Ha il cazzo di papà

scritto il 2026-10-22 tempo di lettura 4 min

di
genere
incesti
cura
A−

Alex è peggio di un mafioso, mi ha fatto un’offerta che sa che non posso rifiutare. Tre giorni a Mentone nella sua casa al mare. Tre giorni puttana.
Alex è tutto diverso da Marco, nessun coinvolgimento. Nemmeno mi attira troppo fisicamente. Solo desiderio di cazzo. Ha cinquantasei anni, è il mio sodomita da tre. Mi chiama quando ha bisogno di mettermelo in culo. Lo chiamo quando ho bisogno di sesso puro, senza complicazioni, con un cazzo di pietra. Nessuna relazione, possono passare tre mesi.
È diverso da Marco, Alex si eccita a tormentarmi con le parole. Per due settimane, ogni sera, mi chiama per dirmi cosa farà nel weekend lungo. Devo essere la puttana del suo cazzo, leccargli le palle, non devo portarmi nulla, starò nuda per tre giorni e mi tapperà il culo col suo cazzone. Non esagera, ha un cazzo che mi lascia il culo a caverna. E mi farà sbattere da negri. Mi darà cazzi giovani. A questo non ci credo, lo dice come lo dicono tutti, perché mi vuole puttana.
Ogni sera. E io mi sgrilletto con tutto quello che ho in casa. E sul lavoro vedo il suo cazzo. E lo chiamo il sabato prima. Si rifiuta, mi rifiuta il suo cazzo. Devo aspettare.
Il rifiuto mi lascia a digiuno, la fame che mi divora.
Al venerdì alle quindici arrivo stremata, sfibrata, il bisogno di ciucciargli il cazzo che non è fame, è il desiderio di una che affoga, bisogno di boccate d’aria.
Mi ha detto di passare a casa sua. Suono e il campanello è una vibrazione improvvisa fra le cosce. Sono come mi vuole, leggings e top. Ho trentacinque anni ma ancora molto da dire. Al citofono una voce sconosciuta. “Chi è?”
“Ho un appuntamento con Alex.” Dico col terrore di aver sbagliato. Eppure mi ha detto a casa sua.
Mi apre. Un ragazzo, in pantaloncini morbidi alle ginocchia. Ma non lo guardo. “Alex deve farmi vedere un appartamento.”
Il ragazzo mi squadra, probabilmente pensa sia semplicemente una troia ricca. Ho il borsone mezzo vuoto in spalla, solo slip e creme. Lui avrà vent’anni. Ha gli occhi stanchi, stava studiando. “Entra, chiamo papà.”
Il cervello mi ticchetta impazzito. Lo osservo mentre chiama, ho paura di aver capito. Lo vedo parlare, ho le orecchie tappate. Chiude, mi sorride dispiaciuto. “Papà ha avuto un imprevisto, mi ha detto se puoi passare dal suo ufficio fra due ore.”
Inspiro. Più mi entra l’aria, più mi sento puttana. Devo solo decidermi quanto lo voglio essere. Mi chiede se voglio un caffè. Butto i capelli dietro la spalla. Lo fisso.
Si lascia fissare. Non sorride. Non posso aspettare che si muova lui. O solo due ore. Mi avvicino, gli annuso la spalla. Profuma indolente, di pomeriggio sui libri. Si ritrae due centimetri quando lo tocco ma poi, lentamente, me l’appoggia nella mano aperta. Ha un bel viso, il corpo definito, la pelle tesa sotto la maglietta. È un giovane svezzato, mi bacia e io da vera puttana limono di lingua. Ha il cazzo duro, lo stringo con lo stomaco che mi si annoda. Ha il cazzo di papà, una scultura di carne dura. Ha il cazzo da ficcare. E io sono qui. Ha il cazzo per me.
È gratificante eccitare un ragazzo ma poi sai che è solo ginnastica. Mi slogo gambe e vertebre per farlo godere, per sentire il suo cazzo. È un toro svezzato, è figlio di Alex, capisce da solo cosa sono e mi finisce con una scopata in culo. Ho vergogna del mio orgasmo. Ma non lo lascio, glielo tengo vivo di bocca, lecco come gli piace, mi lascio toccare. Ha tutto il tempo, ci fa altri due giri con l’energia dei vent’anni. Io senza vergogna. Il mio corpo suo. Il suo cazzo mio. Si sfinisce tra le mie cosce,. Senza vergogna gli offro il pube, alla sua bocca, perché voglio che mi scopi ancora. E da dietro mi sento più puttana.

Alex mi fa aspettare giù. Scende e mi porta nel parcheggio sotterraneo, sotto il palazzo del suo ufficio. È allegro, sarò sua puttana per tre giorni, mi dice toccandomi. Ho già cominciato a fare la puttana, lo sa. Io sono appagata, senza più tensioni, il corpo che si muove come un automa. Apre il suo garage. Entriamo, chiude. Deve mettermelo in culo. Mi piego sul baule della sua macchina argento. Una Bmw, credo. Il cazzo di papà mi sfonda il culo.
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