Sonia & Tommaso - Capitolo 78: Un delizioso fuori programma
scritto il 2026-10-30 tempo di lettura 16 min
di
Sonia e Tommaso
genere
tradimenti
cura
A
Tra lezioni di portamento, conversazione in lingua inglese, intense sedute in palestra e l'affiancamento sul campo alle nuove colleghe, iniziai la mia formazione.
Nonostante il ritmo serrato e il dover correre continuamente da un capo all'altro della città, provavo un'attrazione viscerale per tutto ciò che stavo assimilando. Non era semplice studio, ma la plasmabilità di una nuova me stessa.
Madame Camille, al di là della sua snobistica eccentricità e di un'eleganza da donna d'altri tempi, conosceva alla perfezione i codici e le debolezze dell'alta aristocrazia.
«Le dovrai portare con la stessa identica disinvoltura di quando sei scalza» ripeteva di frequente, sfiorando con lo sguardo le décolleté in vernice e gli stivali affilati dai tacchi stiletto vertiginosi che mi costringeva a indossare.
Sotto le sue severe direttive, il singolo movimento perdeva ogni rozza spontaneità per diventare un atto di seduzione calcolata.
Persino il gesto più banale, come impugnare una tazza di porcellana per sorseggiare del tè, doveva compiersi con una grazia fluida, calibrata e del tutto naturale, destinata ad affascinare chiunque mi osservasse.
Il pomeriggio, invece, Marco metteva a dura prova la mia resistenza fisica in palestra e, sebbene facessi di tutto per provocarlo, il suo atteggiamento non travalicava mai il confine del rigore professionale.
La ragione di tanta insensibilità verso le donne, la scoprii presto nell'intimità dello spogliatoio, mentre ero sotto la doccia con altre ragazze:
«...ma certo, non te ne sei accorta? È gay dichiarato! Credi a me, ci abbiamo provato tutte, ma niente da fare: sta assieme a un ricco commercialista di Milano; me lo ha detto un'amica fidata che lo conosce bene.»
Ma l'appuntamento che più attendevo con ansiosa curiosità era quello con le nuove colleghe. Mai prima di allora mi ero scoperta così morbosamente attratta dal mio stesso sesso: creature di una bellezza sofisticata e da una carica erotica talmente dirompente da risultare del tutto irresistibili.
Seduta accanto a una qualsiasi di loro, a stento riuscivo a mantenere la concentrazione per seguire quanto mi stavano spiegando.
Stefano e Michele, i due giovani impiegati di banca, erano ormai diventati il mio irrinunciabile appuntamento fisso durante la pausa pranzo. Un'insalata rapida o uno spuntino ultra leggero al banco del bistrot, consumati però nella cornice stimolante di una stimolante compagnia.
Adoravo flirtare con loro: oltre a essere fascinosi e brillanti, pur mantenendo modi educati e gentili, si erano rivelati fin dall'inizio audaci e senza filtri.
Le loro battute, lanciate sempre con sorrisi sfacciati e sguardi intrisi di complicità, trasformavano ogni attimo in un provocante e tesissimo gioco di tentazioni.
In modo del tutto disinvolto, arrivavano a propormi cose come:
«Senti, tesoro, perché questa sera non lasci a casa quel mortorio del tuo ragazzo e non vieni a divertirti sul serio con noi due? Ceniamo in un bel posto in centro e poi andiamo tutti da Stefano: ha una collezione pazzesca di vinili... e un letto king size incredibilmente comodo.»
Oppure, inclinando la testa con malizia:
«Dai, Sonia... sei mai stata contemporaneamente con due maschi? Non dirci che una come te non ne ha mai avuta la curiosità!»
Anche se fingevo di non dar troppo peso a quelle provocazioni, sotto la gonna, avvertivo una vampata calda estendersi dal ventre fino all'interno delle cosce, che puntualmente inumidiva il cotone sottile dello slip.
Il tempo trascorso con loro volava via impietoso e, sempre troppo in fretta, arrivava l'istante di congedarmi per tornare ai miei impegni.
Quel venerdì, ultimo giorno della mia prima settimana di formazione, appena arrivai in ufficio, Sofia mi chiamò: «Oggi niente affiancamento alle ragazze, mia cara; io e te ce ne andiamo a far compere!» disse sorridendo, mentre si alzava dalla scrivania e recuperava con gesto fluido la sua Peekaboo di Fendi.
Compere insieme a Sofia? Sul mio volto si dipinse istantaneamente un'espressione di tale radiosa ed entusiastica sorpresa che la fece ridere divertita.
Giunti in centro, non appena Manuel ci aprì la portiera della berlina, Sofia mi prese con delicatezza per mano, guidandomi all'interno di un'esclusiva boutique d'alta moda nel cuore di Cremona: un atelier così raffinato, ovattato e inaccessibile da incutermi quasi reverenza.
Entrando, la titolare del locale, una donna dall'eleganza filiforme, ci venne subito incontro sfoderando il classico sorriso deferente riservato solo alla clientela più facoltosa.
