La cena

scritto il 2026-10-30 tempo di lettura 11 min

di
genere
feticismo
cura
A

Uscii dalle porte a vetri dell'università e, passato il pronao razionalista, mi trovai investita dalla luce di questo ottobre estivo come fosse uno schiaffo tiepido. L'odore dell'erba appena tagliata risaliva le narici e mi fermai sui gradini. La borsa a tracolla che mi premeva sul fianco oscillò.

Oltre il cancello vidi lui. E la sua Aston Martin blu cobalto.

L'auto parcheggiata in seconda fila, con il muso pronto a scappare, una giacca moka buttata sul tettuccio. E Franco, appoggiato al tronco di un platano con il telefono all'orecchio e il nodo della cravatta allentato, parlava e gesticolava poi il suo sguardo virò verso di me e si fermò.

Sorrise.

Quel sorriso sbilenco che gli sollevava solo l'angolo sinistro della bocca, come se sapesse qualcosa che io non sapevo ancora. Abbassò il telefono, lo infilò nella tasca della giacca e restò lì, ad aspettarmi.

— Occazzo — mormorai.

Le mie gambe si misero in marcia prima che potessi decidere se fosse una buona idea. Sentivo gli sguardi addosso degli altri che uscivano dietro di me, dei tre prof che fumavano sotto la pensilina, della signora delle pulizie che spingeva il carrello verso l'ingresso. Tutti a guardare l'auto blu e l'uomo con la camicia celeste che non staccava gli occhi da me.

Raggiunsi la vettura e la voce stentò a uscirmi dalle labbra, più del previsto.

— Ciao.
— Ciao, ingegnera. Sali. Dobbiamo essere a Milano per le otto.

Allungò la mano e mi scostò una ciocca dietro l'orecchio. Le sue dita indugiarono sul lobo.

— Milano? — sibilai.

Annuì e aprì la portiera del passeggero.
Il sedile di pelle chiara era caldo, sapeva di tabacco e di quel dopobarba al legno di sandalo che usava solo lui. Mi accomodai, le ginocchia strette, la borsa in grembo come uno scudo.
L'auto partì con un rombo basso, quasi animale. Franco guidava con una mano sola, il polso appoggiato al volante, l'altra mano sulla console a fare partire la radio.

— Su racconta, che ti insegnano là dentro?
— Chimica, per ora. Ma come mai sei qui?
— Ti dispiace?
— Non saprei, però cambia musica che 'sta roba disco anni Ottanta...
— Sì, in effetti... Guns?
— Meglio.

La città si perdeva dietro di noi; un intrepido centauro ci sfrecciò di fianco e, guardandoci, rischiò di andare a sbattere. A noi venne da ridere.

— Allora. Stasera cena a Milano, un cliente grosso, uno che muove fili che non immagini. Tu devi essere brillante, sorridere, ascoltare più di quanto parli. Se ti chiede del tuo ruolo, digli che ti occupi del commerciale, niente dettagli. Se fa battute, ridi. Se ti versa da bere, non rifiutare. Ricorda: tu sei il mio alter ego. Devi solo ascoltarlo, annuire e... soprattutto, conquistarlo. Non ti sarà difficile.
— Sembra un'operazione militare.
— Lo è. Ma con un vestito migliore — rise.
— Quindi devo recitare.
— Devi essere te stessa. Solo che sei lì con me.
— Ma non sarebbe più logico Ale?
— Forse. Ma è più un gestore, tu sei molto più adatta.

Le sue parole restarono sospese nell'abitacolo. Fuori, l'autostrada scorreva via fra campi coltivati alternati ai capannoni industriali, mentre il sole calava dietro le colline come una moneta che affonda nell'acqua.
La sua destra lasciò lo sterzo e si posò sul mio ginocchio. Un gesto che aveva fatto decine di volte, un gesto da amico. Solo che quella volta le dita si aprirono a ventaglio e sfiorarono lentamente l'interno coscia attraverso il jeans.

— Franco.
— Eh.
— La mano.
— Ti dà fastidio?

Non mi dava fastidio. Il palmo era caldo attraverso la stoffa dei pantaloni, le dita lunghe e curate premevano appena sulla carne. Spostai il peso sul sedile e istintivamente allontanai, invano, le ginocchia. Qualcosa nel basso ventre, però, si contrasse.

— Non è quello il punto.
— E qual è il punto?

Non risposi. La mano di Franco salì ancora; le dita trovarono la cucitura del jeans e la seguirono come una linea di confine. Chiusi gli occhi.

— Smettila.
— Smettila davvero o smettila e basta?
— Franco.
— Dimmi di no e la tolgo. Subito.

Silenzio. Il motore cantava fra le note dei Guns o degli Aerosmith, non ricordo. Le dita di Franco raggiunsero il punto in cui la cucitura si univa, premettero leggermente. Aprii le gambe. Fu un movimento involontario, minimo, ma lui lo avvertì.

