Schiava del Cazzo
scritto il 2026-10-15 tempo di lettura 6 min
di
Daniela.94
genere
dominazione
cura
B
"Quanto ha questa cagna?" chiede a Marco.
"Trentadue anni." risponde lui.
Mi ha fatto mettere i leggings, i più tirati che ho. Mi separano le natiche, la figa si vede peggio che nuda. Niente mutandine. Mi spinge verso di lui. Con un dito, sulla schiena, in basso, come se mi abbracciasse al fianco. Sono rigida.
Il tipo mi palpa il seno. Valuta il mio corpo. Un dito preme sotto, mi allarga e penetra col tessuto. Mi sento mancare.
"Non male la puttana."
"Se te lo fa venire duro è tua" dice Marco.
Dopo due anni niente è troppo tra noi due. Lo seguo ovunque, ora mi sta mandando avanti da sola. Per me è vertigine.
Il tipo mi gira per vedermi il culo. La mia dannazione. Ora so che mi vorrà.
Sul mobile davanti ci sono allineati i suoi giocattoli. Fisso la serie di perle cinesi, dalle più sottili a quelle grosse come limoni. C’è anche un plug gonfiabile. Nero.
"E cosa fa? È ubbidiente?"
"Tutto. Puoi addomesticarla come credi. La vuoi?"
Mi annusa alla spalla, la mano massaggia le natiche. Stanno su da sole, lo eccitano.
"La voglio un giorno. Puoi?"
Marco mi leva il collare di pelle con le sue iniziali.
Uno sguardo che mi dice tutto. Forse anche che mi ama.
Esce. Mi abbandona per avermi.
Rimango sola con lui.
Mi allaccia al collo il suo collare.
"Ci divertiremo, Dany. Io sono Alex. Hai sentito quel che ha detto il tuo padrone?"
Le scarpe sono lucide. I pantaloni perfettamente stirati. Il cervello mi ticchetta frenetico. Ha una cintura di pelle, la camicia bianca con cravatta grigio scuro. Un accenno di pancia, ma un corpo solido. Di più non oso salire. Un profumo costoso, la voce di chi è abituato a farsi obbedire.
È un cinquantenne che per sentirsi giovane si scopa le ventenni. Sul mobile ci sono allineati solo due dildi. Da mandingo, ma sempre di dimensioni umane. Non c’è la solita serie di falli ordinati per grandezza e i giocattoli più bastardi. Non so se sentirmi sollevata. Alex è uno che non si deve vergognare del suo cazzo.
Col dito mi tira il labbro per levarmi il rossetto. Un riflesso condizionato, apro e lo prendo in bocca. Come un würstel. Un indice grosso, pesante sulla lingua.
È sorpreso, leva la mano e mi violenta in bocca con la lingua. Furioso mi addenta il viso, lo bagna. Mi prende tutta con le mani. È alto, forte, non posso nulla. Solo cedere. È stupido come tutti i maschi, crede di potermi avere come innamorata.
Invece capisce. Si ferma. Mi fissa sorridente, sta cercando di capire come usarmi al meglio. Ha solo un giorno.
Mi dà nuovamente il dito da succhiare. "Levati la camicetta."
Succhio le nocche e mi sbottono.
Me lo fa scivolare bagnato sotto il mento, sul collo, tra i seni, sul ventre e la mano si infila sotto i leggings. Vedo le nocche delle sue dita in rilievo. Mi apre già aperta, il dito s’impossessa di me. Non vorrei godere.
Ripete ancora. E ancora. Lentamente. Ha un giorno intero. Anulare, medio e pollice e poi sotto, tra le cosce scostate, nei leggings che ho macchiato.
"Chiudi gli occhi."
Dieci secondi e qualcosa di plastica dura mi preme la bocca, schiudo le labbra come uno sfintere, la pallina mi entra in bocca. Grossa, come una pallina da ping-pong. È una catena di perle cinesi. Vuole che la trattienga tra le labbra. Una catena lunga, l’ultima pallina pende tra le mie cosce.
