Il mio corpo in schegge
di
Daniela.94
genere
dominazione
Sono in macchina con Marco.
Novembre.
Il cielo è basso, di un grigio uniforme che non promette nulla. La A12 scorre sotto le ruote, bagnata dalla pioggia fine che cade da ore. L’aria dentro l’abitacolo odora di cuoio e di lui. Porto un piumino nero, leggero, e una gonna corta di lana grigia. Niente calze. Le cosce sono a contatto diretto con il sedile di pelle. Ogni tanto, quando la macchina prende una curva, la gonna sale di qualche centimetro e io non la riabbasso.
So che lui guarda. Marco guida con una sola mano. L’altra, dopo venti minuti di silenzio, scende sulla mia gamba sinistra e resta lì, pesante, immobile. Non accarezza. Tiene. Il pollice preme appena sopra il ginocchio, come a segnare un confine. So già tutto.
So che stasera, nella casa in collina che guarda il mare della Liguria, ci sarà Giulia. La barista. Vent’anni, i capelli scuri sempre raccolti, il corpo ancora senza cedimenti. Marco me l’ha detto ieri sera, mentre mi scopava contro il frigorifero, con quella voce piatta che usa quando comunica un fatto, non una proposta.
«Voglio vedervi insieme.»
Io ho annuito.
Come sempre.
Adesso, in auto, non parliamo. Il tergicristallo batte un ritmo monotono. Io guardo fuori: i pini scuri, i cartelli, le altre macchine che ci superano. Dentro di me non c’è eccitazione, solo quella familiarità fredda con quello che sta per succedere. So come mi userà.
So che mi farà leccare Giulia mentre lui mi prende, o forse mi legherà e guarderà. Non importa.
Dopo un’ora e mezza scende all’autogrill. Non per benzina.
Per me.
Si ferma nel parcheggio quasi deserto, lontano dall’ingresso principale. Spegne il motore. «Levati le mutandine.»
La voce è calma, senza tono speciale. Obbedisco. Sollevo i fianchi, faccio scivolare le mutandine lungo le cosce e le tiro via. Le piego e le metto nella tasca del piumino. Adesso, sotto la gonna corta, non c’è più nulla.
L’aria fredda mi tocca subito. Marco apre lo sportello. «Scendi.» Attraversiamo il parcheggio. La pioggia è leggera, ma abbastanza da bagnarmi i capelli e a farmi sentire ancora più nuda sotto la gonna. I miei passi sono corti. Ogni movimento mi ricorda che non indosso niente sotto.
Marco cammina un passo davanti a me, le mani in tasca, come se stessi semplicemente accompagnando una donna al bagno. Entriamo.
Giriamo a vuoto tra gli scaffali dell’autogrill. Poca gente. L’aria puzzolente di caffè bruciato e disinfettante. Io cammino con la gonna corta e niente sotto. Ogni passo mi fa sentire l’aria fredda che mi sfiora la fica già umida. Le cosce si sfiorano e il liquido che mi esce da prima, da quando Marco mi ha tocato in macchina, mi cola lentamente verso il ginocchio.
Marco resta un passo dietro. Non mi tocca. Mi osserva soltanto.
Arriviamo al bancone.
«Ordina due caffè», dice.
Mi metto in coda. Davanti a me un uomo con la giacca di pile. Dietro di me Marco. Mentre aspetto, sento la sua mano che scivola sotto la gonna senza preavviso. Le dita mi aprono le natiche, poi scendono e trovano la fessura già aperta. Due dita mi entrano fino in fondo, mi allargano, mi esplorano con calma da chirurgo. Io resto immobile, lo sguardo fisso sul menu luminoso. Lui mi fotte piano con le dita, poi le estrae lucide e me le strofina sulla coscia interna, lasciando una striscia fredda. Nessuno se ne accorge. O forse sì. Non importa.
