Undercover Lady. 3
di
passodalfiume
genere
dominazione
Capitolo 3. Delfino
L’alba aveva sorpreso Linda sull'asfalto della Milano-Venezia, con gli occhi che bruciavano per il sonno e le mani incollate al volante dopo un'intera notte passata alla guida. Verona l'accolse con le prime luci del mattino che si scontravano con i palazzoni e le colate di cemento della periferia. Nonostante tutto, quella città conservava ancora l’aria romantica che, tempo prima, aveva fatto breccia nel suo cuore e in quello di sua moglie Alice.
Ma Linda non era lì per fare la turista. Trovare Delfino era la priorità assoluta. Grazie alle dritte ottenute a Milano, rintracciarlo era stato persino più facile del previsto: l'uomo si trovava esattamente dove le era stato detto, all'interno del ristorante Il Ferro di Cavallo.
Linda spinse la porta ed entrò. Sotto la luce cruda del mattino, il suo mini abito di seta argentata e la giacca corta di peluche gridavano "festa finita all'alba", non certo investigazione diurna. I tacchi vertiginosi battevano sul pavimento con un suono decisamente troppo forte per quell'ora.
Individuò subito il suo obiettivo in un angolo del locale, l’uomo che all’ingresso un cameriere annoiato le aveva indicato.
«Tu sei Delfino?» chiese, guardando il tizio unto e sudato. A giudicare dalla stazza, non gli sarebbe guastato cambiare dieta e saltare qualche pasto.
L'uomo si bloccò, un pezzo d'arrosto intero sospeso a mezza altezza. I suoi occhi piccoli e viscidamente curiosi scivolarono lungo le gambe di Linda, risalendo sulle curve fasciate dal tessuto lamé. «A cosa devo l'interesse di una così bella... signora? O signorina?» masticò, senza preoccuparsi di nascondere il cibo.
«Signora», tagliò corto lei.
In quel momento il suo pensiero andò con rammarico ad Alice. L'aveva lasciata a casa liquidandola con un semplice messaggio su WhatsApp, ignorando le sue proteste e, quando la situazione era diventata insistente, persino le sue telefonate. Le dita le scivolarono istintivamente sulla tasca della giacca, dove il telefono era muto da ore. Ci sarà tempo per farsi perdonare, si ripeté, come un mantra, proprio come aveva fatto in autostrada. La priorità ora è Simona. Devo rintracciarla e salvarla.
«Ottimo. Ma ancora non so il tuo nome... signora!» Delfino appoggiò le posate, ripulendosi la bocca con il dorso della mano grassa. La stava squadrando da capo a piedi senza alcun pudore.
Linda percepì lo sguardo di lui come viscido sulla pelle. Si rese conto che quel vestito così audace poteva dare un'impressione sbagliata per un incontro di giorno, ma al contempo capì che manifestare una certa disponibilità attraverso quei pochi strati di seta poteva rivelarsi un enorme vantaggio. L'uomo, dopotutto, non le staccava gli occhi di dosso.
«Linda. E non sono qui per fare due chiacchiera.»
Il sorriso di Delfino si sgonfiò. Il tono di lei aveva una vibrazione fredda, una sottile promessa di pericolo che lo costrinse a raddrizzare la schiena. «E allora cosa vuoi?»
Linda lo fissò dritto negli occhi. Sapeva che non avrebbe ottenuto informazioni solo chiedendole. Doveva trovare il modo di sciogliergli la lingua usando l'astuzia, la seduzione. E se l'esca non avesse funzionato, sotto la giacca di peluche c'era abbastanza spazio per nascondere argomenti decisamente più coercitivi.
Piegò leggermente le labbra, lasciando che la freddezza svanisse in un sussurro caldo. «Ho bisogno di fare una doccia», si limitò a dirgli con malizia. «E di togliermi questi vestiti di dosso.»
L'esca era stata gettata.