Dopo avermi fatto indossare svariati modelli, Sofia scelse per me due tubini neri di Saint Laurent e Armani, dal taglio affilato e dalla vestibilità perfetta per l'ufficio, affiancandoli a uno splendido abito da sera dalle scollature generose: una scultura in cadì di seta rosso scarlatto che si ancorava al collo per poi scivolare fluida, lasciando la schiena interamente scoperta fino alla curva dei glutei — di una leggerezza talmente impalpabile da regalarmi la sensazione vertiginosa di essere del tutto nuda sotto i fari caldi del camerino.
Ero una modella docile e plasmabile nelle sue mani esperte, e quel senso di totale resa, di passiva appartenenza al suo gusto, mi provocava un piacere intimo e viscerale.
Dopo gli abiti, fu il turno della lingerie, dove Sofia selezionò per me completi di altissima gamma firmati Agent Provocateur in pizzo Chantilly nero e bordeaux profondo: reggiseni a balconcino totalmente sfoderati, pensati per sostenere e mettere in risalto il seno, e slip ridottissimi giocati su trasparenze così audaci da non celare nulla.
A completare l'opera, una riserva di calze velatissime, autoreggenti con alte balze in pizzo francese e veli fumo da agganciare a reggicalze a sei tiranti con minuteria in metallo dorato: accessori strutturati, tesi fino allo spasmo, capaci di mordere la pelle con un'eleganza a dir poco letale.
Ero così elettrizzata che un brivido percorse l'intera colonna vertebrale. Il mio corpo era un incendio pronto a divampare e la brama pura faceva vibrare i muscoli delle gambe. Mi sentivo una donna che si era finalmente spogliata del proprio involucro ordinario per abbracciare un'esistenza nuova, fatta di lusso sfrenato, potere e sofisticata perversione.
Sentivo la fica grondare, tanto da provare l'impulso impellente di far scivolare le dita lungo il pube, dividere le labbra e masturbarmi lì, nell'intimità protetta di quel camerino; ma la sessione di shopping non era ancora terminata e dovevo mantenere il controllo.
Uscite dalla boutique con le mani già colme di buste, ci dirigemmo verso un atelier di calzature d'alta gamma: uno di quei templi del lusso dove i prezzi delle creazioni non vengono nemmeno esposti in vetrina.
Provai sandali nudi dai listini finissimi che cingevano i piedi con naturale ed essenziale eleganza, décolleté dal tacco Blade di Casadei — una lama d'acciaio affilata e vertiginosa — e stivali in nappa morbida di Saint Laurent che risalivano lungo il polpaccio come una seconda pelle.
Il commesso, giovane e affascinante, inginocchiato per aiutarmi a calzare ogni modello, non lesinò apprezzamenti sulla forma dei miei piedi, la sottigliezza delle caviglie e la linea affusolata delle gambe. Ogni frase detta a fior di labbra agiva come una carezza tattile, avvampando il mio corpo, sotto gli sguardi incrociati suoi e di Sofia.
Come premio per la sua devota ammirazione, tra una calzata e l'altra, concessi al ragazzo una visione privilegiata delle mie mutandine, vedendolo arrossire ogni volta che lo guardavo in modo sfacciatamente malizioso.
A coronamento di quella lunga sequenza di acquisti, che da sola mai e poi mai avrei potuto permettermi, Sofia aggiunse due borse iconiche: una tracolla Saint Laurent in pelle strutturata con catena dorata a scorrimento e una clutch da sera in nappa intrecciata firmata Bottega Veneta.
Quando Manuel ci vide ricomparire così cariche di pacchi, impeccabile nel suo completo scuro, ci venne subito ad aiutare, riponendo poi il tutto nel bagagliaio della berlina.
Giunti davanti al vialetto di casa, prima che scendessi, Sofia mi salutò con due baci sulle guance. Fu un contatto lieve, ma tale da farmi provare un fremito improvviso. La guardai intensamente negli occhi, presa da un irrefrenabile desiderio di sentire la sua lingua. Sorrise, e come se me lo avesse letto nella mente, posò le labbra sulle mie, sfiorandomi il viso con un'affettuosa carezza.
«Ti è piaciuto oggi?» sussurrò.
«Sì, tantissimo, e non so come sdebitarmi...»
Mi interruppe posando due dita sulla mia bocca. «Verrà il momento, non dubitare, e sappi che questo è solo l'inizio. Nicola ripone molta fiducia in te, e io con lui. Presto sarai pronta, molto prima di quanto immagini.»
«È ancora in Inghilterra?»
«No, ora è a Parigi, ma tornerà presto.»
Ci salutammo così, e scesi dall'auto con il cuore che ancora batteva all'impazzata, mentre l'odore del lusso già si mischiava a quello familiare della città, accentuando quella scissione profonda tra la mia vecchia esistenza e la donna che stavo diventando.
Entrai in casa seguita da Manuel, che reggeva senza alcuno sforzo quell'imponente montagna di scatole e borse griffate.