Prendo i due caffè. Le tazzine tremano appena tra le mie mani. Andiamo a un tavolino circolare alto, in piedi. Beviamo in silenzio. Il caffè è amaro, mi brucia la lingua. Io tengo la tazzina con entrambe le mani perché le dita mi puzzano ancora di me stessa.
Marco guarda verso i tavoli. C’è un camionista maghrebino, sui quarant’anni, giacca di pelle scura, barba corta, spalle larghe. Ci osserva da un pezzo. Marco gli fa un cenno minimo con il mento, poi si volta verso di me.
«Portalo in bagno.»
La voce è bassa, piatta, senza possibilità di rifiuto.
Appoggio la tazzina. Cammino verso l’uomo. Mi fermo davanti a lui.
«Vieni», dico soltanto.
Lui si alza senza chiedere nulla. Mi segue nei bagni delle donne, quelli in fondo, meno frequentati. Entro, lui entra dietro di me. Chiudo il chiavistello.
Il bagno è stretto, odore forte di pisscio e candeggina. Mi volto. Si sbottona i jeans con mani ruvide. Il cazzo gli esce già duro, scuro, grosso, le vene in rilievo.
Mi si rompe dentro qualcosa. Il sipario, quello che mi nasconde, non esiste più. Ora sono puttana, la puttana di Marco anche se lui non c'è. Succhio accovacciata un cazzo che non vedrò più.
Mi giro verso il lavandino, anche lui ha fretta di penetrarmi. Alzo la gonna fino alla vita e mi piego in avanti, le mani sul bordo di ceramica gelata. Lui mi apre le natiche con le dita callose, guarda un secondo la fica aperta e gocciolante, poi mi penetra di colpo fino in fondo. Un grugnito basso gli esce dalla gola. Mi prende con spinte lunghe e pesanti, tenendomi i fianchi con forza. Ogni colpo mi fa sbattere il bacino contro il lavandino. Sento il suo sacco battere contro di me, il suono umido e osceno della carne che si sbatte.
Non parliamo.
Sento solo il suo respiro caldo sulla mia schiena, il rumore della fica che lo succhia, il mio cuore che batte troppo forte.
Dopo pochi minuti accelera, mi stringe i fianchi fino a farmi male e viene dentro di me con un gemito rauco, spingendosi ancora più a fondo. Resta fermo un secondo, poi si ritrae. Il seme caldo mi cola subito lungo la coscia interna, fino al polpaccio. Lui si sistema i jeans, apre la porta e se ne va senza guardarmi in faccia.
Io resto ancora piegata. Sento il liquido caldo che continua a scendere. Poi mi rialzo, abbasso la gonna, mi guardo nello specchio. Le guance sono rosse, gli occhi lucidi, le labbra semiaperte. Il viso è lo stesso di sempre, solo un po’ più usato.
Esco.
Marco è ancora al tavolino, il caffè finito. Mi guarda e annuisce appena, soddisfatto.
«Andiamo», dice.
Mi chiedo da quanto tempo sto con Marco.
Due anni? Tre? Non ricordo più l’inizio con precisione. So solo che un giorno ho smesso di dire di no e da allora tutto è diventato automatico.
Cosa funziona tra noi due?
Il silenzio, soprattutto. Non dobbiamo parlare. Lui decide, io eseguo. C’è una precisione quasi meccanica nel modo in cui i nostri corpi si cercano e si usano. Ma c’è anche qualcos’altro che mi lega a lui: la certezza di essere vista fino in fondo, senza pietà e senza maschere. Con lui non devo fingere di essere intera. Posso essere il pezzo rotto che sono.
Non diciamo una parola.
Mi appoggio all’auto. La carrozzeria è fredda e bagnata dalla pioggia fine di novembre. Il metallo mi morde la schiena attraverso il piumino. Alzo la gonna.
Marco è già dietro di me. Sento le sue mani che mi aprono le natiche con calma. Il pollice preme contro l’ano, poi la saliva calda che lui ci sputa sopra. Mi penetra lentamente all’inizio, centimetro dopo centimetro, fino a sparire tutto dentro. Il dolore è netto, preciso, mi taglia il respiro.
