Il gioco dei Ruoli | 4 | La stanza di Valter
scritto il 2026-10-30 tempo di lettura 23 min
di
Jan Zarik
genere
incesti
cura
A
Questo capitolo di preludio è scritto interamente da Peanut Butter,Jan Zarik ha curato correzioni e struttura. In attesa del finale.
-LEI-
La stanza 22 è avvolta in una penombra calda, l’atmosfera è satura dell'odore intenso del suo profumo: cuoio, tabacco dolce e amaro d'erbe. Quando la porta si chiude alle mie spalle con un click secco, il mondo esterno scompare del tutto. Valter ha già tolto la giacca e sbottonato i primi tre bottoni della camicia, rivelando un torace asciutto e compatto. A trentacinque anni non sono mai stata con un uomo così maturo — lui ne ha sessantacinque abbondanti — e la novità di quella chioma d'argento unita alla sua imponenza fisica accende un brivido proibito, viscerale.
«In ritardo, Elena,» mormora con una voce calda, profonda, che mi vibra dritta nello sterno. Non c'è traccia del signore distinto del sotterraneo: adesso c'è solo un uomo abituato a farsi obbedire.
Invece di lasciarmi intimidire, decido di spingere sull'acceleratore della finzione. Sfilo con lentezza la giacca lasciandola cadere a terra e faccio due passi verso di lui, facendo scricchiolare il vinile del corsetto.
«Ho avuto da fare, papi...» mormoro con un tono sfrontato, alzando il mento e guardandolo da sotto in su. «E poi sai che mi piace farti attendere. Ora però mi dai quelle chiavi o devo venire a prenderle?»
Valter non sorride. I suoi occhi scuri scorrono lentamente lungo il mio corpo, soffermandosi sui dettagli del mio abbigliamento prima di fare un passo rapido per azzerare le distanze.
«Guardati,» mormora con una lentezza calcolata, facendomi scorrere lo sguardo addosso. «Questo corsetto così stretto spinge in alto quelle tette, mettendole in bella mostra... per non parlare di questi pantaloni scuri, fascianti, cuciti addosso proprio per risaltare la forma del tuo culo. Ti sei vestita così per farti notare da chiunque?»
Con una mano mi afferra saldamente per la nuca, spingendomi la testa all'indietro per costringermi a fissarlo negli occhi. La sua presa è calda, d'acciaio, carica di un'autorità senza sconti.
«Niente chiavi per stasera, ragazzina,» mormora a un millimetro dalla mia bocca, il respiro denso di tabacco e amaro che mi brucia sulle labbra. «Ti ho avvisata più volte. Fai sempre tardi conciata in questo modo per andartene in giro a scoparti il ragazzetto di turno, pensando di poter fare sempre come ti pare. È ora che tu capisca chi comanda in questa casa.»
Il cortocircuito erotico è devastante. La tensione tra la sua figura paterna e l'impatto visivo della mia pelle nuda stravolge ogni freno.
Con un movimento secco e inaspettatamente agile, Valter mi ruota di scatto, spingendomi con il petto contro il legno scuro dell'armadio. Sento il freddo della superficie sulla pelle del décolleté mentre le sue mani mi bloccano i polsi dietro la schiena, stringendoli in una sola morsa.
«Lasciami, papà...» sussurro, spezzando il tono con un sospiro finto-indignato che tradisce solo la mia voglia di cedere. «Guarda che stasera non mi piego.»
«Lo vedremo,» ribatte lui al mio orecchio, la voce rauca che diventa un comando perentorio.
Sento la sua presenza imponente premere contro i miei fianchi. Con la mano libera scivola lungo la curva della schiena, sfiorando il vinile e la sagoma dei pantaloni per poi infilare le dita e scendere giù, agganciando il pizzo sottile dell'intimo. Il contrasto tra la morbidezza del suo tocco esperto e la brutalità controllata della presa mi fa inarcare la schiena con un brivido elettrico.
Le sue dita trovano subito la mia umidità, calda, liquida, già pronta. Valter affonda due dita con una lentezza spietata, prendendosi il tempo per domare ogni mia resistenza.
«Ecco quanto sei disubbidiente...» mormora con malizia perversa, spingendo più a fondo mentre mi sussurra sul collo parole severe . «Sei bagnatissima, Elena. Dimostrami quanto hai bisogno di essere raddrizzata.»
Un gemito soffocato mi sfugge. Mi lascio andare del tutto, affondando in quel gioco sporco e maturo dove il controllo non è più una trattativa, ma un dominio totale, fisico, travolgente.
Nonostante non abbia mai nutrito alcuna fantasia legata all'incesto né a dinamiche familiari deviate, devo ammettere che la messa in scena, surreale e sfrontata, mi sta divertendo da morire. La totale assenza di coinvolgimento sentimentale rende l'esperimento ancora più libero, trasformandolo in un puro esercizio psicologico e sensoriale.
Sento il viso scaldarsi per la sorpresina: il mio livello di eccitazione ha raggiunto vette inaspettate. La reazione del mio corpo è immediata, quasi autonoma rispetto alla razionalità.
Valter affonda ancora di più le dita all'interno delle mie mutandine, indugiando sulla mia umidità con una lentezza calcolata. Un sorrisetto sornione gli increspa il viso mentre si sporge al mio orecchio.
«E così... la signorina è già completamente bagnata,» mormora con tono accusatorio e divertito. «Cosa c'è? Il ragazzetto di prima non è stato capace di soddisfarti? Hai dovuto fare quanta strada per venire a cercare chi sa davvero come trattarti?»
Sostengo il suo sguardo, decisa a non perdere il filo della recita. Il contrasto tra la sua figura distinta e la perversione del dialogo mi spinge a rilanciare il gioco.
Allungo con decisione la mano verso il cavallo dei suoi pantaloni. Le mie dita avvolgono la stoffa tesa, incontrando un'erezione vigorosa e granitica che mi strappa una smorfia tra il sorpreso e il maligno.
«Parli tanto di me, papi...» sussurro, stringendo leggermente la presa sulla sua asta per provocarlo, «...ma tu guarda qui. Se sei così arrabbiato con me, spiegami perché ce l'hai così duro?»
Un lampo di pura soddisfazione gli accende gli occhi scuri, ma la sua espressione non perde un grammo di quell'autorità severa con cui ha impostato la scena.
«C'è da chiederlo?» ribatte Valter con la voce fatta ancora più bassa, ruvida, mentre le sue dita all'interno delle mie mutandine continuano a muoversi con un ritmo lento e spietato. «Vedere mia figlia che rientra a quest'ora, vestita in questo modo sfacciato da puttanella e pronta a sfidarmi... è esattamente il tipo di disubbidienza che merita di essere punita come si deve.»
Il brivido che mi scorre lungo la schiena è intenso, ma non ho intenzione di restare una vittima passiva della sua lezione. Con una torsione felina dei fianchi mi divincolo dalla sua presa, scivolando via dalla sua mano e facendogli mancare il contatto.
