Irene 01

di
genere
tradimenti

Buongiorno cari lettori. Se cercate un racconto di puro sesso, vi chiedo passare oltre, in questa serie racconterò le vicissitudini di Irene, il suo cambiamento prima psicologico e poi fisico, trovo molto più intrigante una donna che si eccita prima nella testa che in mezzo alle gambe. Questo è il primo capitolo, sto lavorando sul prosieguo della storia. Se avrete pazienza e voglia di leggerlo buona lettura, altrimenti vi auguro di trovare qualcosa di più aderente ai vostri desideri.

A trentacinque anni Irene aveva ormai raggiunto quella particolare confidenza con il proprio aspetto che non nasce dalla vanità, ma dall'aver avuto abbastanza tempo per conoscersi. Non aveva bisogno di sentirsi ripetere di essere una bella donna e non apparteneva a quella categoria di persone che davanti a un complimento si schermiscono cercando immediatamente un difetto da opporre. Sapeva di piacere, conosceva bene ciò che uno specchio le restituiva e aveva imparato quali dettagli valorizzare e quali lasciare semplicemente essere ciò che erano.
Il corpo rappresentava certamente la parte più generosa della sua bellezza. Irene aveva una figura slanciata e femminile, costruita attorno a gambe lunghe e toniche che risalivano verso fianchi armoniosi e una vita sottile. I glutei erano alti, sodi, disegnati da quella particolare curva a mandolino che li rendeva evidenti senza essere eccessivi e che un paio di jeans aderenti sapeva mettere magnificamente in risalto. Sopra la vita stretta, il seno pieno conservava una forma naturalmente rotonda e sostenuta che Irene aveva sempre considerato una delle proprie fortune.
Il viso possedeva invece una bellezza meno regolare e proprio per questo più personale. La mandibola decisa gli dava carattere, quasi una nota di ostinazione, ammorbidita dalle labbra naturalmente carnose e da un naso diritto e armonioso. I grandi occhi castani erano luminosi, vivaci, difficili da tenere immobili quando qualcosa accendeva la sua curiosità. I capelli biondi le scendevano lunghi sulle spalle in onde leggere, mai perfettamente ordinate, e quando sorrideva comparivano quei denti un poco più grandi del normale che da ragazza aveva considerato un difetto e che negli anni erano diventati semplicemente parte dell'espressività del suo volto.
Irene sapeva di piacere.
E le piaceva saperlo.
Non aveva mai considerato questa consapevolezza incompatibile con l'amore che provava per Luca. Il loro matrimonio non era in crisi. Luca era presente, affettuoso, un padre attento e un marito che dopo tanti anni continuava a guardarla come una donna e non soltanto come la persona con cui divideva casa, responsabilità e quotidianità.
Qualcosa, però, si era lentamente accomodato.
Non l'amore. Nemmeno il desiderio. Piuttosto il modo in cui quel desiderio veniva vissuto.
Luca conosceva Irene troppo bene. Conosceva i suoi pudori, le esitazioni, persino il momento esatto in cui una battuta un po' più audace l'avrebbe fatta ridere per nascondere l'imbarazzo. Nella loro intimità era quasi sempre lui a proporre qualcosa di diverso, mentre Irene finiva per seguirlo dopo qualche resistenza più mentale che reale.
Una sera Luca glielo aveva detto.
«Sai cosa mi piacerebbe ogni tanto?»
Irene lo aveva guardato con sospetto. «Questa domanda pronunciata a letto non promette niente di buono.»
Luca aveva sorriso. «Che fossi tu a sorprendermi.»
«Io?»
«Tu.»
«E cosa dovrei fare?»
«Se te lo dico io, che sorpresa è?»
Irene aveva riso. «Comodo. Tu fai le richieste e io devo anche inventarmi come soddisfarle.»
Luca aveva scosso la testa.
«Non ti sto chiedendo di soddisfare una richiesta. Vorrei soltanto vedere cosa succederebbe se qualche volta smettessi di chiederti cosa mi aspetto da te.»
