Le quattro del mattino
scritto il 2026-11-07 tempo di lettura 9 min
di
b_bull_and_master
genere
Sentimentali, Tradimenti
cura
A+
Mi sveglio alle quattro. Sempre alle quattro. Non alle tre e cinquanta, non alle quattro e dieci. Alle quattro, come se dentro di me ci fosse una sveglia che nessuno ha mai caricato e che nessuno sa come spegnere.
Il soffitto è grigio. Dalla persiana entra una lama di luce arancione, quella del lampione in fondo alla via, e taglia la stanza a metà. Accanto a me, mia moglie dorme. Di schiena, rannicchiata, con un braccio sotto il cuscino, come dorme da vent’anni. Sento il suo respiro, lento, regolare. Ogni tanto un sospiro piccolo, come se nel sonno stesse rispondendo a qualcuno. È calda. Se allungassi una mano la troverei lì, a dieci centimetri.
Non la allungo.
C’è uno psichiatra che ha scritto, più o meno, che il coraggio vero è quello delle quattro del mattino. Quello che ti prende quando sei solo, al buio, senza nessuno che ti guarda e niente da dimostrare, e allora finalmente sai cosa vuoi. Il problema, non lo dice nessuno, è che alle quattro del mattino non sei mai solo davvero. C’è sempre qualcuno che dorme accanto a te, e che non sa niente.
Alle quattro, io so esattamente a chi sto pensando.
Non a lei, che respira a dieci centimetri da me. All’altra.
Prendo il telefono dal comodino e abbasso la luminosità al minimo, con il pollice, come un ladro. Apro la chat. Non ha un nome: ha una lettera sola, e nessuna foto. L’ultimo messaggio è suo, di mesi fa. Una frase sola, gentile, definitiva, come si chiude una porta senza sbatterla. Non posso più. Non cercarmi. Ti prego.
Sotto, il cursore lampeggia. Aspetta.
Comincio a scrivere. Le dita vanno da sole, come se lo avessero già scritto mille volte, e forse lo hanno fatto, tutte le notti alle quattro, e poi alle sette lo hanno cancellato.
Sono sveglio. Penso a te. Non ho mai smesso.
Mi fermo. Accanto a me mia moglie si muove, sospira, si gira. Spengo lo schermo di colpo e resto immobile nel buio, con il cuore che batte, finché il suo respiro non torna lento. Fuori, un motorino passa veloce sulla strada bagnata, e poi di nuovo il silenzio.
Mi alzo piano, un centimetro alla volta, perché il materasso non faccia rumore. Vado in cucina scalzo, con il telefono in mano. Non accendo la luce. Mi siedo al tavolo, davanti alla finestra, con un bicchiere d’acqua che non bevo.
E lei arriva. Arriva sempre a quest’ora, senza bussare.
Arriva prima l’odore. Non il profumo, quello non lo metteva mai quando ci vedevamo, perché non doveva restarmi addosso. L’odore della sua pelle, sotto. Sapeva di sapone da hotel e di sale. Lo cercavo nel suo collo appena chiudevamo la porta, prima ancora di togliermi la giacca, come uno che ha trattenuto il fiato per una settimana intera.
Avevamo soprattutto i pomeriggi. Le due ore tra un appuntamento e l’altro. Una stanza al quarto piano di un albergo vicino alla stazione, sempre la stessa, con le tende color senape e il rumore dei treni che passava attraverso i vetri. La macchina, qualche volta, in un parcheggio sterrato dietro un capannone, con i finestrini appannati e il cuore in gola per ogni faro che passava.
E poi, ogni tanto, un weekend. Pochi, contati sulle dita di una mano, rubati con un congresso inventato, una fiera, un corso di aggiornamento che non esisteva. Due notti a Camogli, in un albergo con le persiane verdi e il mare sotto la finestra. Una a Mantova, nella nebbia. Le uniche notti intere che abbiamo avuto. Le ricordo tutte, una per una: il suo respiro nel sonno, il suo piede freddo contro il mio polpaccio, la sorpresa di svegliarmi e trovarla ancora lì. Un amore fatto di orologi guardati di nascosto, e di poche mattine in cui non c’era nessun orologio da guardare.
