Il papà di Serena
scritto il 2026-10-18 tempo di lettura 7 min
di
Daniela.94
genere
dominazione
cura
A−
Il padre di Serena? L'avevo scordato.
Dimenticato, non rimosso.
Mi ha riconosciuto lui. Gli stessi occhi che si abbassavano veloci, il sorriso costruito, teso.
"Ma tu sei Daniela!"
Quando è stato? Una vita fa, in una farmacia. Dopo il liceo, dopo il Portogallo, dopo Andrea, è stato a settembre credo, ero tornata da Maiorca. Comunque una vita fa.
Rivederlo mi ha costretta a un salto indietro ancora più lungo. Improvvisamente mi è balzato in testa il ricordo di quella notte lontana, vivido come se fosse oggi. Ma io allora ero irriconoscibile, una scemetta che non poteva essere Daniela.
Era venuto a riprenderci secondo i patti alle tre di notte. I nostri padri facevano i turni a portarci in discoteca e poi a venirci a riprendere.
"Ti ricordi? Sono il papà di Serena."
Cazzo se mi ricordo.
-
Ho freddo alle gambe. Siamo nel parcheggio ad aspettare. Serena è corsa dentro a cercare Micaela e un'altra che si sono perse. Suo papà non è incazzato, ha fatto quaranta chilometri di notte per riportare a casa quattro sceme e non è nemmeno scocciato. Cerca di farmi parlare.
Non ascolto. Sono mezza intontita. La notte d'estate, il tamtam attutito del Celebrità. Sono scocciata, Micaela mi trascina sempre dietro. Mi fan male i piedi in queste cazzo di scarpe. Mi sento addosso il sudore. Non è il mio. Abbiamo limonato su un divanetto, ha sborrato di nascosto, senza schizzare, contro la mia pancia.
"Sei la più bella." Mi dice.
Fingo di non aver udito. Fa piacere sentirselo dire, anche se è il padre di una tua amica. Guardo oltre i tetti delle auto. Là c'è quella di Lele.
Voleva scoparmi, gli ho fatto solo un pompino, senza mutandine. È sempre così, ti vedono con uno e credono che fai con tutti. Ma con Lele non è stata una serata da buttare.
Ora anche il papà di Serena. Hocucito addosso che sono una troia. Mi si avvicina lentamente. Troppo vicino. Un'ombra scura che mi nasconde il faro della disco. "Hai una sigaretta?" Chiedo.
Mi osserva. Accendo nervosa. Butto il fumo di lato. Mi tocca il seno. Passa della gente che fa i cazzi suoi. "Mi piaci moltissimo." Gli credo, sono in tubino nero aderente che mi risale sulle cosce. È un porco arrapato, guardo in alto, il cielo tagliato dalle luci dei fari, e mi tocca tra le gambe.
Se lo scorda! Io a lui non gli tocco il cazzo.
Vado davanti a lui per vedere l'ingresso. Mi palpa il culo. Beh, almeno non me lo pizzica. Getto la sigaretta, ho la bocca amara. Vedo Serena e le altre due uscire. Non leva la mano dal culo. Due dita leggere sentono il filo del perizoma in vita, lo seguono. Io guardo le amiche, inciampano sostenendo Micaela. È ubriaca. Le osservo, Micaela è un tipo, ma io sono l'unica figa fra loro. La mano mi spalma la chiappa e affonda sotto. Sono morbida. Non sono tesa, ci sta. Lo fanno. Avrei dovuto mettere i calzoncini, sono più figa ancora.
Mi lascia il culo e va incontro a loro incazzato. Non sanno che è perché sono uscite troppo presto. Micaela vomita sui piedi. La adoro, ha sputtanato tutto.
In auto sono seduta dietro, Micaela mi dorme sbronza su una spalla. Puzza di alcol e sperma. Apro un poco. Dormono anche le altre, io covo rancore. Con tutti e soprattutto con me stessa che sono troia. Non abbastanza troia. Avevo beccato Lele, perché non ci ho scopato? Cazzo, sono incazzata e non so perché. Voglio un uccello da ciucciare. Nel buio mi levo le mutandine. Le appallottolo in mano. Cerco di dormire anch'io.