— Brava ragazza — mormorò.
— Vaffanculo.
— Sei bellissima quando arrossisci.
— Smetti...

La mia voce fu solo un flebile lamento. Non me n'ero accorta: stavo respirando con le labbra dischiuse e il petto che si alzava e abbassava troppo in fretta.
La mano non si spostò. Anzi, le dita si fecero più audaci, scivolando verso l'interno coscia dove la pelle era più tenera, dove il sangue pulsava con un calore che mi stava tradendo. Strinsi le gambe. Le sue dita restarono intrappolate, ma non si ritirarono. Iniziarono a muoversi piano, un massaggio lento e circolare che mi fece mordere il labbro inferiore.

— Franco, ti prego.
— Ti prego cosa?
— Ti prego, non qui.

Sorrise. Lo vidi con la coda dell'occhio, quel sorriso beffardo che gli scavava sempre la fossetta sulla guancia sinistra. Ritirò la mano e se la portò alle labbra, annusando le dita.

— Dici sempre di no, Matilde. Ma il tuo odore dice di sì.

L'albergo era un business hotel in centro, con il portiere in guanti bianchi e il marmo lucido che rifletteva i nostri passi. La stanza al quarto piano, grande e con le finestre che affacciavano sulla piazza e su Milano, aveva una doccia a pioggia dietro un vetro talmente pulito che sembrava non ci fosse.
Posai la borsa sul letto. Mi guardai intorno, con le dita che tremavano mentre vi armeggiavo dentro per cercare almeno un eyeliner.

— Devo farmi una doccia — dissi.
— Certo.
— Se qualcuno mi avesse avvertito... Avrei portato almeno due trucchi e un vestito decente.
— Tu non hai bisogno di niente.

Ma non mi mossi. Invece, lentamente, iniziai a spogliarmi.

La giacca per prima, sfilata dalle spalle con un movimento che voleva essere naturale, ma che tradiva una lentezza calcolata. Poi la camicia: bottoni che si aprivano uno alla volta, rivelando il pizzo del reggiseno, la curva dei seni e lo stomaco che si contraeva per l'anticipazione.

Lui era seduto sulla poltrona, le gambe accavallate, gli occhi che seguivano ogni mio gesto senza battere ciglio.

Slacciai i pantaloni e li lasciai scivolare lungo le gambe. Mi voltai, gli diedi le spalle e sganciai il reggiseno, facendolo cadere a terra con un gesto apparentemente casuale. Poi le mutandine, un semplice tessuto bianco che planò sulle caviglie.

Nuda, mi diressi verso il bagno senza voltarmi. Sentii il suo respiro, un sospiro trattenuto, poi il rumore della sedia che si spostava.
L'acqua era calda, quasi bollente. Mi ci misi sotto, con il vapore che mi avvolgeva come un lenzuolo e i capelli appiccicati alla schiena. Chiusi gli occhi.

La porta del box doccia cigolò sul binario.

Franco entrò senza dire nulla, nudo, il corpo asciutto e tonico, l'erezione già evidente mentre mi guardava. Mi prese per i fianchi, mi fece voltare e la sua bocca fu sulla mia.
Ci baciammo con una fame che sapeva di attesa. Le sue labbra erano morbide, la lingua esigente, i denti che mi mordevano il labbro inferiore fino a farmi male. Mi prese per i capelli e mi tirò indietro la testa; la sua bocca scese sul collo, sulla clavicola, fino al seno. Senza fretta, sotto il flagello dell'acqua.

— Ti voglio — disse contro la mia pelle, con il suo alito caldo e bagnato.
— Allora prendimi.

Mi sollevò di peso. Gli cinsi la vita con le gambe, la schiena premuta contro le piastrelle fredde e lo sentii spingere. Il suo membro penetrò in me con un solo movimento, riempiendomi, allargandomi. Gridai, o forse era un gemito, non lo so, mentre l'acqua mi entrava in bocca e mi faceva tossire.
Iniziò a muoversi. Lento. Baciandomi, toccandomi, sostenendomi per le cosce; poi più veloce, il suo pube che sbatteva contro il mio con un ritmo che cresceva, il suono della pelle contro la pelle che si mischiava a quello dell'acqua. Le mie unghie gli graffiavano le spalle, i miei gemiti si trasformavano in parole senza senso, mentre lui affogava i suoi sussurri nel mio collo, sospiri che si fondevano nelle nostre bocche fra i baci. Aveva i suoi occhi fissi nei miei, nella brama di vedere il piacere montare dentro di me come un'onda.

— Franco, Franco, io... Sì, sì, così...
— Lo so. Sì, sei tutto ciò che desidero.