La frase le era rimasta dentro più di quanto avesse lasciato capire.
Il problema era proprio quello. Irene non sapeva essere diversa con Luca senza avere immediatamente la sensazione di recitare. Suo marito conosceva ogni sua versione precedente e provare improvvisamente a diventare più audace davanti a lui la faceva sentire artificiale, quasi dovesse sostenere una parte della quale entrambi conoscevano già l'interprete.
Con uno sconosciuto sarebbe stato diverso.
Non perché Irene desiderasse un altro uomo. Non ci aveva mai pensato seriamente.
Era lo sguardo a essere diverso.
Quello di Luca conteneva tutta la loro storia. Quando suo marito la guardava vedeva Irene, certamente, ma insieme vedeva gli anni trascorsi, la madre di suo figlio, la donna con cui aveva litigato, riso, dormito, viaggiato e costruito una vita.
Lo sguardo di uno sconosciuto non conteneva niente di tutto questo.
Vedeva soltanto una donna.
Irene non avrebbe saputo ancora spiegarlo, ma ogni tanto aveva bisogno di sapere di essere ancora quella donna prima di essere la moglie di Luca o la madre di suo figlio.
Fu probabilmente per questo che i sabati pomeriggio dedicati alle partite di calcio cominciarono lentamente a cambiare significato.
All'inizio sembravano il luogo meno adatto perché potesse succedere qualcosa.
Il campo di periferia, l'odore dell'erba, le gradinate, i ragazzi in maglia numerata e il solito gruppo di genitori costretto a condividere novanta minuti ogni settimana. Luca viveva quelle partite con una concentrazione quasi professionale. Seguiva il figlio, discuteva con gli altri padri, commentava schemi e decisioni dell'allenatore e riusciva a trasformare una partita giovanile del sabato pomeriggio in qualcosa che sembrava meritare un'analisi tattica internazionale.
Irene lo prendeva in giro, ma quella partecipazione le faceva anche tenerezza.
Durante quei novanta minuti, però, Luca si dimenticava quasi completamente di lei.
Non era una mancanza. Era semplicemente una specie di tunnel nel quale entrava al fischio iniziale e dal quale usciva alla fine.
Per Irene diventò quasi una parentesi.
Col passare delle settimane i volti intorno a loro diventarono familiari. Si imparavano i nomi, si parlava del lavoro, delle vacanze, della scuola. I saluti si trasformarono in conversazioni e lentamente quel gruppo di sconosciuti diventò una piccola comunità.
Fu lì che Irene conobbe Andrea.
Non accadde niente di memorabile. Una battuta, una risposta ironica, una risata condivisa con altri genitori. Andrea era simpatico e Irene parlava con lui come parlava con molti altri.
Poi, un pomeriggio, si accorse che la stava guardando.
Non il viso.
Le gambe.
Irene indossava un paio di jeans aderenti e aveva appena accavallato le gambe. Quel movimento tendeva il tessuto sulle cosce e sui fianchi, sottolineando inevitabilmente anche la curva dei glutei contro la gradinata.
Vide gli occhi di Andrea scendere per un istante e tornare immediatamente verso il campo.
La cosa la divertì.
Qualche minuto dopo Irene cambiò posizione e accavallò nuovamente le gambe.
Quella volta lo fece sapendo che Andrea era lì.
Guardò davanti a sé, aspettò qualche secondo e poi spostò appena gli occhi.
Andrea stava guardando di nuovo.
Irene tornò verso il campo e sentì comparire sulle labbra un sorriso che non aveva niente a che fare con la partita.
Non aveva cercato quell'uomo.
Aveva cercato la sua approvazione.
E averla ottenuta le era piaciuto.
Nei sabati successivi non accadde nulla che Irene avrebbe saputo indicare come l'inizio di qualcosa. Gli sguardi di Andrea diventarono semplicemente familiari e lei non faceva niente per incoraggiarlo, o almeno era quello che continuava a raccontarsi.
Poi comparve Paolo.