Mezz’ora dopo, Linda si ritrovò nel retro del locale. Aveva dovuto aspettare che Delfino finisse il suo pasto abbondante, scoprendo che l'uomo in quel ristorante faceva quasi da padrone; il titolare gli permetteva persino di usare un piccolo ufficio sul retro, completo di bagno privato, come una sorta di squallido boudoir personale.
La doccia calda lavò via la polvere del viaggio, il sudore ,il sudiciume accumulate dalla serata mentre il profumo costoso che indossava , e che, nonostante gli eventi del Mirò prima e la notte in auto, resisteva ancora sulla sua pelle come un'armatura invisibile ,tornò a farsi intenso. Come promesso, si era spogliata ed era uscita dal bagno avvolta solo in un asciugamano bianco del locale, muovendosi a piedi nudi e avanzando sinuosa verso la stanza principale.
«Sei un vero gentleman», disse lei, lasciando cadere le parole con studiata lentezza. «Non hai nemmeno sbirciato.»
L'uomo sprofondato su un divano a tre posti dall'aria vissuta, la osservava compiaciuto, era quasi incredibile come, con la sua stazza massiccia e voluminosa, riuscisse a occuparlo quasi per intero. Sorrise, e in quel sorriso c'era tutta la sicurezza di chi pensa di aver già vinto.
«Se hai qualcosa da farmi vedere», rispose lui, squadrandola da capo a piedi con gli occhi lucidi, «sarai tu a mostrarmela.»
Linda non si scompose. Fece un passo avanti e portò le dita al nodo dell'asciugamano sul petto, stringendolo appena, abbastanza da catturare lo sguardo dell'uomo che ormai respirava a fatica. Si calò lentamente sul bordo del bracciolo, proprio accanto a lui. Lo spazio era stretto e la mole del suo ospite, la costringeva a stargli vicina, a sentire l'odore pesante di cibo ,sudore, unto e sporco.
Gli appoggiò una mano sulla spalla, camuffando il disgusto dietro un sorriso caldo. «Mi hanno detto che sei un uomo importante in città. Uno che sa come muoversi nei giri giusti.»
Delfino tese i muscoli del collo, fiero, ma i suoi occhi indugiarono sulla pelle nuda di lei e dei tatuaggi che la decoravano. «Dipende da cosa cerchi, bella mia.»
«Cerco solo un po' di divertimento», disse lei, avvicinando le labbra al suo orecchio con voce confidenziale. «Ho sentito parlare di una festa esclusiva stasera. Roba per pochi. So che ci si arriva solo se si conosce la persona giusta... e che tu sei la persona giusta»
Delfino si bloccò per un istante, lo sguardo che oscillava tra il sospetto, desiderio e vanità. Un campanello d'allarme stava chiaramente suonando nella sua testa. «Quella non è una festa per tutti, Linda», grugnì lui, con la voce che si faceva più bassa. «Lì dentro gira gente che non scherza. Chi ti ha parlato della serata?»
«Lo sai che nel nostro ambiente è difficile conservare un segreto», rispose lei, accarezzandogli appena l'addome rotondo. « quando mi hanno parlato della festa, ci ho visto solo un'opportunità per divertirmi, per fare un po' di soldi.» Linda lasciò scivolare la mano più in basso, fermandola con studiata lentezza sulla patta dei pantaloni di lui sotto il quale si agitava qualcosa di voluminoso. «Mi hanno detto che sei l'unico che può farmi entrare.»
Delfino la fissò, col fiato corto, ma il sospetto resisteva. «Non ti ho mai vista a Verona.»
«Sono arrivata stamattina da Milano», disse lei, mutando l'espressione per mostrarsi fragile, bisognosa e indifesa. Si avvicinò ancora di più. «Ti prego, Delfino. Ho un disperato bisogno di soldi e tu sei la mia unica speranza», gli disse, quasi miagolando.
«Come hai saputo della serata? Fai il nome.» ripetè.