La mamma e Chiara restarono pietrificate all'ingresso, gli sguardi sgranati e colmi di un'incredulità quasi comica. Manuel, su mia sorella, ebbe l'effetto di una vera e propria scossa elettrica: la vidi bloccarsi, con gli occhi spalancati ad ammirare il bellissimo autista.
I loro sguardi si agganciarono per un istante infinito; un'intesa muta, improvvisa e viscerale che non sfuggì alla mia attenzione.
Manuel adagiò il carico nel corridoio, congedandosi con un lieve inchino prima di riguadagnare la porta.
Le due mi fissavano come fossi un'aliena atterrata da un altro pianeta, ma se la mamma cercava di riordinare le idee tra lo sbalordimento e un pizzico di apprensione, Chiara era ancora con la testa all'uomo che era appena uscito.
Cercando di mantenere la voce ferma e il tono più naturale possibile, spiegai loro che il nuovo impiego esigeva un guardaroba di rappresentanza conforme al prestigio dell'azienda. Ponderai ogni singola parola con millimetrica precisione, limitando i dettagli ai soli tubini da ufficio, ai tessuti sobri e ai capi eleganti scelti per il lavoro.
«Ma si può sapere quanto ti è costata tutta questa roba?» chiese mia madre, incrociando le braccia al petto con un'espressione tra il sospettoso e il severo.
«Paga la ditta, mamma» risposi d'un fiato, esibendo un sorriso rassicurante. «Vogliono che le dipendenti abbiano un'immagine impeccabile e a loro non importa nulla di quanto spendono.»
La mamma assottigliò gli occhi, scuotendo lentamente la testa con quell'incredulità scettica di chi non crede ai regali. «La ditta? E da quando in qua i padroni regalano vestiti firmati e mandano gli autisti a consegnarli a casa? Nessuno ti dà niente per niente a questo mondo, ricordatelo. A me tutta questa generosità non piace per niente... sembra quasi che ci sia sotto qualcosa.»
«Ti assicuro che lì è la prassi» ribattei senza esitare, sfoderando la calma e la disinvoltura che Madame Camille mi stava insegnando a perfezionare.
Non le mostrai nulla, ed era del tutto escluso che potessi fare il minimo accenno alle scollature vertiginose, all'abito da sera in cadì rosso e, soprattutto, a quella lingerie sfacciata che custodivo gelosamente sul fondo delle confezioni, pronta a diventare il mio segreto più perverso.
Chiara, al contrario, era in un vero e proprio stato di grazia. I suoi occhi brillavano d'entusiasmo di fronte a quelle firme dell'alta moda, e mi aiutò con le borse per salire le scale verso la mia camera, senza smettere un solo secondo di tempestarmi di domande, attratta da quel mondo dorato e inaccessibile che io stavo iniziando a conquistare.
Una volta chiusa la porta alle nostre spalle, lasciando fuori i brontolii di mamma, Chiara prese posto sul bordo del letto, continuando a incalzarmi per conoscere ogni singolo dettaglio di quella giornata. Sentivo una gioia vibrante riempirmi il petto, un'euforia calda che a stento riuscivo a trattenere. Provavo il bisogno viscerale di condividere con mia sorella quel momento di trionfo, ma non volevo limitarmi alle sole parole.
«Sì, insomma... tutto fantastico, abiti da sogno, borse da urlo...» esclamò Chiara, mordendosi il labbro inferiore con aria sognante, mentre i suoi pensieri tornavano inevitabilmente altrove. «Ma ora piantala di fare la vaga e dimmi la verità: chi diavolo è quel figo? Sai se è impegnato?»
Sorrisi divertita, cogliendo al volo la sua smania. «Si chiama Manuel, ed è l'ombra di Sofia. Quanto alla sua situazione sentimentale... non saprei dirti, ma di sicuro è un tipo che non passa inosservato.»
Chiara emise un piccolo sospiro, inclinando la testa con malizia. «Non passa inosservato è un eufemismo. Quando mi ha guardata, ti giuro che mi è mancato il respiro... Senti, sorellona, non è che per caso hai modo di scoprire qualcosa di più su di lui?»
La guardai con intesa complice, lasciandomi sfuggire una risata bassa. «Vedremo cosa si può fare... Ma adesso guarda qui.»
Mi sfilai i vestiti di dosso con gesti rapidi, togliendo persino lo slip ormai umido per restare completamente nuda al centro della stanza, sotto il suo sguardo rapito. Uno ad uno, estrassi i capi più preziosi dalle confezioni di boutique e iniziai a indossarli.
Cominciai a sfilare davanti a lei, muovendomi con passi lenti, felini e calcolati, proprio come mi aveva insegnato Madame Camille durante le lezioni di portamento. Ogni movimento era studiato per valorizzare le linee del mio corpo, la flessuosità dei fianchi e il contrasto tra la seta impalpabile, il pizzo nero e la mia pelle nuda, trasformando la camera in un piccolo atelier privato di pura seduzione.
