Il profumo di vaniglia e legno che scricchiola

scritto il 2026-10-16 tempo di lettura 9 min

di
genere
incesti
cura
B−

Il profumo di vaniglia e il legno che scricchiola
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Angelo rivede Gis, la cognata, dopo un anno: il vestito blu elettrico, il marito Marco con lo sguardo spento. Un abbraccio che si trasforma in un ordine secco: 'In ginocchio'. Luciano osserva, il tavolo scricchiola, e la serata si sposta nella camera da letto, dove i ruoli si confondono e Marco res…
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Angelo riconobbe quella silhouette da lontano, prima ancora di vederle il viso. La camminata, il modo in cui i fianchi oscillavano sotto il tessuto di quel vestitino blu elettrico che copriva a malapena il punto in cui le cosce si congiungevano. Gis. La cognata acquisita, sorella minore di sua moglie. Quanto tempo era passato — un anno, forse di più. Abbastanza perché il ricordo si fosse sbiadito, ma non abbastanza da cancellare quella sensazione di calore che gli montava nello stomaco ogni volta che la rivedeva.

Era ferma all'angolo del bar, i capelli castani le ricadevano sulle spalle in onde morbide, e rideva con una mano appoggiata al braccio di un uomo che Angelo non riconobbe subito. Poi lo vide: il marito. Quello stesso marito che aveva sempre avuto lo sguardo spento di chi sa e finge di non sapere. Gis inclinò la testa all'indietro, scoprendo il collo lungo, e il vestito blu si tese sul seno, lasciando intravedere la curva piena che premeva contro la scollatura a V. Due uomini al tavolino accanto si girarono apertamente, i loro occhi incollati su quelle gambe nude fino a metà coscia.

Luciano, accanto ad Angelo, si fermò di colpo. Si tolse gli occhiali da sole e li lasciò penzolare dalla mano, la bocca socchiusa. «Che super figa...» mormorò, con un filo di voce che si sentì appena sopra il rumore della strada. Angelo non rispose. Continuò a guardare Gis che si voltava, individuava la sua faccia tra la folla, e illuminava il viso con un sorriso che le sollevò gli angoli delle labbra in modo quasi osceno.

«Angelo!» esclamò lei, attraversando la strada con passi che facevano ondeggiare l'orlo del vestito. Il marito la seguì a due passi di distanza, le mani in tasca, lo sguardo basso. Gis abbracciò Angelo stringendosi al suo petto, e il profumo di vaniglia e fiori d'arancio gli riempì le narici. Sentì i seni premere contro il suo torace, caldi attraverso il cotone della camicia. «Quanto tempo?» disse lei, staccandosi abbastanza da guardarlo negli occhi ma tenendo le mani sulle sue spalle.

Luciano si presentò con un cenno del capo, gli occhi che scendevano lungo il corpo di Gis senza alcun tentativo di nasconderlo. Il vestito blu le modellava i fianchi, aderente quanto bastava per disegnare il solco tra le natiche quando si voltò. Il marito, il cui nome era Marco, strinse la mano ad Angelo con una presa molle, sudaticcia. «Piacere di rivederti» disse, ma la sua voce era piatta, lo sguardo scivolava verso il marciapiede.

«Andiamo da me» propose Luciano, facendo un gesto verso il palazzo a tre isolati di distanza. «Ho qualcosa da bere, stiamo più tranquilli.»

L'appartamento di Luciano era un bilocale al terzo piano, con le tapparelle abbassate a metà e l'aria che sapeva di caffè e legno vecchio. Gis entrò per prima, i tacchi che ticchettavano sul pavimento di cotto. Si fermò al centro del salotto, si guardò intorno, e si appoggiò con i fianchi al bordo del tavolo di legno massello. Il vestito si sollevò di qualche centimetro sulla parte posteriore delle cosce.

Angelo chiuse la porta. Il rumore della serratura scattò secco nel silenzio. Si avvicinò a Gis da dietro, le posò le mani sui fianchi. Lei non si mosse. Non si voltò. Restò ferma, la schiena dritta, il respiro che le alzava il petto in un ritmo appena più accelerato. Le mani di Angelo scesero lungo i fianchi, seguirono la curva fino all'esterno delle cosce, poi risalirono sotto l'orlo del vestito blu. Il tessuto si sollevò, scoprendo la pelle liscia delle gambe, l'attaccatura delle natiche. Sotto, un perizoma di pizzo nero che non copriva nulla se non una striscia sottile.

Marco era in piedi accanto alla finestra. Non disse nulla. Le sue mani restarono nelle tasche dei pantaloni. Luciano si sedette sul divano, le gambe aperte, e osservò.

Angelo fece voltare Gis verso di sé. Le prese il mento tra il pollice e l'indice, le sollevò il viso. Gli occhi di lei erano scuri, le pupille dilatate. Le labbra si schiusero. Angelo fece scivolare la mano dal mento al collo, poi giù, sul seno, sentendo il capezzolo indurirsi sotto il palmo attraverso il tessuto leggero. Strinse. Gis emise un suono basso, un sospiro che le uscì dalla gola come un lamento soffocato.

«In ginocchio» disse Angelo. La voce gli uscì roca, bassa.