Linda sorrise flessuosa, offrendogli la risposta studiata. «Mirò. Me lo ha detto proprio lui a Milano, dopo che con il mio ragazzo... beh, abbiamo dato di spettacolo nel suo locale. Mi ha detto che a Verona c'era un posto in cui il mio "talento" mi avrebbe fatto guadagnare parecchio.»
Delfino la squadrò. Il desiderio stava finalmente prendendo il sopravvento sulla prudenza.
«Su, bambolotto... dammi una mano», continuò lei, disponibile e flessuosa. «Ti sarò grata.»
«È un favore enorme quello che mi chiedi, Linda. Rischio l'osso del collo.»
«Più grosso è il favore che mi concederai», aggiunse lei, stringendo leggermente la presa attraverso il tessuto dei pantaloni, «più grande sarà il mio debito verso di te.»
Delfino rimase in silenzio per qualche secondo, sospeso sul filo dell'indecisione. Poi, con una mossa improvvisa, allungò la mano verso il tavolino e afferrò il cellulare. «Voglio essere sicuro. Faccio uno squillo a Mirò.»
A Linda si gelò il sangue nelle vene, ma il suo viso rimase una maschera perfetta. Continuò a sorridergli , passandogli il mento sulla spalla, mentre l'uomo faceva partire la chiamata e appoggiava il telefono all'orecchio.
La linea squillò una volta. Due volte. Poi scattò la segreteria telefonica.
Delfino assunse un aria preoccupata, buttando il telefono sul divano. «Non risponde. Quel bastardo ha sempre il vizio di sparire.»
Linda trasse un lunghissimo sospiro di sollievo, mascherandolo con un respiro profondo e sensuale contro il collo dell'uomo. Certo che non risponde, pensò, con una scarica di fredda soddisfazione che le attraversò la schiena. È in un letto d'ospedale a Milano, con la mascella frantumata.
«Allora... piccolo... mi dai una mano?», gli disse a quel punto, con un sorriso malizioso, mentre faceva scivolare via l'asciugamano.
Delfino abbassò lo sguardo. Notò ciò che Linda celava tra le gambe e un brivido gli attraversò la schiena; aveva sempre avuto un debole per quella particolare sorpresa. Anche se il silenzio di Mirò al telefono lo preoccupava, ormai era totalmente incapace di resistere all'offerta in natura di quella donna strabiliante.
Mise da parte ogni residua preoccupazione e accettò. La prudenza venne del tutto cancellata dalla brama, dalle fantasie che lei sembrava pronta ad incarnare.
Afferrò Linda per i fianchi, tirandola decisamente su di sé sul divano, quasi come se fosse un panino succulento da divorare.
« va bene, ci stò!»
In un tempo incredibilmente rapido, Linda si ritrovò carponi sul pavimento dell’ufficio. La mano pesante di Delfino le schiacciava la testa e le spalle contro le mattonelle fredde e sporche, mentre la mole immensa dell'uomo gravava da dietro, opprimente come un macigno.
Se un osservatore esterno avesse assistito a quella scena grottesca, l’avrebbe paragonata all'assalto di un colossale orco che consuma il suo ardore su un piccolo elfo dei boschi. Sotto quel peso soffocante, Linda strinse i denti e fissò un punto indistinto sul pavimento, sopportando la carne e il fiato di Delfino. Ogni secondo di quell'umiliazione era solo il prezzo da pagare. Il prezzo per entrare alla villa. Il prezzo per riprendersi Simona.
«Cristo donna, sei fantastica!» grugnì Delfino.
Si muoveva dentro di lei con una ferocia e un'agilità che sorpresero la donna sotto di lui.
“Cosi mi spacchi!” protestò linda sperando di dagli un limite, ma Delfino sembrava non essere disposta al dialogo.
Quel peso soffocante che sbatteva contro di lei, mentre lui non le concedeva nemmeno la possibilità di staccare la faccia dal pavimento, Linda fece appello a tutta la sua forza di volontà. Strinse i denti e artigliò le dita sul pavimento viscido. Aveva decisamente sottovalutato il suo avversario. Da un uomo così grasso e bolso non si sarebbe mai aspettata tutta quell'energia, né una simile resistenza. La situazione si stava complicando maledettamente, trasformandosi in una trappola fisica da cui poteva solo sperare di uscire intera.
