Passione animale

scritto il 2026-11-02 tempo di lettura 8 min

di
genere
Dominazione
cura
A−

Di quel giorno ricordo tutto. Se mi concentro, anche il volto dei passanti. Era la primavera dopo la mia vacanza in Portogallo. Avevo appena compiuto i venti. Sono Ariete, piuttosto mi rompo la testa.
Cammino incazzata con i cazzi miei. Ho litigato con mamma, non so perché, non la reggo, non serve più un motivo. Mi suonano dietro.
Qualche stronzo. Una specie di furgoncino bianco inchioda davanti a me, le ruote sul marciapiede. Ha il cofano scrostato. Dall’altra parte esce uno e mi guarda da sopra il tettuccio. "Valentinaaa!!!" Ha gli occhi felici. Troppo furbi, una sicurezza che mi dà fastidio. "Non ti ricordi di me?"
Mi blocco, sto sulla difensiva.
E lui comincia a chiedere scusa mentre gira attorno all’auto: mi ha scambiata per un’altra, una vecchia amica.
Lo studio: forse trent’anni, alto, spalle dritte, ha un tatuaggio sul collo, sotto l’orecchio, che gli scende nella maglietta e rispunta sul braccio dietro il bicipite. Un bel tribale, niente di esagerato. Non mi piacciono quelli tatuati fino al polso.
Anche lui, avvicinandosi, mi studia da capo a piedi. Lo sguardo si posa su gambe, bacino e seno, con una lentezza sfacciata. Mi ritraggo di un passo, con la coda degli occhi verifico se c’è gente attorno. Il mondo sembra allontanarsi da me. Una bassotta, con la borsa stretta in stile antiscippo, mi fa capire che se c’è bisogno chiama lei i carabinieri.
Mi sta chiedendo se può offrirmi un aperitivo per farsi perdonare. È furbo, non mi tocca. Ma io sento la vibrazione già a un metro di distanza. Come un'insicurezza tra le cosce, sono preda e cacciatrice. Un leone mi ha puntata ed è un bel maschio, involontariamente mi tocco i capelli dietro la nuca. Un gesto nervoso, che mi gonfia il seno.
Si chiama Andrea, mi confessa subito che si è inventato una palla, che si è innamorato di me appena m’ha vista. Io non gli dico come mi chiamo.
È una simpatica canaglia, un aperitivo si può fare.
Quasi salta sui piedi, guarda la strada agitato. "Là! Là c’è un bar, vuoi?"
Sono cinquanta metri, camminiamo affiancati, lui esagera con le cazzate, ma la voce non è quella fastidiosa di un innamorato, è maschia. Sicura, che mi entra sotto la pelle. Mi piace il nome Andrea.
Sbatte la mano sulla fronte. "Lo Scudo! Aspettami! Non scappare."
Corre indietro, raddrizza il furgoncino, sempre in sosta vietata, e corre da me. Mi accompagna dentro, azzarda a toccarmi, mi appoggia la mano dietro la schiena, nell’incavo. Ce la tiene, mi guida, come se fossi già sua, sceglie il tavolino più lontano. È in jeans da lavoro e maglietta, questo è un bar trendy, gigantografie in bianco e nero di Audrey Hepburn. Ovunque. Ma lui guarda me.
Rido e non so perché. Ordina due bitter Aperol, paga una sassata, si mangia i salatini a manciate. Mi apro un poco, dico che sono Daniela e lui ora parla solo di me. È un disastro, mi fa morire, le sbaglia tutte. Dice che si è innamorato dei miei occhi, questo può essere vero. Che ho un viso bellissimo, più bello di Belén, falso come Giuda. L’ho devastato, dice, sono almeno dieci anni che non vede un culetto come il mio. Ci sta, vuole scopare, non è un ipocrita. Una simpatica canaglia.
Siede nervoso, una gamba allungata di lato che il cameriere deve fare il giro. So il perché: ha il cazzo compresso nei jeans. Un fottuto allupato. È venerdì, dice, ha appena finito di lavorare, abbiamo il weekend tutto per noi!
"Sei scemo? Ho già un ragazzo." Mento.
"Problema suo. È il destino che ci ha fatto incontrare."
Non so dove ha sentito questa cazzata, ma io credo al destino. Ma non ai fottuti allupati. Penso che ho fatto la ceretta tre giorni fa. Penso che non ho voglia di pensare. Penso al cazzo duro, che gli preme nei jeans, voglio ciucciare.
Guardo l’ora. "No, devo tornare, ho solo dieci minuti." Gli ho praticamente detto che gli faccio solo un pompino.
Si alza di scatto. Mi fa camminare davanti, fa il galante, ma solo per vedermi. In strada mi strappa indietro per un polso. Mi trovo contro di lui. È alto, solido, un uomo vero. Il petto duro contro i miei seni, odore di sudore leggero e di lavoro. Inclino la testa e mi lascio baciare. No, non è una scossa, non sono le campane, non sono le porte del paradiso. È molto peggio. Non mi stringe abbastanza, non mi tocca abbastanza. Gli mordo le labbra. Strofino la guancia contro la sua, dura, di uomo.
