Da sopra la sua spalla

di
genere
dominazione

Il locale è in una palazzina anonima, fuori città. Niente insegne. Solo una porta scura e un uomo che controlla i nomi. Dentro, luce bassa, rossastra, divanetti di velluto scuro, specchi, odore di pelle e di sesso già iniziato. Musica lenta, quasi impercettibile. Gente che si muove senza fretta: uomini in camicia, donne già mezzo spogliate, qualcuno che scopa in un angolo senza nascondersi.
Giulia cammina tra noi due.
È la sua prima volta in un posto così. Marco gliel’ha detto in macchina, con quella voce piatta che usa quando comunica un fatto: «Stasera ti porto al club. È un regalo.» Lei ha annuito, eccitata e spaventata insieme. Io lo sapevo già. So sempre tutto in anticipo.
È bellissima. Vent’anni, il corpo ancora intatto, la pelle chiara, i seni alti, le cosce lisce. Porta un vestitino nero corto. Ogni tanto mi guarda di lato, come a cercare un segnale. Io non glielo do.
Io invidio quella freschezza.
Invidio il fatto che non abbia ancora segni, che non sappia ancora cosa significa essere usata fino in fondo. Allo stesso tempo mi sento superiore e peggiore. Superiore perché conosco già i codici di posti come questo. Peggiore perché so esattamente cosa sono: una figa, un culo, un oggetto che Marco porta dietro e offre quando gli pare. È quello che sono. Lo so. Per questo sono la sua femmina.
Marco non parla. Ci porta in giro tra le coppie.

Ci guida verso un divanetto libero in una zona semiaperta. Si siede. Ci indica di stare di fronte a lui.
«Baciatevi.»
La voce è quella di sempre: piatta, senza discussione.
Giulia esita un secondo. Io no. La prendo per la nuca e la bacio.
La sua bocca è morbida, ancora quasi ingenua. Lei risponde, prima timida, poi più aperta. Sento la sua lingua, il suo respiro corto. Le mie mani scendono sulla sua schiena, poi sulle natiche. Lei fa lo stesso. Ci stringiamo. Il vestitino le sale. La gente comincia a fermarsi. Due uomini, poi una donna, poi altri. Formano un piccolo cerchio intorno a noi. Guardano.
Continuo a baciarla.
Le alzo il vestito fino alla vita. Non indossa mutandine. La fica è già lucida. Le passo due dita in mezzo e lei geme nella mia bocca. Io sono già bagnata da prima, da quando siamo salite in macchina.
Marco osserva.
Gambe divaricate, un braccio sullo schienale, lo sguardo freddo e soddisfatto. Non interviene. Ci lascia fare.
Giulia trema un poco.
È eccitata, lo sento, ma ha paura degli occhi che ci fissano. Io no. Io so di essere solo una figa e un culo in mezzo a questa gente. So che mi guardano per quello. So che Marco mi ha portata qui perché è quello che sono. E mentre la bacio e la tocco, mentre la gente si avvicina di più, sento esattamente il mio posto: sotto di lui, accanto a lei, offerta.
Marco fa un cenno minimo con la mano.
Io capisco.
Faccio scivolare Giulia sul divanetto, le apro le gambe e mi metto in ginocchio tra le sue cosce. Comincio a leccarla. Lei getta la testa indietro. Qualcuno nella cerchia mormora. Un uomo si tocca il pacco.
Marco resta seduto.
Ci guarda.
E io, mentre lecco la fica fresca di Giulia sotto gli occhi di tutti, so precisamente chi sono.


Marco vuoel di più.
Ci alziamo. Lui prende Giulia per la vita, la stringe a sé con un gesto che sembra affettuoso, quasi innamorato. La bacia sulla bocca, piano, come si bacia una ragazza che si vuole proteggere. Lei si abbandona, ancora tremante, ancora curiosa.
Io li seguo nel corridoio.
Subito due corpi si attaccano al mio. Mani che mi afferrano i seni attraverso il tessuto, altre che scendono sotto la gonna e mi aprono le natiche, dita che entrano senza chiedere permesso. Un uomo mi preme il cazzo già duro contro l’anca. Una donna mi morde la spalla. Non li guardo. Cammino. Il corridoio è stretto, luce ancora più bassa, odore più forte di sesso e di sudore. Le mani continuano a prendermi, a esplorarmi, a reclamare pezzi di me mentre avanzo dietro a loro due.
Il camerino è piuttosto grande.
Alla parete un divanetto scuro. Al centro un lettino basso, largo, simile a una barella da pronto soccorso. È per me. Per il mio corpo. La porta resta aperta.
Marco si volta verso di me.
Giulia sta accanto a lui. Mi guardano entrambi.
Il suo sguardo piatto, deciso, senza possibilità di rifiuto.
Lei è timorosa e curiosa insieme. Gli occhi grandi, le labbra ancora umide del bacio. Sta imparando. Sta guardando cosa si fa con una come me.
Io so esattamente perché sono qui.
Sono qui per mostrarle.
Il primo cazzo che trovo è quello dell’uomo che mi ha seguito fino alla soglia. Lo tiro fuori, già duro, caldo. Mi inginocchio. Lo prendo in bocca fino in fondo, senza preamboli. Sento il sapore, il peso, le vene contro la lingua. Lo succhio con la precisione di chi conosce il proprio mestiere. Dietro di me sento altre mani, altre dita che mi aprono, che mi penetrano, che mi usano mentre io continuo.
Marco osserva dal divanetto, Giulia accanto a lui.
Il lettino resta vuoto al centro della stanza, in attesa.
Io non alzo lo sguardo.
Faccio quello che devo fare.
Quello che una come me sa fare.
Quello che serve a far capire a Giulia, senza parole, quale sia la differenza tra il corpo fresco che lei ancora ha e il corpo già rotto, già disponibile, già offerto che è il mio.
Il cazzo in bocca pulsa.
Le dita dentro di me si muovono più in fretta.
E io, inginocchiata sul pavimento del camerino dalla porta aperta, sotto i loro occhi e sotto gli sguardi di chi passa nel corridoio, continuo a succhiare avida. Giulia mi vede. Marco mi giudica..