Il cazzo di Delfino, di ragguardevoli dimensioni, le dilatava l’ano e si spingeva feroce nel suo retto, Linda si trovò ad arrendersi, mentre l’uomo si agitava dentro di lei, ormai rapita da quell’amplesso animalesco.
Delfino era riuscito a prendere il sopravvento. Sulla sua volontà. Sulla sua determinazione.
Linda finì per gemere, con il viso rosso, biascicando frasi senza senso. La lingua le scivolò fuori dalla bocca spalancata, lucida di saliva, mentre veniva travolta da un vortice di sensi che le strappò di dosso ogni dignità, ogni grammo della sua identità. In quel momento, sul pavimento freddo, non era più la cacciatrice venuta da Milano, la moglie di Alice. Venne ridotta a un mero strumento di piacere, annullata dalla ferocia e dal peso brutale dell'uomo.
Quando delfino si scaricò nel suo retto, non potè porre alcuna difesa all’orgasmo che la travolse a sua volta, lasciandola sconfitta ed esausta.
“stasera ti porto alla villa!” le disse, fiero, seduto sul divano Delfino, mentre Linda devota, in ginocchio sul pavimento, con lo sperma di lui che ancora gli colava dall’ano dilatato e dolorante, con la bocca gli mostrava la sua gratitudine.
Linda avvertì un brivido violento, un groviglio oscuro sospeso tra la spossatezza e un piacere perverso che le tormentava i nervi. Tra le gambe dell’uomo, dal basso della sua condizione, guardò Delfino, in parte celato dalla rotondità del suo addome gonfio, fremendo per ciò che la stava attendendo, consapevole che mancavano ancora parecchie ore prima della serata. Sarebbe stato attraverso il suo corpo, attraverso ogni singola fibra, ogni accesso, che avrebbe pagato l’obolo al suo, spietato e insaziabile Caronte.
L’alba aveva sorpreso Linda sull'asfalto della Milano-Venezia, con gli occhi che bruciavano per il sonno e le mani incollate al volante dopo un'intera notte passata alla guida. Verona l'accolse con le prime luci del mattino che si scontravano con i palazzoni e le colate di cemento della periferia. Nonostante tutto, quella città conservava ancora l’aria romantica che, tempo prima, aveva fatto breccia nel suo cuore e in quello di sua moglie Alice.
Ma Linda non era lì per fare la turista. Trovare Delfino era la priorità assoluta. Grazie alle dritte ottenute a Milano, rintracciarlo era stato persino più facile del previsto: l'uomo si trovava esattamente dove le era stato detto, all'interno del ristorante Il Ferro di Cavallo.
Linda spinse la porta ed entrò. Sotto la luce cruda del mattino, il suo mini abito di seta argentata e la giacca corta di peluche gridavano "festa finita all'alba", non certo investigazione diurna. I tacchi vertiginosi battevano sul pavimento con un suono decisamente troppo forte per quell'ora.
Individuò subito il suo obiettivo in un angolo del locale, l’uomo che all’ingresso un cameriere annoiato le aveva indicato.
«Tu sei Delfino?» chiese, guardando il tizio unto e sudato. A giudicare dalla stazza, non gli sarebbe guastato cambiare dieta e saltare qualche pasto.
L'uomo si bloccò, un pezzo d'arrosto intero sospeso a mezza altezza. I suoi occhi piccoli e viscidamente curiosi scivolarono lungo le gambe di Linda, risalendo sulle curve fasciate dal tessuto lamé. «A cosa devo l'interesse di una così bella... signora? O signorina?» masticò, senza preoccuparsi di nascondere il cibo.
«Signora», tagliò corto lei.