Irene comprese quasi immediatamente che non fosse lì per caso. Andrea lo chiamò, gli fece spazio accanto a sé e, poco dopo, Irene vide Andrea dirgli qualcosa sottovoce. Paolo seguì l'indicazione dell'amico e guardò direttamente lei.
Irene capì.
Andrea gli aveva parlato di lei.
La scoperta avrebbe dovuto metterla a disagio. Invece le provocò una soddisfazione ancora più intensa della prima.
Andrea almeno tentava di seguire la partita. Paolo quasi per niente.
All'intervallo Andrea si alzò.
«Caffè?»
Irene inclinò la testa. «È un invito?»
«È un tentativo di sopravvivere all'intervallo.»
Lei rise. «Va bene.»
Andrea indicò Paolo. «Viene anche Paolo. Così almeno te lo presento, visto che è da mezz'ora che fa finta di interessarsi alla partita.»
«Parla quello che non ha visto gli ultimi dieci minuti» ribatté Paolo.
Andrea lo guardò. «Io almeno conosco il risultato.»
Irene stava ancora ridendo quando si voltò verso Luca.
«Vado a prendere un caffè. Lo vuoi?»
«Sì, grazie.»
Lei rimase ferma.
«Come?»
Luca finalmente la guardò e comprese che non aveva ascoltato una parola.
«Scema. Un caffè, grazie.»
Irene raggiunse gli altri due.
Il caffè fu assolutamente normale e proprio questo le piacque. Parlarono dei ragazzi, della scuola, del lavoro, presero in giro l'allenatore e scoprirono di avere abbastanza ironia in comune da rendere piacevoli quei pochi minuti.
Andrea e Paolo erano persone, non soltanto due uomini che la guardavano.
Al ritorno verso gli spalti, però, Irene si accorse che entrambi erano rimasti qualche passo dietro di lei.
Continuò a camminare.
Sentiva i loro occhi sulla curva dei jeans e, quasi senza accorgersene, il suo passo divenne più morbido, più femminile.
Poi Paolo sbagliò un gradino.
Andrea scoppiò a ridere.
«Occhio ai gradini.»
«L'ho visto.»
«Certo. Guardavi proprio quello.»
Irene capì perfettamente.
Non si voltò.
Sorrise e continuò a salire.
Passarono altri sabati e, senza che nessuno lo decidesse veramente, il caffè dell'intervallo diventò un'abitudine. All'inizio era sempre Andrea a proporlo; poi arrivò un pomeriggio in cui al fischio dell'arbitro Irene si alzò automaticamente insieme a lui.
Paolo la guardò divertito.
«Ormai sei addestrata.»
«Veramente siete voi che mi offrite il caffè.»
«Appunto. Addestrata benissimo.»
Irene gli diede una piccola spinta sulla spalla ridendo.
Era diventato tutto facile. Forse troppo. Perché proprio quando qualcosa diventa normale si smette di domandarsi perché lo si stia facendo.
Poi arrivò un sabato diverso.
La differenza cominciò davanti all'armadio.
Irene aveva già scartato due possibilità quando tirò fuori una minigonna che non indossava da qualche tempo. La appoggiò sul letto e scelse una maglietta aderente, morbida e piuttosto scollata. Dopo un momento di esitazione decise di indossarla senza reggiseno.
Davanti allo specchio comprese immediatamente quanto quella scelta cambiasse l'insieme.
La gonna lasciava protagoniste le lunghe gambe; la maglietta seguiva direttamente la forma naturale del seno.
Era sexy.
Non volgare, non eccessiva.
Semplicemente molto più sexy di quanto fosse mai stata per andare a una partita di calcio.
Andrea e Paolo le attraversarono la mente.
Per la prima volta Irene non si era semplicemente vestita sapendo che avrebbe potuto essere guardata.
Si era vestita pensando a come sarebbe stato esserlo.
Quando arrivarono al campo, Luca la guardò più a lungo del solito.
«Però.»
Irene sorrise. «Però cosa?»
«Niente. Stai molto bene.»
