La fame negli occhi da cerbiatta
scritto il 2026-10-27 tempo di lettura 8 min
di
Angelo B
genere
prime esperienze
cura
A+
La fame negli occhi da cerbiatta
---racconto di pura fantasia
Sulla Novedratese, Franco, sessant'anni, incontra Alina, una giovane prostituta rumena. Un miniabito nero, occhi da cerbiatta e una fame professionale. Cinquanta per la bocca, cento per tutto. Dietro il guardrail, tra l'erba bagnata, la bocca di Alina lo accoglie, e Franco scopre un sentimento inas…
---
L'asfalto della Novedratese brillava sotto i lampioni, macchiato d'olio e di pioggia recente. Franco rallentò il passo, le scarpe che scricchiolavano sulla ghiaia bagnata del marciapiede. Sessant'anni portati male sulle spalle, la giacca a vento sbottonata nonostante il freddo della sera, e gli occhi che — senza che lui li comandasse — si fissarono sulla figura ferma oltre il guardrail.
Era lì, in piedi, un fianco leggermente inarcato verso la strada come se il suo corpo fosse un cartello pubblicitario. Un miniabito nero, se così poteva chiamarlo — due strisce di tessuto che partivano dal collo e scendevano fino a metà coscia, aperte sui lati, lasciando intuire sotto il perizoma dello stesso colore. Il seno piccolo, sodo, premeva contro il tessuto sottile con due capezzoli che si stagliavano netti contro il freddo della sera. I capelli biondi, lunghi fino alle spalle, le incorniciavano un viso giovane — vent'anni, forse venticinque — con labbra carnose dipinte di un rosso scuro e due occhi grandi, marroni, da cerbiatta, che scrutavano ogni auto di passaggio con una fame tranquilla, professionale.
Franco si fermò. Il cuore gli diede un colpo secco sotto lo sterno, un battito solo, violento, come se qualcuno gli avesse pizzicato una corda dimenticata. Non era il primo uomo a fermarsi su quella strada, e lei non era la prima ragazza che vedeva lì. Ma c'era qualcosa nel modo in cui se ne stava — la postura del bacino, la curva del culo che il miniabito non copriva, quel culetto rotondo che sembrava dire prendimi con la stessa naturalezza con cui un frutto maturo dice cogliemi — che gli fece dimenticare ogni altro pensiero.
Lei lo vide. I loro sguardi si incrociarono per un istante, e lei inclinò la testa di lato, un mezzo sorriso che le scoprì i denti bianchi. Franco sentì la bocca seccarsi. Quella bocca — larga, disegnata per il cazzo, pensò con una brutalità che lo sorprese — era esattamente il tipo di bocca che un uomo immagina in ginocchio.
Si avvicinò. I passi erano lenti, misurati, come se una parte di lui sapesse già cosa stava facendo e l'altra parte stesse ancora negoziando. Lei non si mosse, solo lo guardò venire, il peso del corpo che si spostava da un piede all'altro, i tacchi a spillo che affondavano nella ghiaia.
«Ciao, bello.» La voce era bassa, con un accento che tagliava le vocali in modo diverso — rumena, riconobbe Franco. «Solo stasera?»
Lui si fermò a un metro da lei. Abbastanza vicino da sentire il suo profumo — qualcosa di dolce, di floreale, mescolato al fumo di sigaretta e al sudore leggero sotto le ascelle. Abbastanza vicino da vedere che il miniabito era ancora più trasparente di quanto gli fosse sembrato da lontano: sotto, il perizoma nero non nascondeva nulla, solo disegnava una linea sottile sui fianchi.
«Quanto?» chiese Franco, e la voce gli uscì più roca di quanto volesse.
Lei sorrise. Un sorriso lento, calcolato, che le sollevò un angolo della bocca prima dell'altro. «Dipende cosa vuoi.» Si portò una mano al fianco, le dita che giocherellavano con il bordo dell'abito, sollevandolo appena. «Solo compagnia, o...»
«Tutto,» disse Franco. La parola gli uscì prima che potesse pesarla.
Lei lo studiò per un momento. Gli occhi da cerbiatta lo scannerizzarono dalla faccia alle scarpe, valutando, calcolando. Poi annuì. «Cinquanta per la bocca. Cento per tutto. Nel tuo cazzo di macchina, se ce l'hai.»
Franco non aveva la macchina. Era venuto a piedi, come sempre, dalla fermata dell'autobus a due chilometri da lì. Lo disse, e vide qualcosa cambiare nel suo sguardo — non disappunto, ma un rapido adattamento, come chi è abituato a improvvisare.
«Va bene,» disse lei. Si guardò intorno, verso i cespugli oltre il guardrail, verso il campo abbandonato oltre la strada. «Lì dietro. È buio. Nessuno vede.»