Marco e Giulia fanno l’amore sul divanetto.
Lui la tiene sotto di sé, i movimenti lenti, quasi teneri. La bacia, le accarezza un seno. Lei lo guarda negli occhi, poi, da sopra la sua spalla, volta lo sguardo verso di me. Mi fissa mentre mi usano.
Il mio corpo non è più mio.
Mani lo prendono, lo aprono, lo penetrano. Bocche lo baciano, lo mordono. Cazzi lo trafiggono. Sono in ginocchio, poi mi sollevano, mi girano. Qualcuno mi entra in figa, qualcuno mi apre il culo. Stringo in mano due cazzi ancora fuori, li tengo caldi. Mi fottono insieme, figa e culo nello stesso momento. Il ritmo è grezzo. Sono solo un pezzo di figa per cani.
Le mogli e le compagne guardano.
Alcune restano indietro. Altre si avvicinano. Una mi si siede in faccia e mi costringe a leccarla mentre il suo uomo mi incula. Un’altra mi tiene la testa perché un terzo cazzo mi entri in bocca.
Quello che provo è chiaro, netto, senza illusioni.
Non è piacere puro, non è solo dolore. È la conferma. La conferma di essere esattamente quello che Marco ha deciso che io sia: il corpo disponibile, il buco che si offre, la femmina che sta sotto mentre lui fa l’amore con qualcun’altra. Sento invidia per Giulia, per la tenerezza che riceve, per la pelle ancora senza segni. E insieme sento una fredda soddisfazione: so il mio posto, lo occupo senza residuali, senza bugie. Sono la vacca. Sono il pezzo di carne. E in questo non c’è scampo, ma c’è una precisione che mi tiene insieme.
Marco accelera un poco sui fianchi di Giulia.
Lei geme piano e continua a guardarmi.
Io non chiudo gli occhi.
Sento ogni penetrazione, ogni spinta, ogni bocca.
E mentre mi usano, so che questa è l’unica verità che ho.


Sono seduta dietro.
L’autostrada è buia. I fari delle altre macchine passano come bagliori brevi e scompaiono. Davanti, Marco guida con una mano sola. L’altra è sulla coscia di Giulia. Ogni tanto le accarezza il ginocchio, le prende la mano, le lascia un bacio breve sul collo. Si amano ancora. La tenerezza non si è interrotta.
Io non ho smesso un istante di fissarli.
Li ho guardati per tutta la sera. Ho visto Marco scaricarsi tre volte dentro di lei: due in figa, una in culo. Gli stessi gesti di quando ha cominciato con me, le stesse spinte precise, lo stesso modo di trattenersi un secondo prima di venire. Lei li ha presi tutti, tremante e aperta. Io li fissavo e questo li eccitava. Lo sapevo. Lo sapevano anche loro.
Di quanti cazzi mi siano entrati non so nulla.
Non li ho contati. Non è elegante contare quanti ti hanno sborrato dentro. So solo il peso, il sapore, il calore che mi è rimasto tra le cosce e più in alto. So di essere ancora piena, di sentire il liquido che cola piano sul sedile di pelle.
Marco alza gli occhi sullo specchietto.
I nostri sguardi si incontrano un attimo. Il suo è piatto, soddisfatto. Il mio non chiede nulla.
Poi torna a lei. Le sistema un ciuffo di capelli dietro l’orecchio con una delicatezza che non ha mai usato con me.
Io resto seduta dietro, nel buio.
Li osservo.
E mentre l’autostrada scorre, so con precisione chirurgica quale sia il mio posto in questa macchina: il sedile posteriore, il corpo ancora aperto, lo sguardo che non può distogliersi da loro.
Giulia si allunga per baciargli la guancia e si volta indietro, mi guarda da sopra la sua spalla.
scritto il
2026-09-24
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