«Grazie.»
Il complimento di suo marito le fece sinceramente piacere.
Eppure, raggiungendo gli spalti, Irene cercò quasi immediatamente altri due sguardi.
Li trovò.
Andrea smise di parlare a metà di una frase. Paolo non ebbe nemmeno la prontezza di nascondere l'occhiata che le percorse la figura prima di tornare al viso.
Irene continuò a camminare come se non avesse visto niente.
Ma sentì qualcosa accendersi dentro di sé.
Durante la partita si accorse che Andrea e Paolo avevano scelto posti qualche gradino più in basso, leggermente spostati di lato.
Da lì potevano certamente vedere bene il campo.
Potevano vedere molto bene anche lei.
Irene abbassò gli occhi sulle proprie gambe e comprese quanto la minigonna avesse cambiato le regole di quel gioco silenzioso.
La scoperta avrebbe dovuto renderla più prudente.
Accadde quasi il contrario.
Quando dopo qualche minuto sciolse le gambe accavallate, lo fece con una lentezza insolita, lasciandole distendere prima di cambiare posizione. Nel movimento una mano scese distrattamente sulla gonna. Avrebbe potuto accompagnarne l'orlo verso il basso; invece le dita seguirono quasi senza pensarci il tessuto nel verso opposto, liberando qualche centimetro in più delle cosce prima che Irene accavallasse nuovamente le gambe.
Soltanto allora se ne accorse.
Abbassò gli occhi.
Da dove erano seduti Andrea e Paolo, la differenza doveva essere evidente.
Portò una mano sulla coscia come se stesse per sistemare l'orlo.
Non lo fece.
Dopo qualche secondo guardò verso di loro.
Paolo aveva perso completamente interesse per il campo. Andrea alzò gli occhi e incontrò quelli di Irene.
Quella volta lei non ebbe fretta di sottrarsi.
Rimase così per un istante, poi tornò tranquillamente verso la partita lasciando la gonna esattamente dov'era.
Da quel momento qualcosa cambiò persino nel modo in cui occupava il proprio posto. I movimenti divennero più lenti, morbidi. Quando cambiava posizione distendeva le gambe, rimaneva qualche istante così, poi le accavallava nuovamente lasciando che il tessuto seguisse liberamente il movimento.
Ogni volta avrebbe potuto sistemarlo.
Ogni volta decideva di non farlo.
Non pensava voglio che mi guardino. Era qualcosa che sembrava avvenire prima del pensiero: sapere di avere Andrea e Paolo qualche gradino più in basso rendeva spontaneamente più elegante la sua postura, più lenta la maniera in cui passava da una posizione all'altra.
Era come se il suo corpo avesse compreso prima della mente quanto fosse piacevole essere osservato.
A un certo punto Luca le disse qualcosa.
Irene si voltò con un'espressione interrogativa.
«Non hai sentito una parola, vero?»
Lei rise. «Scusa.»
«E poi sarei io quello fissato con la partita.»
«Infatti non stavo guardando la partita.»
Luca scosse la testa divertito e tornò immediatamente verso il campo.
Irene rimase invece con quella frase nella mente.
Non stava guardando la partita.
Ma non aveva nemmeno bisogno di guardare continuamente Andrea e Paolo.
Le bastava sapere che erano loro a guardare lei.
Quando arrivò l'intervallo, Andrea si alzò e si voltò verso di lei.
Paolo sorrise.
«Caffè?»
Irene raccolse la borsa e si alzò lentamente.
«Pensavo non me l'avreste mai chiesto.»
Il bar era più affollato del solito.
Andrea riuscì a farsi strada per primo, Paolo gli andò dietro e Irene li seguì nel piccolo locale ormai pieno di persone. All'inizio non attribuì alcun significato agli inevitabili contatti provocati dalla calca: una spalla, il dorso di una mano contro il fianco, qualcuno che le passava troppo vicino.
Poi sentì Paolo sfiorarla.
«Scusa.»
Irene gli sorrise.