Forse è per questo che era così. Perché non c’era tempo per niente di inutile.
Le sue mani, piccole, sempre fredde, che mi slacciavano la camicia con una fretta che mi faceva ridere. Il punto alla base della sua schiena dove bastava appoggiare due dita perché si inarcasse. La cicatrice sottile sul fianco, che le baciavo ogni volta e che lei diceva brutta. La curva del seno nel palmo, il capezzolo che si induriva sotto il pollice prima ancora che lei se ne accorgesse. Il suono che faceva, basso, trattenuto, quando le piaceva, perché anche lì, anche in quella stanza, avevamo imparato a non fare rumore.
L’ultima volta non sapevo che fosse l’ultima. Lei sì. L’ho capito dopo, mesi dopo, ripensandoci alle quattro del mattino. Il modo in cui mi ha guardato mentre si spogliava, lentamente, come se volesse ricordarsi qualcosa. Il modo in cui mi ha tenuto il viso tra le mani, mentre era sopra di me, e non ha chiuso gli occhi nemmeno quando è venuta, lei che li chiudeva sempre. Mi guardava e basta. Muoveva i fianchi piano, con una lentezza che sembrava crudele e invece era un addio. E io non lo sapevo, e pensavo già all’orologio, all’ora di andare, alla scusa da raccontare a casa.
Dopo, rivestendosi, mi aveva detto soltanto: sono stanca di essere un pomeriggio, e un weekend ogni tanto.
Io avevo riso. Avevo pensato che fosse una frase così, una delle sue. Le avevo dato un bacio sulla fronte e le avevo detto ci vediamo giovedì.
Giovedì è arrivato il messaggio.
In cucina, al buio, sento il corpo ricordarsela meglio della testa. Il peso, il calore, il ritmo. Desidero lei con una forza che mi spaventa, in una casa dove di là, nel letto, c’è una donna che mi vuole bene e che ha scelto me per vent’anni. Mi vergogno. Non di desiderarla. Di desiderarla qui. Con quella porta socchiusa alle spalle.
Alle quattro e quaranta passa il camion della spazzatura. Lo sento arrivare dal fondo della via, il motore che sale e scende, il tonfo dei bidoni sollevati e svuotati, il cigolio dei freni a ogni portone. Un uomo grida qualcosa a un altro, in una lingua che non conosco, e l’altro ride.
La città comincia sempre così. Con quelli che la puliscono prima che gli altri la sporchino.
Alle cinque e un quarto, lontano, un treno merci. Lo sento solo d’inverno, quando l’aria è ferma e fredda e i rumori arrivano da chilometri. Un fischio lungo, poi i vagoni sulle rotaie, ritmati, lenti. Penso alla stanza con le tende color senape, al quarto piano, e ai treni che passavano attraverso i vetri mentre lei rideva con la faccia nel cuscino.
Alle cinque e mezza, il primo odore. Il forno all’angolo ha acceso. Pane, burro, qualcosa di dolce. Entra dalla finestra della cucina insieme alla luce, che non è più arancione: è diventata grigio azzurro, sottile, come acqua in un bicchiere.
Rileggo il messaggio. Sono sveglio. Penso a te. Non ho mai smesso.
Alle quattro mi sembrava la cosa più vera che avessi mai scritto. Adesso, con il pane che cuoce all’angolo e la luce che sale, rileggo invece l’altro. Il suo. Non posso più. Non cercarmi. Ti prego.
Ti prego.
Non mi aveva mai chiesto niente, in due anni. Né un weekend in più, né una promessa, né di lasciare nessuno. Aveva preso quello che potevo darle, i pomeriggi, le due ore, i parcheggi sterrati, e non si era mai lamentata. L’unica cosa che mi ha chiesto, l’unica, è stata questa: di lasciarla andare.
E io, alle quattro del mattino, da mesi, scrivo per riprendermela.
