Stupida vacca - capitolo 9
di
Dawizarr
genere
dominazione
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L’idea era partita da Serena.
Non gliel’aveva ordinata Stefano in modo diretto. Le aveva solo detto, dopo il pomeriggio del dottor Rinaldi: «Adesso che ti ha visto accettare la mia mano su di te senza fiatare, sarebbe il momento giusto per fargli fare un altro passo.»
Serena aveva organizzato una cena. Aveva preparato la tavola con più cura del solito, aveva scelto una tovaglia quasi decente, aveva speso di più per la spesa. Il marito, ancora gonfio di riconoscenza e di sollievo per lo scampato pignoramento, aveva annuito a tutto.
«Giusto, cazzo. Uno come Stefano si merita una cena. E quella sua amica pure, anche se è un po’ strana.»
Arrivarono alle venti e un quarto. Stefano in camicia scura, impeccabile. Isabella al suo fianco: capelli rossi lunghi e mossi, raccolti solo in parte, pelle chiara, occhi verdi limpidissimi, un vestito color sabbia che le segnava il corpo magro e le curve giuste senza sforzo. Appena entrata, il suo sguardo fece un rapido giro sul salotto: i mobili un po’ datati, la televisione troppo grande, qualche oggetto fuori posto. Non disse niente. Sorrise solo con educazione, ma si notava la leggera tensione nelle spalle, il modo in cui teneva la borsetta un po’ più vicino al corpo.
Il marito si fece avanti troppo in fretta, con un sorriso largo e goffo.
«Benvenuti, dai! Questa volta offro io, e non si discute. Stefano, ti devo ancora i salti mortali per quella roba del fisco. Davvero.»
Stefano gli strinse la mano con misura.
«Ne abbiamo già parlato. Stai tranquillo e pensa ad altro.»
Isabella porse la mano al marito. Quando lui la strinse con troppa energia, lei non ritrasse le dita subito, ma il sorriso divenne un po’ più sottile.
«Buonasera. È gentile da parte vostra invitarci.»
Durante l’aperitivo e la cena il marito parlava troppo. Raccontava di quanto aveva avuto paura, di quanto Stefano fosse «uno vero». Isabella rispondeva con cortesia distante. Ogni tanto il suo sguardo restava un attimo di troppo su un dettaglio della casa o sul modo di fare del padrone di casa, poi tornava al bicchiere con un piccolo sorriso educato che non arrivava agli occhi.
Stefano, da parte sua, toccava Serena con naturalezza crescente: una mano sulla schiena mentre lei versava il vino, le dita che le sistemavano un capello, una pressione prolungata sul fianco mentre parlava. Gesti chiari, possessivi. Il marito li vedeva. Ogni volta la mascella gli si contraeva. Ogni volta finiva per abbassare lo sguardo e bere un sorso. Il debito era ancora troppo grande per permettersi di fare scene.
A un certo punto, verso fine cena, Stefano chiese al marito di mostrargli i documenti che Rinaldi gli aveva lasciato, «così diamo un’occhiata veloce prima che sia troppo tardi». I due uomini si spostarono un momento nel piccolo tinello attiguo con le carte. Serena iniziò a sparecchiare.
Isabella si alzò, ma invece di seguire Serena in cucina si soffermò. Quando Stefano si allontanò per andare in bagno, restò indietro con il marito. Era un momento breve, semi-privato, con il rumore dell’acqua in cucina e la casa improvvisamente più piccola.
Il marito, un po’ a disagio per essere rimasto solo con lei, cercò di riempire il silenzio.
«Alla fine è andata bene, eh? Con quella roba del fisco. Se non c’era Stefano…»
Isabella lo guardò con i suoi occhi verdi chiari. Non sorrideva in modo caldo. Sembrava quasi un poco imbarazzata di doversi trovare a parlare di questioni così concrete e grezze.
«Sì. Stefano ha questo modo. Quando decide di occuparsi di una situazione, se ne occupa fino in fondo. Non fa le cose a metà.» Fece una piccola pausa, scegliendo le parole con cura. «E si vede che anche sua moglie… lo ha capito. Ha uno sguardo diverso, quando lui è presente. Più attento. Più… disposto.»
Il marito si grattò la nuca, confuso.
«Beh, è chiaro. Ci ha tirato fuori da un bel casino. È normale essere riconoscenti.»
Isabella inclinò appena la testa. Il suo disagio per l’ambiente e per la rozzezza della conversazione si percepiva nella lentezza misurata della voce, nel modo in cui non si appoggiava a niente.
