Pronto Soccorso
scritto il 2026-10-27 tempo di lettura 5 min
di
Daniela.94
genere
etero
cura
A+
Qualche anno dopo, Tremiti, isola di San Domino.
Non è certo la mia vacanza in Portogallo e non sono con Micaela. Ma con Sonia, una mia collega di allora, forse anche amica. Sono diversa, ho voluto diventarlo. Basta puttanate, dei vecchi giri non ho più nessuno.
Abbiamo fatto il Gargano e abbiamo preso quattro notti in un albergo. Mi piace stare su un’isola. La sera è bellissimo. Ed è verdissima.
Una sola cazzata: scendo in acqua senza scarpine. Un morso all’alluce, una fitta terribile perché penso a una murena. Esco annaspando battendo il ginocchio contro lo scoglio. Ho una spina di riccio, mi ha trapassato l’alluce sotto, la punta mi esce dall’altra parte.
Sonia è più spaventata di me, prende la nostra roba, mi sostiene, zoppico reggendomi alla sua spalla, la borsa da mare che mi pende in mano. Sono una cogliona e fa pure male.
L’albergo ha un giardino mediterraneo di sassi e fiori ruvidi. È bellissimo leggere qui. Si sono addosso in mille, mi sento un’eroina che è stata sparata, tutti vogliono vedere la mia ferita. Un mezzo panico che scuote la languida atmosfera mediterranea.
Il tipo dell’albergo mi porta via, in una stanzetta vicino alla sala da pranzo. Mi tranquillizza anche se sono un cazzo agitata. Gli sto per dire di occuparsi di Sonia che è bianca da svenimento. Mi fanno sedere, poggiare il tallone su un tavolino. Torna con betadine e pinzetta. Sonia scappa fuori, se no sviene.
Lui avrà quarant’anni, corpo solido, pelle dura con pelo rado sul torace. Bel viso regolare, occhi decisi. Si siede su un pouf di velluto grigio. Io sono con la gamba allungata verso di lui. Prima di tornare mi sono rimessa il reggiseno.
Non guarda subito l’alluce. Mi valuta come figa. Ora può farlo liberamente, sono due giorni che mi segue con lo sguardo. Dice che sono stata fortunata, la spina non si è rotta. Sì, ho avuto una fortuna del cazzo. Mi stringe forte il piede, sta ispezionando l’alluce, dieci centimetri dal suo viso. Una barba di tre giorni, denti bianchissimi e volto abbronzato di uno che vive su un’isola.
Mi mostra la spina stretta nella pinzetta. Non ho sentito nulla. Il male arriva dopo. Prima di innaffiarmi il piede controlla se ce ne sono altre. Col pollice mi preme vari punti del piede. No, non sento pungere. Va di betadine, un’orribile macchia rossa sul piede. La mano stringe la caviglia. Risale, gli occhi si spostano su fica e tette. Mi guarda l’altro piede. Quasi gli sfioro il viso.
Si rialza sconfortato, mi dà un'innocente pacca sulla coscia. Ha fuori i figli che giocano. Richiama Sonia, le spiega che non è nulla, non dovrebbe infettarsi, non era rotta e le chiede se abbiamo dietro qualche antidolorifico. Funziona così quando sei malata, non sei più un cazzo.
Sonia mi porta in camera, chiude le tende, chiede mille volte di cosa ho bisogno. Io, che già quando non sto bene sono un gatto selvatico, sono furiosa. Voglio scopare. La mando via, non mi serve nulla: “Torna al mare, lasciami dormire un paio d’ore… per favore.”
Non devo aspettare molto. Bussano. Lui può aprire tutte le porte. Chiede come sto.
“Chiudi.”