In quel momento il suo pensiero andò con rammarico ad Alice. L'aveva lasciata a casa liquidandola con un semplice messaggio su WhatsApp, ignorando le sue proteste e, quando la situazione era diventata insistente, persino le sue telefonate. Le dita le scivolarono istintivamente sulla tasca della giacca, dove il telefono era muto da ore. Ci sarà tempo per farsi perdonare, si ripeté, come un mantra, proprio come aveva fatto in autostrada. La priorità ora è Simona. Devo rintracciarla e salvarla.
«Ottimo. Ma ancora non so il tuo nome... signora!» Delfino appoggiò le posate, ripulendosi la bocca con il dorso della mano grassa. La stava squadrando da capo a piedi senza alcun pudore.
Linda percepì lo sguardo di lui come viscido sulla pelle. Si rese conto che quel vestito così audace poteva dare un'impressione sbagliata per un incontro di giorno, ma al contempo capì che manifestare una certa disponibilità attraverso quei pochi strati di seta poteva rivelarsi un enorme vantaggio. L'uomo, dopotutto, non le staccava gli occhi di dosso.
«Linda. E non sono qui per fare due chiacchiera.»
Il sorriso di Delfino si sgonfiò. Il tono di lei aveva una vibrazione fredda, una sottile promessa di pericolo che lo costrinse a raddrizzare la schiena. «E allora cosa vuoi?»
Linda lo fissò dritto negli occhi. Sapeva che non avrebbe ottenuto informazioni solo chiedendole. Doveva trovare il modo di sciogliergli la lingua usando l'astuzia, la seduzione. E se l'esca non avesse funzionato, sotto la giacca di peluche c'era abbastanza spazio per nascondere argomenti decisamente più coercitivi.
Piegò leggermente le labbra, lasciando che la freddezza svanisse in un sussurro caldo. «Ho bisogno di fare una doccia», si limitò a dirgli con malizia. «E di togliermi questi vestiti di dosso.»
L'esca era stata gettata.
Mezz’ora dopo, Linda si ritrovò nel retro del locale. Aveva dovuto aspettare che Delfino finisse il suo pasto abbondante, scoprendo che l'uomo in quel ristorante faceva quasi da padrone; il titolare gli permetteva persino di usare un piccolo ufficio sul retro, completo di bagno privato, come una sorta di squallido boudoir personale.
La doccia calda lavò via la polvere del viaggio, il sudore ,il sudiciume accumulate dalla serata mentre il profumo costoso che indossava , e che, nonostante gli eventi del Mirò prima e la notte in auto, resisteva ancora sulla sua pelle come un'armatura invisibile ,tornò a farsi intenso. Come promesso, si era spogliata ed era uscita dal bagno avvolta solo in un asciugamano bianco del locale, muovendosi a piedi nudi e avanzando sinuosa verso la stanza principale.
«Sei un vero gentleman», disse lei, lasciando cadere le parole con studiata lentezza. «Non hai nemmeno sbirciato.»
L'uomo sprofondato su un divano a tre posti dall'aria vissuta, la osservava compiaciuto, era quasi incredibile come, con la sua stazza massiccia e voluminosa, riuscisse a occuparlo quasi per intero. Sorrise, e in quel sorriso c'era tutta la sicurezza di chi pensa di aver già vinto.
«Se hai qualcosa da farmi vedere», rispose lui, squadrandola da capo a piedi con gli occhi lucidi, «sarai tu a mostrarmela.»
Linda non si scompose. Fece un passo avanti e portò le dita al nodo dell'asciugamano sul petto, stringendolo appena, abbastanza da catturare lo sguardo dell'uomo che ormai respirava a fatica. Si calò lentamente sul bordo del bracciolo, proprio accanto a lui. Lo spazio era stretto e la mole del suo ospite, la costringeva a stargli vicina, a sentire l'odore pesante di cibo ,sudore, unto e sporco.
Gli appoggiò una mano sulla spalla, camuffando il disgusto dietro un sorriso caldo. «Mi hanno detto che sei un uomo importante in città. Uno che sa come muoversi nei giri giusti.»