Mi volto del tutto verso di lui. Sostengo il suo sguardo con un sorriso e, senza fretta, abbasso gli occhi sulla cintura del suo abito. Con dita lente e deliberate sciolgo la fibbia di metallo, aprendola con un gesto netto, per poi far scorrere la zip dei pantaloni. La stoffa si apre, rivelando l'intimo teso.
Infilo la mano direttamente sotto il bordo dell'elastico, avvolgendo con le dita la sua erezione scoprendola calda e imponente.
La stringo con la giusta decisione, sentendo la pulsazione sotto il mio palmo, e rialzo gli occhi nei suoi con una sfida aperta.
«Allora dimostramelo, papà,» sussurro, muovendo leggermente la mano con un ritmo lento e provocatorio. «Vediamo quanto sei severo quando hai tutta la mia attenzione.»
Valter non risponde subito. Si limita a guardarmi con quella calma pesante che sembra sempre precedere una punizione, tutto si dissolve nel silenzio denso della stanza 22.
Poi abbassa gli occhi sulla mia mano. Su quello che stringo.
«Lasciala lì,» dice. «E non avere fretta. Stasera la tua unica attenzione è quella.»
C'era qualcosa di strano in lui in quel momento. Il tono autoritario restava, ma sotto c'era un'ombra di attesa, quasi di vanità. Come se mi stesse mettendo alla prova su un terreno dove non si sentiva più il signore maturo della situazione, ma semplicemente un uomo di sessantacinque anni con il cazzo in mano a una trentacinquenne.
Eppure, sotto il velo dell'eccitazione, c'è una vena d'ironia quasi amara che mi gira in testa,
questa fantasia sull'incesto. Nessuna pulsione nascosta, nessun tabù da infrangere. Anzi, se c'è una figura che nella mia vita è stata del tutto priva di fascino, è proprio quella paterna. Mio padre se ne è andato via quando ero poco più di una ragazzina, lasciandosi alle spalle una separazione squallida con mia madre e anni di assenza disinteressata, fatta di telefonate saltate, compleanni dimenticati e una cronica, gelida mancanza di cura. Per me la parola padre non ha mai evocato protezione o autorità, ma solo un vuoto distante, un uomo incapace di prendersi la responsabilità di esserci.
Forse è proprio per questo che questo gioco mi cattura così tanto.
È la cosa più lontana e grottesca dalla mia realtà che potrei mai vivere. Con Valter non c'è il trauma, non c'è il rancore, non c'è la ferita aperta dell'abbandono: c'è solo una recita teatrale, una maschera di cartapesta riempita di sesso, potere e finzione. Piegarsi a una finta autorità paterna, farsi rimproverare da un uomo di sessantacinque anni che gioca a fare il genitore severo mentre lo tengo in pugno, diventa un corto circuito assurdo. È come riprendere quel concetto sporco, privarlo di ogni peso reale e trasformarlo in un puro strumento di piacere e controllo. Non sto cercando un padre; sto solo giocando con il fantasma di un ruolo che nella vita vera non è mai esistito, e farlo qui dentro, alle mie regole, ha un sapore perversamente liberatorio.
E allora guardo bene quello che ho tra le dita. Non è lungo. È tozzo, corto e grosso, la pelle chiara e rugosa, venata da una rete di capillari rossi che il tempo ha lasciato lì come firme. La punta è larga, arrotondata, lucida. Attorno alla base, sul pube, una peluria grigia e rada, mista al bianco, che si arrampica sull'inguine. È un cazzo da vecchio, se devo essere onesta. Niente di statuario, niente da rivista. Ma è durissimo, teso come una corda, e pulsa sotto il mio palmo con una frequenza che mi sorprende. E in quel contrasto — tutta quella vecchiaia e tutta quella vita insieme — c'è qualcosa che mi accende più di quanto voglia ammettere.
Comincio a muovere la mano. Lenta. Dal basso verso l'alto, con il pollice che si ferma a ogni passaggio a sfiorare il glande, liscio e caldo contro il mio dito.
«Sai una cosa, papà?» mormoro, la voce bassa, quasi cospiratoria. «Te lo immaginavo diverso.»
«Diverso come?»
«Più... imponente. Da uomo importante.» Allungo il collo e lo guardo in faccia, con un sorriso beffardo. «E invece guarda qui. Tozzo, grosso, tutto rughe. Con un pelo grigio attorno come un vecchio signore sul giornale della domenica.»
Valter stringe la mascella. «E quindi?»
«E quindi niente.» Rallento ancora, fino quasi a fermarmi, e lo tengo lì, in bilico, con il pollice che preme appena sotto la punta. «È che è bello. Sembra che sappia quello che fa. Roba di uno che ha avuto tempo per imparare.»
Adesso lo sento irrigidirsi di più sotto la mia mano, e non è la mia stretta. È l'orgoglio. È un uomo a cui ho appena detto esattamente la cosa giusta, e lui lo sa che l'ho fatto apposta.
«Rugoso,» ripete, come per assaggiare la parola. «Cinquant’anni di servizio. Quello lì ha scopato prima che tu nascessi, ragazzina. Ha scopato quando i tuoi genitori non si conoscevano ancora.»
«Ah, quindi mi stai dicendo che è stagionato.»
«Ti sto dicendo che non ha bisogno di essere lungo per farti stare zitta.»
La risata mi scappa, ma è una risata bassa, calda, che finisce in un sospiro perché la sua mano sale lungo il mio fianco fino ai laccetti sul retro del corsetto. Con dita esperte scoglie il nodo e allenta l'intreccio; la struttura di vinile si apre sul davanti e cede subito, liberandomi il petto. Valter infila la mano sotto la stoffa oramai allentata e mi stringe il seno nudo: il palmo ruvido, le dita che cercano il capezzolo e lo pizzicano appena, senza fretta, mentre io continuo a lavorarlo con un ritmo regolare, lento, per non lasciargli mai prendere il sopravvento.
«Però anche tu,» mormora lui, gli occhi bassi sul mio petto. «Trentacinque anni, e non una grinza. Guarda questi. Sodi. Pesanti. Sembrano fatti per stare nella mano di un uomo grande.»
«E allora tienili lì.»
«Non sto scherzando.» E davvero non scherza, perché mi preme il seno verso l'alto, lo solleva fuori dal corsetto, e si china a guardarlo come se fosse la prima volta che vede una donna. «Tetta da figlia ubbidiente. Per questo fai la sfrontata: perché sai di poterlo fare.»
«Fai complimenti anche a me, adesso?»
«Ti sto facendo l'inventario.» La sua mano scende, mi sfiora il ventre, sbottona d'un colpo la zip dei miei pantaloni scuri facendoli scivolare giù lungo i fianchi insieme al pizzo delle mutandine. Arriva di nuovo giù tra le cosce, dove sono ancora tutta umida, e si ferma a raccogliere un poco di liquido con due dita. Poi me le porta alla bocca, come per farmele assaggiare. «E questo? Questo è il tuo miglior pregio, Elena. Il resto lo vedo. Ma questo lo sento. Sei bagnata come una che aspetta da giorni, e hai avuto il coraggio di entrare qui e sfidarmi.»