Ubriachi saliamo nel suo furgoncino. Mi allungo, devo baciarlo ancora. Mette in moto. Parte. Vetro sporco, i tappetini puzzano di fumo. Sono dieci giorni che non mi faccio una canna. È la sua tana. C’è una rivista di auto, foglietti cacciati ovunque e gagliardetti dell’Inter. Il vano dietro è tappezzato neroazzurro. È un malato di calcio. È l’opposto di me. In tutto. Mi piace.
Guida teso, gli guardo le cosce, leggermente scostate. Lo tocco.
Mi getta via la mano. "No, schizzo nei pantaloni!"
Rido, è troppo scemo. Ma lui giura che non scherza. Gli tocco la nuca, i capelli cortissimi. Mi piace passare i polpastrelli, come su uno zerbino morbido. "Mhhh, ferma, mi fai venire."
Cazzo, ha davvero una macchia sui jeans. Non stacco più gli occhi dalla forma del suo cazzo, allungato in giù, sotto il gambale. Evidente, lungo, schiacciato.
Trova un posto, reclina il sedile. Ha le tempie sudate, lo bacio sollevando la maglietta. Ha il ventre teso che si incava col respiro. Liscio, con una linea scura di peli che scende sotto la cintura. Ho paura di toccarlo. Si slaccia lui, stringendo i denti libera il cazzo che salta fuori a molla. Non sono una verginella ma ne resto ipnotizzata. Grosso, con le vene in rilievo e sulla cappella le pieghe del tessuto. Lo stringo, è caldo, la pelle scorre sulla carne dura. E lui è un dannato coglione, se lo tiene per la base: "Ti piace il mio cazzone?" Sorride da pirla, ma strizza gli occhi per resistere.
Rido, è troppo scemo, lo amo già. Lo bacio in bocca: "Ce l’hai troppo grosso, Andrea." e mi sposto indietro i capelli. Voglio farlo impazzire con un pompino.
Ci vado lenta, prima annuso e poi assaggio la cappella. Odore di uomo, di sale e di maschio eccitato. La chiudo tra le labbra, ci arrotolo la lingua e tiro un primo succhione.
"No, no, scusa scusa."
Mi spara sul naso fino all’occhio. Mi tiro indietro, il cazzo gli ondeggia in mano zampillando schizzi bianchi. Non ci credo, quattro, cinque e continua ancora. Si contrae gemendo e schizza sofferente, fiotti che gli cadono pesanti sul torace fino alla maglietta arrotolata sotto il collo. Sono ipnotizzata. Gli ultimi due, più trasparenti, liquidi, gli colano sul cazzo bagnandolo fino ai peli. Un gocciolone mi si stacca dal naso e gli arriva sul ventre, vicino all'ombelico. Lo seguo con la testa e l lecco. Lo raccolgo con la lingua. Denso, salato di mare, di animale. Andrea sta ansimando, la testa all'indietro. Stremato. Una sborrata da cavallo che mi manda in tilt. Lecco in frenesia, raccolgo goccioloni con la lingua a spatola, spingo contro il palato e ingoio. Mi sporco su di lui, la camicetta che si bagna sul suo corpo esausto, voglio il suo odore addosso. Sapore sporco, di sesso. Inginocchiata mi tocca figa e culo, ho i dannati jeans, slaccio e gli do i seni. I capezzoli che mi fanno scattare, che mi succhia da animale.
"Hai un posto?" gli chiedo.
-
Sono preoccupata. Mi ama. Per me si uccide in sborrate.
Mai fatto l’amore così. È follia che non si placa, sesso nel cervello. È cazzo duro dentro, ginnastica nel mio ventre, fra le mie cosce senza forza. E mi bacia peggio che innamorato. È più sudato di me. No, non mi lascia fare la doccia, mi tira indietro e mi penetra ancora. Sul letto bagnato. Scopa a martello, indemoniato di me, sopra e sotto, sempre dietro. O sono io. A pecora godo, mi metto gattoni e mostro il culo, la mia parte migliore. Ha visto il mio culo e ha inchiodato. Mi chiede se lo prendo, che ho già la schiena paralizzata, il suo cazzo che mi allarga, mi scava, mi fa piangere. Godo orgasmi che sono raptus, gemiti senza fine del mio corpo che vibra.
Ho solo tre secondi di pace, quando me lo ficca in culo e si blocca. Tre secondi per sentire il suo cazzone dentro, per essere tutta sua. E poi mi scopa, ha il cazzo dolorante ma mi scopa ancora. Folle, arrapato che non ragiona. Sborra soltanto. Da uccidersi. Da diventare cieco.
—
Si sveglia. Mi sveglia che non sapevo di dormire. C’è la luce del mattino. Mi bacia i seni, delicato, e poi le labbra. Ci baciamo. Mi ama, lo amo come nessuno mai prima.
“Hey, cucciolina, sei sveglia?” Mi carezza la guancia. Inspiro il suo respiro. “Ce l’ho duro.” Mi tocca per farmi voltare.
“Ma in culo no.” Gli succhio la lingua per convincerlo. Mi giro.
Mi massaggia le natiche col bacino, mi spreme il cazzo in figa. Godo languidamente. Ma è inutile, si sfila, allargo di più le gambe e me lo cala in culo.
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