Delfino tese i muscoli del collo, fiero, ma i suoi occhi indugiarono sulla pelle nuda di lei e dei tatuaggi che la decoravano. «Dipende da cosa cerchi, bella mia.»
«Cerco solo un po' di divertimento», disse lei, avvicinando le labbra al suo orecchio con voce confidenziale. «Ho sentito parlare di una festa esclusiva stasera. Roba per pochi. So che ci si arriva solo se si conosce la persona giusta... e che tu sei la persona giusta»
Delfino si bloccò per un istante, lo sguardo che oscillava tra il sospetto, desiderio e vanità. Un campanello d'allarme stava chiaramente suonando nella sua testa. «Quella non è una festa per tutti, Linda», grugnì lui, con la voce che si faceva più bassa. «Lì dentro gira gente che non scherza. Chi ti ha parlato della serata?»
«Lo sai che nel nostro ambiente è difficile conservare un segreto», rispose lei, accarezzandogli appena l'addome rotondo. « quando mi hanno parlato della festa, ci ho visto solo un'opportunità per divertirmi, per fare un po' di soldi.» Linda lasciò scivolare la mano più in basso, fermandola con studiata lentezza sulla patta dei pantaloni di lui sotto il quale si agitava qualcosa di voluminoso. «Mi hanno detto che sei l'unico che può farmi entrare.»
Delfino la fissò, col fiato corto, ma il sospetto resisteva. «Non ti ho mai vista a Verona.»
«Sono arrivata stamattina da Milano», disse lei, mutando l'espressione per mostrarsi fragile, bisognosa e indifesa. Si avvicinò ancora di più. «Ti prego, Delfino. Ho un disperato bisogno di soldi e tu sei la mia unica speranza», gli disse, quasi miagolando.
«Come hai saputo della serata? Fai il nome.» ripetè.
Linda sorrise flessuosa, offrendogli la risposta studiata. «Mirò. Me lo ha detto proprio lui a Milano, dopo che con il mio ragazzo... beh, abbiamo dato di spettacolo nel suo locale. Mi ha detto che a Verona c'era un posto in cui il mio "talento" mi avrebbe fatto guadagnare parecchio.»
Delfino la squadrò. Il desiderio stava finalmente prendendo il sopravvento sulla prudenza.
«Su, bambolotto... dammi una mano», continuò lei, disponibile e flessuosa. «Ti sarò grata.»
«È un favore enorme quello che mi chiedi, Linda. Rischio l'osso del collo.»
«Più grosso è il favore che mi concederai», aggiunse lei, stringendo leggermente la presa attraverso il tessuto dei pantaloni, «più grande sarà il mio debito verso di te.»
Delfino rimase in silenzio per qualche secondo, sospeso sul filo dell'indecisione. Poi, con una mossa improvvisa, allungò la mano verso il tavolino e afferrò il cellulare. «Voglio essere sicuro. Faccio uno squillo a Mirò.»
A Linda si gelò il sangue nelle vene, ma il suo viso rimase una maschera perfetta. Continuò a sorridergli , passandogli il mento sulla spalla, mentre l'uomo faceva partire la chiamata e appoggiava il telefono all'orecchio.
La linea squillò una volta. Due volte. Poi scattò la segreteria telefonica.
Delfino assunse un aria preoccupata, buttando il telefono sul divano. «Non risponde. Quel bastardo ha sempre il vizio di sparire.»
Linda trasse un lunghissimo sospiro di sollievo, mascherandolo con un respiro profondo e sensuale contro il collo dell'uomo. Certo che non risponde, pensò, con una scarica di fredda soddisfazione che le attraversò la schiena. È in un letto d'ospedale a Milano, con la mascella frantumata.
«Allora... piccolo... mi dai una mano?», gli disse a quel punto, con un sorriso malizioso, mentre faceva scivolare via l'asciugamano.
Delfino abbassò lo sguardo. Notò ciò che Linda celava tra le gambe e un brivido gli attraversò la schiena; aveva sempre avuto un debole per quella particolare sorpresa. Anche se il silenzio di Mirò al telefono lo preoccupava, ormai era totalmente incapace di resistere all'offerta in natura di quella donna strabiliante.