Mi prese per i fianchi e accelerò. Ogni spinta mi toglieva il respiro, mi faceva vedere le stelle dietro le palpebre chiuse. Venni con un grido che rimbalzò sulle piastrelle, il corpo che tremava, la carne che si stringeva intorno a lui in spasmi che non riuscivo a controllare. Lui seguì dopo pochi secondi: il suo membro pulsava dentro di me mentre veniva, riempiendomi del suo calore.
Ci baciammo ancora, sotto l'acqua, i nostri corpi incollati, fusi insieme, i respiri che si mescolavano come gli sguardi di un'intensa intesa.

Uscimmo barcollando dal bagno, grondanti acqua e piacere; ci buttammo sul letto, io ancora avvingiata a lui. Avevo voglia che mi prendesse ancora, che ricominciasse da capo.

Poi lui rise. Una risata bassa, da ragazzino, che mi fece sorridere.

— Dai, vestiti. Faremo tardi — disse.

Aprì un porta-abiti verde — apparso chissà da dove — e tirò fuori un vestito a portafoglio in seta borgogna e due décolleté nere per me, un gessato antracite per lui.
Ci vestimmo facendoci i dispetti. Lui mi slegò il vestito due volte e poi mi pizzicò il sedere; io gli sfilai la cravatta e gliela gettai dalla finestra, dicendogli che mi sembrava un banchiere. Ridevamo come due scemi, i corpi ancora caldi di doccia e di sesso, i capelli umidi, l'odore della pelle dell'uno addosso all'altra.

Mentre mi asciugavo con il phon, lui mi mise sotto il naso uno stick nero cinto d'oro.

— 404, l'unico trucco che ti concedo.

Entrammo nel ristorante, che era a due passi dall'hotel. Il cameriere ci accompagnò al tavolo, in una saletta dalle luci intime, con tovaglie di lino bianco e calici di cristallo.
Era apparecchiato per due. Una rosa barocca troneggiava nel mezzo del tavolo, dentro uno vasetto a stelo luccicante.
Mi fermai. Guardai Franco. Lui sorrideva di quel suo sorriso sbilenco, ma non disse nulla.

— Il cliente? — chiesi.
— Non c'è nessun cliente.
— Come?
— Volevo stare con te. Volevo portarti via da quell'università, per stare con te. Volevo te.
— Cretino...

Ma era un equivoco. Due tavoli oltre, al di là di un arco, un uomo ci fece un cenno. Un bel cinquantenne, capelli castani chiari: Vittorio De Angelis. Seduto a fianco c'era un tipo sui trenta, Filippo, dai modi che mi apparsero non prettamente maschili, forse ingannata dai suoi lineamenti molto delicati del viso e dai lunghi capelli ramati.
Entrambi erano in abito scuro.

— Franco! Quaggiù.

Lo raggiungemmo. Presentazioni, strette di mano. Gli occhi azzurri di De Angelis si soffermarono su di me un istante di troppo.
La cena scivolò via tra discorsi di tessuti, filati e catene di fornitura. Io diedi prova di spigliatezza, citando trend e articoli che avevo letto. De Angelis mi guardava con crescente interesse.

Poi, sotto il tavolo, qualcosa. Una scarpa che si sfilava. Un piede nudo che risaliva lungo la mia caviglia. Il mio sguardo incontrò quello di Vittorio. Non sorrise. I suoi occhi erano fermi, intensi.
Il suo piede mi accarezzò lungo il polpaccio, poi lungo la coscia. Aprii le gambe, appena; i lembi della gonna scivolarono, scoprendo la pelle. Lui proseguì, audace, le dita che mi sfioravano l'interno coscia, sempre più su, fino a toccarmi attraverso le mutandine. Trattenni il respiro.

Franco parlava di filati, tessuti di cotone e pettinato accanto a me, ignaro.

Sfilai la mia tacco otto nera. Il mio piede cercò la gamba di Vittorio, senza fretta, salì lungo la stoffa fino alla coscia. Tesi le dita e trovai duro sotto i pantaloni; lo sfiorai, sentendolo pulsare. Lui, sorpreso, strinse le labbra, continuando a parlare di grammature.
L'alchimia era palpabile. Ogni parola era un doppio senso, ogni sguardo una promessa. Quando brindammo all'accordo, i nostri bicchieri si toccarono sopra il tavolo e i nostri piedi sotto.

Sulla porta del ristorante, Franco si attardava a parlare con Filippo, così Vittorio mi prese per un braccio, attirandomi dietro un pilastro. La sua bocca trovò la mia. Un bacio rapido, profondo, con la sua lingua che assaggiava la mia. Poi si staccò e mi guardò, con gli occhi saturi di desiderio.

— A presto, Matilde — disse.

Se ne andò sottobraccio al suo collaboratore. Io rimasi lì, le labbra che bruciavano, il cuore che batteva, il sapore del suo bacio ancora in bocca. Franco mi raggiunse, forse ignaro, e mi prese per mano.
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