Per lui, solo per lui
scritto il 2026-10-08 tempo di lettura 5 min
di
Daniela.94
genere
dominazione
cura
A−
Vorrei essere altrove.
La casa è invasa. Gli amici di Andrea. L’appartamento è troppo piccolo. Sono assiepati in sala, attorno a lui, seduti su sedie, mobiletti, sul tappeto. Ridono, parlano forte, urlano da scemi. La musica a palla. Chi cazzo se ne frega dei vicini. Fumano. È casa sua. Io sto appoggiata al davanzale e li ascolto raccontarsi storie, avventure, figure di merda, vecchi amici, calcio, donne, auto. Io non ci sono. Non conosco niente. Sono un’estranea.
Le loro compagne li hanno lasciati soli. Vado in camera. Sono in tre sedute a bordo letto col bicchiere, una in piedi davanti allo scaffale. Smettono di parlare quando entro. Mi guardano scocciate. Hanno tutte più di trent’anni. Per me vecchissime. Distanti. Per loro sono solo la ragazzina di Andrea. Osservano i miei libri allineati.
"Beata te che hai tempo di leggere."
Me ne vado. Stronze. Chi vi incula a voi? E io ho preparato anche le pizzette. Sono chiattone. Più vecchie di quel che sono.
In cucina c’è Olga. La figa del gruppo. Quella che tutti odiano. Una che se la tira. Bel corpo, viso strano che non so dire. Svuoto il posacenere e apro la finestra. È una ciminiera. Non alza gli occhi dal cellulare. Raccolgo i piatti sporchi. Dovrò fare due lavastoviglie.
Stropiccia la sigaretta nel posacenere.
"Da quanto stai insieme ad Andrea?"
"Due mesi."
"Lui sembra davvero innamorato."
Mi metto sulla difensiva.
"Sì. Stiamo bene."
"Sai che ho avuto una storia con lui? Sette anni fa."
Lo dice per pugnalarmi. Raccolgo i piatti dal lavello.
"È durata poco. Non eravamo fatti per stare insieme… anche fisicamente. Era una fatica con lui." Sorride maligna. "Lo sapevamo tutte com’era Andrea. È ancora ossessionato? Come fai con lui?"
Non mi giro. Non rispondo.
"Sta’ attenta agli altri, credimi. Essere la ragazza di Andrea non è una bella fama, ahaha."
La sento uscire. Sbatto qualcosa nel lavello. Carico la lavastoviglie.
"Eccoti qui."
È Michele. Un amico di Andrea. Mi è simpatico. Mi si appoggia contro. L’alito puzza d’alcol. Mi sfiora il culo.
"No."
Mi giro. Vede gli occhi gonfi. Mi sorride tenero.
"Tu te ne devi fregare di quella stronza. Ti invidia. Ti invidiano tutte."
Cazzo se sto male. Ce l’ho contro, il viso sopra il mio. L’istinto di ciucciargli il cazzo, di mandare tutti a fanculo. Ho una dannata voglia di silenzio. Accoccolarmi su un cazzo e ciucciare. Sono delle maledette stronze.
"Andiamo di là."
Spingo Michele in sala. Sto meglio tra i maschi. Sono lineari. Uno fischia.
"Ed ecco a voi… Miss culetto d’oro!"
Mi sento figa. Mi rallegrano i loro sguardi. Fingo di ballare. Guardo Andrea. Ride felice di me. Giro su me stessa sculettando. Con la coda dell’occhio guardo verso la porta della camera.
Se ne vanno. Li accompagniamo giù in strada. Il nostro palazzo ha tutte le finestre spente. Poco alla volta partono. Michele mi tocca il seno e mi ricorda di sbattermene di tutti. Mi è simpatico. Vorrebbe sbattermi lui. Olga mi bacia fredda.
"Finalmente siete soli."
Sorride maligna. Le apro la portiera.
"Ah, sei in auto da sola?"
Ho imparato come si fanno i sorrisini.
Non abbiamo tempo di salire. Dietro il portoncino, nell’androne, Andrea mi agguanta e mi stringe da soffocarmi. Mi bacia come un leone. Le mani mi cercano tutta. Le mie sono imprigionate nel suo abbraccio, schiacciate tra noi due. Mi ruggisce piano nell’orecchio.
