del proprio disgusto.
«Dieci minuti», rilanciò Cinghiale.
«Certo, come no. Adesso stiamo qui fino a domani. Non se ne parla.»
«Dai, amico, cristo! Almeno otto minuti. Tette così le vedo solo sui reel olografici della rete.»
«Cinque. E te li farai bastare.»
«Ok, va bene. Cinque minuti», cedette il vecchio sfregandosi le mani meccaniche con un rumore stridente di metallo.
«Qui? Devo farlo qui?» chiese Boh con voce candida, portandosi le mani al petto, pronta a slacciare il corpetto.
«No, piccola bambola di silicone, cerchiamo un po' di privacy», disse il mercante afferrandole la mano ,sintetica con i suoi artigli meccanici. «Vieni nel retro del mio vecchio furgone, staremo più comodi.»
«Portellone aperto», gli intimò Michele con voce tagliente, bloccandolo prima che potesse far salire l'androide sul vano posteriore del veicolo fatiscente.
«Certo… Rilassati, amico.»
Nel vecchio van non c’era molto spazio. L'androide stava in piedi al centro del cassone, circondato da cumuli di ferraglia e spazzatura tecnologica. Il suo vestitino succinto, i tacchi vertiginosi degli stivali, le forme generose e la pelle ,sintetica lucida di pioggia e sudore artificiale rendevano la scena ancora più claustrofobica e sensuale.
«Bene, piccola, diamoci da fare», grugnì Cinghiale.
Il vecchio era eccitato. Michele, fermo fuori, poteva vederlo dalla protesi all'avambraccio che si contraeva in scatti incontrollabili, mentre l'ottica meccanica abusiva metteva a fuoco i dettagli del corpo di Boh in una spietata scansione visiva. Il ricettatore si trascinò sulla brandina logora che usava per riposare e le ordinò di spogliarsi.
L’androide obbedì senza esitazione. Dal portellone rimasto aperto, Michele si limitò a fissare la scena con un’espressione indecifrabile, le braccia incrociate sul petto per proteggersi dal freddo.
«Vuoi che scopra il seno?» chiese la Doll con voce candida.
«Sì, certo, bellezza», sbavò lui.
Boh eseguì il comando.
«Fantastiche… sembrano vere», disse il vecchio con il fiato corto.
«L'aspetto visivo e la sensazione tattile sono autentici», spiegò lei con tono didascalico, afferrando i due globi carnosi con le mani e sollevandoli come a offrirli su un vassoio. «Calore, odore, consistenza ed elasticità», aggiunse, stringendo le dita attorno ai capezzoli ,sintetici già irti.
«Posso… posso toccarli?» chiese lui, esitante.
L'androide voltò le ottiche dorate verso il suo proprietario. Michele deglutì a fatica, avvertendo una morsa allo stomaco, poi annuì con un cenno impercettibile della testa.
«Sei un simpatico vecchietto, certo che puoi», rispose lei a Cinghiale, attivando un sottomodulo di civetteria programmata. «Ma fai in fretta: mancano solo tre minuti e diciotto secondi alla fine dell'accordo con il mio utente», precisò.
«Cosa? Aspetta!» protestò il ricettatore.
«Il tempo scorre, amico mio», gli ricordò la voce fredda di Michele da fuori dal van.
«Cazzo!» imprecò il vecchio, allungando febbrilmente l'unica mano ,logica sul petto della Doll.
«Fa' piano, ragazzone. L'impianto è progettato per resistere, ma la delicatezza aiuta una signora a rilassarsi», interloquì Boh, interpretando un ruolo stereotipato all'interno di quel gioco.
«Sta' zitta, cagna sintetica, e lasciami fare!»
Cinghiale cominciò a palpare l’androide con ferocia. La fissò intensamente con gli occhi lucidi, mentre il fiato corto e fetido gli usciva dalla bocca sdentata. Era incredibile: la sensazione sotto i polpastrelli e il palmo dell'unica mano di carne che gli era rimasta attaccata al corpo era intensa, indistinguibile da quella di un seno umano. Dopo cinque minuti esatti, il vecchio emise un gemito soffocato, strofinandosi convulsamente l’inguine con gli artigli della sua protesi multi-dita.
«Avevi ancora otto secondi, vecchio», ridacchiò Michele dal portellone.
«Fottiti, amico. Prendi la tua roba e sparisci», si lamentò Cinghiale, mentre si rialzava a fatica e si sistemava i pantaloni lordi di grasso.
“i tuoi soldi vecchio” fece Michele.
“Sai cosa?oggi mi sento generoso, tienili”
“Sul serio? sei forse malato?”
“No, ho la tua scatole, il ricordo delle tette della tua amica, diciamo che siamo pari” sorrise lui in maniera sdentata, tuffando per un ultima volta l'occhio buono nella scollatura della Doll.
«Bene, è stato un vero affare», sorrise l'androide, offrendogli la mano affusolata per aiutarlo a scendere dal van.
«La prossima volta potresti farmi provare queste magnifiche labbra di corallo», le disse il ricettatore, stringendole il mento tra gli artigli della protesi meccanica.
«Se ci sarà l'occasione e Michele sarà d'accordo, ti dimostrerò quanto reali siano la mia bocca, la mia gola e la mia lingua», rispose AICO con una malizia programmata, studiata per compiacere il potenziale acquirente.
«Non vedo l'ora, figliola», sputò il vecchio. Poi tornò al banco per preparare il carico: un vecchio sacco della spazzatura industriale che usava per imbustare la merce di contrabbando. All’interno vi gettò un mocho con la testa di tela logora, un secchio di plastica spaccato sul bordo con dentro uno straccio pieno di buchi, una spazzola con le setole metalliche arrugginite e una bottiglia di plastica senza etichetta. Al suo interno si intravedeva più di un litro e mezzo di vera ammoniaca industriale, il cui odore acre riusciva a filtrare persino attraverso il tappo sigillato alla meglio.
La pioggia aveva ripreso a cadere con insistenza.
«Ci avanzano altri quarantasette crediti, che ne dici di un po' di carne vera?» chiese Michele, caricandosi il sacco della spazzatura sulla spalla.
«Carne vera? Di che tipo?» domandò lei con ingenuità artificiale, stringendosi confidenzialmente al suo braccio.
«Beh… forse è meglio non chiederlo», rispose lui, allungando lo sguardo verso i banchi coperti di mosche del mercato alimentare, e sulla fila di griglie su cui arrostiva ogni sorta di animale che aveva la sfortunata idea di aggirarsi in quei sobborghi, dove degrado, violenza è fame decoravano le vite dei suoi abitanti.



*commenti, idee, per amanti di fantascienza sesso e cyberpunk fanto-gab80@tiscali.it
31
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Aico, real doll. Parte 5

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.