Una mano sulla spalla e mi ordina di chinarmi in avanti. Di pochi gradi. La lunga catena di biglie nere mi pende dalla bocca. È pesante, non credevo, stringo tra i denti il cordino.
Alex versa l’olio sulla prima pallina e l’olio cola denso lungo tutta la catena, avvolge una pallina per volta e gocciola a terra.
Mi palpa il culo. "Allarga le gambe."
Lo faccio, sono a quarantacinque gradi, salda sui piedi nudi. Mi abbassa i leggings a metà coscia. Mi afferra al pube, mi prende con due dita in fica e pollice spinto in culo. Non voglio godere.
Rivuole la collana, apro i denti, gliela lascio prendere.
Non vedo dietro. Un lungo istante e la prima biglia mi preme attorno all’ano, allargandolo dolcemente, e scatta dentro. L’ano si richiude sul cordino duro. Ruvido. La seconda è più difficoltosa, deve spingere dentro anche dieci centimetri di cordino.
Mi lascia così e va a sedersi sul divano. Gambe larghe. Se lo tira fuori. Vuole che lo guardi.
Sono cagna, sono senza Marco, e quel cazzo mi confonde, mi possiede già solo a guardarlo. Di carne, spesso e potente. Non penso. Voglio impalarmi su quel totem fallico. Non è un pensiero: è un bisogno viscerale, un’ossessione che mi brucia tra le gambe e mi svuota la testa.
Stringo il culo, la catena mi pende pesante. "Vieni."
Mi fa gattonare in tondo. Trascino la coda, le ultime biglie picchiano saltellando sulle piastrelle. L’ano tirato in fuori. Faccio due giri, vuole prima godersi la cagna che stuprerà. Vorrei che mi vedesse Marco.
Mi arrampico tra le sue gambe, la lingua scivola sulle cosce pelose fino ai coglioni. Finalmente sono arrivata, mi strozzo sul suo cazzo.
Lo sento pulsare contro la lingua e qualcosa dentro di me cede del tutto: non sono più Dany, sono solo fame di quel cazzo, dipendenza pura, bisogno di essere riempita, usata, distrutta da quella carne dura.
È grosso. Peso cinquantadue chili. Ho un nodo allo stomaco.
Ci monto sopra a cavalcioni, mi strizza i seni mentre mi impalo sul paracarro. Mi riempie, la figa è dilatata che mi urla, poggiata sul suo pelo duro, in culo le palline che mi tirano. Non voglio godere e lo limono.
Ogni centimetro che mi entra mi lega di più a lui, a questa fame che non ha fine. Non è piacere: è ossessione, è il bisogno di sentirmi spezzata da qualcosa di così grosso e vivo.
La mano dietro spinge. Mi allargo e inghiotto col culo la terza biglia. Con la quarta le sento accumularsi e risalirmi dentro, contro il palo che mi comprime lo stomaco. Smetto di contarle, non conto mai i cazzi.
Mille dolori come ciottoli nella pancia e il suo cazzo che mi invade tutta. Ogni tanto mi tira un colpo da sollevarmi, mi tiene ferma in alto, cavalcioni su di lui, col terrore di ricadere. Molla di colpo e mi schianto di pancia sul suo cazzo con le biglie che mi risuonano dentro.
Tira piano. L’ano s’allarga sulla pallina che esce in un plop. Un fremito di cosce. La seconda: non respiro, voglio godermela tutta, ascolto il mio culo.
Lo sento, mi prenderà un orgasmo da uccidermi, da annullarmi. Non esisto più, esiste solo il cazzo che ho dentro. Ho fretta. Non resisto.
Lo bacio in bocca. “Tutte, strappamele tutte!”
Lo fa che è una scarica folle, una mitragliata che mi trascina duori l'anima,lascia improvvisamente vuota. Ha in mano la catena nera, grondante. La getta, mi ribalta, m'incula.