«Magari aspetto da giorni,» ammetto, e la voce mi trema appena.
«Lo so che aspetti.» Riporta la mano sulla mia nuca e me la stringe. «Aspetti uno che ti prenda come si deve. Per questo vai in giro con quel ragazzetto: perché lui ti fa sentire giovane. Ma non ti fa sentire donna. Quella parte la lasci a me.»
Stringo più forte il cazzo, di scatto, e lui sussulta. Primo punto segnato.
«Allora non tirare troppo la corda, papi,» sussurro contro la sua bocca. «Perché se mi fai aspettare ancora, la mano la tolgo. E stasera te lo fai da solo, con tutte le tue rughe.» Valter ride, una risata bassa che gli vibra nel petto. Poi mi prende per il polso e me lo blocca, senza togliere la mia mano da dove sta. «Fa' come dici,» mormora. «Ma piano. E guardami. Voglio vedere in faccia se hai davvero tutta l'attenzione lì, o se stai ancora pensando alle chiavi.»
«Le chiavi le ho già dimenticate.»
«Brava. Allora adesso dimostrami il resto.»
E mentre la stanza continua a respirare attorno a noi, capisco che il gioco è cambiato di nuovo: non è più una gara a chi comanda. È un inventario a due voci, vecchiaia contro gioventù, e nessuno dei due ha intenzione di perdere. «Allora,» dice Valter, con la voce già più bassa di un tono, «adesso la smetti di parlare e prendi la chiave.»
«Quale chiave?»
«Quella.» E abbassa gli occhi su se stesso, sul cazzo tozzo e teso che gli punta contro il ventre. «Le chiavi di casa sono scuse. La chiave vera è questa. Stasera quella comanda, e tu lo sai.» Ridacchio, ma non ribatto. Mi abbasso sulle ginocchia, mi accuccio sulle cosce aperte e il seno mi si appoggia contro le sue gambe. La punta mi sfiora lo sterno. Apro la bocca, me lo prendo dentro, e comincio piano.
Intanto la sua mano scende. Mi risale lungo la schiena, conta le vertebre una per una, si ferma a premere nell'incavo lombare e poi continua, oltre la curva, fino al sedere scoperto. Mi afferra una natica intera e la stringe, la lascia, la stringe di nuovo. Poi le dita scendono nel solco, trovano il mio punto, raccolgono il liquido che ho addosso — ne prendono abbastanza da bagnarsi tutte — e risalgono. Si fermano un istante. Girano in cerchio, si spalmano, premono su quel piccolo anello di carne.
E poi entra. Non bussa. Un dito, dritto, deciso, dentro il culo, e mi prende davvero di sorpresa. La bocca mi si apre sul cazzo di scatto, gli sfugge un mugolio strozzato e la schiena mi si inarca tutta da sola. «Mmh…» protesto, risalendo appena con le labbra, la guancia contro la sua coscia. «Ma che... papà, che fai?»
«Che faccio?» La voce è calma, compiaciuta, mentre il dito comincia a muoversi in cerchio, lentissimo. «Ti sto aprendo. Vedo che ci sei abituata.»
«Non è che ci sono abituata, è che—»
«È che sei una troietta.» Ride piano, e il dito spinge un po' più a fondo, fino alla nocca. «E guarda come stringi. Sei tutta tesa, Elena. La figlia che si credeva furba e adesso sta qui, con un dito nel culo, zitta come una bambina.»
«Non sono zitta,» riesco a dire. «No. Però stai ferma. Che è peggio.» Mi muove il dito in tondo, cauto ma deciso, e ogni giro mi manda un brivido su per la schiena che non ha niente a che fare con quello che ho in bocca. Il contrasto tra le due cose — il cazzo tozzo tra le labbra e quel dito che mi scava dietro — mi confonde, mi disorienta, e il mio corpo non sa più a cosa rispondere. «Dimmi la verità,» mormora lui dall'alto. «Quante volte te l'hanno fatto, qui dietro?»
«Poche.»
«Non dire bugie.»
«Alzo gli occhi verso di lui. «Perché?»
«Perché si sente.» E accompagna la frase con una pressione più decisa, e io mi inarco di nuovo. «Non sei vergine, ma non sei nemmeno allenata. Sei a metà strada. Il che vuol dire che ti serve qualcuno che ti prenda con calma e ti insegni. Non quel ragazzetto che ti monta addosso e ti sfonda in due minuti.»
«Tu saresti quello con la calma?»
«Ho sessantacinque anni. Ho tutto il tempo del mondo.» La sua mano libera mi si stringe tra i capelli e me li tiene stretti, non per guidarmi, solo per avere qualcosa da tenere. Io intanto risalgo con le labbra lungo tutto il suo cazzo, lenta, e lo lascio andare con uno schiocco. «Però sai una cosa?» sussurro, la voce impastata, il seno che dondola contro le cosce. «Se ti ci metti anche dietro, prima o poi devi provare sul serio.»
«Ah, sì?»
«Sì.» Continuo a masturbarlo piano, il pollice che si ferma a sfiorare il glande a ogni passaggio. «Con tutto, papà. Non solo il dito. Ti immagini? La tua figliola, piegata sul letto, che ti dice vieni... e tu che ci metti mezz'ora perché sei vecchio e ti prendi il tuo tempo, mentre io aspettao e non posso scappare.»
Valter deglutisce. Lo sento, perché il cazzo mi pulsa in mano, e c'è un guizzo nuovo, qualcosa che prima non c'era. «Mezz'ora,» ripete. «Fai presto a dire.»
«Sai che sono qui apposta per questo.» Mi chino di nuovo e lo riprendo in bocca, tutto d'un fiato stavolta, la punta che mi tocca il palato, e succhio forte, con il dito ancora dentro il culo che continua a girarmi in tondo. Non fa in tempo a dirmelo. Non fa in tempo a niente. La gamba gli si blocca dura come un ferro, la mano mi si chiude nei capelli e mi tiene ferma, inchiodata lì. «Cazzo... cazzo, no, aspetta—» ma il cazzo gli si gonfia già in gola, teso, pulsante, come se da un momento all'altro dovesse spaccarsi. E poi si arrende. È un attimo: sento il primo spasmo partire dalla base, risalire tutto il fusto, e la sua voce che si spezza. «Oh... ohhh...» La mano mi stringe i capelli fino a farmi male, i fianchi gli scattano in avanti e mi spinge giù, mi affonda fino in fondo, mi tiene lì schiacciata contro di lui mentre comincia a svuotarsi. «Ti sto sborrando in bocca—» e lo dice come se se ne accorgesse solo mentre succede, incredulo, con la voce che gli si sfarina in gola. E si svuota tutto.
Caldo. Denso. Diretto in gola, e io non mi tiro indietro: resto lì, con le labbra chiuse attorno a lui, e lo accolgo tutto. Uno spasmo, poi un altro, poi un altro ancora, a ondate, e a ogni ondata lui sussulta e mi preme più a fondo, e io sento il seme risalirmi fino alla base della lingua.
