Il primo in culo
scritto il 2026-11-06 tempo di lettura 5 min
di
Daniela.94
genere
Prime esperienze
cura
B+
Micaela faceva pompini a tutti, era impossibile stare con lei in compagnia.
Se lo tiravano sempre fuori, dovevamo toccarli e segarli. I più timidi, quelli meno stronzi e forse complessati, ci evitavano. Micaela era feroce con loro, li impauriva. Forse anch’io: sono ricordi non belli. Noi solo con esibizionisti che se lo misuravano tra loro, che me lo mettevano in mano. E in bocca. Con Micaela sono rimasta amica perché gli ultimi due anni li ha fatti in un altro istituto. Non avrei retto quegli anni con lei.
Io allora avevo due terrori: le interrogazioni e restare incinta. Essere interrogata davanti a tutti era una tortura, mille volte meglio i compiti in classe. Mi bloccavo, mi si spegneva il cervello. E se sapevo e me la sfangavo decentemente era anche peggio: mi sembrava di recitare e odiavo le cazzate che dicevo. E odiavo un po’ anche la professoressa che cercava di aiutarmi, che mi “comprendeva”.
La seconda paura era la più stupida. Ci raccontavamo di amiche mai conosciute che erano rimaste incinte con la pillola, e quindi le cose più assurde: che se lo fai in piedi non succede, che basta farti sborrare fuori, che devi pisciare subito, lavarti a fondo, e mille cazzate peggiori per poter scopare senza troppe ansie. Cercavo di fermarmi ai pompini.
Anch’io avevo i nomi dei miei ragazzi sul diario, fra nuvole, stelline e cuori. Disegnavo bene coniglietti e fatine. Cercavo di essere innamorata e forse lo sono sempre stata, ma erano già evidenti i segni della mia incapacità di avere vere relazioni e di una sorta di anaffettività. Non era assenza di emozioni. Provavo piacere, eccitazione, noia, fastidio, a volte anche tenerezza momentanea. Quello che mi mancava, o che restava sempre sotto una soglia molto bassa, era la capacità di legarmi.
—
Sto con Daniele, uno di quinta. Non cago più i compagni e non me ne frega un cazzo se dicono che me la tiro. Daniele-Daniela, siamo bellissimi insieme. Fa pallavolo, ha le spalle fantastiche. Con lui ho fatto per la prima volta l’amore. Credevo fosse quello vero, a casa sua, di pomeriggio. Senza fermarci mai. Quattro volte è venuto. Vero amore di baci con tutta la mia passione. Non i cessi della disco, le siepi del parco e le feste di Micaela.
Lo amo, penso solo a lui. In ogni istante. È di un’altra sezione, sta al piano di sopra, ma nell’intervallo chiudono le scale e non possiamo vederci. Mi aspetta all’uscita, ci baciamo come in un film. Lui mi carezza il sedere. Ha il cazzo sempre duro. Durante le lezioni ho il suo sapore in bocca.
Una sensazione strana, questa volta, non posso stare senza lui. Mi sento incompleta. E me lo sogno come non è. Come vorrei che fosse.
Usciamo sempre soli. Noi due soli. Limoniamo senza parole. Gli faccio pompini e, se possiamo, facciamo l’amore. Daniele ha bisogno di me. E io di lui.
Oggi è via. Fuori c’è Frank, il suo amico. Mi accompagna per un pezzo. Gli ho fatto un pompino prima di stare con Daniele. È bello stare anche con Frank, parla più di Daniele e mi fa ridere. E mi sento bella anche con lui. Mi palpa il culo. Gli do un bacetto e lo allontano. Arriviamo sotto casa mia. Dico che sono sola, in casa non c’è nessuno.
Entra. La porta si chiude alle nostre spalle.
Muti, ci fissiamo, sono finite le parole.
I baci nascono subito feroci, ci sbraniamo la bocca, denti contro labbra, le lingue che si spingono. Le mani di Frank strappano i vestiti, le mie dita sbottonano. Le magliette sulla testa, i jeans giù sulle cosce, bacio la bocca e stringo il cazzo duro. Mi giro, voglio da dietro, a pecora, figa per lui. Mi monta da dietro, il cazzo mi apre bagnata e mi scopa a fondo. Con le dita arriccio il lenzuolo, gemo e godo, i colpi mi fanno sussultare, mi strappano piacere, sempre più a fondo. Mi sbatte contro le natiche, sulla pelle, la paura che i vicini possano sentire.
Lo tira fuori, cerca il buco più stretto. Spinge. Non entra.
“Non l’ho mai fatto.” Dico. Mi scuso.
Si eccita, spinge da maledetto.
Urlo.
Si ferma, riprova, più piano. Io non mi muovo, completamente remissiva, le gambe divaricate, la schiena curva, la testa indietro, le orecchie tese per sentire quanto male può fare.
Non resisto, non mi nego, non lo aiuto. Aspetto. Voglio.
Frank si bagna con saliva e con il mio stesso umore, ci prova ancora, insiste. Mi ribalto indietro, lo ingollo fino alla pelle, lo bagno più che posso e mi rimetto in posizione. Tendo il culo, glielo offro.
Finalmente il glande forza l’anello, entra. Una piccola fitta. Mi allarga e mi riempie. Avanza centimetro dopo centimetro, lento e non fa nemmeno male. Non fa troppo male. Mi tiene così, immobile un istante, poi inizia a fottermi il culo con spinte profonde. Il dolore brucia, si mescola a qualcosa di più oscuro. Io non mi muovo. Respiro, tengo a bada l’orgasmo, non voglio essere distratta da questa sensazione. Dice che ho il culetto fantastico, il più bello del mondo, io non ci credo ma godo troppo. E' un godimento sbagliato..