Resta fermo un momento, poi inizia a muoversi.
Ogni spinta è un ricordo che mi passa sulla pelle.
Una spinta e sento di nuovo le ginocchia sul pavimento di casa, mentre raccoglievo con la lingua il seme che aveva sparso.
Un’altra spinta e le corde ai polsi, le ore passate legata con il vibratore che non si spegneva.
Ancora una spinta e i segni rossi delle frustate che restavano per giorni, le unghie conficcate nei fianchi, le parole basse e crude dette mentre mi usava.
Un’altra ancora e il pavimento freddo sotto la lingua, lo sperma da leccare davanti agli amici.
Ogni colpo mi riporta un pezzo di quelle umiliazioni e di quelle ferite, non come immagini che scorrono, ma come sensazioni che mi bruciano sulla pelle insieme al dolore dell’ano che si apre.
Vorrei soffrire di più. Glielo dico con il corpo, spingendomi indietro contro di lui. Lui lo capisce. Una mano mi scivola sotto il piumino, trova il seno e mi strizza il capezzolo tra pollice e indice, forte, fino a farmi gemere a denti stretti.
Penso a Giulia.
La bella Giulia. Vent’anni, il corpo ancora fresco, senza segni. Con lei Marco sarà diverso. Non la farà soffrire. La userà con più delicatezza, forse, o con una crudezza diversa, più leggera. Giulia non conosce ancora queste ferite. Non ha ancora imparato a desiderarle.
Marco accelera.
Le spinte diventano più dure, più profonde. Mi tiene i fianchi con una mano e continua a torcermi il capezzolo con l’altra. Il dolore e il piacere si sovrappongono fino a diventare la stessa cosa.
Viene dentro di me.
Sento il getto caldo, a ondate, che mi riempie il culo. Resta conficcato ancora qualche secondo, poi si ritrae. Il seme caldo mi cola subito lungo la coscia, mescolandosi alla pioggia.
Mi sistemo la gonna.
Marco si abbottona.
Ora possiamo andare da Giulia.
Novembre.
Il cielo è basso, di un grigio uniforme che non promette nulla. La A12 scorre sotto le ruote, bagnata dalla pioggia fine che cade da ore. L’aria dentro l’abitacolo odora di cuoio e di lui. Porto un piumino nero, leggero, e una gonna corta di lana grigia. Niente calze. Le cosce sono a contatto diretto con il sedile di pelle. Ogni tanto, quando la macchina prende una curva, la gonna sale di qualche centimetro e io non la riabbasso.
So che lui guarda. Marco guida con una sola mano. L’altra, dopo venti minuti di silenzio, scende sulla mia gamba sinistra e resta lì, pesante, immobile. Non accarezza. Tiene. Il pollice preme appena sopra il ginocchio, come a segnare un confine. So già tutto.
So che stasera, nella casa in collina che guarda il mare della Liguria, ci sarà Giulia. La barista. Vent’anni, i capelli scuri sempre raccolti, il corpo ancora senza cedimenti. Marco me l’ha detto ieri sera, mentre mi scopava contro il frigorifero, con quella voce piatta che usa quando comunica un fatto, non una proposta.
«Voglio vedervi insieme.»
Io ho annuito.
Come sempre.
Adesso, in auto, non parliamo. Il tergicristallo batte un ritmo monotono. Io guardo fuori: i pini scuri, i cartelli, le altre macchine che ci superano. Dentro di me non c’è eccitazione, solo quella familiarità fredda con quello che sta per succedere. So come mi userà.
So che mi farà leccare Giulia mentre lui mi prende, o forse mi legherà e guarderà. Non importa.
Dopo un’ora e mezza scende all’autogrill. Non per benzina.
Per me.
Si ferma nel parcheggio quasi deserto, lontano dall’ingresso principale. Spegne il motore. «Levati le mutandine.»