Chiara mi guardava con la bocca socchiusa, completamente rapita da tutta quella profusione di lusso. Con le pupille sgranate e il fiato sospeso, i suoi occhi inseguivano avidamente ogni singola curva del mio corpo: la pienezza dei seni sollevati dai balconcini sfoderati, lo stacco delle gambe valorizzato dalle calze velate e la rotondità dei miei fianchi. Sentirmi osservata in quel modo da lei, vulnerabile ma al tempo stesso dominante, mi provocava un'eccitazione febbrile e sconosciuta.
Ero lì, praticamente nuda, a svelarle le forme visibili del mio segreto; e mentre mi vestivo e spogliavo a ritmo lento, sentivo la fica inumidirsi e la pelle accendersi di una tensione perversa.
Non si trattava più di una semplice sfilata di abiti, ma di uno specchio sottile su cui riflettere potere, complicità tacita, segreti inconfessabili e pura, liquida perversione. Come una regina padrona del proprio regno, mi ritrovavo avvolta e circondata da metri di cadì di seta, pizzi impalpabili e pellami pregiati.
Purtroppo, a rompere quel momento incantato, bastò una rapida occhiata all'orologio: le otto erano già passate e, di lì a poco, Tommaso sarebbe arrivato. La mia solita maschera da "brava ragazza", rassicurante e docile, doveva essere indossata di nuovo.
Chiara, con l'espressione ancora stordita da quel trionfo di lusso e sensualità, si alzò lentamente dal bordo del letto per dirigersi verso la porta. I suoi occhi, però, si spensero all'improvviso, smarrendo la brillantezza di poco prima. Tornarono a velarsi di quella cupa malinconia che da troppo tempo, ormai, le vedevo addosso.
«Beh... ti invidio» disse con un filo di voce, voltandosi un'ultima volta. «Hai una vita meravigliosa, Sonia. Ti invidio davvero.»
La trattenni per un braccio prima che potesse varcare la soglia: la sua pelle era calda sotto le mie dita e la sentii tremare lievemente.
«C'è qualcosa che non va?» le chiesi, avvolgendola in un abbraccio stretto. «Ancora problemi con Francesco?»
Lei scosse la testa in segno di diniego, ma gli occhi smarriti e lucidi parlarono chiaramente per lei.
«Ti prego, Chiara... perché non ne parli con me?» le sussurrai, stampandole un bacio affettuoso sulla fronte.
«Lo farò... non preoccuparti, davvero. È solo un brutto periodo per me, tutto qui.»
«Oddio, così mi spaventi... cosa sta succedendo? Non sarai mica...» Un brivido mi corse lungo la schiena al solo pensiero.
Chiara abbozzò una risatina amara. «Incinta? No, stai tranquilla, per ora non diventerai zia. Te ne parlerò con calma, te lo prometto, ma adesso è tardi e Francesco sarà qui a momenti. Ciao sorellona, e grazie per tutto.»
Mi sfiorò la bocca con un leggero bacio affettuoso e scivolò fuori dalla camera, lasciandomi sola con i miei pensieri.
Più tardi, sedute in salotto assieme ai rispettivi fidanzati, continuai a osservarla di nascosto. Tra lei e Francesco sembrava essersi scavato un solco di totale incomunicabilità: lui era completamente assorbito dallo schermo del proprio smartphone, del tutto assente, mentre Chiara lo fissava con lo sguardo perso, distante, la testa chiaramente altrove.
Quanto avrei voluto prenderla per mano, trascinarla di sopra nella mia camera e costringerla a sfogarsi, facendomi confidare ogni singola angoscia mentre la tenevo stretta a me, coccolandola per farla sentire al sicuro.
Tommaso insiste per uscire, e dopo il cinema mi portò in un locale dall'atmosfera intimista, dove, nella penombra di luci soffuse, le note calde di una musica lounge avvolgevano i tavoli e addolcivano i pensieri.
«Allora... sei pronta per il tuo amichetto? Lo hai più sentito?» disse con uno sguardo carico di morbosa libidine.
Lo fissai per qualche istante in silenzio, assaporando l'attesa e meditando su cosa rispondergli. Poi chiesi: «Di quale parli? Di Bruno?»
«Già, effettivamente, vista la schiera dei tuoi amanti, meglio essere precisi» replicò con una nota di bizzarro orgoglio nella voce. «Parlavo di Luca. Domenica mattina ti passo a prendere: lui e Marco ci aspettano per mezzogiorno proprio all'uscita dell'autostrada.»
Valutai le sue parole con attenzione. «Ma sei davvero sicuro? Guarda che Luca non ha la maturità di Bruno: quello si è messo in testa che io ti debba lasciare per fare coppia fissa con lui.»
«E a te piacerebbe?»
«Scherzi? Con quanto è geloso e soffocante?»
«Però è bravo a scopare, a quanto mi hai raccontato...»
«Sì, in quello sa il fatto suo, ma per il resto è di una paranoia insopportabile. E poi che c'entra? Io ho già Bruno!» ribattei seccata.
«Ti piace proprio questo Bruno, eh?»
«Sicuro! E ti garantisco che mi scopa persino meglio di Luca.»
