Il sapore della prima volta
scritto il 2026-10-26 tempo di lettura 11 min
di
Angelo B
genere
prime esperienze
cura
A+
Il Sapore della Prima Volta
--- racconto di pura fantasia
Angelo, 51 anni, incontra Greta, 18 anni, in un bar sul lago di Como. Lei chiede un passaggio, ma finisce nel suo letto. La sua verginità diventa un gioco proibito tra desiderio e innocenza, mentre lui scopre quanto in fretta lei impara a volere tutto.
---
Sono seduto al tavolino del bar in piazza Cavour, il caffè fumante davanti a me, il lago di Como che brilla sotto il sole del pomeriggio. Ho cinquantuno anni, i capelli brizzolati e una vita che scorre piatta come l'acqua di questo lago in una giornata senza vento. Poi la vedo.
Entra nel bar come una folata di vento caldo. Alta, almeno un metro e settanta, capelli lunghi che le cadono sulle spalle come fili di seta bionda. Gli occhi azzurri, di un azzurro che sembra preso direttamente dal lago, ma più profondo, più cattivo. La faccia è di quelle che ti colpiscono dritto nello stomaco: zigomi alti, naso piccolo, e una bocca... una bocca che mi fa pensare a una sola cosa. Labbra piene, carnose, disegnate per essere riempite. Indossa una minigonna nera così corta che quando si gira vedo l'inizio delle cosce, lisce e abbronzate, e un top bianco che lascia poco spazio all'immaginazione.
Il mio cazzo si sveglia subito. Lo sento premere contro i pantaloni, diventare duro come il marmo delle statue del Duomo. Mi muovo sulla sedia, cerco una posizione che nasconda l'erezione, ma è inutile. Ho cinquantuno anni e il mio corpo reagisce come quello di un ragazzino.
Lei si guarda intorno, i capelli che oscillano, e poi i suoi occhi si fermano su di me. Si avvicina. Il profumo mi arriva prima ancora che raggiunga il tavolo: qualcosa di dolce, di fiorato, mescolato a un odore di pelle giovane. Si ferma davanti a me, le mani sui fianchi, e sorride.
"Scusi," dice, con una voce leggera, un po' roca, "mi chiedevo se potesse accompagnarmi fuori città. Devo andare verso Bellagio e non trovo un taxi."
La guardo dal basso verso l'alto. Le gambe lunghe, la gonna che copre a malapena l'essenziale, il seno piccolo ma sodo che preme contro il tessuto del top. Deglutisco.
"Fuori città?" ripeto, la voce un po' più roca del solito.
"Sì, ho bisogno di un passaggio." Si morde il labbro inferiore, un gesto piccolo, quasi involontario, ma che mi manda una scossa elettrica dritto all'inguine. "La pago, ovviamente."
Mi alzo, il caffè ormai dimenticato. "Non serve pagamento. Andiamo."
La mia macchina è parcheggiata lungo il lungolago. Camminiamo fianco a fianco, e io non riesco a smettere di guardarla. Il modo in cui i fianchi oscillano a ogni passo, il modo in cui la gonna risale sulle cosce quando si china per salire in auto. Mi metto al volante, accendo il motore, e parto.
"Dove abita?" mi chiede, girandosi verso di me. Le sue ginocchia sono vicine alla leva del cambio, la gonna è risalita fino a mostrare l'inizio delle mutandine. Bianche. Di cotone. Semplici. Il mio cazzo pulsa.
"Non lontano," dico. "Ma prima, posso chiederle una cosa?"
"Certo."
"Quanti anni ha?"
"Sono maggiorenne," risponde, e il sorriso che fa è quello di chi sa esattamente cosa sta facendo. "Diciotto."
Resto in silenzio per un momento. Trentatré anni di differenza. Dovrei sentirmi un vecchio sporco, e invece sento solo il sangue che mi pompa nelle vene, il cuore che batte più forte, il cazzo che preme contro la stoffa come volesse uscire.
