Il profumo del fagiano 1 parte
scritto il 2026-10-30 tempo di lettura 8 min
di
Angelo B
genere
corna
cura
A
Il profumo del fagiano
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Angy, 61 anni, e Aurora, 25, si sfidano dal balcone in un pomeriggio di giugno. Lei lo invita per un caffè mentre il marito è via. Tra vino, detersivo e desiderio, la distanza si annulla: lui scavalca la ringhiera, lei si spoglia senza esitare. Il tempo stringe, la fame è troppa.
---
Il sole di giugno batteva implacabile sui tetti del quartiere periferico, incollando la luce alle persiane socchiuse come miele colato su una lastra di metallo. Angy sedeva sulla sedia di vimini nel piccolo balcone del suo appartamento al secondo piano, con le ginocchia divaricate e un bicchiere di vino bianco appannato dal caldo stretto tra le dita nodose. Sessantuno anni portati male sulle spalle, portati bene sulle gambe, perché le gambe avevano camminato per monti e per valli e sapevano ancora reggere il peso di un uomo che non si arrendeva all'età. Indossava solo una canottiera ingiallita e un paio di pantaloncini corti, e il sudore gli colava lungo le tempie in rivoli sottili.
Il balcone di Aurora era due metri più in là, separato dal suo da una ringhiera arrugginita e da un vaso di gerani rinsecchiti che nessuno annaffiava più. Aurora uscì in quel momento con una cesta di panni appena stesi, e il sole le colpì la nuca come una mazzata di luce. Aveva venticinque anni e il corpo di chi era cresciuto in campagna, tra ortaggi e polli e terra rossa sotto le unghie: fianchi larghi che reggevano la stoffa dei leggings neri senza bisogno di elastico, seni pieni che premevano contro la maglietta bianca con la stessa insistenza di due frutti maturi pronti a cadere dall'albero. I capelli castani erano raccolti in una coda disordinata, e qualche ciocca incollata al collo dal sudore disegnava linee scure sulla pelle abbronzata.
«Angy, ma stai sempre su quel balcone come un gatto randagio?» disse lei senza voltarsi, appendendo una molletta al lenzuolo che sbatacchiava nel vento caldo.
«E tu stai sempre a stendere panni come una massaia del dopoguerra» rispose lui, e il tono della sua voce era quello di chi sa già cosa verrà dopo.
Aurora si girò, e il movimento le fece aderire la maglietta al ventre. Si vedeva l'ombra dell'ombelico, la linea del costume sotto i leggings, il solco tra i seni come una ferita scura nella stoffa. «Massaia sarà mio marito, che parte ogni lunedì e torna ogni venerdì e manco si accorge se la casa è pulita o sporca.» Poggiò la cesta sul tavolino di plastica e si sporse dalla ringhiera, verso di lui. «Tu invece? Non hai niente da fare oggi?»
Angy bevve un sorso di vino. Il bicchiere lasciò un cerchio umido sul tavolo. «Io ho sempre qualcosa da fare. La questione è se vale la pena farla.»
Aurora sorrise, e il sorriso le tirò le labbra in un modo che scopriva il dente canino sinistro, quello un po' storto che la rendeva meno perfetta e più vera. «E secondo te vale la pena?»
«Dipende da cosa mi proponi.»
Lei non rispose subito. Si mordicchiò il labbro inferiore, poi si sfilò la molletta dalla bocca — quella che teneva tra i denti per avere le mani libere — e la lanciò nel cesto. «Mio marito è partito ieri sera. Tornerà venerdì. La casa è vuota.» Fece una pausa, e nel silenzio si sentì il rumore di un motorino in strada, tre piani più sotto. «Se ti va di venire a bere un caffè... o quello che ti va.»
Angy posò il bicchiere. Si alzò dalla sedia di vimini e le ginocchia scrocchiarono come rami secchi spezzati. «Il caffè lo bevo sempre volentieri» disse, ma il modo in cui la guardava non era quello di chi pensa al caffè. Era lo sguardo di un uomo che ha visto molte donne nella sua vita e ha imparato a riconoscere quelle che valgono il rischio, la fatica, il sudore.
Attraversò il balcone, scavalcò la ringhiera con una gamba poi con l'altra — un'operazione che a sessantuno anni richiedeva più attenzione di quanto volesse ammettere — e atterrò sul balcone di Aurora con un tonfo sordo. Lei non si scostò. Anzi, gli venne incontro, e quando furono a mezzo metro l'uno dall'altra, il calore che emanava dal suo corpo era quasi solido, come una parete di estate compressa.
«Puzzi di vino» disse Aurora, arricciando il naso.
«E tu puzzi di detersivo e di donna.»