Franco annuì. Lei scavalcò il guardrail con un movimento fluido, le gambe che si aprivano per un istante — e Franco vide, sotto il miniabito, la curva nuda del culo, il perizoma che non era che un filo sottile tra le natiche. La seguì.
Oltre il guardrail, l'erba era alta e bagnata. Lei si addentrò di qualche metro, fino a uno spiazzo tra i cespugli dove la terra era stata calpestata altre volte — c'erano preservativi usati, fazzoletti, lattine. Si fermò e si voltò verso di lui.
«Allora,» disse, e la voce era cambiata — più morbida, più bassa, come se avesse smesso il tono da strada e ne avesse indossato un altro. «Come ti chiami, nonno?»
«Franco.»
«Io sono Alina.» Si sfilò il miniabito con un gesto solo, sollevandolo sopra la testa, e rimase in perizoma davanti a lui. Il seno era piccolo, sodo, i capezzoli turgidi per il freddo, la pelle bianca che rifletteva la poca luce che filtrava tra i rami. Il corpo era magro, muscoloso nelle gambe, con quel culo rotondo che Franco aveva visto dalla strada e che ora, da vicino, era ancora meglio — sodo, teso, con due fossette sopra le natiche.
Franco sentì il sangue scendergli tra le gambe. Il cazzo si mosse nei pantaloni, non ancora duro ma sveglio, come un animale che alza la testa.
Alina lo vide guardare e sorrise. Si mise in ginocchio sull'erba — un movimento naturale, come se fosse il suo posto, come se il terreno fosse stato fatto per lei. Le mani salirono alla cintura di Franco, le dita che lavoravano la fibbia con una destrezza che veniva da centinaia di sere come quella.
«Fammi vedere,» disse, e tirò giù la zip.
Il cazzo di Franco non era grande — medio, con una curva verso sinistra — ma quando Alina lo liberò dai boxer, lo prese in mano con un gesto che era quasi tenero. Lo strinse alla base, sentendo il sangue pulsare sotto le dita, e lo guardò con quegli occhi da cerbiatta — occhi che non giudicavano, che non fingevano, che semplicemente vedevano.
«Carino,» disse, e Franco non capì se lo diceva per educazione o per abitudine. Poi lei si sporse in avanti, e la sua bocca — quella bocca che Franco aveva immaginato dalla strada — si aprì e lo prese dentro.
Il calore lo investì come un'onda. La lingua di Alina si mosse sotto il glande, tracciando un cerchio lento, mentre le labbra si stringevano attorno al cazzo. Franco emise un suono — un grugnito, qualcosa di gutturale che non riuscì a controllare. Le mani gli caddero sui fianchi, le dita che si stringevano sui pantaloni.
Alina iniziò a muovere la testa, su e giù, con un ritmo lento, costante. Prendeva il cazzo fino a metà, poi lo lasciava uscire quasi del tutto, le labbra che scivolavano sulla pelle bagnata di saliva. Una mano restava alla base, massaggiando, mentre l'altra risaliva lungo la coscia di Franco, accarezzandolo attraverso il tessuto.
Franco guardò in basso. Vide la testa bionda di Alina muoversi contro il suo bacino, i capelli che ondeggiavano, le labbra rosse strette attorno al suo cazzo. Vide il seno piccolo dondolare a ogni movimento, i capezzoli che sfioravano l'erba. Vide il culo sollevato, il perizoma che non copriva nulla, la curva delle natiche che si tendeva a ogni colpo di testa.
E in quel momento — con il cazzo nella bocca di una puttana rumena dietro un guardrail sulla Novedratese, con l'erba bagnata che gli bagnava le scarpe e il freddo che gli mordeva le mani — Franco capì che si era innamorato. Non di lei, non davvero. Dell'idea di lei. Della sua bocca, del suo culo, del modo in cui lo guardava senza vederlo davvero. Della fame in quegli occhi da cerbiatta, una fame che non era per lui ma per il cazzo in generale, per i soldi che il cazzo rappresentava, per la vita che il cazzo le permetteva di vivere.
Alina accelerò il ritmo. La bocca si strinse, la lingua si muoveva più veloce, e Franco sentì il piacere montare — non ancora, non vicino, ma presente, come un'onda lontana che si avvicinava. Lei lo sentì irrigidirsi e si staccò, le labbra che lasciavano il cazzo con un suono umido.
«Non ancora, nonno,» disse, sorridendo. Si asciugò la bocca con il dorso della mano. «Hai detto tutto, no? Allora voglio divertirmi anch'io.»
Si sdraiò sull'erba, le gambe aperte, il perizoma che non nascondeva nulla — la fica rasata, le labbra leggermente aperte, umide. Si portò una mano tra le gambe e si toccò, lentamente, mentre lo guardava.