La voce è calma, senza tono speciale. Obbedisco. Sollevo i fianchi, faccio scivolare le mutandine lungo le cosce e le tiro via. Le piego e le metto nella tasca del piumino. Adesso, sotto la gonna corta, non c’è più nulla.
L’aria fredda mi tocca subito. Marco apre lo sportello. «Scendi.» Attraversiamo il parcheggio. La pioggia è leggera, ma abbastanza da bagnarmi i capelli e a farmi sentire ancora più nuda sotto la gonna. I miei passi sono corti. Ogni movimento mi ricorda che non indosso niente sotto.
Marco cammina un passo davanti a me, le mani in tasca, come se stessi semplicemente accompagnando una donna al bagno. Entriamo.
Giriamo a vuoto tra gli scaffali dell’autogrill. Poca gente. L’aria puzzolente di caffè bruciato e disinfettante. Io cammino con la gonna corta e niente sotto. Ogni passo mi fa sentire l’aria fredda che mi sfiora la fica già umida. Le cosce si sfiorano e il liquido che mi esce da prima, da quando Marco mi ha tocato in macchina, mi cola lentamente verso il ginocchio.
Marco resta un passo dietro. Non mi tocca. Mi osserva soltanto.
Arriviamo al bancone.
«Ordina due caffè», dice.
Mi metto in coda. Davanti a me un uomo con la giacca di pile. Dietro di me Marco. Mentre aspetto, sento la sua mano che scivola sotto la gonna senza preavviso. Le dita mi aprono le natiche, poi scendono e trovano la fessura già aperta. Due dita mi entrano fino in fondo, mi allargano, mi esplorano con calma da chirurgo. Io resto immobile, lo sguardo fisso sul menu luminoso. Lui mi fotte piano con le dita, poi le estrae lucide e me le strofina sulla coscia interna, lasciando una striscia fredda. Nessuno se ne accorge. O forse sì. Non importa.
Prendo i due caffè. Le tazzine tremano appena tra le mie mani. Andiamo a un tavolino circolare alto, in piedi. Beviamo in silenzio. Il caffè è amaro, mi brucia la lingua. Io tengo la tazzina con entrambe le mani perché le dita mi puzzano ancora di me stessa.
Marco guarda verso i tavoli. C’è un camionista maghrebino, sui quarant’anni, giacca di pelle scura, barba corta, spalle larghe. Ci osserva da un pezzo. Marco gli fa un cenno minimo con il mento, poi si volta verso di me.
«Portalo in bagno.»
La voce è bassa, piatta, senza possibilità di rifiuto.
Appoggio la tazzina. Cammino verso l’uomo. Mi fermo davanti a lui.
«Vieni», dico soltanto.
Lui si alza senza chiedere nulla. Mi segue nei bagni delle donne, quelli in fondo, meno frequentati. Entro, lui entra dietro di me. Chiudo il chiavistello.
Il bagno è stretto, odore forte di pisscio e candeggina. Mi volto. Si sbottona i jeans con mani ruvide. Il cazzo gli esce già duro, scuro, grosso, le vene in rilievo.
Mi si rompe dentro qualcosa. Il sipario, quello che mi nasconde, non esiste più. Ora sono puttana, la puttana di Marco anche se lui non c'è. Succhio accovacciata un cazzo che non vedrò più.
Mi giro verso il lavandino, anche lui ha fretta di penetrarmi. Alzo la gonna fino alla vita e mi piego in avanti, le mani sul bordo di ceramica gelata. Lui mi apre le natiche con le dita callose, guarda un secondo la fica aperta e gocciolante, poi mi penetra di colpo fino in fondo. Un grugnito basso gli esce dalla gola. Mi prende con spinte lunghe e pesanti, tenendomi i fianchi con forza. Ogni colpo mi fa sbattere il bacino contro il lavandino. Sento il suo sacco battere contro di me, il suono umido e osceno della carne che si sbatte.
Non parliamo.
Sento solo il suo respiro caldo sulla mia schiena, il rumore della fica che lo succhia, il mio cuore che batte troppo forte.