Sono la seconda del giro, siamo arrivati davanti a casa mia. Lui scende per salutarmi, per vedere come sono messa. Ringrazio e gli do la mano. Mi guarda sorpreso e nasconde in fretta nella tasca dei jeans. Gli ho messo in mano il mio perizoma.
Torna in auto, prima di partire aspetta che rientri nel palazzo. Mi guarda il culo. Rido, sono stronza.
Chiamo l'ascensore e mi dimentico di lui.
-
"Ti ricordi? Sono il papà di Serena."
Cazzo se mi ricordo.
In un flash mi passa un'intera notte. Sono stata stronza con lui. Stronza e feroce. Lo saluto con due bacetti innocenti. Lo sfioro appena con i seni, ora sono tette vere. Mi sta parlando di Serena che non vedo più da tre anni, gli spiace che non siamo più amiche, vuole sapere di me, come mi va... Parla per paura del silenzio.
È alto, io mi ricordavo solo un'ombra alta. Un bell'uomo in forma, sportivo. Ha la camicia appena sbottonata. È stato anche lui al mare, pelle scura, pelo nero sotto una medaglietta d'oro. Pantaloni estivi, avambracci forti, sempre pelosi. Sa di vacanza, sport e vento. Mi chiedo come avrebbe potuto essere se non arrivava Serena. Se Micaela non vomitava. L'avrei baciato?
Io sono normale, jeans e maglietta, non sono vestita da troietta ma glielo tiro lo stesso. Questo sogna di scoparmi da cinque anni. Mi si arrotola nello stomaco un mix di proibito, sensi di colpa e voglia di fare una cazzata.
"Beviamo qualcosa?" Dico.
S'illumina che non ci può credere. Ritira un collirio al banco. Per sua moglie dice e si morde la lingua. Non è da furbi ricordarsi di avere una moglie. Usciamo. "C'è un bar in fondo alla strada, ti va?" Mi chiede.
Mi fermo davanti ad una vetrina. Fingo di guardare i vestiti. Aspetta, guarda in giro se passa qualcuno che conosce. È nervoso. Lo spio nel riflesso, mi guarda il culo nei jeans. Scelgo di fare gli occhioni da cerbiatta: "Scusami, sono stata terribile."
"...?! E di che? Una ragazzata, figurati. Io piuttosto, devi scusarmi, non dovevo..."
Le parti sono invertite. Ora, dopo tanti anni, sono Daniela. "Mi sei piaciuto, sai?"
Ride nervoso. Non sa che cazzo dire. "Tu sei ancora più bella."
Non gli chiedo quante seghe si è tirato pensando a me, cerco di ricordarmi in che stato è il mio appartamento. "Io abito là."
L'ho paralizzato.
Rido, gli do un bacetto sulla guancia e una palpatina nascosta. Ha il cazzo duro. Con lui gioco da stronza ma se non sale m'impicco: lo voglio tra le cosce. "Non vuoi scopare?"
Poverino non è abituato, nessuna figa di ventun anni gli ha mai chiesto di sbatterla. Ma non è coglione. "Mi prendi ancora in giro?"
I miei occhi dicono di no. Mi guarda i capezzoli. Ci crede.
Mi fotte sui vestiti sparsi sul letto. Lo stringo con le gambe, voglio godere, ci scopo anche di lingua, la sua guancia mi graffia. Non si è spogliato, ha la camicia aperta, il pelo che mi sfrega i seni, mi pesa addosso, mi schiaccia nel materasso e fotte lungo, pesante ma troppo in fretta. Allargo le gambe al soffitto, lo voglio sentire. Ma poi non lo lascio levarsi, lo stringo con le cosce, più forte che posso, tutto dentro, "Prendo la pillola", dico. Si trattiene, cerca di resistere ma si scarica. Cinque anni che deve farlo ed è troppo presto. Tre schizzate e mi si abbandona sopra.
Non è stato come credeva, quando si segava. Si è scaricato, mi ha avuta e adesso vuole scappare.
Lo so, funzionano così i coglioni dei maschi. Ti vogliono, esisti solo tu, ma hanno le memoria corta e la perdono con la sborra.
Ma lui è un brav'uomo, mi dice che sono fantastica come se si scusasse. Gli ricordo di riprendersi il cellulare e il collirio. Non lo accompagno alla porta e lui non è così ipocrita da salutarmi con un bacetto.