Sembrava surreale, un'assurdità inconcepibile soltanto un mese prima: raccontare al mio fidanzato le prestazioni dei miei amanti, con lui che, dall'altra parte del tavolino, mi fissava col respiro corto, sul punto di esplodere da un momento all'altro e macchiarsi i pantaloni.
Nonostante il ritmo serrato e il dover correre continuamente da un capo all'altro della città, provavo un'attrazione viscerale per tutto ciò che stavo assimilando. Non era semplice studio, ma la plasmabilità di una nuova me stessa.
Madame Camille, al di là della sua snobistica eccentricità e di un'eleganza da donna d'altri tempi, conosceva alla perfezione i codici e le debolezze dell'alta aristocrazia.
«Le dovrai portare con la stessa identica disinvoltura di quando sei scalza» ripeteva di frequente, sfiorando con lo sguardo le décolleté in vernice e gli stivali affilati dai tacchi stiletto vertiginosi che mi costringeva a indossare.
Sotto le sue severe direttive, il singolo movimento perdeva ogni rozza spontaneità per diventare un atto di seduzione calcolata.
Persino il gesto più banale, come impugnare una tazza di porcellana per sorseggiare del tè, doveva compiersi con una grazia fluida, calibrata e del tutto naturale, destinata ad affascinare chiunque mi osservasse.
Il pomeriggio, invece, Marco metteva a dura prova la mia resistenza fisica in palestra e, sebbene facessi di tutto per provocarlo, il suo atteggiamento non travalicava mai il confine del rigore professionale.
La ragione di tanta insensibilità verso le donne, la scoprii presto nell'intimità dello spogliatoio, mentre ero sotto la doccia con altre ragazze:
«...ma certo, non te ne sei accorta? È gay dichiarato! Credi a me, ci abbiamo provato tutte, ma niente da fare: sta assieme a un ricco commercialista di Milano; me lo ha detto un'amica fidata che lo conosce bene.»
Ma l'appuntamento che più attendevo con ansiosa curiosità era quello con le nuove colleghe. Mai prima di allora mi ero scoperta così morbosamente attratta dal mio stesso sesso: creature di una bellezza sofisticata e da una carica erotica talmente dirompente da risultare del tutto irresistibili.
Seduta accanto a una qualsiasi di loro, a stento riuscivo a mantenere la concentrazione per seguire quanto mi stavano spiegando.
Stefano e Michele, i due giovani impiegati di banca, erano ormai diventati il mio irrinunciabile appuntamento fisso durante la pausa pranzo. Un'insalata rapida o uno spuntino ultra leggero al banco del bistrot, consumati però nella cornice stimolante di una stimolante compagnia.
Adoravo flirtare con loro: oltre a essere fascinosi e brillanti, pur mantenendo modi educati e gentili, si erano rivelati fin dall'inizio audaci e senza filtri.
Le loro battute, lanciate sempre con sorrisi sfacciati e sguardi intrisi di complicità, trasformavano ogni attimo in un provocante e tesissimo gioco di tentazioni.
In modo del tutto disinvolto, arrivavano a propormi cose come:
«Senti, tesoro, perché questa sera non lasci a casa quel mortorio del tuo ragazzo e non vieni a divertirti sul serio con noi due? Ceniamo in un bel posto in centro e poi andiamo tutti da Stefano: ha una collezione pazzesca di vinili... e un letto king size incredibilmente comodo.»
Oppure, inclinando la testa con malizia:
«Dai, Sonia... sei mai stata contemporaneamente con due maschi? Non dirci che una come te non ne ha mai avuta la curiosità!»
Anche se fingevo di non dar troppo peso a quelle provocazioni, sotto la gonna, avvertivo una vampata calda estendersi dal ventre fino all'interno delle cosce, che puntualmente inumidiva il cotone sottile dello slip.
Il tempo trascorso con loro volava via impietoso e, sempre troppo in fretta, arrivava l'istante di congedarmi per tornare ai miei impegni.
Quel venerdì, ultimo giorno della mia prima settimana di formazione, appena arrivai in ufficio, Sofia mi chiamò: «Oggi niente affiancamento alle ragazze, mia cara; io e te ce ne andiamo a far compere!» disse sorridendo, mentre si alzava dalla scrivania e recuperava con gesto fluido la sua Peekaboo di Fendi.
Compere insieme a Sofia? Sul mio volto si dipinse istantaneamente un'espressione di tale radiosa ed entusiastica sorpresa che la fece ridere divertita.
Giunti in centro, non appena Manuel ci aprì la portiera della berlina, Sofia mi prese con delicatezza per mano, guidandomi all'interno di un'esclusiva boutique d'alta moda nel cuore di Cremona: un atelier così raffinato, ovattato e inaccessibile da incutermi quasi reverenza.
Entrando, la titolare del locale, una donna dall'eleganza filiforme, ci venne subito incontro sfoderando il classico sorriso deferente riservato solo alla clientela più facoltosa.