Mise da parte ogni residua preoccupazione e accettò. La prudenza venne del tutto cancellata dalla brama, dalle fantasie che lei sembrava pronta ad incarnare.
Afferrò Linda per i fianchi, tirandola decisamente su di sé sul divano, quasi come se fosse un panino succulento da divorare.
« va bene, ci stò!»
In un tempo incredibilmente rapido, Linda si ritrovò carponi sul pavimento dell’ufficio. La mano pesante di Delfino le schiacciava la testa e le spalle contro le mattonelle fredde e sporche, mentre la mole immensa dell'uomo gravava da dietro, opprimente come un macigno.
Se un osservatore esterno avesse assistito a quella scena grottesca, l’avrebbe paragonata all'assalto di un colossale orco che consuma il suo ardore su un piccolo elfo dei boschi. Sotto quel peso soffocante, Linda strinse i denti e fissò un punto indistinto sul pavimento, sopportando la carne e il fiato di Delfino. Ogni secondo di quell'umiliazione era solo il prezzo da pagare. Il prezzo per entrare alla villa. Il prezzo per riprendersi Simona.
«Cristo donna, sei fantastica!» grugnì Delfino.
Si muoveva dentro di lei con una ferocia e un'agilità che sorpresero la donna sotto di lui.
“Cosi mi spacchi!” protestò linda sperando di dagli un limite, ma Delfino sembrava non essere disposta al dialogo.
Quel peso soffocante che sbatteva contro di lei, mentre lui non le concedeva nemmeno la possibilità di staccare la faccia dal pavimento, Linda fece appello a tutta la sua forza di volontà. Strinse i denti e artigliò le dita sul pavimento viscido. Aveva decisamente sottovalutato il suo avversario. Da un uomo così grasso e bolso non si sarebbe mai aspettata tutta quell'energia, né una simile resistenza. La situazione si stava complicando maledettamente, trasformandosi in una trappola fisica da cui poteva solo sperare di uscire intera.
Il cazzo di Delfino, di ragguardevoli dimensioni, le dilatava l’ano e si spingeva feroce nel suo retto, Linda si trovò ad arrendersi, mentre l’uomo si agitava dentro di lei, ormai rapita da quell’amplesso animalesco.
Delfino era riuscito a prendere il sopravvento. Sulla sua volontà. Sulla sua determinazione.
Linda finì per gemere, con il viso rosso, biascicando frasi senza senso. La lingua le scivolò fuori dalla bocca spalancata, lucida di saliva, mentre veniva travolta da un vortice di sensi che le strappò di dosso ogni dignità, ogni grammo della sua identità. In quel momento, sul pavimento freddo, non era più la cacciatrice venuta da Milano, la moglie di Alice. Venne ridotta a un mero strumento di piacere, annullata dalla ferocia e dal peso brutale dell'uomo.
Quando delfino si scaricò nel suo retto, non potè porre alcuna difesa all’orgasmo che la travolse a sua volta, lasciandola sconfitta ed esausta.
“stasera ti porto alla villa!” le disse, fiero, seduto sul divano Delfino, mentre Linda devota, in ginocchio sul pavimento, con lo sperma di lui che ancora gli colava dall’ano dilatato e dolorante, con la bocca gli mostrava la sua gratitudine.
Linda avvertì un brivido violento, un groviglio oscuro sospeso tra la spossatezza e un piacere perverso che le tormentava i nervi. Tra le gambe dell’uomo, dal basso della sua condizione, guardò Delfino, in parte celato dalla rotondità del suo addome gonfio, fremendo per ciò che la stava attendendo, consapevole che mancavano ancora parecchie ore prima della serata. Sarebbe stato attraverso il suo corpo, attraverso ogni singola fibra, ogni accesso, che avrebbe pagato l’obolo al suo, spietato e insaziabile Caronte.
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