Alla fine, non riesco a tenere tutto. Un rivolo mi scappa ai lati della bocca, mi cola sul mento, giù fino alla piega del collo. Il dito nel culo mi esce piano, come se anche quello fosse stanco.
Risalgo appena, lo lascio andare, e lui scivola fuori dalla mia bocca ancora lucido, già mezzo moscio.
Alzo la faccia. Ho il fiato corto, la bocca piena, il mento bagnato. Lo guardo.
Valter è stravolto. Non c'è più niente dell'uomo che controllava la scena: la testa gettata indietro, gli occhi chiusi, il petto che sale e scende, una mano ancora aggrappata ai miei capelli senza saperlo. Il signore distinto della stanza 22 è sparito del tutto. Il suo cazzo, adesso, gli pende tra le cosce, tozzo e rugoso come prima ma svuotato, la punta arrossata e umida, la peluria grigia tutta appiccicata. «Ecco,» dico, con un sorrisetto, passandomi il dorso della mano sulla bocca. «La calma.» Valter apre gli occhi, mi guarda, e ci mette un paio di secondi a ritrovare la voce. «...Brutta stronza,» mormora, ma è un complimento. «Brutta stronza e figlia ubbidiente,» correggo. «Le chiavi, papà?»
«Le chiavi.» Si lascia cadere sul bordo del letto, ancora mezzo vuoto, e si passa una mano sulla faccia. «Dopo. Prima dimmi una cosa.»
«Dimmi.»
«Quella mezz'ora di cui parlavi. Era un modo di dire o stasera ci proviamo davvero?» E per la prima volta da quando sono entrata, capisco che il gioco non è più una finzione.
Passa un minuto. Poi due. Valter resta seduto sul bordo del letto, le mani sulle cosce, il respiro che pian piano si normalizza. Io mi rialzo, mi siedo accanto a lui e mi appoggio al suo fianco, il seno contro il suo braccio. Aspetto.
Aspetto che succeda.
Lui allunga una mano e se lo prende in mano, quasi con distacco, come si controlla un oggetto di cui non ci si fida più. Lo muove, lo stuzzica, lo strizza un paio di volte. Niente. «Dagli tempo,» dice.
Gli do tempo. Passano altri due minuti. Gli metto una mano sulla coscia, poi la porto lì anch'io, insieme alla sua, e comincio a lavorarlo piano, con calma, come si fa con una cosa che va svegliata senza svegliarla troppo. Sento che risponde, appena: si gonfia un po', prende una mezza consistenza, poi si riaffloscia come se si fosse stancato dello sforzo.
Valter sbuffa. «Ecco,» dice. «Questo è il problema.»
«Quale problema?»
«Che a vent'anni vieni una volta e dopo dieci minuti sei pronto a ricominciare. A sessantacinque, dopo un orgasmo così, il corpo ti dice arrivederci.» Si passa una mano sul viso. «E tu mi hai fatto venire come se avessi vent'anni, tra l'altro. Quindi adesso pago il conto tutto insieme.»
Rido. Non per cattiveria, ma perché la scena è buffa e sincera: l'uomo che dieci minuti prima mi teneva contro l'armadio come un signore feudale, e adesso è lì seduto a contrattare con il proprio cazzo come con un vecchio cane che non vuole uscire. «Riprovo?» chiedo.
«Riprova.» Ci provo. Stavolta con più metodo: scendo giù tra le sue gambe, mi chino e me lo prendo in bocca ancora molle, sentendo la pelle fredda sulla lingua. Lo tengo lì, lo scaldo, giro la lingua attorno alla punta. E per un momento sembra funzionare: si alza, si tende, diventa quasi duro.
«Vedi,» dice lui, speranzoso. Poi mi raddrizzo per guardarlo in faccia, e nell'istante in cui perdo il contatto lui cede di nuovo. Giù, come un filo d'erba.
«Ah,» faccio.
«Non dirlo.»
«Non dico niente.»
«Lo stai pensando.»
«Sto pensando che ci vuole la calma, come dicevi tu.» Mi risiedo accanto a lui. «Solo che non avevi specificato di chi.» Valter mi guarda di traverso, poi scoppia a ridere anche lui. Una risata vera, bassa, vecchia, che gli fa vibrare tutta la pancia. È la prima volta stasera che lo sento ridere sul serio, senza il tono dell'attore. «Sai che ti dico?» dice alla fine. «Che hai ragione. L'età è una stronzata, ma è una stronzata che ti frega sempre. Tu ti prepari la scena, il vestito, il tono severo, la figlia che non deve uscire... e poi il corpo decide da solo quando si stanca.»
«Però mi hai fatta divertire.»
«Anche tu.» Mi guarda, e stavolta lo sguardo è diverso: meno recitato, più diretto. «Anche tu mi hai fatto divertire, Elena. E non lo dico per la cosa in sé. Lo dico perché... è la prima volta da mesi che mi sento meno vecchio di quello che sono.»
Restiamo un po' così, nudi, appoggiati uno all'altro, senza dire niente. Fuori la strada è silenziosa, dentro la stanza la luce rossa continua a respirare. Il profumo di cuoio e tabacco è ormai attaccato alla mia pelle. Poi guardo l'orologio sul comodino. È tardi. Tardi davvero.
«Valter.»
«Mmh.»
«Me ne devo andare.» Lui non protesta. Non fa la scena del maschio deluso. Si limita a inclinare la testa, come se se lo aspettasse. «Certo,» dice. «Sono le due passate.»
«Domani lavoro.»
«Certo.» Mi alzo, comincio a raccogliere le mie cose. I pantaloni, il corsetto, la giacca caduta a terra vicino alla porta, i tacchi che avevo calciato via e che non ricordo nemmeno più dove sono finiti. Li trovo uno sotto la poltrona, uno dietro l'armadio. Mi vesto in silenzio, e ogni gesto — la zip dei pantaloni, la stringa del vinile — sembra tirare fuori una Elena diversa da quella che era entrata. Valter si alza anche lui, si infila i boxer e va verso il cassetto del comò.
«Ecco,» dice, e mi tende le chiavi.
Le guardo. Le prendo. E mi accorgo che adesso, in mano, sembrano davvero solo un mazzo di chiavi.
«Grazie.»
«Di niente.» Poi, mentre mi avvicino alla porta: «Elena.»
«Sì?»
«La prossima volta,» dice, con la voce che torna appena a incrinarsi di quel tono severo di prima, «arrivi puntuale.»
«Sennò?»
«Sennò ti punisco di nuovo.»
«E se il corpo non collabora?»
Valter si appoggia allo stipite della porta, le braccia incrociate sul petto ancora scoperto, i capelli grigi un po' scompigliati. Mi guarda con un mezzo sorriso. «Allora ti punisco con quello che c'è,» dice. «E ti assicuro che a sessantacinque anni uno impara a usare anche quello che non gli si drizza.»
Gli stampo un bacio leggero sulla guancia, assaporando l'ultimo aroma di tabacco sulla sua pelle. «Grazie paparino, prometto che ritorno presto,» dico con tono smaliziato prima di aprire la porta.