Dopo avermi fatto indossare svariati modelli, Sofia scelse per me due tubini neri di Saint Laurent e Armani, dal taglio affilato e dalla vestibilità perfetta per l'ufficio, affiancandoli a uno splendido abito da sera dalle scollature generose: una scultura in cadì di seta rosso scarlatto che si ancorava al collo per poi scivolare fluida, lasciando la schiena interamente scoperta fino alla curva dei glutei — di una leggerezza talmente impalpabile da regalarmi la sensazione vertiginosa di essere del tutto nuda sotto i fari caldi del camerino.
Ero una modella docile e plasmabile nelle sue mani esperte, e quel senso di totale resa, di passiva appartenenza al suo gusto, mi provocava un piacere intimo e viscerale.
Dopo gli abiti, fu il turno della lingerie, dove Sofia selezionò per me completi di altissima gamma firmati Agent Provocateur in pizzo Chantilly nero e bordeaux profondo: reggiseni a balconcino totalmente sfoderati, pensati per sostenere e mettere in risalto il seno, e slip ridottissimi giocati su trasparenze così audaci da non celare nulla.
A completare l'opera, una riserva di calze velatissime, autoreggenti con alte balze in pizzo francese e veli fumo da agganciare a reggicalze a sei tiranti con minuteria in metallo dorato: accessori strutturati, tesi fino allo spasmo, capaci di mordere la pelle con un'eleganza a dir poco letale.
Ero così elettrizzata che un brivido percorse l'intera colonna vertebrale. Il mio corpo era un incendio pronto a divampare e la brama pura faceva vibrare i muscoli delle gambe. Mi sentivo una donna che si era finalmente spogliata del proprio involucro ordinario per abbracciare un'esistenza nuova, fatta di lusso sfrenato, potere e sofisticata perversione.
Sentivo la fica grondare, tanto da provare l'impulso impellente di far scivolare le dita lungo il pube, dividere le labbra e masturbarmi lì, nell'intimità protetta di quel camerino; ma la sessione di shopping non era ancora terminata e dovevo mantenere il controllo.
Uscite dalla boutique con le mani già colme di buste, ci dirigemmo verso un atelier di calzature d'alta gamma: uno di quei templi del lusso dove i prezzi delle creazioni non vengono nemmeno esposti in vetrina.
Provai sandali nudi dai listini finissimi che cingevano i piedi con naturale ed essenziale eleganza, décolleté dal tacco Blade di Casadei — una lama d'acciaio affilata e vertiginosa — e stivali in nappa morbida di Saint Laurent che risalivano lungo il polpaccio come una seconda pelle.
Il commesso, giovane e affascinante, inginocchiato per aiutarmi a calzare ogni modello, non lesinò apprezzamenti sulla forma dei miei piedi, la sottigliezza delle caviglie e la linea affusolata delle gambe. Ogni frase detta a fior di labbra agiva come una carezza tattile, avvampando il mio corpo, sotto gli sguardi incrociati suoi e di Sofia.
Come premio per la sua devota ammirazione, tra una calzata e l'altra, concessi al ragazzo una visione privilegiata delle mie mutandine, vedendolo arrossire ogni volta che lo guardavo in modo sfacciatamente malizioso.
A coronamento di quella lunga sequenza di acquisti, che da sola mai e poi mai avrei potuto permettermi, Sofia aggiunse due borse iconiche: una tracolla Saint Laurent in pelle strutturata con catena dorata a scorrimento e una clutch da sera in nappa intrecciata firmata Bottega Veneta.
Quando Manuel ci vide ricomparire così cariche di pacchi, impeccabile nel suo completo scuro, ci venne subito ad aiutare, riponendo poi il tutto nel bagagliaio della berlina.
Giunti davanti al vialetto di casa, prima che scendessi, Sofia mi salutò con due baci sulle guance. Fu un contatto lieve, ma tale da farmi provare un fremito improvviso. La guardai intensamente negli occhi, presa da un irrefrenabile desiderio di sentire la sua lingua. Sorrise, e come se me lo avesse letto nella mente, posò le labbra sulle mie, sfiorandomi il viso con un'affettuosa carezza.
«Ti è piaciuto oggi?» sussurrò.
«Sì, tantissimo, e non so come sdebitarmi...»
Mi interruppe posando due dita sulla mia bocca. «Verrà il momento, non dubitare, e sappi che questo è solo l'inizio. Nicola ripone molta fiducia in te, e io con lui. Presto sarai pronta, molto prima di quanto immagini.»
«È ancora in Inghilterra?»
«No, ora è a Parigi, ma tornerà presto.»
Ci salutammo così, e scesi dall'auto con il cuore che ancora batteva all'impazzata, mentre l'odore del lusso già si mischiava a quello familiare della città, accentuando quella scissione profonda tra la mia vecchia esistenza e la donna che stavo diventando.
Entrai in casa seguita da Manuel, che reggeva senza alcuno sforzo quell'imponente montagna di scatole e borse griffate.
La mamma e Chiara restarono pietrificate all'ingresso, gli sguardi sgranati e colmi di un'incredulità quasi comica. Manuel, su mia sorella, ebbe l'effetto di una vera e propria scossa elettrica: la vidi bloccarsi, con gli occhi spalancati ad ammirare il bellissimo autista.