«Certo. La riconoscenza è naturale. Solo che certe riconoscenze… cambiano gli equilibri. Diventano quasi una forma di ordine. Di priorità. Non serve nemmeno che qualcuno le spieghi. Si vedono. Si sentono nella stanza.» Lasciò passare un secondo, poi aggiunse, ancora più piano: «Sua moglie sembra essersi già adattata a questo nuovo ordine. E anche lei, a modo suo. È… pratico, da queste parti. Si va dritti al punto. Non ci sono molte mediazioni.»
Il marito restò a bocca semiaperta. Aveva la netta sensazione che gli stesse dicendo qualcosa di importante e di scomodo, ma non riusciva ad afferrarlo del tutto. Non c’era un insulto chiaro. Non c’era una provocazione contro cui reagire. C’era solo un sapore di essere stato messo un gradino più sotto, con eleganza, da una donna che poteva essere sua figlia e che sembrava quasi a disagio nel doverlo fare in un ambiente così semplice.
«Io… cioè, noi siamo gente diretta, sì» borbottò alla fine, goffo. «Non ci piacciono i giri di parole.»
Isabella sorrise appena, un sorriso che non scaldava.
«Lo ho notato.»
In quel momento si sentì lo sciacquone del bagno. Isabella si scostò con naturalezza, come se la conversazione fosse stata solo una cortesia passeggera.
«Meglio dare una mano in cucina.»
E lasciò il marito in piedi vicino al tavolo del tinello, con le carte del fisco ancora in mano e la strana, umiliante sensazione di aver appena accettato qualcosa senza sapere esattamente cosa.
Quando tornarono tutti in salotto, l’aria era cambiata di un grado. Stefano riprese a toccare Serena con ancora più naturalezza: una mano aperta sulla sua coscia mentre beveva il caffè, le dita che le stringevano il fianco quando lei si chinava a raccogliere un tovagliolo. Il marito guardava. Ogni tanto. Poi distoglieva lo sguardo e annuiva a quello che Stefano diceva. Non riusciva più a trovare il modo di intervenire. La conversazione con Isabella gli aveva lasciato in bocca un sapore metallico di inferiorità che non sapeva come sputare.
Verso le undici e mezza gli ospiti si alzarono. Il marito accompagnò fino alla porta ringraziando ancora troppo, la voce un po’ più bassa del solito. Isabella gli porse di nuovo la mano e disse soltanto, con un cenno del capo:
«Buonanotte. È stata una serata istruttiva.»
La parola «istruttiva» restò a mezz’aria.
Alla porta, mentre il marito era un passo indietro, Stefano trattenne Serena un attimo e le parlò all’orecchio.
«Ha parlato con lui. Si vede dalla faccia. Ha digerito un altro pezzo senza avere nemmeno una frase chiara contro cui arrabbiarsi. Stasera lascia che ti usi. E domani mi racconti se ha cercato di riprendersi qualcosa o se ha già iniziato a stare più zitto.»
Serena annuì.
«Sì, Stefano.»
Quando la porta si chiuse, il marito restò un attimo in mezzo al salotto, le spalle un po’ curve. Poi borbottò, più a se stesso che a lei:
«Alla fine sono bravi… ma quella ragazza parla difficile. Ti lascia con la sensazione di non aver capito tutto.»
Serena raccolse i bicchieri e rispose solo:
«Forse aveva capito lei.»
Il marito non replicò. Andò a letto poco dopo, più silenzioso del solito.
Quando la tirò a sé nel buio, Serena non si oppose. Mentre lui spingeva con il solito ritmo goffo, lei tenne gli occhi aperti e pensò alla voce di Isabella, al modo in cui aveva dato per scontato il nuovo equilibrio, e a quanto poco il marito avesse saputo rispondere. Il disprezzo le arrivò caldo e preciso, e sotto arrivò anche l’eccitazione.
Più tardi, con il telefono:
Isabella gli ha parlato da sola. Non ha detto niente di esplicito, ma gli ha fatto capire che certi equilibri si sono già spostati e che io mi sono già adattata. Lui non ha saputo rispondere. Ha solo balbettato qualcosa sul fatto che siamo gente diretta. Per il resto della serata ha tollerato tutto quello che mi facevi. Ancora più in silenzio di prima. Mentre mi usava pensavo a quanto è restato piccolo dopo quel discorso. Mi sono bagnata.
La risposta di Stefano arrivò netta:
Perfetto. Non gli ha dato un nemico. Gli ha dato solo la misura di quanto sta sotto. È il modo migliore. Continua a farti usare. La prossima volta gli faremo fare un servizio più chiaro. Sta imparando.
Serena spense lo schermo.
Nel buio, una mano tra le cosce, sussurrò solo:
«Sta imparando a stare sotto… e io sto imparando a guardarlo mentre lo fa.»
E questa volta, quando venne, non ci furono quasi più lacrime. Solo un calore oscuro e sempre più stabile.