"Ti voglio, Daniela."
La luce delle scale si spegne. Lo spingo indietro con tutta la forza che ho. Lo vedo appena, alla luce della strada. Mi avvicino, annuso il collo, lo bacio leggera sulle labbra.
"Mi vuoi davvero, Andrea? Mi vuoi bene?"
Mi bacia come un uomo innamorato, tenendomi la testa. Scivolo in basso. Mi prendo il suo cazzo, lo afferro, stringo, tiro verso di me. Glielo bagno di saliva. Dice qualcosa. Che lo faccio impazzire. Che mi ama. Che sono una cagna.
Mi rialzo in piedi. Gli sfioro il volto.
"Qui. Prendimi qui."
Vedo il bianco dei suoi occhi dilatarsi. Mi gira di schiena. Mi spinge nell’angolo. Inciampo nei leggings abbassati. Cado in avanti. Riesce a trattenermi per i fianchi. Batto solo un ginocchio. Sono sul pavimento, la guancia sulle piastrelle gelide. Mi raccolgo alzando il culo. Mi rannicchio per sollevarlo più in alto possibile. Lui è sopra di me, al buio, in piedi gambe larghe. Con una mano gli afferro la caviglia. Mi cala il cazzo in culo. Un piacere che è dolore, un male che godo. Mi penetra la sua carne, calda e bastarda, che mi brucia. Arriva a fondo, comprimendomi che non resisto, e mi scopa. Dall'alto che mi inchioda. Lo sento risalire risucchiandomi l'anima, un piacere che riderei, e poi ricalarmi comprimendomi il respiro e non voglio ridere, godo spaventata.
Andrea gode di cazzo, gli vibra, non resiste e me lo picchia sempre più pesante, più veloce, più insensibile. Non pensa più a me e mi violenta il culo. Mi trapana impazzito. Gode folle. Un male che non è abbastanza.
Mi scopa schiacciandomi. Cerco di resistere, la testa mi scivola in avanti e le gambe senza forza scivolo giù. Mi trattiene per i fianchi e me lo picchia a fondo, si ferma e dà ancora una spinta, una fitta dentro che mi strappa un urlo. Cerco di strozzarlo in gola. Ma non me ne frega un cazzo dei vicini.
La casa è invasa. Gli amici di Andrea. L’appartamento è troppo piccolo. Sono assiepati in sala, attorno a lui, seduti su sedie, mobiletti, sul tappeto. Ridono, parlano forte, urlano da scemi. La musica a palla. Chi cazzo se ne frega dei vicini. Fumano. È casa sua. Io sto appoggiata al davanzale e li ascolto raccontarsi storie, avventure, figure di merda, vecchi amici, calcio, donne, auto. Io non ci sono. Non conosco niente. Sono un’estranea.
Le loro compagne li hanno lasciati soli. Vado in camera. Sono in tre sedute a bordo letto col bicchiere, una in piedi davanti allo scaffale. Smettono di parlare quando entro. Mi guardano scocciate. Hanno tutte più di trent’anni. Per me vecchissime. Distanti. Per loro sono solo la ragazzina di Andrea. Osservano i miei libri allineati.
"Beata te che hai tempo di leggere."
Me ne vado. Stronze. Chi vi incula a voi? E io ho preparato anche le pizzette. Sono chiattone. Più vecchie di quel che sono.
In cucina c’è Olga. La figa del gruppo. Quella che tutti odiano. Una che se la tira. Bel corpo, viso strano che non so dire. Svuoto il posacenere e apro la finestra. È una ciminiera. Non alza gli occhi dal cellulare. Raccolgo i piatti sporchi. Dovrò fare due lavastoviglie.
Stropiccia la sigaretta nel posacenere.
"Da quanto stai insieme ad Andrea?"
"Due mesi."
"Lui sembra davvero innamorato."
Mi metto sulla difensiva.
"Sì. Stiamo bene."
"Sai che ho avuto una storia con lui? Sette anni fa."
Lo dice per pugnalarmi. Raccolgo i piatti dal lavello.
"È durata poco. Non eravamo fatti per stare insieme… anche fisicamente. Era una fatica con lui." Sorride maligna. "Lo sapevamo tutte com’era Andrea. È ancora ossessionato? Come fai con lui?"
Non mi giro. Non rispondo.