Alle sei un uccello comincia a cantare sull’albero del cortile. Uno solo, stonato, insistente. Poi un altro gli risponde. Al piano di sopra suona una sveglia, una musichetta allegra e stupida, e qualcuno la spegne con un pugno. Un’auto parte. Il primo autobus frena alla fermata, sbuffa, riparte. Alle sei e quaranta il bar sotto casa alza la saracinesca: metallo che si arrotola, un colpo secco alla fine, la macchina del caffè che fischia.
Il pollice è sopra il tasto. Il cursore lampeggia.
Ci penso a lungo. Poi cancello. Una lettera alla volta, con la stessa cura con cui avevo scritto. Smesso. Mai. Non ho. Te. A. Penso. Sveglio. Sono. Finché la riga non torna vuota, e il cursore resta solo, a lampeggiare su niente.
Non blocco il numero. Non cancello la chat. Non ne ho il coraggio, o forse non è quello il coraggio che serve. Chiudo il telefono e lo metto a faccia in giù sul tavolo.
Alle sei e cinquanta sento il materasso cigolare, di là. Passi scalzi nel corridoio. Mia moglie compare sulla porta della cucina, con i capelli schiacciati da una parte e la mia felpa troppo grande addosso.
«Già sveglio?»
«Non riuscivo a dormire.»
Lei sbadiglia, si avvicina, mi passa una mano tra i capelli, distratta, come si accarezza un cane. Accende la luce. La cucina diventa una cucina: il frigorifero con le calamite, le bollette sotto la fruttiera, il calendario della farmacia. Mette su la moka. Mi chiede se stasera ci sono a cena, che viene sua sorella. Le dico di sì.
Fuori la città si è svegliata del tutto. I clacson, le serrande, i passi sui marciapiedi, i bambini che vanno a scuola, il mondo che ricomincia come se niente fosse.
La moka comincia a borbottare.
C’è uno psichiatra che dice che il coraggio vero è quello delle quattro del mattino. Forse ha ragione. Ma stamattina ho imparato che ce n’è un altro, più piccolo, che arriva alle sette meno dieci, con la luce accesa e il caffè sul fuoco. Quello di lasciare andare qualcuno che te l’ha chiesto per favore.
Non so se sia coraggio. So che fa più male.
Il soffitto è grigio. Dalla persiana entra una lama di luce arancione, quella del lampione in fondo alla via, e taglia la stanza a metà. Accanto a me, mia moglie dorme. Di schiena, rannicchiata, con un braccio sotto il cuscino, come dorme da vent’anni. Sento il suo respiro, lento, regolare. Ogni tanto un sospiro piccolo, come se nel sonno stesse rispondendo a qualcuno. È calda. Se allungassi una mano la troverei lì, a dieci centimetri.
Non la allungo.
C’è uno psichiatra che ha scritto, più o meno, che il coraggio vero è quello delle quattro del mattino. Quello che ti prende quando sei solo, al buio, senza nessuno che ti guarda e niente da dimostrare, e allora finalmente sai cosa vuoi. Il problema, non lo dice nessuno, è che alle quattro del mattino non sei mai solo davvero. C’è sempre qualcuno che dorme accanto a te, e che non sa niente.
Alle quattro, io so esattamente a chi sto pensando.
Non a lei, che respira a dieci centimetri da me. All’altra.
Prendo il telefono dal comodino e abbasso la luminosità al minimo, con il pollice, come un ladro. Apro la chat. Non ha un nome: ha una lettera sola, e nessuna foto. L’ultimo messaggio è suo, di mesi fa. Una frase sola, gentile, definitiva, come si chiude una porta senza sbatterla. Non posso più. Non cercarmi. Ti prego.
Sotto, il cursore lampeggia. Aspetta.
Comincio a scrivere. Le dita vanno da sole, come se lo avessero già scritto mille volte, e forse lo hanno fatto, tutte le notti alle quattro, e poi alle sette lo hanno cancellato.
Sono sveglio. Penso a te. Non ho mai smesso.