Gis obbedì. Le ginocchia toccarono il pavimento di cotto con un rumore sordo. Alzò lo sguardo su di lui, le mani già sulle sue cosce, le dita che salivano verso la cintura. Slacciò la fibbia con movimenti lenti, deliberati, tirò giù la cerniera. Angelo le prese la nuca con una mano, le dita affondate nei capelli, e guidò la sua testa verso di sé. Gis aprì la bocca e prese il cazzo tra le labbra, prima la punta, poi più a fondo, la lingua che tracciava cerchi lenti sul glande. Lo spesso membro le riempì la bocca, le guance si gonfiavano e si sgonfiavano al ritmo della suzione. Un filo di saliva le colò dall'angolo delle labbra.

Luciano si alzò dal divano. Si slacciò i pantaloni con gesti rapidi, il cazzo già duro che tendeva i boxer. Si avvicinò, si fermò accanto ad Angelo. Gis lo vide, allungò la mano, lo afferrò alla base e iniziò a masturbarlo mentre continuava a succhiare Angelo, la testa che oscillava tra i due uomini.

Angelo la tirò su per i capelli. «Alzati» disse. La sollevò, la girò, la spinse in avanti sul tavolo. Il legno scricchiolò sotto il peso del suo corpo. Gis appoggiò i palmi sulla superficie, il vestito blu le si era arrotolato fino alla vita, il perizoma nero come una linea sottile tra le natiche rotonde. Angelo lo spostò con uno strattone, esponendo la fica già bagnata, le labbra gonfie e lucide. Si posizionò dietro di lei, le afferrò i fianchi con entrambe le mani, e affondò con un colpo solo. Gis gridò, le unghie che graffiavano il legno del tavolo. Angelo iniziò a muoversi, colpi lunghi e profondi, le palle che sbattevano contro la sua fica a ogni spinta.

«Succhia» ordinò Angelo, facendo un cenno a Luciano. Luciano si posizionò davanti al tavolo, il cazzo duro puntato verso il viso di Gis. Lei lo prese in bocca, la testa che andava avanti e indietro mentre Angelo la montava da dietro. I gemiti di Gis erano soffocati dal membro di Luciano che le riempiva la gola. Il tavolo oscillava sotto le spinte, le gambe che scricchiolavano sul pavimento.

Marco non si era mosso dalla sua posizione accanto alla finestra. Il suo respiro era diventato più pesante, gli occhi fissi sulla scena, le mani sempre in tasca. Il rigonfiamento nei suoi pantaloni era visibile.

Luciano venne per primo. Afferrò la testa di Gis con entrambe le mani, le affondò il cazzo in gola fino in fondo, e grugnì mentre le riempiva la bocca di sperma. Gis deglutì, un rivolo bianco le colò dall'angolo delle labbra e gocciolò sul tavolo. Nello stesso istante, Angelo affondò con un'ultima spinta violenta, le dita che le affondavano nei fianchi lasciando segni rossi sulla pelle, e svuotò le palle dentro di lei. Il calore del suo sperma la inondò, le colò lungo le cosce quando lui si ritrasse con un sospiro lungo.

Gis restò sul tavolo, il respiro affannato, il corpo che tremava. Il vestito blu era arrotolato alla vita, i capelli sparsi sul legno, gli occhi chiusi. Un sorriso le attraversò il viso.

La serata non era finita. Luciano indicò la camera da letto con un cenno del capo. Angelo sollevò Gis dal tavolo, la portò per mano oltre la soglia. Il lettone era disfatto, le lenzuola bianche stropicciate. La adagiarono al centro. Gis allargò le braccia, le gambe aperte, lo sperma di Angelo che le colava ancora dalla fica.

Luciano la prese per primo, le gambe di Gis sulle sue spalle, i talloni conficcati nella sua schiena mentre la scopava con colpi rapidi e profondi. Angelo le si mise a cavalcioni sul petto, il cazzo di nuovo duro tra i seni, e Gis li stringeva insieme mentre la lingua leccava la punta a ogni affondo. Poi si scambiarono. Angelo la prese da sotto, Gis cavalcandolo con le mani sul suo petto, i seni che oscillavano a ogni movimento. Luciano dietro, le mani sui suoi fianchi, che la penetrò nell'altro buco mentre Angelo continuava a muoversi dentro di lei.

Gis urlò. Un urlo lungo, acuto, che rimbalzò sulle pareti della stanza. Il suo corpo si inarcò, i muscoli delle cosce che tremavano, e venne con un orgasmo che la fece crollare in avanti sul petto di Angelo. I due uomini continuarono a muoversi, dentro e fuori, finché non vennero entrambi — Angelo di nuovo dentro di lei, Luciano sulla sua schiena, lo sperma che le colava lungo la colonna vertebrale.

Marco era sulla soglia. Le mani fuori dalle tasche, finalmente. Il rigonfiamento nei pantaloni era evidente, ma non si toccò. Guardò. Osservò ogni dettaglio con gli occhi spalancati e il respiro corto.

Gis si sollevò sui gomiti, i capelli appiccicati al viso dal sudore, il trucco sbavato. Guardò Angelo dritto negli occhi e sorrise. «Sei favolosa» le disse lui, scostandole una ciocca di capelli dal viso. «Alla prossima.»
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