"Sta’ attenta agli altri, credimi. Essere la ragazza di Andrea non è una bella fama, ahaha."
La sento uscire. Sbatto qualcosa nel lavello. Carico la lavastoviglie.
"Eccoti qui."
È Michele. Un amico di Andrea. Mi è simpatico. Mi si appoggia contro. L’alito puzza d’alcol. Mi sfiora il culo.
"No."
Mi giro. Vede gli occhi gonfi. Mi sorride tenero.
"Tu te ne devi fregare di quella stronza. Ti invidia. Ti invidiano tutte."
Cazzo se sto male. Ce l’ho contro, il viso sopra il mio. L’istinto di ciucciargli il cazzo, di mandare tutti a fanculo. Ho una dannata voglia di silenzio. Accoccolarmi su un cazzo e ciucciare. Sono delle maledette stronze.
"Andiamo di là."
Spingo Michele in sala. Sto meglio tra i maschi. Sono lineari. Uno fischia.
"Ed ecco a voi… Miss culetto d’oro!"
Mi sento figa. Mi rallegrano i loro sguardi. Fingo di ballare. Guardo Andrea. Ride felice di me. Giro su me stessa sculettando. Con la coda dell’occhio guardo verso la porta della camera.
Se ne vanno. Li accompagniamo giù in strada. Il nostro palazzo ha tutte le finestre spente. Poco alla volta partono. Michele mi tocca il seno e mi ricorda di sbattermene di tutti. Mi è simpatico. Vorrebbe sbattermi lui. Olga mi bacia fredda.
"Finalmente siete soli."
Sorride maligna. Le apro la portiera.
"Ah, sei in auto da sola?"
Ho imparato come si fanno i sorrisini.
Non abbiamo tempo di salire. Dietro il portoncino, nell’androne, Andrea mi agguanta e mi stringe da soffocarmi. Mi bacia come un leone. Le mani mi cercano tutta. Le mie sono imprigionate nel suo abbraccio, schiacciate tra noi due. Mi ruggisce piano nell’orecchio.
"Ti voglio, Daniela."
La luce delle scale si spegne. Lo spingo indietro con tutta la forza che ho. Lo vedo appena, alla luce della strada. Mi avvicino, annuso il collo, lo bacio leggera sulle labbra.
"Mi vuoi davvero, Andrea? Mi vuoi bene?"
Mi bacia come un uomo innamorato, tenendomi la testa. Scivolo in basso. Mi prendo il suo cazzo, lo afferro, stringo, tiro verso di me. Glielo bagno di saliva. Dice qualcosa. Che lo faccio impazzire. Che mi ama. Che sono una cagna.
Mi rialzo in piedi. Gli sfioro il volto.
"Qui. Prendimi qui."
Vedo il bianco dei suoi occhi dilatarsi. Mi gira di schiena. Mi spinge nell’angolo. Inciampo nei leggings abbassati. Cado in avanti. Riesce a trattenermi per i fianchi. Batto solo un ginocchio. Sono sul pavimento, la guancia sulle piastrelle gelide. Mi raccolgo alzando il culo. Mi rannicchio per sollevarlo più in alto possibile. Lui è sopra di me, al buio, in piedi gambe larghe. Con una mano gli afferro la caviglia. Mi cala il cazzo in culo. Un piacere che è dolore, un male che godo. Mi penetra la sua carne, calda e bastarda, che mi brucia. Arriva a fondo, comprimendomi che non resisto, e mi scopa. Dall'alto che mi inchioda. Lo sento risalire risucchiandomi l'anima, un piacere che riderei, e poi ricalarmi comprimendomi il respiro e non voglio ridere, godo spaventata.
Andrea gode di cazzo, gli vibra, non resiste e me lo picchia sempre più pesante, più veloce, più insensibile. Non pensa più a me e mi violenta il culo. Mi trapana impazzito. Gode folle. Un male che non è abbastanza.
Mi scopa schiacciandomi. Cerco di resistere, la testa mi scivola in avanti e le gambe senza forza scivolo giù. Mi trattiene per i fianchi e me lo picchia a fondo, si ferma e dà ancora una spinta, una fitta dentro che mi strappa un urlo. Cerco di strozzarlo in gola. Ma non me ne frega un cazzo dei vicini.
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