"Come ti chiami?" chiedo, passando al tu.
"Greta."
"Io sono Angelo."
Lei ride, un suono breve, leggero. "Piacere, Angelo."
Guido verso casa mia, non verso Bellagio. Lei non dice nulla, non protesta. Si appoggia allo schienale, le gambe leggermente aperte, e mi guarda con quegli occhi azzurri che sembrano sapere tutto.
"Sei bellissima, Greta," dico, la voce bassa.
"Grazie." Si gira verso il finestrino, ma la vedo sorridere.
Parcheggio nel garage di casa mia. Spengo il motore. Restiamo in silenzio per un momento, poi lei si gira verso di me.
"Allora?" dice.
"Allora cosa?"
"Mi accompagni dentro o mi lasci qui?"
Non aspetto altro. Scendo dall'auto, le apro la portiera. Lei esce, e quando si alza la gonna si alza con lei, mostrando le mutandine bianche aderenti alla sua figa. Distolgo lo sguardo, ma è troppo tardi. L'immagine mi si stampa nel cervello.
Entriamo in casa. Chiudo la porta alle nostre spalle. Lei si guarda intorno, il soggiorno ordinato, i mobili scuri, la luce che filtra dalle persiane semi-chiuse.
"Bella casa," dice.
"Greta." Mi avvicino. Lei non si muove. Le metto una mano sul fianco, sento il calore della sua pelle sotto il top. "Sei sicura?"
Lei mi guarda, quegli occhi azzurri che non battono ciglio. "Sì."
La bacio. La sua bocca è morbida, calda, sa di fragola. Le mie labbra premono sulle sue, la lingua cerca la sua, la trova. Lei risponde al bacio con una fame che mi sorprende, le mani che mi afferrano la camicia, che tirano. La spingo contro il muro, le mani che scendono sui suoi fianchi, che risalgono sotto la gonna. Trovo le mutandine, le sfioro. Sono bagnate. Calde. La sua figa preme contro il cotone, e io lo sento, sento il calore che emana.
"Angelo," mormora lei, la voce rotta.
"Dimmi."
"Non l'ho mai fatto."
Mi fermo. Le mani si fermano. La guardo. "Mai?"
"Mai." Arrossisce, il colore che le sale dal collo alle guance. "Con nessuno."
Il mio cazzo pulsa così forte che fa male. Una vergine. Diciotto anni, vergine, e sta nel mio soggiorno con le mutandine bagnate.
"Sei sicura di volerlo fare con me?" chiedo.
"Sì." La sua voce è ferma. "Ti voglio."
La prendo per mano e la porto in camera da letto. La stanza è in penombra, le tende chiuse. La faccio sedere sul letto, mi inginocchio davanti a lei. Le mani sulle sue ginocchia, che si aprono lentamente. La gonna sale, le mutandine bianche appaiono, la macchia scura al centro. Mi avvicino, respiro il suo odore: dolce, muschiato, giovane.
Le sfioro le mutandine con le labbra. Lei trema. Le abbasso lentamente, scoprendo la sua figa. Poca peluria, bionda, riccia. Le labbra gonfie, rosa, bagnate. La fessura stretta, chiusa. Non l'ha mai fatto, e si vede.
"Sei bellissima," dico, e poi la lecco. Un colpo lungo, dalla fessura fino al clitoride. Lei geme, le mani che afferrano il lenzuolo. La lecco di nuovo, più lentamente, assaggiando il suo sapore. Sa di giovane, di pulito, di eccitazione.
"Angelo," ansima.
La mia lingua trova il clitoride, lo circonda, lo succhia. Lei si inarca, i fianchi che si alzano dal letto. La tengo ferma, le mani sui fianchi, e continuo a leccare. La sento bagnarsi di più, la figa che si contrae sotto la mia lingua. Introduco un dito, lentamente. È stretta, strettissima. Il dito entra a fatica, e sento la barriera: l'imene. Vergine. Davvero vergine.
