Maledetta primavera
scritto il 2026-10-20 tempo di lettura 4 min
di
Daniela.94
genere
dominazione
cura
B+
Cazzo se mi fa sesso. Gli morderei la spalla.
Ventidue anni, forse ventitré. Pelle ancora da ragazzo, tesa sul corpo come su una scultura di carne. Non è pompato, è semplicemente perfetto. I muscoli sulle ossa, netti, asciutti, puliti. Spalle larghe sotto la canotta nera sudata, trapezi che si muovono quando posa il bilanciere, cosce di chi gioca a calcio con gli amici. Cammina tra gli attrezzi come chi sa di essere guardato, si controlla allo specchio dopo ogni serie. Lo voglio assolutamente tra le cosce!
Ho trentacinque anni, cazzo, me lo dico ogni volta che mi guardo allo specchio.
Non posso con lui. Qui non posso con nessuno. Mi conoscono tutti col mio vero nome. Non sanno che sono stata e sono Daniela. Qui è la mia vita vera, il rifugio in cui mi riparo dalle mie cazzate. Non ci sarebbe niente di male a scoparmi quel magnifico puledro, ma mi incasinerei la vita. Questa palestra non sarebbe più la stessa, temerei o desidererei di rincontrarlo, o si farà avanti qualcun altro, i ragazzi si vantano delle loro scopate e io diventerei una figa scopabile. O negli spogliatoi mi chiederanno, eccitate, come è stato.
Do per certo che se voglio me lo porto a letto. Ho anch’io la pelle tesa, mi uccido con diete, trattamenti e palestra. Qui ci provano un po’ tutti con me, ma mi basta un sorriso per rimandarli indietro.
Sono allo squat con bilanciere. Rallento apposta, è dietro di me che aspetta. Faccio l’ultima ripetizione lenta, controllata, lo vedo allo specchio. Canottiera sudata, asciugamano in mano, controlla se faccio bene, come tengo ritta la schiena, come faccio forza sulle cosce, come sollevo il culo. Non è eccitato, è solo lì, giovane, vivo. Sento il calore confondersi col dolore dello sforzo, salirmi lungo la schiena e scendere più giù, tra le gambe.
Mi rialzo, lo guardo negli occhi un secondo di troppo, no non posso scoparmelo, cazzo! Gli cedo il posto.
Maledetta primavera. Ho bisogno di una scopata. Sono le 18:32. Mando un Whatsapp a Alex. "Puoi?" Alex è l’unico che non ho abbandonato dai tempi di Marco. Ha cinquant’anni, è uno sicuro che mi lascia alla mia vita. Scrivo a lui ma penso al suo cazzo.
"Sono in ufficio, quando arrivi?"
Ho una scarica. Sto già andando verso gli spogliatoi. "Dammi mezz’ora."
Apro l’armadietto e prendo il borsone. Non mi cambio, esco così. Non fa freddo, è una maledetta primavera. Suono, incazzatissima, perché uno ha lasciato la macchina aperta davanti alla mia. Arriva, si scusa, la sposta, lo mando a fanculo mentre faccio slittare le gomme. Non è lontano, cazzo, ma c’è tutta Milano su questa strada. Mi metto in coda, torno a respirare, Alex non se ne andrà, mi aspetta. Cerco di spingere la coda, suono, passo davanti a uno che mi bestemmia. Alex è un sodomita, ha il cazzo che mi entra tutto in culo. Largo che mi fa piangere. Potente e duro. Mi sgrilletto ai semafori. Sono tre settimane che non lo prendo in culo. Sono ancora sudata e sudo di più. Gli scrivo di aspettarmi, arrivo tardi, troppo traffico.
Ho un flash di buon senso. Apro la borsa sul sedile e cerco qualche crema. L’olio al cocco va benissimo. Frega un cazzo se mi sporco i leggings, infilo il dito sotto, in culo, al semaforo.
Parcheggio nello spiazzo attorno al palazzo. Mi annodo un giacchino in vita e prendo una cartelletta di fogli dal sedile dietro. Non ho vergogna di farmi vedere il culo, ma ho paura di essermi macchiata con l’olio. Alla guardia giurata sorpresa gli mostro i fogli, devo portare dei documenti urgenti, dico, e mi fa passare.
Cinque piani di ascensore. Senza specchio.
Il corridoio è deserto. Entro nel suo studio. Nessuno. Apro la porta del suo ufficio.
È in piedi, di lato alla porta. Il cazzo sembra di pietra, arcuato, le grosse vene in rilievo, sembra una scultura indiana. Me lo lascia toccare, caldo, la pelle che scorre sulla carne dura. Largo, che non ci chiudo la mano.
Ha già liberato la scrivania.
Mi abbasso i leggings e il tessuto mi bagna le cosce. Sono fradicia. Mi piego sulla sua scrivania come su un altare pagano. Sollevo il top per sentire il vetro freddo sui capezzoli. Ci aderisco più che posso, ho un vuoto allo stomaco. Con le mani dietro mi allargo. Cazzo, aspetta?