Non abbiamo tempo, lo tiro sul mio lettino, gli sono sopra, annaspo nei bermuda e gli faccio un pompino che nemmeno una troia in astinenza. Mi strofino addosso strappando via il tanga, i seni contro la sua pelle da pescatore. Un bel cazzo che ha fatto due figli. Sono in orgasmo mentale, voglio bermi la sborra e essere chiavata. Le sue dita ruvide mi penetrano, l’alluce mi punge. Allora mi metto sulla schiena e lui tra le cosce. Mi penetra strizzandomi i seni. Mi pompa col suo cazzo curvo. All’orecchio mi sussurra sudato, con la voce roca, cattiva, che sono cagna puttana troia. E mi sbatte senza timore degli ospiti dell’albergo, mi fotte che mi vuol ficcare nel materasso. Ha le natiche dure, con lui penso a un cinghiale. Botte che mi arrivano in fondo e lui dà un’altra spinta, potente, col bacino pressato, i gemiti mi escono tra i denti.
Ho un istante di pentimento. Ho tempo anche per questo, mi fotte senza venire, sono sudata senza forze, nemmeno lo stringo più con le cosce. Faccio solo scivolare le mani sulla sua schiena, curva, ampia. Le sue sono sotto, mi artigliano le chiappe, mi tirano contro a ogni picconata.
Lo fermo, due mani sul suo viso sudato. La guancia ruvida.
“Fa male?”
Lo stringo al collo. Più stretto che posso. Il brivido dell’orgasmo è sordo, insistente, invasivo. Gli bacio l’orecchio.
“Mettimelo in culo.”
Un attimo di sorpresa, sento il suo desiderio montare. Mi fissa con occhi che vedono una puttana. E poi mi morde il seno e mi rivolta. M’incula come se non avesse mai inculato nessuna. Ci va pesante, glielo ha chiesto questa cagna.
Mi sposta sul lettino di Sonia. Mi dice di mettermi su qualcosa, manderà a farmi cambiare le lenzuola. Mi saluta mettendomelo in bocca. Mezzo moscio. Domani però è meglio farlo nella stanza in fondo. È vuota, mi dice. Non ha dubbi, voglio ancora il suo cazzo in culo.
Ripartiamo dopodomani.
Meglio così.
Non è certo la mia vacanza in Portogallo e non sono con Micaela. Ma con Sonia, una mia collega di allora, forse anche amica. Sono diversa, ho voluto diventarlo. Basta puttanate, dei vecchi giri non ho più nessuno.
Abbiamo fatto il Gargano e abbiamo preso quattro notti in un albergo. Mi piace stare su un’isola. La sera è bellissimo. Ed è verdissima.
Una sola cazzata: scendo in acqua senza scarpine. Un morso all’alluce, una fitta terribile perché penso a una murena. Esco annaspando battendo il ginocchio contro lo scoglio. Ho una spina di riccio, mi ha trapassato l’alluce sotto, la punta mi esce dall’altra parte.
Sonia è più spaventata di me, prende la nostra roba, mi sostiene, zoppico reggendomi alla sua spalla, la borsa da mare che mi pende in mano. Sono una cogliona e fa pure male.
L’albergo ha un giardino mediterraneo di sassi e fiori ruvidi. È bellissimo leggere qui. Si sono addosso in mille, mi sento un’eroina che è stata sparata, tutti vogliono vedere la mia ferita. Un mezzo panico che scuote la languida atmosfera mediterranea.
Il tipo dell’albergo mi porta via, in una stanzetta vicino alla sala da pranzo. Mi tranquillizza anche se sono un cazzo agitata. Gli sto per dire di occuparsi di Sonia che è bianca da svenimento. Mi fanno sedere, poggiare il tallone su un tavolino. Torna con betadine e pinzetta. Sonia scappa fuori, se no sviene.
Lui avrà quarant’anni, corpo solido, pelle dura con pelo rado sul torace. Bel viso regolare, occhi decisi. Si siede su un pouf di velluto grigio. Io sono con la gamba allungata verso di lui. Prima di tornare mi sono rimessa il reggiseno.