Lei rise, una risata breve e rauca, da fumatrice occasionale. Poi si voltò e aprì la porta-finestra, e l'aria condizionata dell'appartamento li investì come un'onda fredda. La casa era piccola, ordinata in modo approssimativo: il tavolo della cucina coperto di bollette e riviste, il divano grigio con un plaid gettato sopra, il televisore acceso su un canale di televendite con il volume abbassato. Sul comodino dell'ingresso, una foto incorniciata di Aurora in abito da sposa accanto a un uomo biondo e magro, con il sorriso di chi non sa ancora cosa lo aspetta.
Angy guardò la foto mentre si toglieva le ciabatte. «Bel ragazzo» disse.
«È un brav'uomo» rispose Aurora dalla cucina, dove stava versando l'acqua nella moka. «Lavora tanto. Mi mantiene. Mi lascia sola cinque giorni su sette.» Il gas acceso fece clic, e la fiamma azzurra illuminò dal basso il suo viso chino sul fornello. «Però non mi scopa abbastanza.»
Lo disse come chi dice che il pane è raffermo, con la stessa naturalezza, lo stesso disappunto pratico. Angy si sedette sul divano e il plaid scivolò a terra. Non lo raccolse. «E quanto sarebbe abbastanza, per una come te?»
Aurora si rialzò e si appoggiò con i fianchi al bordo del tavolo della cucina. Le gambe incrociate alle caviglie, i piedi nudi con le unghie smaltate di rosso scuro contro il pavimento di ceramica. «Per una come me?» ripeté, e la voce le si abbassò di mezzo tono. «Per una come me non c'è abbastanza. Sono cresciuta in un paese di mille anime, Angy. Non c'era niente da fare se non scopare e mangiare. E io ho sempre avuto più fame di scopare che di mangiare.»
Il caffè cominciò a gorgogliare nella moka. Aurora non si mosse per spegnere il gas. Rimase lì, con le braccia conserte sotto il seno, e il gesto la sollevò verso l'alto come un'offerta che non chiedeva permesso. «Tu quanti anni hai?» chiese.
«Sessantuno.»
«Sessantuno.» Lo disse assaporando le sillabe, come se le stesse misurando sulla lingua. «Mio marito ne ha trentadue e non mi basta. Tu ne hai sessantuno e io ti guardo dal balcone ogni mattina e penso: quello lì sì che saprebbe montarmi come si deve.»
Angy non disse nulla. Il caffè iniziò a traboccare, schiuma scura che colava sul fornello e sfrigolava sulla fiamma. Aurora si girò per spegnere il gas, e nel farlo inarcò la schiena, e i leggings le disegnarono il solco tra le natiche con la precisione di un disegno anatomico. Quando si voltò di nuovo aveva due tazzine in mano e un'espressione che non era più quella della vicina chiacchierona del balcone: era lo sguardo di una donna che ha deciso e non chiede conferme.
«Il caffè si fredda» disse, porgendogli la tazzina.
Angy la prese. La porcellana era calda contro i suoi palmi callosi. Bevve un sorso senza staccare gli occhi da lei, e Aurora bevve il suo stando in piedi davanti a lui, le gambe leggermente aperte, il pube all'altezza del suo viso. Il profumo del caffè si mescolava a quello del detersivo e a qualcosa di più denso, più animale, che veniva da sotto la stoffa dei leggings e che Angy riconobbe con la certezza di chi ha passato una vita a riconoscere gli odori delle donne.
«Sai cosa mi piace di te, Angy?» disse Aurora, posando la tazzina vuota sul tavolo con un clic secco. «Che non fai domande inutili. Non chiedi se sono sicura. Non chiedi se mi pento. Non fai la faccia da persona perbene.» Si portò le mani ai fianchi e inclinò la testa. «Mi guardi e basta, come mi guardi dal balcone ogni santa mattina. Come un cane da caccia che ha puntato il fagiano e aspetta solo che il padrone dica vai.»
Angy posò la tazzina sul pavimento, accanto al divano. Si asciugò le labbra con il dorso della mano. «Il padrone non c'è» disse. «E il fagiano mi sta davanti con le zampe aperte.»
Aurora rise di nuovo, quella stessa risata rauca, e si sfilò la maglietta dalla testa in un gesto solo, senza esitazione, senza pudore. I seni ricaddero liberi, pesanti e abbronzati, con i capezzoli scuri come more mature che si raggrinzirono subito sotto il soffio dell'aria condizionata. Il ventre era piatto ma morbido, con una sottile linea di peluria scura che scendeva dall'ombelico verso l'elastico dei leggings.
«Allora vai» disse. «E vedi di non sprecare il tempo, perché ho aspettato tutta la settimana e non ho intenzione di aspettare ancora.»
Angy si alzò dal divano, e le sue ginocchia non scrocchiarono questa volta, come se il corpo avesse deciso di dimenticare l'età per il tempo necessario a fare quello che doveva fare.