Mi apre ma non urlo. È giusto così. Urla l'orgasmo.
Grazie Marco
"Trentadue anni." risponde lui.
Mi ha fatto mettere i leggings, i più tirati che ho. Mi separano le natiche, la figa si vede peggio che nuda. Niente mutandine. Mi spinge verso di lui. Con un dito, sulla schiena, in basso, come se mi abbracciasse al fianco. Sono rigida.
Il tipo mi palpa il seno. Valuta il mio corpo. Un dito preme sotto, mi allarga e penetra col tessuto. Mi sento mancare.
"Non male la puttana."
"Se te lo fa venire duro è tua" dice Marco.
Dopo due anni niente è troppo tra noi due. Lo seguo ovunque, ora mi sta mandando avanti da sola. Per me è vertigine.
Il tipo mi gira per vedermi il culo. La mia dannazione. Ora so che mi vorrà.
Sul mobile davanti ci sono allineati i suoi giocattoli. Fisso la serie di perle cinesi, dalle più sottili a quelle grosse come limoni. C’è anche un plug gonfiabile. Nero.
"E cosa fa? È ubbidiente?"
"Tutto. Puoi addomesticarla come credi. La vuoi?"
Mi annusa alla spalla, la mano massaggia le natiche. Stanno su da sole, lo eccitano.
"La voglio un giorno. Puoi?"
Marco mi leva il collare di pelle con le sue iniziali.
Uno sguardo che mi dice tutto. Forse anche che mi ama.
Esce. Mi abbandona per avermi.
Rimango sola con lui.
Mi allaccia al collo il suo collare.
"Ci divertiremo, Dany. Io sono Alex. Hai sentito quel che ha detto il tuo padrone?"
Le scarpe sono lucide. I pantaloni perfettamente stirati. Il cervello mi ticchetta frenetico. Ha una cintura di pelle, la camicia bianca con cravatta grigio scuro. Un accenno di pancia, ma un corpo solido. Di più non oso salire. Un profumo costoso, la voce di chi è abituato a farsi obbedire.
È un cinquantenne che per sentirsi giovane si scopa le ventenni. Sul mobile ci sono allineati solo due dildi. Da mandingo, ma sempre di dimensioni umane. Non c’è la solita serie di falli ordinati per grandezza e i giocattoli più bastardi. Non so se sentirmi sollevata. Alex è uno che non si deve vergognare del suo cazzo.
Col dito mi tira il labbro per levarmi il rossetto. Un riflesso condizionato, apro e lo prendo in bocca. Come un würstel. Un indice grosso, pesante sulla lingua.
È sorpreso, leva la mano e mi violenta in bocca con la lingua. Furioso mi addenta il viso, lo bagna. Mi prende tutta con le mani. È alto, forte, non posso nulla. Solo cedere. È stupido come tutti i maschi, crede di potermi avere come innamorata.
Invece capisce. Si ferma. Mi fissa sorridente, sta cercando di capire come usarmi al meglio. Ha solo un giorno.
Mi dà nuovamente il dito da succhiare. "Levati la camicetta."
Succhio le nocche e mi sbottono.
Me lo fa scivolare bagnato sotto il mento, sul collo, tra i seni, sul ventre e la mano si infila sotto i leggings. Vedo le nocche delle sue dita in rilievo. Mi apre già aperta, il dito s’impossessa di me. Non vorrei godere.
Ripete ancora. E ancora. Lentamente. Ha un giorno intero. Anulare, medio e pollice e poi sotto, tra le cosce scostate, nei leggings che ho macchiato.
"Chiudi gli occhi."
Dieci secondi e qualcosa di plastica dura mi preme la bocca, schiudo le labbra come uno sfintere, la pallina mi entra in bocca. Grossa, come una pallina da ping-pong. È una catena di perle cinesi. Vuole che la trattienga tra le labbra. Una catena lunga, l’ultima pallina pende tra le mie cosce.