«Vieni qui,» disse. «E porta il portafoglio.»
---racconto di pura fantasia
Sulla Novedratese, Franco, sessant'anni, incontra Alina, una giovane prostituta rumena. Un miniabito nero, occhi da cerbiatta e una fame professionale. Cinquanta per la bocca, cento per tutto. Dietro il guardrail, tra l'erba bagnata, la bocca di Alina lo accoglie, e Franco scopre un sentimento inas…
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L'asfalto della Novedratese brillava sotto i lampioni, macchiato d'olio e di pioggia recente. Franco rallentò il passo, le scarpe che scricchiolavano sulla ghiaia bagnata del marciapiede. Sessant'anni portati male sulle spalle, la giacca a vento sbottonata nonostante il freddo della sera, e gli occhi che — senza che lui li comandasse — si fissarono sulla figura ferma oltre il guardrail.
Era lì, in piedi, un fianco leggermente inarcato verso la strada come se il suo corpo fosse un cartello pubblicitario. Un miniabito nero, se così poteva chiamarlo — due strisce di tessuto che partivano dal collo e scendevano fino a metà coscia, aperte sui lati, lasciando intuire sotto il perizoma dello stesso colore. Il seno piccolo, sodo, premeva contro il tessuto sottile con due capezzoli che si stagliavano netti contro il freddo della sera. I capelli biondi, lunghi fino alle spalle, le incorniciavano un viso giovane — vent'anni, forse venticinque — con labbra carnose dipinte di un rosso scuro e due occhi grandi, marroni, da cerbiatta, che scrutavano ogni auto di passaggio con una fame tranquilla, professionale.
Franco si fermò. Il cuore gli diede un colpo secco sotto lo sterno, un battito solo, violento, come se qualcuno gli avesse pizzicato una corda dimenticata. Non era il primo uomo a fermarsi su quella strada, e lei non era la prima ragazza che vedeva lì. Ma c'era qualcosa nel modo in cui se ne stava — la postura del bacino, la curva del culo che il miniabito non copriva, quel culetto rotondo che sembrava dire prendimi con la stessa naturalezza con cui un frutto maturo dice cogliemi — che gli fece dimenticare ogni altro pensiero.
Lei lo vide. I loro sguardi si incrociarono per un istante, e lei inclinò la testa di lato, un mezzo sorriso che le scoprì i denti bianchi. Franco sentì la bocca seccarsi. Quella bocca — larga, disegnata per il cazzo, pensò con una brutalità che lo sorprese — era esattamente il tipo di bocca che un uomo immagina in ginocchio.
Si avvicinò. I passi erano lenti, misurati, come se una parte di lui sapesse già cosa stava facendo e l'altra parte stesse ancora negoziando. Lei non si mosse, solo lo guardò venire, il peso del corpo che si spostava da un piede all'altro, i tacchi a spillo che affondavano nella ghiaia.
«Ciao, bello.» La voce era bassa, con un accento che tagliava le vocali in modo diverso — rumena, riconobbe Franco. «Solo stasera?»
Lui si fermò a un metro da lei. Abbastanza vicino da sentire il suo profumo — qualcosa di dolce, di floreale, mescolato al fumo di sigaretta e al sudore leggero sotto le ascelle. Abbastanza vicino da vedere che il miniabito era ancora più trasparente di quanto gli fosse sembrato da lontano: sotto, il perizoma nero non nascondeva nulla, solo disegnava una linea sottile sui fianchi.
«Quanto?» chiese Franco, e la voce gli uscì più roca di quanto volesse.
Lei sorrise. Un sorriso lento, calcolato, che le sollevò un angolo della bocca prima dell'altro. «Dipende cosa vuoi.» Si portò una mano al fianco, le dita che giocherellavano con il bordo dell'abito, sollevandolo appena. «Solo compagnia, o...»
«Tutto,» disse Franco. La parola gli uscì prima che potesse pesarla.
Lei lo studiò per un momento. Gli occhi da cerbiatta lo scannerizzarono dalla faccia alle scarpe, valutando, calcolando. Poi annuì. «Cinquanta per la bocca. Cento per tutto. Nel tuo cazzo di macchina, se ce l'hai.»
Franco non aveva la macchina. Era venuto a piedi, come sempre, dalla fermata dell'autobus a due chilometri da lì. Lo disse, e vide qualcosa cambiare nel suo sguardo — non disappunto, ma un rapido adattamento, come chi è abituato a improvvisare.
«Va bene,» disse lei. Si guardò intorno, verso i cespugli oltre il guardrail, verso il campo abbandonato oltre la strada. «Lì dietro. È buio. Nessuno vede.»