Mi fermo. Accanto a me mia moglie si muove, sospira, si gira. Spengo lo schermo di colpo e resto immobile nel buio, con il cuore che batte, finché il suo respiro non torna lento. Fuori, un motorino passa veloce sulla strada bagnata, e poi di nuovo il silenzio.
Mi alzo piano, un centimetro alla volta, perché il materasso non faccia rumore. Vado in cucina scalzo, con il telefono in mano. Non accendo la luce. Mi siedo al tavolo, davanti alla finestra, con un bicchiere d’acqua che non bevo.
E lei arriva. Arriva sempre a quest’ora, senza bussare.
Arriva prima l’odore. Non il profumo, quello non lo metteva mai quando ci vedevamo, perché non doveva restarmi addosso. L’odore della sua pelle, sotto. Sapeva di sapone da hotel e di sale. Lo cercavo nel suo collo appena chiudevamo la porta, prima ancora di togliermi la giacca, come uno che ha trattenuto il fiato per una settimana intera.
Avevamo soprattutto i pomeriggi. Le due ore tra un appuntamento e l’altro. Una stanza al quarto piano di un albergo vicino alla stazione, sempre la stessa, con le tende color senape e il rumore dei treni che passava attraverso i vetri. La macchina, qualche volta, in un parcheggio sterrato dietro un capannone, con i finestrini appannati e il cuore in gola per ogni faro che passava.
E poi, ogni tanto, un weekend. Pochi, contati sulle dita di una mano, rubati con un congresso inventato, una fiera, un corso di aggiornamento che non esisteva. Due notti a Camogli, in un albergo con le persiane verdi e il mare sotto la finestra. Una a Mantova, nella nebbia. Le uniche notti intere che abbiamo avuto. Le ricordo tutte, una per una: il suo respiro nel sonno, il suo piede freddo contro il mio polpaccio, la sorpresa di svegliarmi e trovarla ancora lì. Un amore fatto di orologi guardati di nascosto, e di poche mattine in cui non c’era nessun orologio da guardare.
Forse è per questo che era così. Perché non c’era tempo per niente di inutile.
Le sue mani, piccole, sempre fredde, che mi slacciavano la camicia con una fretta che mi faceva ridere. Il punto alla base della sua schiena dove bastava appoggiare due dita perché si inarcasse. La cicatrice sottile sul fianco, che le baciavo ogni volta e che lei diceva brutta. La curva del seno nel palmo, il capezzolo che si induriva sotto il pollice prima ancora che lei se ne accorgesse. Il suono che faceva, basso, trattenuto, quando le piaceva, perché anche lì, anche in quella stanza, avevamo imparato a non fare rumore.
L’ultima volta non sapevo che fosse l’ultima. Lei sì. L’ho capito dopo, mesi dopo, ripensandoci alle quattro del mattino. Il modo in cui mi ha guardato mentre si spogliava, lentamente, come se volesse ricordarsi qualcosa. Il modo in cui mi ha tenuto il viso tra le mani, mentre era sopra di me, e non ha chiuso gli occhi nemmeno quando è venuta, lei che li chiudeva sempre. Mi guardava e basta. Muoveva i fianchi piano, con una lentezza che sembrava crudele e invece era un addio. E io non lo sapevo, e pensavo già all’orologio, all’ora di andare, alla scusa da raccontare a casa.
Dopo, rivestendosi, mi aveva detto soltanto: sono stanca di essere un pomeriggio, e un weekend ogni tanto.
Io avevo riso. Avevo pensato che fosse una frase così, una delle sue. Le avevo dato un bacio sulla fronte e le avevo detto ci vediamo giovedì.
Giovedì è arrivato il messaggio.
In cucina, al buio, sento il corpo ricordarsela meglio della testa. Il peso, il calore, il ritmo. Desidero lei con una forza che mi spaventa, in una casa dove di là, nel letto, c’è una donna che mi vuole bene e che ha scelto me per vent’anni. Mi vergogno. Non di desiderarla. Di desiderarla qui. Con quella porta socchiusa alle spalle.