«Non metterti nei guai, tesoro!» risponde lui dalla stanza con un sorriso tra il serio e il divertito.
-LEI-
La stanza 22 è avvolta in una penombra calda, l’atmosfera è satura dell'odore intenso del suo profumo: cuoio, tabacco dolce e amaro d'erbe. Quando la porta si chiude alle mie spalle con un click secco, il mondo esterno scompare del tutto. Valter ha già tolto la giacca e sbottonato i primi tre bottoni della camicia, rivelando un torace asciutto e compatto. A trentacinque anni non sono mai stata con un uomo così maturo — lui ne ha sessantacinque abbondanti — e la novità di quella chioma d'argento unita alla sua imponenza fisica accende un brivido proibito, viscerale.
«In ritardo, Elena,» mormora con una voce calda, profonda, che mi vibra dritta nello sterno. Non c'è traccia del signore distinto del sotterraneo: adesso c'è solo un uomo abituato a farsi obbedire.
Invece di lasciarmi intimidire, decido di spingere sull'acceleratore della finzione. Sfilo con lentezza la giacca lasciandola cadere a terra e faccio due passi verso di lui, facendo scricchiolare il vinile del corsetto.
«Ho avuto da fare, papi...» mormoro con un tono sfrontato, alzando il mento e guardandolo da sotto in su. «E poi sai che mi piace farti attendere. Ora però mi dai quelle chiavi o devo venire a prenderle?»
Valter non sorride. I suoi occhi scuri scorrono lentamente lungo il mio corpo, soffermandosi sui dettagli del mio abbigliamento prima di fare un passo rapido per azzerare le distanze.
«Guardati,» mormora con una lentezza calcolata, facendomi scorrere lo sguardo addosso. «Questo corsetto così stretto spinge in alto quelle tette, mettendole in bella mostra... per non parlare di questi pantaloni scuri, fascianti, cuciti addosso proprio per risaltare la forma del tuo culo. Ti sei vestita così per farti notare da chiunque?»
Con una mano mi afferra saldamente per la nuca, spingendomi la testa all'indietro per costringermi a fissarlo negli occhi. La sua presa è calda, d'acciaio, carica di un'autorità senza sconti.
«Niente chiavi per stasera, ragazzina,» mormora a un millimetro dalla mia bocca, il respiro denso di tabacco e amaro che mi brucia sulle labbra. «Ti ho avvisata più volte. Fai sempre tardi conciata in questo modo per andartene in giro a scoparti il ragazzetto di turno, pensando di poter fare sempre come ti pare. È ora che tu capisca chi comanda in questa casa.»
Il cortocircuito erotico è devastante. La tensione tra la sua figura paterna e l'impatto visivo della mia pelle nuda stravolge ogni freno.
Con un movimento secco e inaspettatamente agile, Valter mi ruota di scatto, spingendomi con il petto contro il legno scuro dell'armadio. Sento il freddo della superficie sulla pelle del décolleté mentre le sue mani mi bloccano i polsi dietro la schiena, stringendoli in una sola morsa.
«Lasciami, papà...» sussurro, spezzando il tono con un sospiro finto-indignato che tradisce solo la mia voglia di cedere. «Guarda che stasera non mi piego.»
«Lo vedremo,» ribatte lui al mio orecchio, la voce rauca che diventa un comando perentorio.
Sento la sua presenza imponente premere contro i miei fianchi. Con la mano libera scivola lungo la curva della schiena, sfiorando il vinile e la sagoma dei pantaloni per poi infilare le dita e scendere giù, agganciando il pizzo sottile dell'intimo. Il contrasto tra la morbidezza del suo tocco esperto e la brutalità controllata della presa mi fa inarcare la schiena con un brivido elettrico.
Le sue dita trovano subito la mia umidità, calda, liquida, già pronta. Valter affonda due dita con una lentezza spietata, prendendosi il tempo per domare ogni mia resistenza.
«Ecco quanto sei disubbidiente...» mormora con malizia perversa, spingendo più a fondo mentre mi sussurra sul collo parole severe . «Sei bagnatissima, Elena. Dimostrami quanto hai bisogno di essere raddrizzata.»
Un gemito soffocato mi sfugge. Mi lascio andare del tutto, affondando in quel gioco sporco e maturo dove il controllo non è più una trattativa, ma un dominio totale, fisico, travolgente.
Nonostante non abbia mai nutrito alcuna fantasia legata all'incesto né a dinamiche familiari deviate, devo ammettere che la messa in scena, surreale e sfrontata, mi sta divertendo da morire. La totale assenza di coinvolgimento sentimentale rende l'esperimento ancora più libero, trasformandolo in un puro esercizio psicologico e sensoriale.
Sento il viso scaldarsi per la sorpresina: il mio livello di eccitazione ha raggiunto vette inaspettate. La reazione del mio corpo è immediata, quasi autonoma rispetto alla razionalità.
Valter affonda ancora di più le dita all'interno delle mie mutandine, indugiando sulla mia umidità con una lentezza calcolata. Un sorrisetto sornione gli increspa il viso mentre si sporge al mio orecchio.
«E così... la signorina è già completamente bagnata,» mormora con tono accusatorio e divertito. «Cosa c'è? Il ragazzetto di prima non è stato capace di soddisfarti? Hai dovuto fare quanta strada per venire a cercare chi sa davvero come trattarti?»
Sostengo il suo sguardo, decisa a non perdere il filo della recita. Il contrasto tra la sua figura distinta e la perversione del dialogo mi spinge a rilanciare il gioco.
Allungo con decisione la mano verso il cavallo dei suoi pantaloni. Le mie dita avvolgono la stoffa tesa, incontrando un'erezione vigorosa e granitica che mi strappa una smorfia tra il sorpreso e il maligno.
«Parli tanto di me, papi...» sussurro, stringendo leggermente la presa sulla sua asta per provocarlo, «...ma tu guarda qui. Se sei così arrabbiato con me, spiegami perché ce l'hai così duro?»
Un lampo di pura soddisfazione gli accende gli occhi scuri, ma la sua espressione non perde un grammo di quell'autorità severa con cui ha impostato la scena.
«C'è da chiederlo?» ribatte Valter con la voce fatta ancora più bassa, ruvida, mentre le sue dita all'interno delle mie mutandine continuano a muoversi con un ritmo lento e spietato. «Vedere mia figlia che rientra a quest'ora, vestita in questo modo sfacciato da puttanella e pronta a sfidarmi... è esattamente il tipo di disubbidienza che merita di essere punita come si deve.»
Il brivido che mi scorre lungo la schiena è intenso, ma non ho intenzione di restare una vittima passiva della sua lezione. Con una torsione felina dei fianchi mi divincolo dalla sua presa, scivolando via dalla sua mano e facendogli mancare il contatto.
Mi volto del tutto verso di lui. Sostengo il suo sguardo con un sorriso e, senza fretta, abbasso gli occhi sulla cintura del suo abito. Con dita lente e deliberate sciolgo la fibbia di metallo, aprendola con un gesto netto, per poi far scorrere la zip dei pantaloni. La stoffa si apre, rivelando l'intimo teso.