Non guarda subito l’alluce. Mi valuta come figa. Ora può farlo liberamente, sono due giorni che mi segue con lo sguardo. Dice che sono stata fortunata, la spina non si è rotta. Sì, ho avuto una fortuna del cazzo. Mi stringe forte il piede, sta ispezionando l’alluce, dieci centimetri dal suo viso. Una barba di tre giorni, denti bianchissimi e volto abbronzato di uno che vive su un’isola.
Mi mostra la spina stretta nella pinzetta. Non ho sentito nulla. Il male arriva dopo. Prima di innaffiarmi il piede controlla se ce ne sono altre. Col pollice mi preme vari punti del piede. No, non sento pungere. Va di betadine, un’orribile macchia rossa sul piede. La mano stringe la caviglia. Risale, gli occhi si spostano su fica e tette. Mi guarda l’altro piede. Quasi gli sfioro il viso.
Si rialza sconfortato, mi dà un'innocente pacca sulla coscia. Ha fuori i figli che giocano. Richiama Sonia, le spiega che non è nulla, non dovrebbe infettarsi, non era rotta e le chiede se abbiamo dietro qualche antidolorifico. Funziona così quando sei malata, non sei più un cazzo.
Sonia mi porta in camera, chiude le tende, chiede mille volte di cosa ho bisogno. Io, che già quando non sto bene sono un gatto selvatico, sono furiosa. Voglio scopare. La mando via, non mi serve nulla: “Torna al mare, lasciami dormire un paio d’ore… per favore.”
Non devo aspettare molto. Bussano. Lui può aprire tutte le porte. Chiede come sto.
“Chiudi.”
Non abbiamo tempo, lo tiro sul mio lettino, gli sono sopra, annaspo nei bermuda e gli faccio un pompino che nemmeno una troia in astinenza. Mi strofino addosso strappando via il tanga, i seni contro la sua pelle da pescatore. Un bel cazzo che ha fatto due figli. Sono in orgasmo mentale, voglio bermi la sborra e essere chiavata. Le sue dita ruvide mi penetrano, l’alluce mi punge. Allora mi metto sulla schiena e lui tra le cosce. Mi penetra strizzandomi i seni. Mi pompa col suo cazzo curvo. All’orecchio mi sussurra sudato, con la voce roca, cattiva, che sono cagna puttana troia. E mi sbatte senza timore degli ospiti dell’albergo, mi fotte che mi vuol ficcare nel materasso. Ha le natiche dure, con lui penso a un cinghiale. Botte che mi arrivano in fondo e lui dà un’altra spinta, potente, col bacino pressato, i gemiti mi escono tra i denti.
Ho un istante di pentimento. Ho tempo anche per questo, mi fotte senza venire, sono sudata senza forze, nemmeno lo stringo più con le cosce. Faccio solo scivolare le mani sulla sua schiena, curva, ampia. Le sue sono sotto, mi artigliano le chiappe, mi tirano contro a ogni picconata.
Lo fermo, due mani sul suo viso sudato. La guancia ruvida.
“Fa male?”
Lo stringo al collo. Più stretto che posso. Il brivido dell’orgasmo è sordo, insistente, invasivo. Gli bacio l’orecchio.
“Mettimelo in culo.”
Un attimo di sorpresa, sento il suo desiderio montare. Mi fissa con occhi che vedono una puttana. E poi mi morde il seno e mi rivolta. M’incula come se non avesse mai inculato nessuna. Ci va pesante, glielo ha chiesto questa cagna.
Mi sposta sul lettino di Sonia. Mi dice di mettermi su qualcosa, manderà a farmi cambiare le lenzuola. Mi saluta mettendomelo in bocca. Mezzo moscio. Domani però è meglio farlo nella stanza in fondo. È vuota, mi dice. Non ha dubbi, voglio ancora il suo cazzo in culo.
Ripartiamo dopodomani.
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