Ho un cazzo in culo.
Quasi piango.
“Continua, scopami,” gli dico.
Se lo tiravano sempre fuori, dovevamo toccarli e segarli. I più timidi, quelli meno stronzi e forse complessati, ci evitavano. Micaela era feroce con loro, li impauriva. Forse anch’io: sono ricordi non belli. Noi solo con esibizionisti che se lo misuravano tra loro, che me lo mettevano in mano. E in bocca. Con Micaela sono rimasta amica perché gli ultimi due anni li ha fatti in un altro istituto. Non avrei retto quegli anni con lei.
Io allora avevo due terrori: le interrogazioni e restare incinta. Essere interrogata davanti a tutti era una tortura, mille volte meglio i compiti in classe. Mi bloccavo, mi si spegneva il cervello. E se sapevo e me la sfangavo decentemente era anche peggio: mi sembrava di recitare e odiavo le cazzate che dicevo. E odiavo un po’ anche la professoressa che cercava di aiutarmi, che mi “comprendeva”.
La seconda paura era la più stupida. Ci raccontavamo di amiche mai conosciute che erano rimaste incinte con la pillola, e quindi le cose più assurde: che se lo fai in piedi non succede, che basta farti sborrare fuori, che devi pisciare subito, lavarti a fondo, e mille cazzate peggiori per poter scopare senza troppe ansie. Cercavo di fermarmi ai pompini.
Anch’io avevo i nomi dei miei ragazzi sul diario, fra nuvole, stelline e cuori. Disegnavo bene coniglietti e fatine. Cercavo di essere innamorata e forse lo sono sempre stata, ma erano già evidenti i segni della mia incapacità di avere vere relazioni e di una sorta di anaffettività. Non era assenza di emozioni. Provavo piacere, eccitazione, noia, fastidio, a volte anche tenerezza momentanea. Quello che mi mancava, o che restava sempre sotto una soglia molto bassa, era la capacità di legarmi.
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Sto con Daniele, uno di quinta. Non cago più i compagni e non me ne frega un cazzo se dicono che me la tiro. Daniele-Daniela, siamo bellissimi insieme. Fa pallavolo, ha le spalle fantastiche. Con lui ho fatto per la prima volta l’amore. Credevo fosse quello vero, a casa sua, di pomeriggio. Senza fermarci mai. Quattro volte è venuto. Vero amore di baci con tutta la mia passione. Non i cessi della disco, le siepi del parco e le feste di Micaela.
Lo amo, penso solo a lui. In ogni istante. È di un’altra sezione, sta al piano di sopra, ma nell’intervallo chiudono le scale e non possiamo vederci. Mi aspetta all’uscita, ci baciamo come in un film. Lui mi carezza il sedere. Ha il cazzo sempre duro. Durante le lezioni ho il suo sapore in bocca.
Una sensazione strana, questa volta, non posso stare senza lui. Mi sento incompleta. E me lo sogno come non è. Come vorrei che fosse.
Usciamo sempre soli. Noi due soli. Limoniamo senza parole. Gli faccio pompini e, se possiamo, facciamo l’amore. Daniele ha bisogno di me. E io di lui.
Oggi è via. Fuori c’è Frank, il suo amico. Mi accompagna per un pezzo. Gli ho fatto un pompino prima di stare con Daniele. È bello stare anche con Frank, parla più di Daniele e mi fa ridere. E mi sento bella anche con lui. Mi palpa il culo. Gli do un bacetto e lo allontano. Arriviamo sotto casa mia. Dico che sono sola, in casa non c’è nessuno.
Entra. La porta si chiude alle nostre spalle.
Muti, ci fissiamo, sono finite le parole.
I baci nascono subito feroci, ci sbraniamo la bocca, denti contro labbra, le lingue che si spingono. Le mani di Frank strappano i vestiti, le mie dita sbottonano. Le magliette sulla testa, i jeans giù sulle cosce, bacio la bocca e stringo il cazzo duro. Mi giro, voglio da dietro, a pecora, figa per lui. Mi monta da dietro, il cazzo mi apre bagnata e mi scopa a fondo. Con le dita arriccio il lenzuolo, gemo e godo, i colpi mi fanno sussultare, mi strappano piacere, sempre più a fondo. Mi sbatte contro le natiche, sulla pelle, la paura che i vicini possano sentire.
Lo tira fuori, cerca il buco più stretto. Spinge. Non entra.
“Non l’ho mai fatto.” Dico. Mi scuso.
Si eccita, spinge da maledetto.
Urlo.
Si ferma, riprova, più piano. Io non mi muovo, completamente remissiva, le gambe divaricate, la schiena curva, la testa indietro, le orecchie tese per sentire quanto male può fare.
Non resisto, non mi nego, non lo aiuto. Aspetto. Voglio.
Frank si bagna con saliva e con il mio stesso umore, ci prova ancora, insiste. Mi ribalto indietro, lo ingollo fino alla pelle, lo bagno più che posso e mi rimetto in posizione. Tendo il culo, glielo offro.
Finalmente il glande forza l’anello, entra. Una piccola fitta. Mi allarga e mi riempie. Avanza centimetro dopo centimetro, lento e non fa nemmeno male. Non fa troppo male. Mi tiene così, immobile un istante, poi inizia a fottermi il culo con spinte profonde. Il dolore brucia, si mescola a qualcosa di più oscuro. Io non mi muovo. Respiro, tengo a bada l’orgasmo, non voglio essere distratta da questa sensazione. Dice che ho il culetto fantastico, il più bello del mondo, io non ci credo ma godo troppo. E' un godimento sbagliato..
Ho un cazzo in culo.
Quasi piango.
“Continua, scopami,” gli dico.
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