Infilo la mano direttamente sotto il bordo dell'elastico, avvolgendo con le dita la sua erezione scoprendola calda e imponente.
La stringo con la giusta decisione, sentendo la pulsazione sotto il mio palmo, e rialzo gli occhi nei suoi con una sfida aperta.
«Allora dimostramelo, papà,» sussurro, muovendo leggermente la mano con un ritmo lento e provocatorio. «Vediamo quanto sei severo quando hai tutta la mia attenzione.»
Valter non risponde subito. Si limita a guardarmi con quella calma pesante che sembra sempre precedere una punizione, tutto si dissolve nel silenzio denso della stanza 22.
Poi abbassa gli occhi sulla mia mano. Su quello che stringo.
«Lasciala lì,» dice. «E non avere fretta. Stasera la tua unica attenzione è quella.»
C'era qualcosa di strano in lui in quel momento. Il tono autoritario restava, ma sotto c'era un'ombra di attesa, quasi di vanità. Come se mi stesse mettendo alla prova su un terreno dove non si sentiva più il signore maturo della situazione, ma semplicemente un uomo di sessantacinque anni con il cazzo in mano a una trentacinquenne.
Eppure, sotto il velo dell'eccitazione, c'è una vena d'ironia quasi amara che mi gira in testa,
questa fantasia sull'incesto. Nessuna pulsione nascosta, nessun tabù da infrangere. Anzi, se c'è una figura che nella mia vita è stata del tutto priva di fascino, è proprio quella paterna. Mio padre se ne è andato via quando ero poco più di una ragazzina, lasciandosi alle spalle una separazione squallida con mia madre e anni di assenza disinteressata, fatta di telefonate saltate, compleanni dimenticati e una cronica, gelida mancanza di cura. Per me la parola padre non ha mai evocato protezione o autorità, ma solo un vuoto distante, un uomo incapace di prendersi la responsabilità di esserci.
Forse è proprio per questo che questo gioco mi cattura così tanto.
È la cosa più lontana e grottesca dalla mia realtà che potrei mai vivere. Con Valter non c'è il trauma, non c'è il rancore, non c'è la ferita aperta dell'abbandono: c'è solo una recita teatrale, una maschera di cartapesta riempita di sesso, potere e finzione. Piegarsi a una finta autorità paterna, farsi rimproverare da un uomo di sessantacinque anni che gioca a fare il genitore severo mentre lo tengo in pugno, diventa un corto circuito assurdo. È come riprendere quel concetto sporco, privarlo di ogni peso reale e trasformarlo in un puro strumento di piacere e controllo. Non sto cercando un padre; sto solo giocando con il fantasma di un ruolo che nella vita vera non è mai esistito, e farlo qui dentro, alle mie regole, ha un sapore perversamente liberatorio.
E allora guardo bene quello che ho tra le dita. Non è lungo. È tozzo, corto e grosso, la pelle chiara e rugosa, venata da una rete di capillari rossi che il tempo ha lasciato lì come firme. La punta è larga, arrotondata, lucida. Attorno alla base, sul pube, una peluria grigia e rada, mista al bianco, che si arrampica sull'inguine. È un cazzo da vecchio, se devo essere onesta. Niente di statuario, niente da rivista. Ma è durissimo, teso come una corda, e pulsa sotto il mio palmo con una frequenza che mi sorprende. E in quel contrasto — tutta quella vecchiaia e tutta quella vita insieme — c'è qualcosa che mi accende più di quanto voglia ammettere.
Comincio a muovere la mano. Lenta. Dal basso verso l'alto, con il pollice che si ferma a ogni passaggio a sfiorare il glande, liscio e caldo contro il mio dito.
«Sai una cosa, papà?» mormoro, la voce bassa, quasi cospiratoria. «Te lo immaginavo diverso.»
«Diverso come?»
«Più... imponente. Da uomo importante.» Allungo il collo e lo guardo in faccia, con un sorriso beffardo. «E invece guarda qui. Tozzo, grosso, tutto rughe. Con un pelo grigio attorno come un vecchio signore sul giornale della domenica.»
Valter stringe la mascella. «E quindi?»
«E quindi niente.» Rallento ancora, fino quasi a fermarmi, e lo tengo lì, in bilico, con il pollice che preme appena sotto la punta. «È che è bello. Sembra che sappia quello che fa. Roba di uno che ha avuto tempo per imparare.»
Adesso lo sento irrigidirsi di più sotto la mia mano, e non è la mia stretta. È l'orgoglio. È un uomo a cui ho appena detto esattamente la cosa giusta, e lui lo sa che l'ho fatto apposta.
«Rugoso,» ripete, come per assaggiare la parola. «Cinquant’anni di servizio. Quello lì ha scopato prima che tu nascessi, ragazzina. Ha scopato quando i tuoi genitori non si conoscevano ancora.»
«Ah, quindi mi stai dicendo che è stagionato.»
«Ti sto dicendo che non ha bisogno di essere lungo per farti stare zitta.»
La risata mi scappa, ma è una risata bassa, calda, che finisce in un sospiro perché la sua mano sale lungo il mio fianco fino ai laccetti sul retro del corsetto. Con dita esperte scoglie il nodo e allenta l'intreccio; la struttura di vinile si apre sul davanti e cede subito, liberandomi il petto. Valter infila la mano sotto la stoffa oramai allentata e mi stringe il seno nudo: il palmo ruvido, le dita che cercano il capezzolo e lo pizzicano appena, senza fretta, mentre io continuo a lavorarlo con un ritmo regolare, lento, per non lasciargli mai prendere il sopravvento.
«Però anche tu,» mormora lui, gli occhi bassi sul mio petto. «Trentacinque anni, e non una grinza. Guarda questi. Sodi. Pesanti. Sembrano fatti per stare nella mano di un uomo grande.»
«E allora tienili lì.»
«Non sto scherzando.» E davvero non scherza, perché mi preme il seno verso l'alto, lo solleva fuori dal corsetto, e si china a guardarlo come se fosse la prima volta che vede una donna. «Tetta da figlia ubbidiente. Per questo fai la sfrontata: perché sai di poterlo fare.»
«Fai complimenti anche a me, adesso?»
«Ti sto facendo l'inventario.» La sua mano scende, mi sfiora il ventre, sbottona d'un colpo la zip dei miei pantaloni scuri facendoli scivolare giù lungo i fianchi insieme al pizzo delle mutandine. Arriva di nuovo giù tra le cosce, dove sono ancora tutta umida, e si ferma a raccogliere un poco di liquido con due dita. Poi me le porta alla bocca, come per farmele assaggiare. «E questo? Questo è il tuo miglior pregio, Elena. Il resto lo vedo. Ma questo lo sento. Sei bagnata come una che aspetta da giorni, e hai avuto il coraggio di entrare qui e sfidarmi.»
«Magari aspetto da giorni,» ammetto, e la voce mi trema appena.