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Angy, 61 anni, e Aurora, 25, si sfidano dal balcone in un pomeriggio di giugno. Lei lo invita per un caffè mentre il marito è via. Tra vino, detersivo e desiderio, la distanza si annulla: lui scavalca la ringhiera, lei si spoglia senza esitare. Il tempo stringe, la fame è troppa.
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Il sole di giugno batteva implacabile sui tetti del quartiere periferico, incollando la luce alle persiane socchiuse come miele colato su una lastra di metallo. Angy sedeva sulla sedia di vimini nel piccolo balcone del suo appartamento al secondo piano, con le ginocchia divaricate e un bicchiere di vino bianco appannato dal caldo stretto tra le dita nodose. Sessantuno anni portati male sulle spalle, portati bene sulle gambe, perché le gambe avevano camminato per monti e per valli e sapevano ancora reggere il peso di un uomo che non si arrendeva all'età. Indossava solo una canottiera ingiallita e un paio di pantaloncini corti, e il sudore gli colava lungo le tempie in rivoli sottili.
Il balcone di Aurora era due metri più in là, separato dal suo da una ringhiera arrugginita e da un vaso di gerani rinsecchiti che nessuno annaffiava più. Aurora uscì in quel momento con una cesta di panni appena stesi, e il sole le colpì la nuca come una mazzata di luce. Aveva venticinque anni e il corpo di chi era cresciuto in campagna, tra ortaggi e polli e terra rossa sotto le unghie: fianchi larghi che reggevano la stoffa dei leggings neri senza bisogno di elastico, seni pieni che premevano contro la maglietta bianca con la stessa insistenza di due frutti maturi pronti a cadere dall'albero. I capelli castani erano raccolti in una coda disordinata, e qualche ciocca incollata al collo dal sudore disegnava linee scure sulla pelle abbronzata.
«Angy, ma stai sempre su quel balcone come un gatto randagio?» disse lei senza voltarsi, appendendo una molletta al lenzuolo che sbatacchiava nel vento caldo.
«E tu stai sempre a stendere panni come una massaia del dopoguerra» rispose lui, e il tono della sua voce era quello di chi sa già cosa verrà dopo.
Aurora si girò, e il movimento le fece aderire la maglietta al ventre. Si vedeva l'ombra dell'ombelico, la linea del costume sotto i leggings, il solco tra i seni come una ferita scura nella stoffa. «Massaia sarà mio marito, che parte ogni lunedì e torna ogni venerdì e manco si accorge se la casa è pulita o sporca.» Poggiò la cesta sul tavolino di plastica e si sporse dalla ringhiera, verso di lui. «Tu invece? Non hai niente da fare oggi?»
Angy bevve un sorso di vino. Il bicchiere lasciò un cerchio umido sul tavolo. «Io ho sempre qualcosa da fare. La questione è se vale la pena farla.»
Aurora sorrise, e il sorriso le tirò le labbra in un modo che scopriva il dente canino sinistro, quello un po' storto che la rendeva meno perfetta e più vera. «E secondo te vale la pena?»
«Dipende da cosa mi proponi.»
Lei non rispose subito. Si mordicchiò il labbro inferiore, poi si sfilò la molletta dalla bocca — quella che teneva tra i denti per avere le mani libere — e la lanciò nel cesto. «Mio marito è partito ieri sera. Tornerà venerdì. La casa è vuota.» Fece una pausa, e nel silenzio si sentì il rumore di un motorino in strada, tre piani più sotto. «Se ti va di venire a bere un caffè... o quello che ti va.»
Angy posò il bicchiere. Si alzò dalla sedia di vimini e le ginocchia scrocchiarono come rami secchi spezzati. «Il caffè lo bevo sempre volentieri» disse, ma il modo in cui la guardava non era quello di chi pensa al caffè. Era lo sguardo di un uomo che ha visto molte donne nella sua vita e ha imparato a riconoscere quelle che valgono il rischio, la fatica, il sudore.
Attraversò il balcone, scavalcò la ringhiera con una gamba poi con l'altra — un'operazione che a sessantuno anni richiedeva più attenzione di quanto volesse ammettere — e atterrò sul balcone di Aurora con un tonfo sordo. Lei non si scostò. Anzi, gli venne incontro, e quando furono a mezzo metro l'uno dall'altra, il calore che emanava dal suo corpo era quasi solido, come una parete di estate compressa.
«Puzzi di vino» disse Aurora, arricciando il naso.
«E tu puzzi di detersivo e di donna.»