Dopo pochi minuti accelera, mi stringe i fianchi fino a farmi male e viene dentro di me con un gemito rauco, spingendosi ancora più a fondo. Resta fermo un secondo, poi si ritrae. Il seme caldo mi cola subito lungo la coscia interna, fino al polpaccio. Lui si sistema i jeans, apre la porta e se ne va senza guardarmi in faccia.
Io resto ancora piegata. Sento il liquido caldo che continua a scendere. Poi mi rialzo, abbasso la gonna, mi guardo nello specchio. Le guance sono rosse, gli occhi lucidi, le labbra semiaperte. Il viso è lo stesso di sempre, solo un po’ più usato.
Esco.
Marco è ancora al tavolino, il caffè finito. Mi guarda e annuisce appena, soddisfatto.
«Andiamo», dice.
Mi chiedo da quanto tempo sto con Marco.
Due anni? Tre? Non ricordo più l’inizio con precisione. So solo che un giorno ho smesso di dire di no e da allora tutto è diventato automatico.
Cosa funziona tra noi due?
Il silenzio, soprattutto. Non dobbiamo parlare. Lui decide, io eseguo. C’è una precisione quasi meccanica nel modo in cui i nostri corpi si cercano e si usano. Ma c’è anche qualcos’altro che mi lega a lui: la certezza di essere vista fino in fondo, senza pietà e senza maschere. Con lui non devo fingere di essere intera. Posso essere il pezzo rotto che sono.
Non diciamo una parola.
Mi appoggio all’auto. La carrozzeria è fredda e bagnata dalla pioggia fine di novembre. Il metallo mi morde la schiena attraverso il piumino. Alzo la gonna.
Marco è già dietro di me. Sento le sue mani che mi aprono le natiche con calma. Il pollice preme contro l’ano, poi la saliva calda che lui ci sputa sopra. Mi penetra lentamente all’inizio, centimetro dopo centimetro, fino a sparire tutto dentro. Il dolore è netto, preciso, mi taglia il respiro.
Resta fermo un momento, poi inizia a muoversi.
Ogni spinta è un ricordo che mi passa sulla pelle.
Una spinta e sento di nuovo le ginocchia sul pavimento di casa, mentre raccoglievo con la lingua il seme che aveva sparso.
Un’altra spinta e le corde ai polsi, le ore passate legata con il vibratore che non si spegneva.
Ancora una spinta e i segni rossi delle frustate che restavano per giorni, le unghie conficcate nei fianchi, le parole basse e crude dette mentre mi usava.
Un’altra ancora e il pavimento freddo sotto la lingua, lo sperma da leccare davanti agli amici.
Ogni colpo mi riporta un pezzo di quelle umiliazioni e di quelle ferite, non come immagini che scorrono, ma come sensazioni che mi bruciano sulla pelle insieme al dolore dell’ano che si apre.
Vorrei soffrire di più. Glielo dico con il corpo, spingendomi indietro contro di lui. Lui lo capisce. Una mano mi scivola sotto il piumino, trova il seno e mi strizza il capezzolo tra pollice e indice, forte, fino a farmi gemere a denti stretti.
Penso a Giulia.
La bella Giulia. Vent’anni, il corpo ancora fresco, senza segni. Con lei Marco sarà diverso. Non la farà soffrire. La userà con più delicatezza, forse, o con una crudezza diversa, più leggera. Giulia non conosce ancora queste ferite. Non ha ancora imparato a desiderarle.
Marco accelera.
Le spinte diventano più dure, più profonde. Mi tiene i fianchi con una mano e continua a torcermi il capezzolo con l’altra. Il dolore e il piacere si sovrappongono fino a diventare la stessa cosa.
Viene dentro di me.
Sento il getto caldo, a ondate, che mi riempie il culo. Resta conficcato ancora qualche secondo, poi si ritrae. Il seme caldo mi cola subito lungo la coscia, mescolandosi alla pioggia.
Mi sistemo la gonna.
Marco si abbottona.
Ora possiamo andare da Giulia.
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