"Ti faccio male?" chiedo.
"No," mente lei, ma la voce è tesa.
Continuo a leccarla, il dito che si muove piano dentro di lei. La sento rilassarsi, poco a poco. Aggiungo un secondo dito, la allargo. Lei geme più forte, i fianchi che oscillano contro la mia faccia.
"Voglio il tuo cazzo," dice, e la parola esce dalla sua bocca come qualcosa di proibito, di sporco, di bellissimo.
Mi alzo, mi sfilo la camicia, i pantaloni, le mutande. Il cazzo esce, duro, eretto, la punta già lucida di pre-sperma. Lei lo guarda, gli occhi spalancati.
"È... grande," dice.
"Non troppo." Mi sdraio accanto a lei. "Toccalo."
La sua mano esita, poi mi afferra. Le dita non si chiudono completamente intorno al cazzo. Lo stringe, lo accarezza, lo esplora. Il tocco è incerto, goffo, ma ogni movimento mi manda brividi lungo la schiena.
"Mettilo in bocca," dico.
Lei mi guarda, gli occhi azzurri che cercano i miei. Poi si china, i capelli che cadono sul mio ventre, e la sua bocca si apre intorno alla punta del cazzo. Calda. Bagnata. La lingua che sfiora la parte inferiore, che esplora. Scende piano, prendendo qualche centimetro. Si ferma, tossisce, riprende. Non sa come fare, ma impara in fretta. La testa si muove su e giù, le labbra che stringono, la saliva che cola.
"Cazzo, Greta," gemo. "Sei brava."
Lei alza lo sguardo, il cazzo ancora in bocca, e i suoi occhi azzurri ridono. Continua a succhiare, la mano che pompa la base del cazzo mentre la bocca lavora la punta. Le metto una mano dietro la testa, spingo piano. Il cazzo scivola più in profondità, tocca la gola. Lei ha un conato, ma non si ritrae. Continua, la bocca che si adatta, che si allarga.
La fermo prima di venire. La faccio sdraiare sulla schiena, le apro le gambe. La figa è bagnata, pronta. Mi posiziono sopra di lei, il cazzo che preme contro l'ingresso.
"Sei pronta?" chiedo.
Annuisce, le labbra socchiuse, il respiro accelerato.
Spingo. La punta entra, e lei si irrigidisce. Il viso si contrae, le dita che affondano nel lenzuolo. Spingo ancora, e sento l'imene che cede. Lei urla, un suono breve, acuto. Mi fermo.
"Continua?" chiedo.
"Sì," sussurra. "Continua."
Affondo dentro di lei. È stretta, strettissima, la figa che mi stringe come un pugno caldo. Entro fino in fondo, e resto fermo. Lei trema sotto di me, gli occhi chiusi, le labbra morse.
Inizio a muovermi. Piano, dentro e fuori. La figa si bagna di più, il sangue e i liquidi che si mescolano. Lei si rilassa, poco a poco, e inizia a seguirmi. I fianchi si alzano per incontrare i miei, le gambe che si avvolgono intorno alla mia vita.
"Cazzo, sì," ansima. "Scopami, Angelo. Scopami."
Le parole escono dalla sua bocca da pompinara e mi colpiscono come schiaffi. Accelero il ritmo, il cazzo che entra e esce, che la riempie. Il suono della nostra pelle che si schiaffeggia riempie la stanza, mescolato ai suoi gemiti e ai miei ansiti.
La giro. La metto a quattro zampe. Il culo si alza, rotondo, sodo, la figa che sporge da dietro, bagnata e aperta. Entro di nuovo, e lei spinge indietro per prendermi tutto. La scopo da dietro, le mani sui suoi fianchi, gli occhi fissi sul suo buco del culo. Piccolo, rosa, stretto.
Voglio quel buco.