I loro sguardi si agganciarono per un istante infinito; un'intesa muta, improvvisa e viscerale che non sfuggì alla mia attenzione.
Manuel adagiò il carico nel corridoio, congedandosi con un lieve inchino prima di riguadagnare la porta.
Le due mi fissavano come fossi un'aliena atterrata da un altro pianeta, ma se la mamma cercava di riordinare le idee tra lo sbalordimento e un pizzico di apprensione, Chiara era ancora con la testa all'uomo che era appena uscito.
Cercando di mantenere la voce ferma e il tono più naturale possibile, spiegai loro che il nuovo impiego esigeva un guardaroba di rappresentanza conforme al prestigio dell'azienda. Ponderai ogni singola parola con millimetrica precisione, limitando i dettagli ai soli tubini da ufficio, ai tessuti sobri e ai capi eleganti scelti per il lavoro.
«Ma si può sapere quanto ti è costata tutta questa roba?» chiese mia madre, incrociando le braccia al petto con un'espressione tra il sospettoso e il severo.
«Paga la ditta, mamma» risposi d'un fiato, esibendo un sorriso rassicurante. «Vogliono che le dipendenti abbiano un'immagine impeccabile e a loro non importa nulla di quanto spendono.»
La mamma assottigliò gli occhi, scuotendo lentamente la testa con quell'incredulità scettica di chi non crede ai regali. «La ditta? E da quando in qua i padroni regalano vestiti firmati e mandano gli autisti a consegnarli a casa? Nessuno ti dà niente per niente a questo mondo, ricordatelo. A me tutta questa generosità non piace per niente... sembra quasi che ci sia sotto qualcosa.»
«Ti assicuro che lì è la prassi» ribattei senza esitare, sfoderando la calma e la disinvoltura che Madame Camille mi stava insegnando a perfezionare.
Non le mostrai nulla, ed era del tutto escluso che potessi fare il minimo accenno alle scollature vertiginose, all'abito da sera in cadì rosso e, soprattutto, a quella lingerie sfacciata che custodivo gelosamente sul fondo delle confezioni, pronta a diventare il mio segreto più perverso.
Chiara, al contrario, era in un vero e proprio stato di grazia. I suoi occhi brillavano d'entusiasmo di fronte a quelle firme dell'alta moda, e mi aiutò con le borse per salire le scale verso la mia camera, senza smettere un solo secondo di tempestarmi di domande, attratta da quel mondo dorato e inaccessibile che io stavo iniziando a conquistare.
Una volta chiusa la porta alle nostre spalle, lasciando fuori i brontolii di mamma, Chiara prese posto sul bordo del letto, continuando a incalzarmi per conoscere ogni singolo dettaglio di quella giornata. Sentivo una gioia vibrante riempirmi il petto, un'euforia calda che a stento riuscivo a trattenere. Provavo il bisogno viscerale di condividere con mia sorella quel momento di trionfo, ma non volevo limitarmi alle sole parole.
«Sì, insomma... tutto fantastico, abiti da sogno, borse da urlo...» esclamò Chiara, mordendosi il labbro inferiore con aria sognante, mentre i suoi pensieri tornavano inevitabilmente altrove. «Ma ora piantala di fare la vaga e dimmi la verità: chi diavolo è quel figo? Sai se è impegnato?»
Sorrisi divertita, cogliendo al volo la sua smania. «Si chiama Manuel, ed è l'ombra di Sofia. Quanto alla sua situazione sentimentale... non saprei dirti, ma di sicuro è un tipo che non passa inosservato.»
Chiara emise un piccolo sospiro, inclinando la testa con malizia. «Non passa inosservato è un eufemismo. Quando mi ha guardata, ti giuro che mi è mancato il respiro... Senti, sorellona, non è che per caso hai modo di scoprire qualcosa di più su di lui?»
La guardai con intesa complice, lasciandomi sfuggire una risata bassa. «Vedremo cosa si può fare... Ma adesso guarda qui.»
Mi sfilai i vestiti di dosso con gesti rapidi, togliendo persino lo slip ormai umido per restare completamente nuda al centro della stanza, sotto il suo sguardo rapito. Uno ad uno, estrassi i capi più preziosi dalle confezioni di boutique e iniziai a indossarli.
Cominciai a sfilare davanti a lei, muovendomi con passi lenti, felini e calcolati, proprio come mi aveva insegnato Madame Camille durante le lezioni di portamento. Ogni movimento era studiato per valorizzare le linee del mio corpo, la flessuosità dei fianchi e il contrasto tra la seta impalpabile, il pizzo nero e la mia pelle nuda, trasformando la camera in un piccolo atelier privato di pura seduzione.
Chiara mi guardava con la bocca socchiusa, completamente rapita da tutta quella profusione di lusso. Con le pupille sgranate e il fiato sospeso, i suoi occhi inseguivano avidamente ogni singola curva del mio corpo: la pienezza dei seni sollevati dai balconcini sfoderati, lo stacco delle gambe valorizzato dalle calze velate e la rotondità dei miei fianchi. Sentirmi osservata in quel modo da lei, vulnerabile ma al tempo stesso dominante, mi provocava un'eccitazione febbrile e sconosciuta.