Poco dopo accadde nuovamente e questa volta, quando si voltò, non c'era nessuno che stesse passando.
C'era soltanto Paolo.
Irene spostò gli occhi verso Andrea.
Aveva visto.
La cosa avrebbe dovuto infastidirla. Invece sentì affiorare un sorriso.
La calca aumentò proprio mentre Andrea cercava di raggiungere il bancone e qualcuno urtò Paolo alle spalle, facendolo avanzare direttamente contro Irene.
Lei sentì il suo corpo appoggiarsi al proprio.
«Scusami, mi hanno spinto.»
La spiegazione era perfettamente credibile.
Ciò che lo era molto meno fu il fatto che Paolo, recuperato l'equilibrio, non si allontanasse subito.
Rimase contro di lei un istante più del necessario.
Irene aveva spazio per avanzare.
Non lo fece.
Rimase con le mani appoggiate al bancone, cercando ancora di convincersi che fosse soltanto la situazione a rendere così evidente la presenza dell'uomo dietro di lei.
Poi incontrò gli occhi di Andrea.
Lui guardò oltre la sua spalla verso Paolo e tornò su Irene.
Aveva capito.
E aveva capito anche che Irene non aveva alcuna fretta di interrompere quel contatto.
Fu Paolo ad allontanarsi per primo quando la pressione della gente diminuì.
Irene si voltò.
«Tutto bene?»
«Mi hanno spinto.»
L'espressione innocente con cui lo disse era talmente poco convincente che lei dovette trattenere una risata.
«Certo.»
Paolo sorrise.
Andrea arrivò con i caffè e nessuno disse altro.
Quando uscirono dal bar, l'aria fresca colpì Irene sul viso. Andrea e Paolo camminavano inizialmente accanto a lei, ma avvicinandosi agli spalti rallentarono quasi contemporaneamente.
Irene se ne accorse dalle loro voci.
Erano di nuovo dietro di lei.
La memoria tornò immediatamente al primo pomeriggio, alla scarpa di Paolo contro il gradino e alla battuta di Andrea.
Questa volta Irene non aveva bisogno di un inciampo per sapere dove stessero guardando.
Abbassò brevemente gli occhi verso la minigonna e sorrise tra sé.
Fu allora che avvertì il tessuto sottile della maglietta sfiorarle il seno a ogni passo in maniera insolita. L'assenza del reggiseno rendeva evidente la tensione dei capezzoli sotto la stoffa e Irene rallentò appena, sorpresa soprattutto dalla facilità con cui collegò quella reazione al contatto appena avvenuto al bar.
Avrebbe potuto chiudere il giubbotto.
Non lo fece.
Continuò verso gli spalti con Andrea e Paolo qualche passo dietro e la consapevolezza della loro presenza modificò quasi impercettibilmente il modo in cui camminava. I passi diventarono più morbidi, il movimento dei fianchi accompagnò naturalmente la salita e la gonna seguì la curva dei glutei lasciando alle gambe nude tutta l'attenzione che quella mattina Irene aveva almeno in parte immaginato davanti allo specchio.
Arrivata al primo gradino esitò per una frazione di secondo.
Poi cominciò a salire.
A metà della scala sentì Andrea ridere sottovoce.
«Stavolta guarda dove metti i piedi.»
Irene non riuscì a trattenersi e rise anche lei senza voltarsi.
Paolo borbottò qualcosa alle sue spalle e proprio quella battuta cancellò definitivamente ogni possibile finzione. Tutti e tre ricordavano l'episodio precedente e tutti e tre sapevano perché Andrea l'avesse richiamato.
Quella volta nessuno inciampò.
Quando raggiunse il proprio posto Irene si voltò finalmente verso di loro.
Andrea e Paolo avevano guardato.
Irene lo sapeva.
E sapevano che Irene lo sapeva.
La cosa sorprendente era quanto poco ormai sentisse il bisogno di fingere il contrario.
Quella sensazione non la abbandonò nemmeno tornando a casa.