Esco dalla sua figa, posiziono il cazzo contro il suo ano. Lei si irrigidisce.
"Lì no," dice. "Mai fatto."
"Lo so." Mi chino, la lingua che lecca il buco del culo. Lei geme, sorpresa. La lecco finché non si rilassa, finché non si apre. Metto un dito dentro, poi due. È stretta, ma cede.
"Angelo..." La sua voce è incerta.
"Fidati di me."
Spingo il cazzo contro il buco del culo. La punta entra, e lei urla. Mi fermo, lascio che si abitui. Poi spingo ancora, lentamente, centimetro dopo centimetro. Il culo è stretto, strettissimo, più della figa. Mi stringe, mi brucia, mi fa impazzire.
"Oddio," geme lei. "Oddio, oddio."
Inizio a muovermi. Dentro e fuori, piano, poi più veloce. Lei si masturba, le dita che sfregano il clitoride mentre il cazzo le scopa il culo. La sento venire: il corpo che si contrae, il culo che mi stringe ancora di più, un urlo che esce dalla sua gola.
Non resisto. Esco, mi masturbo sopra di lei, il cazzo che pulsa. Vengo sulla sua schiena, sul suo culo, sperma caldo che cola sulla sua pelle. Lei cede sul letto, il respiro affannato, il corpo che trema.
Mi sdraio accanto a lei. Restiamo in silenzio per un momento, il cuore che batte ancora forte.
"È stato..." inizia lei, ma non finisce la frase.
"Sì," dico io. "Lo so."
Lei si gira verso di me, i capelli scompigliati, il trucco sbavato, le labbra gonfie. Sorride.
"Posso restare?" chiede.
La guardo. Diciotto anni, vergine fino a un'ora fa, e ora nel mio letto con il mio sperma sulla schiena. Annuisco.
"Resta."
Chiude gli occhi. Io resto sveglio, a guardare il soffitto, a sentire il suo respiro che rallenta. Fuori, il lago di Como brilla sotto il sole del pomeriggio, indifferente a tutto.
--- racconto di pura fantasia
Angelo, 51 anni, incontra Greta, 18 anni, in un bar sul lago di Como. Lei chiede un passaggio, ma finisce nel suo letto. La sua verginità diventa un gioco proibito tra desiderio e innocenza, mentre lui scopre quanto in fretta lei impara a volere tutto.
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Sono seduto al tavolino del bar in piazza Cavour, il caffè fumante davanti a me, il lago di Como che brilla sotto il sole del pomeriggio. Ho cinquantuno anni, i capelli brizzolati e una vita che scorre piatta come l'acqua di questo lago in una giornata senza vento. Poi la vedo.
Entra nel bar come una folata di vento caldo. Alta, almeno un metro e settanta, capelli lunghi che le cadono sulle spalle come fili di seta bionda. Gli occhi azzurri, di un azzurro che sembra preso direttamente dal lago, ma più profondo, più cattivo. La faccia è di quelle che ti colpiscono dritto nello stomaco: zigomi alti, naso piccolo, e una bocca... una bocca che mi fa pensare a una sola cosa. Labbra piene, carnose, disegnate per essere riempite. Indossa una minigonna nera così corta che quando si gira vedo l'inizio delle cosce, lisce e abbronzate, e un top bianco che lascia poco spazio all'immaginazione.
Il mio cazzo si sveglia subito. Lo sento premere contro i pantaloni, diventare duro come il marmo delle statue del Duomo. Mi muovo sulla sedia, cerco una posizione che nasconda l'erezione, ma è inutile. Ho cinquantuno anni e il mio corpo reagisce come quello di un ragazzino.
Lei si guarda intorno, i capelli che oscillano, e poi i suoi occhi si fermano su di me. Si avvicina. Il profumo mi arriva prima ancora che raggiunga il tavolo: qualcosa di dolce, di fiorato, mescolato a un odore di pelle giovane. Si ferma davanti a me, le mani sui fianchi, e sorride.