Ero lì, praticamente nuda, a svelarle le forme visibili del mio segreto; e mentre mi vestivo e spogliavo a ritmo lento, sentivo la fica inumidirsi e la pelle accendersi di una tensione perversa.
Non si trattava più di una semplice sfilata di abiti, ma di uno specchio sottile su cui riflettere potere, complicità tacita, segreti inconfessabili e pura, liquida perversione. Come una regina padrona del proprio regno, mi ritrovavo avvolta e circondata da metri di cadì di seta, pizzi impalpabili e pellami pregiati.
Purtroppo, a rompere quel momento incantato, bastò una rapida occhiata all'orologio: le otto erano già passate e, di lì a poco, Tommaso sarebbe arrivato. La mia solita maschera da "brava ragazza", rassicurante e docile, doveva essere indossata di nuovo.
Chiara, con l'espressione ancora stordita da quel trionfo di lusso e sensualità, si alzò lentamente dal bordo del letto per dirigersi verso la porta. I suoi occhi, però, si spensero all'improvviso, smarrendo la brillantezza di poco prima. Tornarono a velarsi di quella cupa malinconia che da troppo tempo, ormai, le vedevo addosso.
«Beh... ti invidio» disse con un filo di voce, voltandosi un'ultima volta. «Hai una vita meravigliosa, Sonia. Ti invidio davvero.»
La trattenni per un braccio prima che potesse varcare la soglia: la sua pelle era calda sotto le mie dita e la sentii tremare lievemente.
«C'è qualcosa che non va?» le chiesi, avvolgendola in un abbraccio stretto. «Ancora problemi con Francesco?»
Lei scosse la testa in segno di diniego, ma gli occhi smarriti e lucidi parlarono chiaramente per lei.
«Ti prego, Chiara... perché non ne parli con me?» le sussurrai, stampandole un bacio affettuoso sulla fronte.
«Lo farò... non preoccuparti, davvero. È solo un brutto periodo per me, tutto qui.»
«Oddio, così mi spaventi... cosa sta succedendo? Non sarai mica...» Un brivido mi corse lungo la schiena al solo pensiero.
Chiara abbozzò una risatina amara. «Incinta? No, stai tranquilla, per ora non diventerai zia. Te ne parlerò con calma, te lo prometto, ma adesso è tardi e Francesco sarà qui a momenti. Ciao sorellona, e grazie per tutto.»
Mi sfiorò la bocca con un leggero bacio affettuoso e scivolò fuori dalla camera, lasciandomi sola con i miei pensieri.
Più tardi, sedute in salotto assieme ai rispettivi fidanzati, continuai a osservarla di nascosto. Tra lei e Francesco sembrava essersi scavato un solco di totale incomunicabilità: lui era completamente assorbito dallo schermo del proprio smartphone, del tutto assente, mentre Chiara lo fissava con lo sguardo perso, distante, la testa chiaramente altrove.
Quanto avrei voluto prenderla per mano, trascinarla di sopra nella mia camera e costringerla a sfogarsi, facendomi confidare ogni singola angoscia mentre la tenevo stretta a me, coccolandola per farla sentire al sicuro.
Tommaso insiste per uscire, e dopo il cinema mi portò in un locale dall'atmosfera intimista, dove, nella penombra di luci soffuse, le note calde di una musica lounge avvolgevano i tavoli e addolcivano i pensieri.
«Allora... sei pronta per il tuo amichetto? Lo hai più sentito?» disse con uno sguardo carico di morbosa libidine.
Lo fissai per qualche istante in silenzio, assaporando l'attesa e meditando su cosa rispondergli. Poi chiesi: «Di quale parli? Di Bruno?»
«Già, effettivamente, vista la schiera dei tuoi amanti, meglio essere precisi» replicò con una nota di bizzarro orgoglio nella voce. «Parlavo di Luca. Domenica mattina ti passo a prendere: lui e Marco ci aspettano per mezzogiorno proprio all'uscita dell'autostrada.»
Valutai le sue parole con attenzione. «Ma sei davvero sicuro? Guarda che Luca non ha la maturità di Bruno: quello si è messo in testa che io ti debba lasciare per fare coppia fissa con lui.»
«E a te piacerebbe?»
«Scherzi? Con quanto è geloso e soffocante?»
«Però è bravo a scopare, a quanto mi hai raccontato...»
«Sì, in quello sa il fatto suo, ma per il resto è di una paranoia insopportabile. E poi che c'entra? Io ho già Bruno!» ribattei seccata.
«Ti piace proprio questo Bruno, eh?»
«Sicuro! E ti garantisco che mi scopa persino meglio di Luca.»
Sembrava surreale, un'assurdità inconcepibile soltanto un mese prima: raccontare al mio fidanzato le prestazioni dei miei amanti, con lui che, dall'altra parte del tavolino, mi fissava col respiro corto, sul punto di esplodere da un momento all'altro e macchiarsi i pantaloni.
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