Una mano sulla spalla e mi ordina di chinarmi in avanti. Di pochi gradi. La lunga catena di biglie nere mi pende dalla bocca. È pesante, non credevo, stringo tra i denti il cordino.
Alex versa l’olio sulla prima pallina e l’olio cola denso lungo tutta la catena, avvolge una pallina per volta e gocciola a terra.
Mi palpa il culo. "Allarga le gambe."
Lo faccio, sono a quarantacinque gradi, salda sui piedi nudi. Mi abbassa i leggings a metà coscia. Mi afferra al pube, mi prende con due dita in fica e pollice spinto in culo. Non voglio godere.
Rivuole la collana, apro i denti, gliela lascio prendere.
Non vedo dietro. Un lungo istante e la prima biglia mi preme attorno all’ano, allargandolo dolcemente, e scatta dentro. L’ano si richiude sul cordino duro. Ruvido. La seconda è più difficoltosa, deve spingere dentro anche dieci centimetri di cordino.
Mi lascia così e va a sedersi sul divano. Gambe larghe. Se lo tira fuori. Vuole che lo guardi.
Sono cagna, sono senza Marco, e quel cazzo mi confonde, mi possiede già solo a guardarlo. Di carne, spesso e potente. Non penso. Voglio impalarmi su quel totem fallico. Non è un pensiero: è un bisogno viscerale, un’ossessione che mi brucia tra le gambe e mi svuota la testa.
Stringo il culo, la catena mi pende pesante. "Vieni."
Mi fa gattonare in tondo. Trascino la coda, le ultime biglie picchiano saltellando sulle piastrelle. L’ano tirato in fuori. Faccio due giri, vuole prima godersi la cagna che stuprerà. Vorrei che mi vedesse Marco.
Mi arrampico tra le sue gambe, la lingua scivola sulle cosce pelose fino ai coglioni. Finalmente sono arrivata, mi strozzo sul suo cazzo.
Lo sento pulsare contro la lingua e qualcosa dentro di me cede del tutto: non sono più Dany, sono solo fame di quel cazzo, dipendenza pura, bisogno di essere riempita, usata, distrutta da quella carne dura.
È grosso. Peso cinquantadue chili. Ho un nodo allo stomaco.
Ci monto sopra a cavalcioni, mi strizza i seni mentre mi impalo sul paracarro. Mi riempie, la figa è dilatata che mi urla, poggiata sul suo pelo duro, in culo le palline che mi tirano. Non voglio godere e lo limono.
Ogni centimetro che mi entra mi lega di più a lui, a questa fame che non ha fine. Non è piacere: è ossessione, è il bisogno di sentirmi spezzata da qualcosa di così grosso e vivo.
La mano dietro spinge. Mi allargo e inghiotto col culo la terza biglia. Con la quarta le sento accumularsi e risalirmi dentro, contro il palo che mi comprime lo stomaco. Smetto di contarle, non conto mai i cazzi.
Mille dolori come ciottoli nella pancia e il suo cazzo che mi invade tutta. Ogni tanto mi tira un colpo da sollevarmi, mi tiene ferma in alto, cavalcioni su di lui, col terrore di ricadere. Molla di colpo e mi schianto di pancia sul suo cazzo con le biglie che mi risuonano dentro.
Tira piano. L’ano s’allarga sulla pallina che esce in un plop. Un fremito di cosce. La seconda: non respiro, voglio godermela tutta, ascolto il mio culo.
Lo sento, mi prenderà un orgasmo da uccidermi, da annullarmi. Non esisto più, esiste solo il cazzo che ho dentro. Ho fretta. Non resisto.
Lo bacio in bocca. “Tutte, strappamele tutte!”
Lo fa che è una scarica folle, una mitragliata che mi trascina duori l'anima,lascia improvvisamente vuota. Ha in mano la catena nera, grondante. La getta, mi ribalta, m'incula.
Mi apre ma non urlo. È giusto così. Urla l'orgasmo.
Grazie Marco
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