Lei rise, una risata breve e rauca, da fumatrice occasionale. Poi si voltò e aprì la porta-finestra, e l'aria condizionata dell'appartamento li investì come un'onda fredda. La casa era piccola, ordinata in modo approssimativo: il tavolo della cucina coperto di bollette e riviste, il divano grigio con un plaid gettato sopra, il televisore acceso su un canale di televendite con il volume abbassato. Sul comodino dell'ingresso, una foto incorniciata di Aurora in abito da sposa accanto a un uomo biondo e magro, con il sorriso di chi non sa ancora cosa lo aspetta.
Angy guardò la foto mentre si toglieva le ciabatte. «Bel ragazzo» disse.
«È un brav'uomo» rispose Aurora dalla cucina, dove stava versando l'acqua nella moka. «Lavora tanto. Mi mantiene. Mi lascia sola cinque giorni su sette.» Il gas acceso fece clic, e la fiamma azzurra illuminò dal basso il suo viso chino sul fornello. «Però non mi scopa abbastanza.»
Lo disse come chi dice che il pane è raffermo, con la stessa naturalezza, lo stesso disappunto pratico. Angy si sedette sul divano e il plaid scivolò a terra. Non lo raccolse. «E quanto sarebbe abbastanza, per una come te?»
Aurora si rialzò e si appoggiò con i fianchi al bordo del tavolo della cucina. Le gambe incrociate alle caviglie, i piedi nudi con le unghie smaltate di rosso scuro contro il pavimento di ceramica. «Per una come me?» ripeté, e la voce le si abbassò di mezzo tono. «Per una come me non c'è abbastanza. Sono cresciuta in un paese di mille anime, Angy. Non c'era niente da fare se non scopare e mangiare. E io ho sempre avuto più fame di scopare che di mangiare.»
Il caffè cominciò a gorgogliare nella moka. Aurora non si mosse per spegnere il gas. Rimase lì, con le braccia conserte sotto il seno, e il gesto la sollevò verso l'alto come un'offerta che non chiedeva permesso. «Tu quanti anni hai?» chiese.
«Sessantuno.»
«Sessantuno.» Lo disse assaporando le sillabe, come se le stesse misurando sulla lingua. «Mio marito ne ha trentadue e non mi basta. Tu ne hai sessantuno e io ti guardo dal balcone ogni mattina e penso: quello lì sì che saprebbe montarmi come si deve.»
Angy non disse nulla. Il caffè iniziò a traboccare, schiuma scura che colava sul fornello e sfrigolava sulla fiamma. Aurora si girò per spegnere il gas, e nel farlo inarcò la schiena, e i leggings le disegnarono il solco tra le natiche con la precisione di un disegno anatomico. Quando si voltò di nuovo aveva due tazzine in mano e un'espressione che non era più quella della vicina chiacchierona del balcone: era lo sguardo di una donna che ha deciso e non chiede conferme.
«Il caffè si fredda» disse, porgendogli la tazzina.
Angy la prese. La porcellana era calda contro i suoi palmi callosi. Bevve un sorso senza staccare gli occhi da lei, e Aurora bevve il suo stando in piedi davanti a lui, le gambe leggermente aperte, il pube all'altezza del suo viso. Il profumo del caffè si mescolava a quello del detersivo e a qualcosa di più denso, più animale, che veniva da sotto la stoffa dei leggings e che Angy riconobbe con la certezza di chi ha passato una vita a riconoscere gli odori delle donne.
«Sai cosa mi piace di te, Angy?» disse Aurora, posando la tazzina vuota sul tavolo con un clic secco. «Che non fai domande inutili. Non chiedi se sono sicura. Non chiedi se mi pento. Non fai la faccia da persona perbene.» Si portò le mani ai fianchi e inclinò la testa. «Mi guardi e basta, come mi guardi dal balcone ogni santa mattina. Come un cane da caccia che ha puntato il fagiano e aspetta solo che il padrone dica vai.»
Angy posò la tazzina sul pavimento, accanto al divano. Si asciugò le labbra con il dorso della mano. «Il padrone non c'è» disse. «E il fagiano mi sta davanti con le zampe aperte.»
Aurora rise di nuovo, quella stessa risata rauca, e si sfilò la maglietta dalla testa in un gesto solo, senza esitazione, senza pudore. I seni ricaddero liberi, pesanti e abbronzati, con i capezzoli scuri come more mature che si raggrinzirono subito sotto il soffio dell'aria condizionata. Il ventre era piatto ma morbido, con una sottile linea di peluria scura che scendeva dall'ombelico verso l'elastico dei leggings.
«Allora vai» disse. «E vedi di non sprecare il tempo, perché ho aspettato tutta la settimana e non ho intenzione di aspettare ancora.»
Angy si alzò dal divano, e le sue ginocchia non scrocchiarono questa volta, come se il corpo avesse deciso di dimenticare l'età per il tempo necessario a fare quello che doveva fare.
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