Durante il viaggio Irene parlò con Luca della partita, ascoltò le sue inevitabili analisi e partecipò alla conversazione come aveva sempre fatto. Eppure continuavano a riaffiorarle piccoli frammenti del pomeriggio: Andrea che si interrompeva vedendola arrivare, Paolo qualche gradino più in basso, la gonna lasciata deliberatamente alta sulle cosce, il corpo di lui contro il proprio nel bar.
E poi quella salita.
Stavolta guarda dove metti i piedi.
Ripensandoci sorrise.
«Che hai?» domandò Luca.
«Niente.»
«Ridevi.»
«Pensavo a una stupidaggine.»
Luca non insistette.
Qualche ora più tardi Irene entrò in camera da sola e si fermò davanti allo specchio.
La casa aveva ripreso la normalità del sabato sera, ma lei continuava a sentire addosso un'energia che non riusciva a spegnere.
Le era piaciuto.
Questa volta riuscì finalmente a pensarlo senza cercare una spiegazione che rendesse quella verità più innocua.
Le era piaciuto essere guardata. Le era piaciuto sapere che Andrea aveva parlato di lei a Paolo, accorgersi dei loro occhi sulle proprie gambe, sentire quella presenza alle proprie spalle mentre saliva. Persino l'ambiguità del bar le era rimasta addosso.
Poi ricordò Luca.
Vorrei soltanto vedere cosa succederebbe se qualche volta smettessi di chiederti cosa mi aspetto da te.
Aprì il cassetto della biancheria.
Scelse un completo di pizzo nero molto più audace di ciò che indossava normalmente e aggiunse un paio di autoreggenti. Quando ebbe finito rimase davanti allo specchio a osservare l'immagine che aveva costruito.
Quella volta non si sentiva travestita.
Si sentiva Irene.
Quando entrò nella camera da letto Luca era già disteso e stava guardando qualcosa sul telefono. Alzò gli occhi distrattamente, poi tornò allo schermo prima che ciò che aveva appena visto riuscisse davvero a raggiungerlo.
Li rialzò.
Irene rimase sulla porta.
«Ah.»
Lei sorrise. «Tutto qui?»
Luca appoggiò il telefono sul comodino. «Dammi un attimo.»
Irene rise e attraversò lentamente la camera.
Gli occhi di suo marito la seguirono e quella sensazione le ricordò immediatamente altri occhi che l'avevano accompagnata durante il pomeriggio.
Andrea.
Paolo.
Per un istante rivide gli spalti, le proprie gambe nude, la gonna lasciata risalire sulle cosce.
Poi arrivò davanti a Luca e si chinò su di lui.
Fu lei a baciarlo.
Gli prese il viso fra le mani e cercò la sua bocca con un'impazienza che lui comprese immediatamente. Non era soltanto il bacio a essere diverso, ma il modo in cui Irene sembrava non avere alcuna intenzione di aspettare che fosse lui a stabilire ciò che sarebbe successo. La lingua di Irene si insinuò tra le labbra del marito, calda e impaziente, mentre le sue mani scendevano lungo il petto di Luca fino a raggiungere il membro già turgido.
Luca provò quasi istintivamente a prendere l'iniziativa.
Irene lo fermò sorridendo.
«Stasera no.»
«No cosa?»
«Decido io.»
Luca la guardò per qualche secondo e Irene vide comparire sul suo viso esattamente ciò che desiderava.
Sorpresa.
«Questa sarebbe la famosa sorpresa?»
Irene tornò vicinissima alle sue labbra.
«Non hai ancora visto niente.»
Quella frase uscì con una naturalezza che stupì persino lei.
Tornò a baciarlo, poi cominciò lentamente a scendere lungo il suo corpo.Le ginocchia affondate nel materasso, e prese il membro del marito tra le dita. Lo guardò dritto negli occhi mentre la lingua leccava la punta gonfia e paonazza, poi aprì la bocca e lo inghiottì fino in fondo. Fu lento, profondo, sensuale: succhiava con le guance incavate, la saliva colava lungo il membro mentre lei lo fissava senza mai distogliere lo sguardo. Ogni tanto lo faceva uscire dalla bocca per leccare la lunghezza intera, poi lo riprendeva dentro, gemendo di piacere al solo contatto con il marito. Luca gemette, le dita affondate tra i capelli di lei che non aveva mai succhiato con tanta passione, mai aveva guardato il marito con quegli occhi pieni di desiderio puro e brutale. Quando sentì che stava per perdere il controllo, si sollevò.