Franco annuì. Lei scavalcò il guardrail con un movimento fluido, le gambe che si aprivano per un istante — e Franco vide, sotto il miniabito, la curva nuda del culo, il perizoma che non era che un filo sottile tra le natiche. La seguì.
Oltre il guardrail, l'erba era alta e bagnata. Lei si addentrò di qualche metro, fino a uno spiazzo tra i cespugli dove la terra era stata calpestata altre volte — c'erano preservativi usati, fazzoletti, lattine. Si fermò e si voltò verso di lui.
«Allora,» disse, e la voce era cambiata — più morbida, più bassa, come se avesse smesso il tono da strada e ne avesse indossato un altro. «Come ti chiami, nonno?»
«Franco.»
«Io sono Alina.» Si sfilò il miniabito con un gesto solo, sollevandolo sopra la testa, e rimase in perizoma davanti a lui. Il seno era piccolo, sodo, i capezzoli turgidi per il freddo, la pelle bianca che rifletteva la poca luce che filtrava tra i rami. Il corpo era magro, muscoloso nelle gambe, con quel culo rotondo che Franco aveva visto dalla strada e che ora, da vicino, era ancora meglio — sodo, teso, con due fossette sopra le natiche.
Franco sentì il sangue scendergli tra le gambe. Il cazzo si mosse nei pantaloni, non ancora duro ma sveglio, come un animale che alza la testa.
Alina lo vide guardare e sorrise. Si mise in ginocchio sull'erba — un movimento naturale, come se fosse il suo posto, come se il terreno fosse stato fatto per lei. Le mani salirono alla cintura di Franco, le dita che lavoravano la fibbia con una destrezza che veniva da centinaia di sere come quella.
«Fammi vedere,» disse, e tirò giù la zip.
Il cazzo di Franco non era grande — medio, con una curva verso sinistra — ma quando Alina lo liberò dai boxer, lo prese in mano con un gesto che era quasi tenero. Lo strinse alla base, sentendo il sangue pulsare sotto le dita, e lo guardò con quegli occhi da cerbiatta — occhi che non giudicavano, che non fingevano, che semplicemente vedevano.
«Carino,» disse, e Franco non capì se lo diceva per educazione o per abitudine. Poi lei si sporse in avanti, e la sua bocca — quella bocca che Franco aveva immaginato dalla strada — si aprì e lo prese dentro.
Il calore lo investì come un'onda. La lingua di Alina si mosse sotto il glande, tracciando un cerchio lento, mentre le labbra si stringevano attorno al cazzo. Franco emise un suono — un grugnito, qualcosa di gutturale che non riuscì a controllare. Le mani gli caddero sui fianchi, le dita che si stringevano sui pantaloni.
Alina iniziò a muovere la testa, su e giù, con un ritmo lento, costante. Prendeva il cazzo fino a metà, poi lo lasciava uscire quasi del tutto, le labbra che scivolavano sulla pelle bagnata di saliva. Una mano restava alla base, massaggiando, mentre l'altra risaliva lungo la coscia di Franco, accarezzandolo attraverso il tessuto.
Franco guardò in basso. Vide la testa bionda di Alina muoversi contro il suo bacino, i capelli che ondeggiavano, le labbra rosse strette attorno al suo cazzo. Vide il seno piccolo dondolare a ogni movimento, i capezzoli che sfioravano l'erba. Vide il culo sollevato, il perizoma che non copriva nulla, la curva delle natiche che si tendeva a ogni colpo di testa.
E in quel momento — con il cazzo nella bocca di una puttana rumena dietro un guardrail sulla Novedratese, con l'erba bagnata che gli bagnava le scarpe e il freddo che gli mordeva le mani — Franco capì che si era innamorato. Non di lei, non davvero. Dell'idea di lei. Della sua bocca, del suo culo, del modo in cui lo guardava senza vederlo davvero. Della fame in quegli occhi da cerbiatta, una fame che non era per lui ma per il cazzo in generale, per i soldi che il cazzo rappresentava, per la vita che il cazzo le permetteva di vivere.
Alina accelerò il ritmo. La bocca si strinse, la lingua si muoveva più veloce, e Franco sentì il piacere montare — non ancora, non vicino, ma presente, come un'onda lontana che si avvicinava. Lei lo sentì irrigidirsi e si staccò, le labbra che lasciavano il cazzo con un suono umido.
«Non ancora, nonno,» disse, sorridendo. Si asciugò la bocca con il dorso della mano. «Hai detto tutto, no? Allora voglio divertirmi anch'io.»
Si sdraiò sull'erba, le gambe aperte, il perizoma che non nascondeva nulla — la fica rasata, le labbra leggermente aperte, umide. Si portò una mano tra le gambe e si toccò, lentamente, mentre lo guardava.
«Vieni qui,» disse. «E porta il portafoglio.»
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