"Scusi," dice, con una voce leggera, un po' roca, "mi chiedevo se potesse accompagnarmi fuori città. Devo andare verso Bellagio e non trovo un taxi."
La guardo dal basso verso l'alto. Le gambe lunghe, la gonna che copre a malapena l'essenziale, il seno piccolo ma sodo che preme contro il tessuto del top. Deglutisco.
"Fuori città?" ripeto, la voce un po' più roca del solito.
"Sì, ho bisogno di un passaggio." Si morde il labbro inferiore, un gesto piccolo, quasi involontario, ma che mi manda una scossa elettrica dritto all'inguine. "La pago, ovviamente."
Mi alzo, il caffè ormai dimenticato. "Non serve pagamento. Andiamo."
La mia macchina è parcheggiata lungo il lungolago. Camminiamo fianco a fianco, e io non riesco a smettere di guardarla. Il modo in cui i fianchi oscillano a ogni passo, il modo in cui la gonna risale sulle cosce quando si china per salire in auto. Mi metto al volante, accendo il motore, e parto.
"Dove abita?" mi chiede, girandosi verso di me. Le sue ginocchia sono vicine alla leva del cambio, la gonna è risalita fino a mostrare l'inizio delle mutandine. Bianche. Di cotone. Semplici. Il mio cazzo pulsa.
"Non lontano," dico. "Ma prima, posso chiederle una cosa?"
"Certo."
"Quanti anni ha?"
"Sono maggiorenne," risponde, e il sorriso che fa è quello di chi sa esattamente cosa sta facendo. "Diciotto."
Resto in silenzio per un momento. Trentatré anni di differenza. Dovrei sentirmi un vecchio sporco, e invece sento solo il sangue che mi pompa nelle vene, il cuore che batte più forte, il cazzo che preme contro la stoffa come volesse uscire.
"Come ti chiami?" chiedo, passando al tu.
"Greta."
"Io sono Angelo."
Lei ride, un suono breve, leggero. "Piacere, Angelo."
Guido verso casa mia, non verso Bellagio. Lei non dice nulla, non protesta. Si appoggia allo schienale, le gambe leggermente aperte, e mi guarda con quegli occhi azzurri che sembrano sapere tutto.
"Sei bellissima, Greta," dico, la voce bassa.
"Grazie." Si gira verso il finestrino, ma la vedo sorridere.
Parcheggio nel garage di casa mia. Spengo il motore. Restiamo in silenzio per un momento, poi lei si gira verso di me.
"Allora?" dice.
"Allora cosa?"
"Mi accompagni dentro o mi lasci qui?"
Non aspetto altro. Scendo dall'auto, le apro la portiera. Lei esce, e quando si alza la gonna si alza con lei, mostrando le mutandine bianche aderenti alla sua figa. Distolgo lo sguardo, ma è troppo tardi. L'immagine mi si stampa nel cervello.
Entriamo in casa. Chiudo la porta alle nostre spalle. Lei si guarda intorno, il soggiorno ordinato, i mobili scuri, la luce che filtra dalle persiane semi-chiuse.
"Bella casa," dice.
"Greta." Mi avvicino. Lei non si muove. Le metto una mano sul fianco, sento il calore della sua pelle sotto il top. "Sei sicura?"
Lei mi guarda, quegli occhi azzurri che non battono ciglio. "Sì."
La bacio. La sua bocca è morbida, calda, sa di fragola. Le mie labbra premono sulle sue, la lingua cerca la sua, la trova. Lei risponde al bacio con una fame che mi sorprende, le mani che mi afferrano la camicia, che tirano. La spingo contro il muro, le mani che scendono sui suoi fianchi, che risalgono sotto la gonna. Trovo le mutandine, le sfioro. Sono bagnate. Calde. La sua figa preme contro il cotone, e io lo sento, sento il calore che emana.