«Non dire niente.»
Luca non disse niente.
Si tolse il perizoma, si posizionò a cavalcioni sopra di lui e guidò il membro del marito dentro di se, era già bagnata e pronta, lo era dal pomeriggio sugli spalti.
Gli sguardi, i sorrisi, il desiderio degli altri uomini.
La penetrazione fu lenta, profonda, e quando lui fu completamente dentro di lei, Irene iniziò a muoversi. Non era il solito cavalcare timido e controllato. Questa volta cavalcava con foga, le anche che sbattevano contro quelle di Luca, i seni che sobbalzavano nel reggiseno. Ogni discesa era più forte della precedente, la sua intimità stringeva il membro del marito come un guanto caldo e bagnato. Luca la guardava incredulo: sua moglie, la stessa donna che di solito faceva l'amore con dolcezza, ora lo stava scopando come se non potesse aspettare un secondo di più. Irene gemette forte, le mani piantate sul petto di Luca, le unghie che graffiavano la pelle. "Cazzo, Luca..." ansimò, e poi venne.
Fu proprio allora che, senza volerlo, tornò Paolo.
La confusione del bar.
Il suo corpo premuto alle sue spalle.
Scusami, mi hanno spinto.
E immediatamente dopo gli occhi di Andrea che avevano visto tutto.
Il ricordo provocò in Irene un'altra ondata di eccitazione e per un istante la cosa la turbò. Era nella propria camera da letto, con suo marito, eppure una parte di quella fame era cominciata molte ore prima.
Sugli spalti.
Sotto gli occhi di altri due uomini.
L'orgasmo la travolse con un'intensità che non aveva mai conosciuto: pulsava intorno al membro del marito, le gambe tremavano, il corpo si contorceva mentre gridava il nome di Luca. Non si fermò.
Appena l'orgasmo iniziò a calare, Irene scivolò giù togliendo il reggiseno con un’impazienza che non credeva di avere, prese il membro bagnato del marito tra i seni e lo strinse forte. Iniziò a muoversi su e giù, la punta turgida e paonazza che spuntava tra i globi di carne stretti a ogni spinta. Lo fece lentamente, sensuale, poi divenne più veloce, più sporca.
Luca gemeva, le mani che stringevano le lenzuola, e quando non resistette più venne come un fiume. Il seme caldo colpì i seni di Irene, schizzò sul suo collo, sul mento, sul viso. Lei aprì la bocca, lasciò che alcune gocce le cadessero sulla lingua, poi sorrise al marito con il viso sporco di umori e di piacere. Luca la guardò, senza fiato. Sua moglie non aveva mai scopato così, non con quella fame, quella foga, quella voglia di prenderlo tutto. Irene si chinò su di lui, le labbra ancora umide di saliva e sperma, e lo baciò di nuovo sulla bocca, condividendo il sapore del marito con il marito stesso.
«Chi sei?»
Irene gli sfiorò le labbra. «Tua moglie.»
«Non quella che conosco io.»
Per qualche ragione quelle parole le piacquero.
«Forse non mi conoscevi così bene.»
Luca rise apertamente.
«Sei una tigre stasera.»
Irene aprì gli occhi.
Lo guardò per qualche secondo e sorrise.
«Non era questo che volevi?»
«Sì, ma...» Luca rise. «Dove diavolo ti eri nascosta?»
Irene gli prese nuovamente il viso fra le mani e lo baciò prima che potesse aggiungere altro.
Non conosceva nemmeno lei la risposta.
Molto più tardi Irene rimase distesa accanto a lui, finalmente abbandonata a quella piacevole stanchezza che segue le sere in cui il tempo sembra essersi fermato.
