Colpo di testa

scritto il 2026-10-09 tempo di lettura 4 min

di
genere
dominazione
cura
A

Mi sveglio stanca e non apro gli occhi.
Domenica mattina. Luce forte dalla finestra e una stra sensazione tra le gambe. Un’ingiustizia a vent’anni. Sono due mesi che non scopo.
Con Andrea è durata anche troppo. Alla fine ho dovuto aprire gli occhi anch’io. Me li hanno aperti. Mi sono lasciata e sono scappata a casa. Un inferno peggio. Mamma disperata, avevo buttato via la vita con uno arrestato per spaccio. Abito sola in un bilocale arredato che papà mi ha pagato di nascosto da mamma, ma solo per i primi sei mesi.
Con Andrea mi sono bruciata anche amici e amiche. Sono stata stronza forte con loro. Li ho scaricati tutti. Io ero donna. Vivevo con un uomo di trent’anni. Cucinavo per lui, lo aspettavo, facevamo l’amore che non si racconta alle amiche.
Lavoro di giorno e di sera aiuto in un bar. Mi ammazzo. Almeno sono stanca e non penso a me. Ho con me i miei libri. Leggo di notte per non sentirmi sola. Per non sentirmi Daniela.

Voglio svegliarmi.
Esco a correre.
Periferia grigia, cielo azzurro nitido. È presto, mai uscita così presto.
Falcata lunga, libera. Sento i glutei lavorare sotto i calzoncini neri tirati. Mi sento bella, una figa che corre libera. Quella stessa sensazione calda tra le gambe. Accelero, voglio sentire il mio fiato.
Passo davanti a uno. Mi fissa arrivare e mi segue con lo sguardo per veder come ho il culo. Sorrido dentro e lo supero. Almeno cinquant’anni, capelli brizzolati corti, faccia segnata, spalle larghe, pancia ancora tenuta. Fede d’oro al dito. Uno che guarda le fighe passare.
Svolto a destra, giro attorno all'isolato. È ancora lì.
Mi fermo davanti a lui. Faccio stretching. Mi piego in avanti, gli mostro il culetto bello teso. Lui mi scopa con gli occhi
Perché no? Sono due mesi. Abbasso lo sguardo tra le sue gambe. Vedo il rigonfiamento. Alzo gli occhi e gli faccio di sì.
È indeciso. Si volta e scende lo scivolo del cortile di cemento. Apre la serranda del terzo garage. Entra e lascia aperto
Lo seguo. Senza correre. Cammino, le cosce che sfregano eccitandomi. Entro, abbassa fino a mezzo metro.
Garage vuoto. Due biciclette appoggiate al muro. Odore di cemento e gomma. Il buio non buio che ci vuole. Si aspetta un pompino.
Mi abbasso i calzoncini e mi appoggio al muro, di fronte a una bici da donna. Lui mi prende da dietro. Mi apre e mi entra in figa che per me è un respiro lungo. Una liberazione. Dopo due mesi un vero cazzo di carne, caldo, dentro che mi riempie. Mi si arricciano le dita nelle sneakers.
Mi sistemo meglio, alzo un poco, alla giusta altezza di cazzo. può scoparmi.
Mi sbatte come una troia beccata per strada. Spinte pesanti per far godere la cagna. Ci sa fare. Mi tiene per i fianchi, si liscia il cazzo in figa e ogni tanto me loo picchia improvviso, bastardo.
Nel buio del garage mi prende un raptus.
Andrea!
Voglio un vero orgasmo. Reggo alle spinte con una sola mano al muro. Mi bagno le dita e me le infilo.
“In culo, mettimelo in culo.”
Lo fa che mi inarca la schiena. È dannatamente largo, Cado in trance da inculata, ascolto il mio corpo e aspetto la sborrata.

Mi ha sborrato sulla schiena.
Non posso uscire, mi tremano ancora le gambe. Dice qualcosa, se mi ha fatto male, come sto, e mi passa dei fazzoletti di carta. Sono bagnata fino alle ginocchia.
Esco. Guardo i palazzi intorno. Nessuno ci ha visti. Forse.
Riprendo a correre verso casa. Più leggera. Più bella. Mi fa male il culo.
Stasera chiamo Luca. È un anno che non li vedo.
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