L’idea era partita da Serena.
Non gliel’aveva ordinata Stefano in modo diretto. Le aveva solo detto, dopo il pomeriggio del dottor Rinaldi: «Adesso che ti ha visto accettare la mia mano su di te senza fiatare, sarebbe il momento giusto per fargli fare un altro passo.»
Serena aveva organizzato una cena. Aveva preparato la tavola con più cura del solito, aveva scelto una tovaglia quasi decente, aveva speso di più per la spesa. Il marito, ancora gonfio di riconoscenza e di sollievo per lo scampato pignoramento, aveva annuito a tutto.
«Giusto, cazzo. Uno come Stefano si merita una cena. E quella sua amica pure, anche se è un po’ strana.»
Arrivarono alle venti e un quarto. Stefano in camicia scura, impeccabile. Isabella al suo fianco: capelli rossi lunghi e mossi, raccolti solo in parte, pelle chiara, occhi verdi limpidissimi, un vestito color sabbia che le segnava il corpo magro e le curve giuste senza sforzo. Appena entrata, il suo sguardo fece un rapido giro sul salotto: i mobili un po’ datati, la televisione troppo grande, qualche oggetto fuori posto. Non disse niente. Sorrise solo con educazione, ma si notava la leggera tensione nelle spalle, il modo in cui teneva la borsetta un po’ più vicino al corpo.
Il marito si fece avanti troppo in fretta, con un sorriso largo e goffo.
«Benvenuti, dai! Questa volta offro io, e non si discute. Stefano, ti devo ancora i salti mortali per quella roba del fisco. Davvero.»
Stefano gli strinse la mano con misura.
«Ne abbiamo già parlato. Stai tranquillo e pensa ad altro.»
Isabella porse la mano al marito. Quando lui la strinse con troppa energia, lei non ritrasse le dita subito, ma il sorriso divenne un po’ più sottile.
«Buonasera. È gentile da parte vostra invitarci.»
Durante l’aperitivo e la cena il marito parlava troppo. Raccontava di quanto aveva avuto paura, di quanto Stefano fosse «uno vero». Isabella rispondeva con cortesia distante. Ogni tanto il suo sguardo restava un attimo di troppo su un dettaglio della casa o sul modo di fare del padrone di casa, poi tornava al bicchiere con un piccolo sorriso educato che non arrivava agli occhi.
Stefano, da parte sua, toccava Serena con naturalezza crescente: una mano sulla schiena mentre lei versava il vino, le dita che le sistemavano un capello, una pressione prolungata sul fianco mentre parlava. Gesti chiari, possessivi. Il marito li vedeva. Ogni volta la mascella gli si contraeva. Ogni volta finiva per abbassare lo sguardo e bere un sorso. Il debito era ancora troppo grande per permettersi di fare scene.
A un certo punto, verso fine cena, Stefano chiese al marito di mostrargli i documenti che Rinaldi gli aveva lasciato, «così diamo un’occhiata veloce prima che sia troppo tardi». I due uomini si spostarono un momento nel piccolo tinello attiguo con le carte. Serena iniziò a sparecchiare.
Isabella si alzò, ma invece di seguire Serena in cucina si soffermò. Quando Stefano si allontanò per andare in bagno, restò indietro con il marito. Era un momento breve, semi-privato, con il rumore dell’acqua in cucina e la casa improvvisamente più piccola.
Il marito, un po’ a disagio per essere rimasto solo con lei, cercò di riempire il silenzio.
«Alla fine è andata bene, eh? Con quella roba del fisco. Se non c’era Stefano…»
Isabella lo guardò con i suoi occhi verdi chiari. Non sorrideva in modo caldo. Sembrava quasi un poco imbarazzata di doversi trovare a parlare di questioni così concrete e grezze.
«Sì. Stefano ha questo modo. Quando decide di occuparsi di una situazione, se ne occupa fino in fondo. Non fa le cose a metà.» Fece una piccola pausa, scegliendo le parole con cura. «E si vede che anche sua moglie… lo ha capito. Ha uno sguardo diverso, quando lui è presente. Più attento. Più… disposto.»
Il marito si grattò la nuca, confuso.
«Beh, è chiaro. Ci ha tirato fuori da un bel casino. È normale essere riconoscenti.»
Isabella inclinò appena la testa. Il suo disagio per l’ambiente e per la rozzezza della conversazione si percepiva nella lentezza misurata della voce, nel modo in cui non si appoggiava a niente.