Rimango nel letto chiedendomi se ho goduto. Mi alzo, vado in bagno per una doccia. Ma prima butto un po' di roba nella lavatrice.
Dimenticato, non rimosso.
Mi ha riconosciuto lui. Gli stessi occhi che si abbassavano veloci, il sorriso costruito, teso.
"Ma tu sei Daniela!"
Quando è stato? Una vita fa, in una farmacia. Dopo il liceo, dopo il Portogallo, dopo Andrea, è stato a settembre credo, ero tornata da Maiorca. Comunque una vita fa.
Rivederlo mi ha costretta a un salto indietro ancora più lungo. Improvvisamente mi è balzato in testa il ricordo di quella notte lontana, vivido come se fosse oggi. Ma io allora ero irriconoscibile, una scemetta che non poteva essere Daniela.
Era venuto a riprenderci secondo i patti alle tre di notte. I nostri padri facevano i turni a portarci in discoteca e poi a venirci a riprendere.
"Ti ricordi? Sono il papà di Serena."
Cazzo se mi ricordo.
-
Ho freddo alle gambe. Siamo nel parcheggio ad aspettare. Serena è corsa dentro a cercare Micaela e un'altra che si sono perse. Suo papà non è incazzato, ha fatto quaranta chilometri di notte per riportare a casa quattro sceme e non è nemmeno scocciato. Cerca di farmi parlare.
Non ascolto. Sono mezza intontita. La notte d'estate, il tamtam attutito del Celebrità. Sono scocciata, Micaela mi trascina sempre dietro. Mi fan male i piedi in queste cazzo di scarpe. Mi sento addosso il sudore. Non è il mio. Abbiamo limonato su un divanetto, ha sborrato di nascosto, senza schizzare, contro la mia pancia.
"Sei la più bella." Mi dice.
Fingo di non aver udito. Fa piacere sentirselo dire, anche se è il padre di una tua amica. Guardo oltre i tetti delle auto. Là c'è quella di Lele.
Voleva scoparmi, gli ho fatto solo un pompino, senza mutandine. È sempre così, ti vedono con uno e credono che fai con tutti. Ma con Lele non è stata una serata da buttare.
Ora anche il papà di Serena. Hocucito addosso che sono una troia. Mi si avvicina lentamente. Troppo vicino. Un'ombra scura che mi nasconde il faro della disco. "Hai una sigaretta?" Chiedo.
Mi osserva. Accendo nervosa. Butto il fumo di lato. Mi tocca il seno. Passa della gente che fa i cazzi suoi. "Mi piaci moltissimo." Gli credo, sono in tubino nero aderente che mi risale sulle cosce. È un porco arrapato, guardo in alto, il cielo tagliato dalle luci dei fari, e mi tocca tra le gambe.
Se lo scorda! Io a lui non gli tocco il cazzo.
Vado davanti a lui per vedere l'ingresso. Mi palpa il culo. Beh, almeno non me lo pizzica. Getto la sigaretta, ho la bocca amara. Vedo Serena e le altre due uscire. Non leva la mano dal culo. Due dita leggere sentono il filo del perizoma in vita, lo seguono. Io guardo le amiche, inciampano sostenendo Micaela. È ubriaca. Le osservo, Micaela è un tipo, ma io sono l'unica figa fra loro. La mano mi spalma la chiappa e affonda sotto. Sono morbida. Non sono tesa, ci sta. Lo fanno. Avrei dovuto mettere i calzoncini, sono più figa ancora.
Mi lascia il culo e va incontro a loro incazzato. Non sanno che è perché sono uscite troppo presto. Micaela vomita sui piedi. La adoro, ha sputtanato tutto.
In auto sono seduta dietro, Micaela mi dorme sbronza su una spalla. Puzza di alcol e sperma. Apro un poco. Dormono anche le altre, io covo rancore. Con tutti e soprattutto con me stessa che sono troia. Non abbastanza troia. Avevo beccato Lele, perché non ci ho scopato? Cazzo, sono incazzata e non so perché. Voglio un uccello da ciucciare. Nel buio mi levo le mutandine. Le appallottolo in mano. Cerco di dormire anch'io.
Sono la seconda del giro, siamo arrivati davanti a casa mia. Lui scende per salutarmi, per vedere come sono messa. Ringrazio e gli do la mano. Mi guarda sorpreso e nasconde in fretta nella tasca dei jeans. Gli ho messo in mano il mio perizoma.