"Angelo," mormora lei, la voce rotta.
"Dimmi."
"Non l'ho mai fatto."
Mi fermo. Le mani si fermano. La guardo. "Mai?"
"Mai." Arrossisce, il colore che le sale dal collo alle guance. "Con nessuno."
Il mio cazzo pulsa così forte che fa male. Una vergine. Diciotto anni, vergine, e sta nel mio soggiorno con le mutandine bagnate.
"Sei sicura di volerlo fare con me?" chiedo.
"Sì." La sua voce è ferma. "Ti voglio."
La prendo per mano e la porto in camera da letto. La stanza è in penombra, le tende chiuse. La faccio sedere sul letto, mi inginocchio davanti a lei. Le mani sulle sue ginocchia, che si aprono lentamente. La gonna sale, le mutandine bianche appaiono, la macchia scura al centro. Mi avvicino, respiro il suo odore: dolce, muschiato, giovane.
Le sfioro le mutandine con le labbra. Lei trema. Le abbasso lentamente, scoprendo la sua figa. Poca peluria, bionda, riccia. Le labbra gonfie, rosa, bagnate. La fessura stretta, chiusa. Non l'ha mai fatto, e si vede.
"Sei bellissima," dico, e poi la lecco. Un colpo lungo, dalla fessura fino al clitoride. Lei geme, le mani che afferrano il lenzuolo. La lecco di nuovo, più lentamente, assaggiando il suo sapore. Sa di giovane, di pulito, di eccitazione.
"Angelo," ansima.
La mia lingua trova il clitoride, lo circonda, lo succhia. Lei si inarca, i fianchi che si alzano dal letto. La tengo ferma, le mani sui fianchi, e continuo a leccare. La sento bagnarsi di più, la figa che si contrae sotto la mia lingua. Introduco un dito, lentamente. È stretta, strettissima. Il dito entra a fatica, e sento la barriera: l'imene. Vergine. Davvero vergine.
"Ti faccio male?" chiedo.
"No," mente lei, ma la voce è tesa.
Continuo a leccarla, il dito che si muove piano dentro di lei. La sento rilassarsi, poco a poco. Aggiungo un secondo dito, la allargo. Lei geme più forte, i fianchi che oscillano contro la mia faccia.
"Voglio il tuo cazzo," dice, e la parola esce dalla sua bocca come qualcosa di proibito, di sporco, di bellissimo.
Mi alzo, mi sfilo la camicia, i pantaloni, le mutande. Il cazzo esce, duro, eretto, la punta già lucida di pre-sperma. Lei lo guarda, gli occhi spalancati.
"È... grande," dice.
"Non troppo." Mi sdraio accanto a lei. "Toccalo."
La sua mano esita, poi mi afferra. Le dita non si chiudono completamente intorno al cazzo. Lo stringe, lo accarezza, lo esplora. Il tocco è incerto, goffo, ma ogni movimento mi manda brividi lungo la schiena.
"Mettilo in bocca," dico.
Lei mi guarda, gli occhi azzurri che cercano i miei. Poi si china, i capelli che cadono sul mio ventre, e la sua bocca si apre intorno alla punta del cazzo. Calda. Bagnata. La lingua che sfiora la parte inferiore, che esplora. Scende piano, prendendo qualche centimetro. Si ferma, tossisce, riprende. Non sa come fare, ma impara in fretta. La testa si muove su e giù, le labbra che stringono, la saliva che cola.
"Cazzo, Greta," gemo. "Sei brava."
Lei alza lo sguardo, il cazzo ancora in bocca, e i suoi occhi azzurri ridono. Continua a succhiare, la mano che pompa la base del cazzo mentre la bocca lavora la punta. Le metto una mano dietro la testa, spingo piano. Il cazzo scivola più in profondità, tocca la gola. Lei ha un conato, ma non si ritrae. Continua, la bocca che si adatta, che si allarga.