«Certo. La riconoscenza è naturale. Solo che certe riconoscenze… cambiano gli equilibri. Diventano quasi una forma di ordine. Di priorità. Non serve nemmeno che qualcuno le spieghi. Si vedono. Si sentono nella stanza.» Lasciò passare un secondo, poi aggiunse, ancora più piano: «Sua moglie sembra essersi già adattata a questo nuovo ordine. E anche lei, a modo suo. È… pratico, da queste parti. Si va dritti al punto. Non ci sono molte mediazioni.»
Il marito restò a bocca semiaperta. Aveva la netta sensazione che gli stesse dicendo qualcosa di importante e di scomodo, ma non riusciva ad afferrarlo del tutto. Non c’era un insulto chiaro. Non c’era una provocazione contro cui reagire. C’era solo un sapore di essere stato messo un gradino più sotto, con eleganza, da una donna che poteva essere sua figlia e che sembrava quasi a disagio nel doverlo fare in un ambiente così semplice.
«Io… cioè, noi siamo gente diretta, sì» borbottò alla fine, goffo. «Non ci piacciono i giri di parole.»
Isabella sorrise appena, un sorriso che non scaldava.
«Lo ho notato.»
In quel momento si sentì lo sciacquone del bagno. Isabella si scostò con naturalezza, come se la conversazione fosse stata solo una cortesia passeggera.
«Meglio dare una mano in cucina.»
E lasciò il marito in piedi vicino al tavolo del tinello, con le carte del fisco ancora in mano e la strana, umiliante sensazione di aver appena accettato qualcosa senza sapere esattamente cosa.
Quando tornarono tutti in salotto, l’aria era cambiata di un grado. Stefano riprese a toccare Serena con ancora più naturalezza: una mano aperta sulla sua coscia mentre beveva il caffè, le dita che le stringevano il fianco quando lei si chinava a raccogliere un tovagliolo. Il marito guardava. Ogni tanto. Poi distoglieva lo sguardo e annuiva a quello che Stefano diceva. Non riusciva più a trovare il modo di intervenire. La conversazione con Isabella gli aveva lasciato in bocca un sapore metallico di inferiorità che non sapeva come sputare.
Verso le undici e mezza gli ospiti si alzarono. Il marito accompagnò fino alla porta ringraziando ancora troppo, la voce un po’ più bassa del solito. Isabella gli porse di nuovo la mano e disse soltanto, con un cenno del capo:
«Buonanotte. È stata una serata istruttiva.»
La parola «istruttiva» restò a mezz’aria.
Alla porta, mentre il marito era un passo indietro, Stefano trattenne Serena un attimo e le parlò all’orecchio.
«Ha parlato con lui. Si vede dalla faccia. Ha digerito un altro pezzo senza avere nemmeno una frase chiara contro cui arrabbiarsi. Stasera lascia che ti usi. E domani mi racconti se ha cercato di riprendersi qualcosa o se ha già iniziato a stare più zitto.»
Serena annuì.
«Sì, Stefano.»
Quando la porta si chiuse, il marito restò un attimo in mezzo al salotto, le spalle un po’ curve. Poi borbottò, più a se stesso che a lei:
«Alla fine sono bravi… ma quella ragazza parla difficile. Ti lascia con la sensazione di non aver capito tutto.»
Serena raccolse i bicchieri e rispose solo:
«Forse aveva capito lei.»
Il marito non replicò. Andò a letto poco dopo, più silenzioso del solito.
Quando la tirò a sé nel buio, Serena non si oppose. Mentre lui spingeva con il solito ritmo goffo, lei tenne gli occhi aperti e pensò alla voce di Isabella, al modo in cui aveva dato per scontato il nuovo equilibrio, e a quanto poco il marito avesse saputo rispondere. Il disprezzo le arrivò caldo e preciso, e sotto arrivò anche l’eccitazione.
Più tardi, con il telefono:
Isabella gli ha parlato da sola. Non ha detto niente di esplicito, ma gli ha fatto capire che certi equilibri si sono già spostati e che io mi sono già adattata. Lui non ha saputo rispondere. Ha solo balbettato qualcosa sul fatto che siamo gente diretta. Per il resto della serata ha tollerato tutto quello che mi facevi. Ancora più in silenzio di prima. Mentre mi usava pensavo a quanto è restato piccolo dopo quel discorso. Mi sono bagnata.
La risposta di Stefano arrivò netta:
Perfetto. Non gli ha dato un nemico. Gli ha dato solo la misura di quanto sta sotto. È il modo migliore. Continua a farti usare. La prossima volta gli faremo fare un servizio più chiaro. Sta imparando.
Serena spense lo schermo.
Nel buio, una mano tra le cosce, sussurrò solo:
«Sta imparando a stare sotto… e io sto imparando a guardarlo mentre lo fa.»
E questa volta, quando venne, non ci furono quasi più lacrime. Solo un calore oscuro e sempre più stabile.
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