Alle quattro e quaranta passa il camion della spazzatura. Lo sento arrivare dal fondo della via, il motore che sale e scende, il tonfo dei bidoni sollevati e svuotati, il cigolio dei freni a ogni portone. Un uomo grida qualcosa a un altro, in una lingua che non conosco, e l’altro ride.
La città comincia sempre così. Con quelli che la puliscono prima che gli altri la sporchino.
Alle cinque e un quarto, lontano, un treno merci. Lo sento solo d’inverno, quando l’aria è ferma e fredda e i rumori arrivano da chilometri. Un fischio lungo, poi i vagoni sulle rotaie, ritmati, lenti. Penso alla stanza con le tende color senape, al quarto piano, e ai treni che passavano attraverso i vetri mentre lei rideva con la faccia nel cuscino.
Alle cinque e mezza, il primo odore. Il forno all’angolo ha acceso. Pane, burro, qualcosa di dolce. Entra dalla finestra della cucina insieme alla luce, che non è più arancione: è diventata grigio azzurro, sottile, come acqua in un bicchiere.
Rileggo il messaggio. Sono sveglio. Penso a te. Non ho mai smesso.
Alle quattro mi sembrava la cosa più vera che avessi mai scritto. Adesso, con il pane che cuoce all’angolo e la luce che sale, rileggo invece l’altro. Il suo. Non posso più. Non cercarmi. Ti prego.
Ti prego.
Non mi aveva mai chiesto niente, in due anni. Né un weekend in più, né una promessa, né di lasciare nessuno. Aveva preso quello che potevo darle, i pomeriggi, le due ore, i parcheggi sterrati, e non si era mai lamentata. L’unica cosa che mi ha chiesto, l’unica, è stata questa: di lasciarla andare.
E io, alle quattro del mattino, da mesi, scrivo per riprendermela.
Alle sei un uccello comincia a cantare sull’albero del cortile. Uno solo, stonato, insistente. Poi un altro gli risponde. Al piano di sopra suona una sveglia, una musichetta allegra e stupida, e qualcuno la spegne con un pugno. Un’auto parte. Il primo autobus frena alla fermata, sbuffa, riparte. Alle sei e quaranta il bar sotto casa alza la saracinesca: metallo che si arrotola, un colpo secco alla fine, la macchina del caffè che fischia.
Il pollice è sopra il tasto. Il cursore lampeggia.
Ci penso a lungo. Poi cancello. Una lettera alla volta, con la stessa cura con cui avevo scritto. Smesso. Mai. Non ho. Te. A. Penso. Sveglio. Sono. Finché la riga non torna vuota, e il cursore resta solo, a lampeggiare su niente.
Non blocco il numero. Non cancello la chat. Non ne ho il coraggio, o forse non è quello il coraggio che serve. Chiudo il telefono e lo metto a faccia in giù sul tavolo.
Alle sei e cinquanta sento il materasso cigolare, di là. Passi scalzi nel corridoio. Mia moglie compare sulla porta della cucina, con i capelli schiacciati da una parte e la mia felpa troppo grande addosso.
«Già sveglio?»
«Non riuscivo a dormire.»
Lei sbadiglia, si avvicina, mi passa una mano tra i capelli, distratta, come si accarezza un cane. Accende la luce. La cucina diventa una cucina: il frigorifero con le calamite, le bollette sotto la fruttiera, il calendario della farmacia. Mette su la moka. Mi chiede se stasera ci sono a cena, che viene sua sorella. Le dico di sì.
Fuori la città si è svegliata del tutto. I clacson, le serrande, i passi sui marciapiedi, i bambini che vanno a scuola, il mondo che ricomincia come se niente fosse.
La moka comincia a borbottare.
C’è uno psichiatra che dice che il coraggio vero è quello delle quattro del mattino. Forse ha ragione. Ma stamattina ho imparato che ce n’è un altro, più piccolo, che arriva alle sette meno dieci, con la luce accesa e il caffè sul fuoco. Quello di lasciare andare qualcuno che te l’ha chiesto per favore.
Non so se sia coraggio. So che fa più male.
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