Torna in auto, prima di partire aspetta che rientri nel palazzo. Mi guarda il culo. Rido, sono stronza.
Chiamo l'ascensore e mi dimentico di lui.
-
"Ti ricordi? Sono il papà di Serena."
Cazzo se mi ricordo.
In un flash mi passa un'intera notte. Sono stata stronza con lui. Stronza e feroce. Lo saluto con due bacetti innocenti. Lo sfioro appena con i seni, ora sono tette vere. Mi sta parlando di Serena che non vedo più da tre anni, gli spiace che non siamo più amiche, vuole sapere di me, come mi va... Parla per paura del silenzio.
È alto, io mi ricordavo solo un'ombra alta. Un bell'uomo in forma, sportivo. Ha la camicia appena sbottonata. È stato anche lui al mare, pelle scura, pelo nero sotto una medaglietta d'oro. Pantaloni estivi, avambracci forti, sempre pelosi. Sa di vacanza, sport e vento. Mi chiedo come avrebbe potuto essere se non arrivava Serena. Se Micaela non vomitava. L'avrei baciato?
Io sono normale, jeans e maglietta, non sono vestita da troietta ma glielo tiro lo stesso. Questo sogna di scoparmi da cinque anni. Mi si arrotola nello stomaco un mix di proibito, sensi di colpa e voglia di fare una cazzata.
"Beviamo qualcosa?" Dico.
S'illumina che non ci può credere. Ritira un collirio al banco. Per sua moglie dice e si morde la lingua. Non è da furbi ricordarsi di avere una moglie. Usciamo. "C'è un bar in fondo alla strada, ti va?" Mi chiede.
Mi fermo davanti ad una vetrina. Fingo di guardare i vestiti. Aspetta, guarda in giro se passa qualcuno che conosce. È nervoso. Lo spio nel riflesso, mi guarda il culo nei jeans. Scelgo di fare gli occhioni da cerbiatta: "Scusami, sono stata terribile."
"...?! E di che? Una ragazzata, figurati. Io piuttosto, devi scusarmi, non dovevo..."
Le parti sono invertite. Ora, dopo tanti anni, sono Daniela. "Mi sei piaciuto, sai?"
Ride nervoso. Non sa che cazzo dire. "Tu sei ancora più bella."
Non gli chiedo quante seghe si è tirato pensando a me, cerco di ricordarmi in che stato è il mio appartamento. "Io abito là."
L'ho paralizzato.
Rido, gli do un bacetto sulla guancia e una palpatina nascosta. Ha il cazzo duro. Con lui gioco da stronza ma se non sale m'impicco: lo voglio tra le cosce. "Non vuoi scopare?"
Poverino non è abituato, nessuna figa di ventun anni gli ha mai chiesto di sbatterla. Ma non è coglione. "Mi prendi ancora in giro?"
I miei occhi dicono di no. Mi guarda i capezzoli. Ci crede.
Mi fotte sui vestiti sparsi sul letto. Lo stringo con le gambe, voglio godere, ci scopo anche di lingua, la sua guancia mi graffia. Non si è spogliato, ha la camicia aperta, il pelo che mi sfrega i seni, mi pesa addosso, mi schiaccia nel materasso e fotte lungo, pesante ma troppo in fretta. Allargo le gambe al soffitto, lo voglio sentire. Ma poi non lo lascio levarsi, lo stringo con le cosce, più forte che posso, tutto dentro, "Prendo la pillola", dico. Si trattiene, cerca di resistere ma si scarica. Cinque anni che deve farlo ed è troppo presto. Tre schizzate e mi si abbandona sopra.
Non è stato come credeva, quando si segava. Si è scaricato, mi ha avuta e adesso vuole scappare.
Lo so, funzionano così i coglioni dei maschi. Ti vogliono, esisti solo tu, ma hanno le memoria corta e la perdono con la sborra.
Ma lui è un brav'uomo, mi dice che sono fantastica come se si scusasse. Gli ricordo di riprendersi il cellulare e il collirio. Non lo accompagno alla porta e lui non è così ipocrita da salutarmi con un bacetto.
Rimango nel letto chiedendomi se ho goduto. Mi alzo, vado in bagno per una doccia. Ma prima butto un po' di roba nella lavatrice.
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