La fermo prima di venire. La faccio sdraiare sulla schiena, le apro le gambe. La figa è bagnata, pronta. Mi posiziono sopra di lei, il cazzo che preme contro l'ingresso.
"Sei pronta?" chiedo.
Annuisce, le labbra socchiuse, il respiro accelerato.
Spingo. La punta entra, e lei si irrigidisce. Il viso si contrae, le dita che affondano nel lenzuolo. Spingo ancora, e sento l'imene che cede. Lei urla, un suono breve, acuto. Mi fermo.
"Continua?" chiedo.
"Sì," sussurra. "Continua."
Affondo dentro di lei. È stretta, strettissima, la figa che mi stringe come un pugno caldo. Entro fino in fondo, e resto fermo. Lei trema sotto di me, gli occhi chiusi, le labbra morse.
Inizio a muovermi. Piano, dentro e fuori. La figa si bagna di più, il sangue e i liquidi che si mescolano. Lei si rilassa, poco a poco, e inizia a seguirmi. I fianchi si alzano per incontrare i miei, le gambe che si avvolgono intorno alla mia vita.
"Cazzo, sì," ansima. "Scopami, Angelo. Scopami."
Le parole escono dalla sua bocca da pompinara e mi colpiscono come schiaffi. Accelero il ritmo, il cazzo che entra e esce, che la riempie. Il suono della nostra pelle che si schiaffeggia riempie la stanza, mescolato ai suoi gemiti e ai miei ansiti.
La giro. La metto a quattro zampe. Il culo si alza, rotondo, sodo, la figa che sporge da dietro, bagnata e aperta. Entro di nuovo, e lei spinge indietro per prendermi tutto. La scopo da dietro, le mani sui suoi fianchi, gli occhi fissi sul suo buco del culo. Piccolo, rosa, stretto.
Voglio quel buco.
Esco dalla sua figa, posiziono il cazzo contro il suo ano. Lei si irrigidisce.
"Lì no," dice. "Mai fatto."
"Lo so." Mi chino, la lingua che lecca il buco del culo. Lei geme, sorpresa. La lecco finché non si rilassa, finché non si apre. Metto un dito dentro, poi due. È stretta, ma cede.
"Angelo..." La sua voce è incerta.
"Fidati di me."
Spingo il cazzo contro il buco del culo. La punta entra, e lei urla. Mi fermo, lascio che si abitui. Poi spingo ancora, lentamente, centimetro dopo centimetro. Il culo è stretto, strettissimo, più della figa. Mi stringe, mi brucia, mi fa impazzire.
"Oddio," geme lei. "Oddio, oddio."
Inizio a muovermi. Dentro e fuori, piano, poi più veloce. Lei si masturba, le dita che sfregano il clitoride mentre il cazzo le scopa il culo. La sento venire: il corpo che si contrae, il culo che mi stringe ancora di più, un urlo che esce dalla sua gola.
Non resisto. Esco, mi masturbo sopra di lei, il cazzo che pulsa. Vengo sulla sua schiena, sul suo culo, sperma caldo che cola sulla sua pelle. Lei cede sul letto, il respiro affannato, il corpo che trema.
Mi sdraio accanto a lei. Restiamo in silenzio per un momento, il cuore che batte ancora forte.
"È stato..." inizia lei, ma non finisce la frase.
"Sì," dico io. "Lo so."
Lei si gira verso di me, i capelli scompigliati, il trucco sbavato, le labbra gonfie. Sorride.
"Posso restare?" chiede.
La guardo. Diciotto anni, vergine fino a un'ora fa, e ora nel mio letto con il mio sperma sulla schiena. Annuisco.
"Resta."
Chiude gli occhi. Io resto sveglio, a guardare il soffitto, a sentire il suo respiro che rallenta. Fuori, il lago di Como brilla sotto il sole del pomeriggio, indifferente a tutto.
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