Ventidue anni, forse ventitré. Pelle ancora da ragazzo, tesa sul corpo come su una scultura di carne. Non è pompato, è semplicemente perfetto. I muscoli sulle ossa, netti, asciutti, puliti. Spalle larghe sotto la canotta nera sudata, trapezi che si muovono quando posa il bilanciere, cosce di chi gioca a calcio con gli amici. Cammina tra gli attrezzi come chi sa di essere guardato, si controlla allo specchio dopo ogni serie. Lo voglio assolutamente tra le cosce!
Ho trentacinque anni, cazzo, me lo dico ogni volta che mi guardo allo specchio.
Non posso con lui. Qui non posso con nessuno. Mi conoscono tutti col mio vero nome. Non sanno che sono stata e sono Daniela. Qui è la mia vita vera, il rifugio in cui mi riparo dalle mie cazzate. Non ci sarebbe niente di male a scoparmi quel magnifico puledro, ma mi incasinerei la vita. Questa palestra non sarebbe più la stessa, temerei o desidererei di rincontrarlo, o si farà avanti qualcun altro, i ragazzi si vantano delle loro scopate e io diventerei una figa scopabile. O negli spogliatoi mi chiederanno, eccitate, come è stato.
Do per certo che se voglio me lo porto a letto. Ho anch’io la pelle tesa, mi uccido con diete, trattamenti e palestra. Qui ci provano un po’ tutti con me, ma mi basta un sorriso per rimandarli indietro.
Sono allo squat con bilanciere. Rallento apposta, è dietro di me che aspetta. Faccio l’ultima ripetizione lenta, controllata, lo vedo allo specchio. Canottiera sudata, asciugamano in mano, controlla se faccio bene, come tengo ritta la schiena, come faccio forza sulle cosce, come sollevo il culo. Non è eccitato, è solo lì, giovane, vivo. Sento il calore confondersi col dolore dello sforzo, salirmi lungo la schiena e scendere più giù, tra le gambe.
Mi rialzo, lo guardo negli occhi un secondo di troppo, no non posso scoparmelo, cazzo! Gli cedo il posto.
Maledetta primavera. Ho bisogno di una scopata. Sono le 18:32. Mando un Whatsapp a Alex. "Puoi?" Alex è l’unico che non ho abbandonato dai tempi di Marco. Ha cinquant’anni, è uno sicuro che mi lascia alla mia vita. Scrivo a lui ma penso al suo cazzo.
"Sono in ufficio, quando arrivi?"
Ho una scarica. Sto già andando verso gli spogliatoi. "Dammi mezz’ora."
Apro l’armadietto e prendo il borsone. Non mi cambio, esco così. Non fa freddo, è una maledetta primavera. Suono, incazzatissima, perché uno ha lasciato la macchina aperta davanti alla mia. Arriva, si scusa, la sposta, lo mando a fanculo mentre faccio slittare le gomme. Non è lontano, cazzo, ma c’è tutta Milano su questa strada. Mi metto in coda, torno a respirare, Alex non se ne andrà, mi aspetta. Cerco di spingere la coda, suono, passo davanti a uno che mi bestemmia. Alex è un sodomita, ha il cazzo che mi entra tutto in culo. Largo che mi fa piangere. Potente e duro. Mi sgrilletto ai semafori. Sono tre settimane che non lo prendo in culo. Sono ancora sudata e sudo di più. Gli scrivo di aspettarmi, arrivo tardi, troppo traffico.
Ho un flash di buon senso. Apro la borsa sul sedile e cerco qualche crema. L’olio al cocco va benissimo. Frega un cazzo se mi sporco i leggings, infilo il dito sotto, in culo, al semaforo.
Parcheggio nello spiazzo attorno al palazzo. Mi annodo un giacchino in vita e prendo una cartelletta di fogli dal sedile dietro. Non ho vergogna di farmi vedere il culo, ma ho paura di essermi macchiata con l’olio. Alla guardia giurata sorpresa gli mostro i fogli, devo portare dei documenti urgenti, dico, e mi fa passare.
Cinque piani di ascensore. Senza specchio.
Il corridoio è deserto. Entro nel suo studio. Nessuno. Apro la porta del suo ufficio.
È in piedi, di lato alla porta. Il cazzo sembra di pietra, arcuato, le grosse vene in rilievo, sembra una scultura indiana. Me lo lascia toccare, caldo, la pelle che scorre sulla carne dura. Largo, che non ci chiudo la mano.
Ha già liberato la scrivania.
Mi abbasso i leggings e il tessuto mi bagna le cosce. Sono fradicia. Mi piego sulla sua scrivania come su un altare pagano. Sollevo il top per sentire il vetro freddo sui capezzoli. Ci aderisco più che posso, ho un vuoto allo stomaco. Con le mani dietro mi allargo. Cazzo, aspetta?
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