Luca le accarezzava distrattamente i capelli.
«Comunque...»
Irene sorrise senza aprire gli occhi. «Cosa?»
«Se questa era la sorpresa, puoi sorprendermi quando vuoi.»
Lei rise piano e si strinse maggiormente contro di lui.
Luca era convinto che quella sera sua moglie avesse finalmente esaudito un suo desiderio.
In parte era vero.
Ciò che non poteva sapere era che Irene, mentre faceva l'amore con lui con una libertà che non aveva mai posseduto prima, aveva continuato a vedere due uomini seduti qualche gradino più in basso, due paia di occhi sulle proprie gambe e una scala salita lentamente sapendo di essere osservata.
Andrea e Paolo non erano entrati nella loro camera da letto. Irene non li aveva desiderati al posto di suo marito.
Eppure i loro sguardi erano rimasti con lei.
Forse perché, per la prima volta, non le avevano semplicemente fatto sentire di essere ancora desiderabile.
Le avevano fatto scoprire quanto le piacesse esserlo.
Irene si addormentò prima di lui.
Luca rimase ancora per qualche tempo con gli occhi aperti, sentendo il respiro della moglie diventare lentamente più profondo contro il proprio petto. Aveva sonno anche lui, ma continuava a ripensare alla serata e soprattutto alla donna che poche ore prima era entrata nella loro camera.
Non era stata soltanto una questione di lingerie.
Era stata Irene.
La sicurezza con cui lo aveva raggiunto, l'iniziativa presa senza aspettare una sua richiesta, il modo in cui sembrava divertirsi della sua sorpresa. Per anni Luca aveva desiderato che sua moglie riuscisse qualche volta a lasciarsi andare senza domandarsi cosa lui si aspettasse da lei e quella sera, improvvisamente, era successo.
Sorrise nel buio.
Poi, senza una ragione precisa, gli tornò in mente il pomeriggio.
La minigonna.
La maglietta aderente.
Il modo in cui Irene era uscita dalla camera già diversa dal solito e quello in cui lui stesso l'aveva guardata appena arrivati al campo.
Però.
Ricordò il sorriso con cui lei aveva accolto quel complimento un po' maldestro e, lentamente, nella mente di Luca le due immagini cominciarono a sovrapporsi: la Irene del pomeriggio, vestita in maniera insolitamente audace e apparentemente molto a proprio agio nel farlo, e quella della sera, ancora più sicura, libera e sorprendentemente intraprendente.
Forse, pensò, era tutto molto più semplice di quanto sembrasse.
Forse Irene aveva semplicemente riscoperto il piacere di sentirsi sexy.
Luca abbassò gli occhi verso di lei. Dormiva ormai profondamente, il viso rilassato contro di lui e i capelli biondi sparsi sul cuscino. Gli sembrò quasi buffo che quella donna addormentata così serenamente fosse la stessa che poche ore prima era riuscita a lasciarlo completamente spiazzato.
Le sfiorò piano i capelli per non svegliarla.
Se davvero sentirsi bella, femminile e un po' più audace le faceva quell'effetto, pensò, forse avrebbe dovuto incoraggiarla invece di limitarsi a godersi la sorpresa.
Non c'era gelosia in quel pensiero e neppure il sospetto che qualcun altro potesse avere avuto un ruolo in ciò che era successo. Luca conosceva sua moglie, si fidava di lei e la spiegazione che aveva trovato gli sembrava perfettamente naturale: Irene si era sentita bene con se stessa e quella sicurezza era arrivata fino alla loro camera da letto.
Non poteva sapere che aveva intuito soltanto metà della verità.
Luca chiuse gli occhi con ancora un accenno di sorriso sulle labbra e, pochi minuti dopo, si addormentò anche lui.

Spero vi sia piaciuto, come è piaciuto a me scriverlo e immaginarlo. Se avete commenti potete scrivere a ironwriter2026@gmail.com
scritto il
2026-09-15
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