«Lo so che aspetti.» Riporta la mano sulla mia nuca e me la stringe. «Aspetti uno che ti prenda come si deve. Per questo vai in giro con quel ragazzetto: perché lui ti fa sentire giovane. Ma non ti fa sentire donna. Quella parte la lasci a me.»
Stringo più forte il cazzo, di scatto, e lui sussulta. Primo punto segnato.
«Allora non tirare troppo la corda, papi,» sussurro contro la sua bocca. «Perché se mi fai aspettare ancora, la mano la tolgo. E stasera te lo fai da solo, con tutte le tue rughe.» Valter ride, una risata bassa che gli vibra nel petto. Poi mi prende per il polso e me lo blocca, senza togliere la mia mano da dove sta. «Fa' come dici,» mormora. «Ma piano. E guardami. Voglio vedere in faccia se hai davvero tutta l'attenzione lì, o se stai ancora pensando alle chiavi.»
«Le chiavi le ho già dimenticate.»
«Brava. Allora adesso dimostrami il resto.»
E mentre la stanza continua a respirare attorno a noi, capisco che il gioco è cambiato di nuovo: non è più una gara a chi comanda. È un inventario a due voci, vecchiaia contro gioventù, e nessuno dei due ha intenzione di perdere. «Allora,» dice Valter, con la voce già più bassa di un tono, «adesso la smetti di parlare e prendi la chiave.»
«Quale chiave?»
«Quella.» E abbassa gli occhi su se stesso, sul cazzo tozzo e teso che gli punta contro il ventre. «Le chiavi di casa sono scuse. La chiave vera è questa. Stasera quella comanda, e tu lo sai.» Ridacchio, ma non ribatto. Mi abbasso sulle ginocchia, mi accuccio sulle cosce aperte e il seno mi si appoggia contro le sue gambe. La punta mi sfiora lo sterno. Apro la bocca, me lo prendo dentro, e comincio piano.
Intanto la sua mano scende. Mi risale lungo la schiena, conta le vertebre una per una, si ferma a premere nell'incavo lombare e poi continua, oltre la curva, fino al sedere scoperto. Mi afferra una natica intera e la stringe, la lascia, la stringe di nuovo. Poi le dita scendono nel solco, trovano il mio punto, raccolgono il liquido che ho addosso — ne prendono abbastanza da bagnarsi tutte — e risalgono. Si fermano un istante. Girano in cerchio, si spalmano, premono su quel piccolo anello di carne.
E poi entra. Non bussa. Un dito, dritto, deciso, dentro il culo, e mi prende davvero di sorpresa. La bocca mi si apre sul cazzo di scatto, gli sfugge un mugolio strozzato e la schiena mi si inarca tutta da sola. «Mmh…» protesto, risalendo appena con le labbra, la guancia contro la sua coscia. «Ma che... papà, che fai?»
«Che faccio?» La voce è calma, compiaciuta, mentre il dito comincia a muoversi in cerchio, lentissimo. «Ti sto aprendo. Vedo che ci sei abituata.»
«Non è che ci sono abituata, è che—»
«È che sei una troietta.» Ride piano, e il dito spinge un po' più a fondo, fino alla nocca. «E guarda come stringi. Sei tutta tesa, Elena. La figlia che si credeva furba e adesso sta qui, con un dito nel culo, zitta come una bambina.»
«Non sono zitta,» riesco a dire. «No. Però stai ferma. Che è peggio.» Mi muove il dito in tondo, cauto ma deciso, e ogni giro mi manda un brivido su per la schiena che non ha niente a che fare con quello che ho in bocca. Il contrasto tra le due cose — il cazzo tozzo tra le labbra e quel dito che mi scava dietro — mi confonde, mi disorienta, e il mio corpo non sa più a cosa rispondere. «Dimmi la verità,» mormora lui dall'alto. «Quante volte te l'hanno fatto, qui dietro?»
«Poche.»
«Non dire bugie.»
«Alzo gli occhi verso di lui. «Perché?»
«Perché si sente.» E accompagna la frase con una pressione più decisa, e io mi inarco di nuovo. «Non sei vergine, ma non sei nemmeno allenata. Sei a metà strada. Il che vuol dire che ti serve qualcuno che ti prenda con calma e ti insegni. Non quel ragazzetto che ti monta addosso e ti sfonda in due minuti.»
«Tu saresti quello con la calma?»
«Ho sessantacinque anni. Ho tutto il tempo del mondo.» La sua mano libera mi si stringe tra i capelli e me li tiene stretti, non per guidarmi, solo per avere qualcosa da tenere. Io intanto risalgo con le labbra lungo tutto il suo cazzo, lenta, e lo lascio andare con uno schiocco. «Però sai una cosa?» sussurro, la voce impastata, il seno che dondola contro le cosce. «Se ti ci metti anche dietro, prima o poi devi provare sul serio.»
«Ah, sì?»
«Sì.» Continuo a masturbarlo piano, il pollice che si ferma a sfiorare il glande a ogni passaggio. «Con tutto, papà. Non solo il dito. Ti immagini? La tua figliola, piegata sul letto, che ti dice vieni... e tu che ci metti mezz'ora perché sei vecchio e ti prendi il tuo tempo, mentre io aspettao e non posso scappare.»
Valter deglutisce. Lo sento, perché il cazzo mi pulsa in mano, e c'è un guizzo nuovo, qualcosa che prima non c'era. «Mezz'ora,» ripete. «Fai presto a dire.»
«Sai che sono qui apposta per questo.» Mi chino di nuovo e lo riprendo in bocca, tutto d'un fiato stavolta, la punta che mi tocca il palato, e succhio forte, con il dito ancora dentro il culo che continua a girarmi in tondo. Non fa in tempo a dirmelo. Non fa in tempo a niente. La gamba gli si blocca dura come un ferro, la mano mi si chiude nei capelli e mi tiene ferma, inchiodata lì. «Cazzo... cazzo, no, aspetta—» ma il cazzo gli si gonfia già in gola, teso, pulsante, come se da un momento all'altro dovesse spaccarsi. E poi si arrende. È un attimo: sento il primo spasmo partire dalla base, risalire tutto il fusto, e la sua voce che si spezza. «Oh... ohhh...» La mano mi stringe i capelli fino a farmi male, i fianchi gli scattano in avanti e mi spinge giù, mi affonda fino in fondo, mi tiene lì schiacciata contro di lui mentre comincia a svuotarsi. «Ti sto sborrando in bocca—» e lo dice come se se ne accorgesse solo mentre succede, incredulo, con la voce che gli si sfarina in gola. E si svuota tutto.
Caldo. Denso. Diretto in gola, e io non mi tiro indietro: resto lì, con le labbra chiuse attorno a lui, e lo accolgo tutto. Uno spasmo, poi un altro, poi un altro ancora, a ondate, e a ogni ondata lui sussulta e mi preme più a fondo, e io sento il seme risalirmi fino alla base della lingua.
Alla fine, non riesco a tenere tutto. Un rivolo mi scappa ai lati della bocca, mi cola sul mento, giù fino alla piega del collo. Il dito nel culo mi esce piano, come se anche quello fosse stanco.
