Schiava puttana

scritto il 2026-10-29 tempo di lettura 6 min

di
genere
dominazione
cura
A−

La camera da letto ha una parete e il soffitto a specchi.
È una disposizione quasi clinica: sono contemporaneamente soggetto e oggetto, carne che si guarda.
Studio il mio corpo, le reazioni, mentre lui mi scopa, mentre mi usa. Nello specchio mi vedo lontana, riflessa in una superficie troppo luminosa e fredda; non sono io che gli sto leccando le palle, che gli ciuccio il cazzo. Io son qui, l’odore mi riempie le narici, il cazzo è caldo in bocca.
Alex mi ha voluta tre giorni nel suo residence.
Tre giorni in modalità puttana. Per scoparmi, riempirmi di sborra e infilarmi il cazzone in culo.
Tre giorni col collare. Senza pensare.
Tre giorni destinati a diventare un altro buco netto nella mia biografia.
Una puttana schiava.
Una schiava puttana.
Niente di più. Alex non è Marco: non mi ha costretta a spendere soldi in psicoterapia. È più semplice, più grezzo. È un ragazzino che parla esclusivamente attraverso il suo cazzone. Ha cinquantasei anni e ficca in culo per sentirsi ancora giovane.
Tre giorni per riempirmi di sborra. Un ingenuo grandioso. Non sa, o rifiuta, che il sesso può diventare noioso fino alla nausea.
-
Residence in collina, lontano dal mare. Solo ricchi italiani con le rispettive fighe al seguito. Io non ho vent’anni e non sono particolarmente figa, anche se il tanga lo indosso senza esitazione.
Il solo suono della sua voce mi irrita.
Deby è la puttanella di Franco, il vicino di residence, quello con novanta metri di terrazza sul mare. Franco è amico di Alex: fanno soldi insieme e li dissipano qui. Franco è più giovane, più magro, più ricco.
Quella puttanella gli costerà una borsa di Hermès a ogni scopata. Una che ha lasciato il marciapiede e intende fare strada. Non le invidio niente, nemmeno il culo molle.
Siamo a bordo piscina. Deby squittisce a ogni battuta che non comprende.
Io resto sulla sdraio, occhiali scuri, libro aperto. Rileggo Pepe Carvalho. Marco diceva che, per gusti letterari, sono un maschiaccio. Dopo due anni continuo a pensare a Marco.
Indosso il costume che mi ha scelto Alex: arancione, tanga morbido sotto la fica. Quasi nuda. Il collarino di pelle mi copre di più. Cerco d'assentarmi, ma percepisco tutto, soprattutto la pietosa puttanella. Lo chiama papi. Un brivido mi percorre la schiena.
Franco la manda via: devono parlare di cose importanti, cose che lei non capisce. Le dà una pacca sul culo. La chiappa ondeggia. La cretina squittisce e zampetta via sui tacchi.
Discorsi da uomini.
Ad Alex la puttanella fa sangue. Parla solo di Deby, le tette giovani, lo invidia. A letto dev’essere fantastica. Alla fine gli chiede se è innamorato di lei.
“Di Deby? Scherzi? Per farmi una bella scopata devo tapparle la bocca.”
“Quindi non ti spiace se faccio un giro?”
Franco arriccia la bocca e mi indica con gli occhi.
“È diverso tra noi due. Deby non è… è libera, sceglie lei.”
“Facciamo così: io ti do Daniela e tu mi lasci provare con Deby. Se non ci sta, pazienza, ma tu ti sei scopato lo stesso Dany.”
Abbasso lo sguardo. Gli occhiali scuri non bastano. Franco mi sta già immaginando a cosce aperte.
“…quando?”
“Anche subito.”
Alex si alza e mi raggiunge dietro la sdraio.
Mi prende il collo con una mano, solleva di poco la testa, mi slaccia il collarino di pelle. Il cuoio scorre sulla gola e cade sul porfido caldo. Resto ferma, braccia lungo i fianchi, gambe leggermente divaricate. Mi rimane un anello di sudore. Mi sento soltanto carne.
“È tua.”
Nessuna emozione. Alle schiave capita.
Franco si alza. Chiudo le pagine sul segnalibro e lo seguo.
Peccato. Era bello qui al sole.
Mi chiedo se Franco lo farà alla luce o al buio. Marco mi bendava sempre quando mi cedeva. Alex è più gentile di Marco, ma a certe sottigliezze non arriva. E adesso ha i coglioni in tiro per Deby.
-
Ceniamo in terrazza. L’aria è leggera, profumata, senza vento.
Alex mi guarda pentito con occhi da coccodrillo. Vuole sapere com’è stato. Meglio se glielo racconta Franco. Si parla del più e del meno. Dice che sono brava anche in cucina. Ho soltanto scongelato surgelati.
Gli ciuccio il cazzo sul divano davanti alla televisione. Non ha necessità, ma mi ha in casa e si fa leccare. Lui invece racconta il suo pomeriggio: Deby sarà pure una fica pazzesca, dice, ma vale la metà di me.
Mi siedo a cavalcioni sul suo grembo, il cazzo al caldo dentro la fica. Marco mi avrebbe fatto impazzire i capezzoli. Alex si limita a baciarli.
Mi solleva per i fianchi. Peso un niente. Mani enormi che si chiudono sul ventre.
“Usciamo! Adesso ho i coglioni che mi fanno male. Ti fotto stasera.”
Passeggiamo sotto le luci del lungomare. Tiene la mano appena sopra il culo. Sono la sua figa.
Una voce ci chiama da un tavolino. È Franco, senza Deby. Stasera non le andava di uscire, dice. Quella cretina ha scoperto cos’è il cazzo di Alex in culo.
C’è imbarazzo anche tra due porci come loro.
Alex mi lascia tornare a casa da sola.
Un’altra lunga doccia. Mi lava via i pochi pensieri di questa vacanza. Getto lontano il libro. Non dormo. Tornerà. Sento voci di chiacchiere che sanno di vacanza. Vado in terrazza, ma non voglio ammirare il mare di notte.
-
È entrato in stanza. Allargo le gambe, sono pronta, a pancia in giù. So che ha il cazzo di pietra. La mano mi afferra al pube, il pollice mi entra in culo.
Mi scuote, mi tira indietro. Sento il rumore di un cassetto. Accende la luce e gli specchi mi investono. Ha un kleenex. Mi ripulisce dal lubrificante, me lo ficca dentro e lo rigira nell’ano. Me lo asciuga. Con Alex mi tengo sempre pronta.
Una scossa al cervello: incomincio a vibrare.
Mi fa allargare le gambe al massimo, in spaccata. Ho fatto danza; Marco mi ha slogata. Ho solo il tempo di ficcare il cuscino sotto il bacino.
Carne contro carne. Il cazzo entra, trascina, comprime, sfrega, brucia.
Ho il suo palo in culo. Tutto.
“Franco ha detto che ti ha legata. È vero, troia?!”
È sopra di me. I suoi novanta chili mi bloccano i pensieri.
È geloso. Geloso di una puttana.
Mi tira un primo colpo.
Inarco la testa all’indietro. Mi vedo allo specchio.
Non sono io.
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