Risalgo appena, lo lascio andare, e lui scivola fuori dalla mia bocca ancora lucido, già mezzo moscio.
Alzo la faccia. Ho il fiato corto, la bocca piena, il mento bagnato. Lo guardo.
Valter è stravolto. Non c'è più niente dell'uomo che controllava la scena: la testa gettata indietro, gli occhi chiusi, il petto che sale e scende, una mano ancora aggrappata ai miei capelli senza saperlo. Il signore distinto della stanza 22 è sparito del tutto. Il suo cazzo, adesso, gli pende tra le cosce, tozzo e rugoso come prima ma svuotato, la punta arrossata e umida, la peluria grigia tutta appiccicata. «Ecco,» dico, con un sorrisetto, passandomi il dorso della mano sulla bocca. «La calma.» Valter apre gli occhi, mi guarda, e ci mette un paio di secondi a ritrovare la voce. «...Brutta stronza,» mormora, ma è un complimento. «Brutta stronza e figlia ubbidiente,» correggo. «Le chiavi, papà?»
«Le chiavi.» Si lascia cadere sul bordo del letto, ancora mezzo vuoto, e si passa una mano sulla faccia. «Dopo. Prima dimmi una cosa.»
«Dimmi.»
«Quella mezz'ora di cui parlavi. Era un modo di dire o stasera ci proviamo davvero?» E per la prima volta da quando sono entrata, capisco che il gioco non è più una finzione.
Passa un minuto. Poi due. Valter resta seduto sul bordo del letto, le mani sulle cosce, il respiro che pian piano si normalizza. Io mi rialzo, mi siedo accanto a lui e mi appoggio al suo fianco, il seno contro il suo braccio. Aspetto.
Aspetto che succeda.
Lui allunga una mano e se lo prende in mano, quasi con distacco, come si controlla un oggetto di cui non ci si fida più. Lo muove, lo stuzzica, lo strizza un paio di volte. Niente. «Dagli tempo,» dice.
Gli do tempo. Passano altri due minuti. Gli metto una mano sulla coscia, poi la porto lì anch'io, insieme alla sua, e comincio a lavorarlo piano, con calma, come si fa con una cosa che va svegliata senza svegliarla troppo. Sento che risponde, appena: si gonfia un po', prende una mezza consistenza, poi si riaffloscia come se si fosse stancato dello sforzo.
Valter sbuffa. «Ecco,» dice. «Questo è il problema.»
«Quale problema?»
«Che a vent'anni vieni una volta e dopo dieci minuti sei pronto a ricominciare. A sessantacinque, dopo un orgasmo così, il corpo ti dice arrivederci.» Si passa una mano sul viso. «E tu mi hai fatto venire come se avessi vent'anni, tra l'altro. Quindi adesso pago il conto tutto insieme.»
Rido. Non per cattiveria, ma perché la scena è buffa e sincera: l'uomo che dieci minuti prima mi teneva contro l'armadio come un signore feudale, e adesso è lì seduto a contrattare con il proprio cazzo come con un vecchio cane che non vuole uscire. «Riprovo?» chiedo.
«Riprova.» Ci provo. Stavolta con più metodo: scendo giù tra le sue gambe, mi chino e me lo prendo in bocca ancora molle, sentendo la pelle fredda sulla lingua. Lo tengo lì, lo scaldo, giro la lingua attorno alla punta. E per un momento sembra funzionare: si alza, si tende, diventa quasi duro.
«Vedi,» dice lui, speranzoso. Poi mi raddrizzo per guardarlo in faccia, e nell'istante in cui perdo il contatto lui cede di nuovo. Giù, come un filo d'erba.
«Ah,» faccio.
«Non dirlo.»
«Non dico niente.»
«Lo stai pensando.»
«Sto pensando che ci vuole la calma, come dicevi tu.» Mi risiedo accanto a lui. «Solo che non avevi specificato di chi.» Valter mi guarda di traverso, poi scoppia a ridere anche lui. Una risata vera, bassa, vecchia, che gli fa vibrare tutta la pancia. È la prima volta stasera che lo sento ridere sul serio, senza il tono dell'attore. «Sai che ti dico?» dice alla fine. «Che hai ragione. L'età è una stronzata, ma è una stronzata che ti frega sempre. Tu ti prepari la scena, il vestito, il tono severo, la figlia che non deve uscire... e poi il corpo decide da solo quando si stanca.»
«Però mi hai fatta divertire.»
«Anche tu.» Mi guarda, e stavolta lo sguardo è diverso: meno recitato, più diretto. «Anche tu mi hai fatto divertire, Elena. E non lo dico per la cosa in sé. Lo dico perché... è la prima volta da mesi che mi sento meno vecchio di quello che sono.»
Restiamo un po' così, nudi, appoggiati uno all'altro, senza dire niente. Fuori la strada è silenziosa, dentro la stanza la luce rossa continua a respirare. Il profumo di cuoio e tabacco è ormai attaccato alla mia pelle. Poi guardo l'orologio sul comodino. È tardi. Tardi davvero.
«Valter.»
«Mmh.»
«Me ne devo andare.» Lui non protesta. Non fa la scena del maschio deluso. Si limita a inclinare la testa, come se se lo aspettasse. «Certo,» dice. «Sono le due passate.»
«Domani lavoro.»
«Certo.» Mi alzo, comincio a raccogliere le mie cose. I pantaloni, il corsetto, la giacca caduta a terra vicino alla porta, i tacchi che avevo calciato via e che non ricordo nemmeno più dove sono finiti. Li trovo uno sotto la poltrona, uno dietro l'armadio. Mi vesto in silenzio, e ogni gesto — la zip dei pantaloni, la stringa del vinile — sembra tirare fuori una Elena diversa da quella che era entrata. Valter si alza anche lui, si infila i boxer e va verso il cassetto del comò.
«Ecco,» dice, e mi tende le chiavi.
Le guardo. Le prendo. E mi accorgo che adesso, in mano, sembrano davvero solo un mazzo di chiavi.
«Grazie.»
«Di niente.» Poi, mentre mi avvicino alla porta: «Elena.»
«Sì?»
«La prossima volta,» dice, con la voce che torna appena a incrinarsi di quel tono severo di prima, «arrivi puntuale.»
«Sennò?»
«Sennò ti punisco di nuovo.»
«E se il corpo non collabora?»
Valter si appoggia allo stipite della porta, le braccia incrociate sul petto ancora scoperto, i capelli grigi un po' scompigliati. Mi guarda con un mezzo sorriso. «Allora ti punisco con quello che c'è,» dice. «E ti assicuro che a sessantacinque anni uno impara a usare anche quello che non gli si drizza.»
Gli stampo un bacio leggero sulla guancia, assaporando l'ultimo aroma di tabacco sulla sua pelle. «Grazie paparino, prometto che ritorno presto,» dico con tono smaliziato prima di aprire la porta.
«Non metterti nei guai, tesoro!» risponde lui dalla stanza con un sorriso tra il serio e il divertito.
di
Jan Zarik
Jan Zarik
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