Undercover Lady, Alice.
di
passodalfiume
genere
dominazione
Capitolo 2. Il senatore.
Immobile davanti alla scrivania, come la vittima sacrificata su un altare, Alice fissava il panorama della city. Era pomeriggio inoltrato e il giorno cedeva il passo alla sera.
Attraverso i grattacieli di acciaio, cemento e vetro che si riflettevano l'uno nell'altro, intravedeva le sagome degli impiegati ancora al lavoro.
Le istruzioni per quell’incontro ricevute quella stessa mattina via mail, erano state chiare, stringate, prive di convenevoli. Ogni volta le sembrava di ricevere una comanda per del cibo da asporto dove sul menu, il piatto forte era lei, tutto doveva essere pronto per le 18:30.
Aveva detto a Katia, la collaboratrice dell’agenzia, di andarsene prima, la ragazza che non vedeva l’ora di rivedere il suo gatto e il suo fidanzato aveva accettato entusiasta.
Come sempre le aveva seguite alla lettera le indicazioni ricevute, compreso quello tassativo di lasciare le tende aperte.
La facciata dell'edificio di fronte al di là della strada, era una creatura viva dai mille occhi indiscreti, che annullavano ogni possibile privacy. Sarebbe bastato uno sguardo al decimo piano, ben illuminato e dalle finestre ampie, per accorgersi di cosa stesse consumandosi in quell'ufficio.
Alice cercava di reprimere l'imbarazzo, quella vergogna sottile che le scivolava sottopelle come un veleno, mentre aspettava che il silenzio venisse rotto.
Il corpo era teso, arcuato su tacchi a spillo vertiginosi di scarpe in vernice lucida. Posava le mani e il sedere nudo, sulla scrivania dietro di lei, propio accanto alla finestra, come se cercasse un appiglio per non cadere in un baratro senza fondo.
La giacca gettata sulla sedia alle sue spalle, la camicia di seta crema si apriva sul petto, scivolando liquida ai lati del seno generoso e materno. Le coppe di pizzo del reggiseno, liberate dal vincolo del gancetto che le aveva tenute unite fino a poco prima, avevano ceduto, pendendo inutili ai lati del busto.
Più in basso, la gonna a tubino nera era stata tirata su lungo i fianchi fino in vita, lasciando l'inguine del tutto scoperto.
I dettagli di pizzo della giarrettiera incorniciavano la nudità del monte di Venere pallido, dove un folto triangolo di peli castani custodiva il suo segreto più intimo e sostenevano, il contrasto del velo scuro delle calze che le avvolgeva le gambe tornite.
«Allora, sei soddisfatto?!» chiese Alice, lo sguardo fisso sull'ospite seduto di fronte a lei, cercando di non tradire nessuna emozione.
L’uomo la studiò intensamente, con gli occhi di un collezionista che valuta un'opera d’arte prima di acquistarla, o di un padrone che contempla una proprietà che già possiede e che brama.
«Non ancora», rispose lui a bassa voce, godendosi non solo la sua nudità, ma anche la tensione e l’imbarazzo che riusciva a farle provare.
“apri le gambe, voglio vedere meglio” le ordinò.
Alice , rossa in viso, esegui l’ordine, si appoggiò al ripiano, aprì le gambe, sollevò leggermente il pube, pose le mani ai lati della vagina e come gli fu chiesto ne schiuse le labbra per mostrarne l’interno.
«Girati, adesso. E mostrami il tuo magnifico culo».
Alice trasse un sospiro lento. Combattuta tra la vergogna e il disappunto, assecondò l'ordine.
«Piegati in avanti. Poggia i gomiti sulla scrivania», aggiunse l’uomo con tono monotono, apparentemente privo di desiderio.
Alice ebbe un moto interiore di ribellione, ma sapeva di non potersi opporre.
“cosa aspetti? allarga!” aggiunse Diego, tradendo una certa impazienza.
Alice , trasse il coraggio da un nuovo respiro, si afferrò le natiche sode, cedendo la visione di ciò che c’era al suo interno.
“Ho sempre adorato quel neo” disse lui, riferito al piccolo neo vicino all’ano plissettato, che Alice gli stava offrendo.
La mortificazione più grande, non stava nell’esporsi in quel modo, almeno non solo, ma nel fatto che a quegli incontri, incontri che, paradossalmente, era lei stessa a richiedere , Diego non partecipava da solo. Ad accompagnarlo c’era sempre un uomo della sua scorta, Alex.
Silenzioso, ammantato da un mistero impenetrabile, in ognuna di quelle occasioni, restava muto, onnipresente, testimone del suo supplizio, della sua degradazione e della sua vergogna.
Alice non riusciva a decifrarlo. Linda, sua moglie, era quella brava in quel genere di cose. Ogni volta che incrociava lo sguardo di Alex, sguardo che cercava più di quanto avrebbe onestamente ammesso, lo trovava impassibile, fisso su di lei, fino quasi a trafiggerla.
Alto, fisico asciutto, temprato dall’esercizio fisico e da una disciplina mentale rigorosa, capelli striati di bianco corti, quasi con taglio marziale, perfetto nel suo completo grigio, come grigi erano i suoi occhi che, immancabilmente, la raggiungevano, le penetravano l’anima.
Se ne stava ferma, vulnerabile, in quella posa, pensata per corrompere la sua volontà, mentre sentiva il ritmo del suo respiro, aumentare e con esso, quello dei suoi ospiti.
in quel frangente, pensava ad Alex, capiva se fosse un uomo onesto costretto ad assistere a quegli eventi per dovere, per mandato, o un complice corrotto dei capricci del politico che seguiva ovunque.
Alice, però, sapeva distinguere una cosa precisa nei suoi occhi, quando li incontrava, un misto di profondo disprezzo e viscerale desiderio che l’uomo le sbatteva in faccia ad ogni sguardo.
Allo stesso modo, poteva decrifrare in se stessa, che era proprio quello sguardo feroce su di lei, pieno di giudizio, pieno di spegio, a sciogliere il nodo tra le sue gambe ,ad eccitarla, costringendola a offrirsi ai suoi occhi, portandola muovere lenta i fianchi rotondi, mostrando il suo sesso palesemente umido, testimone del suo stato emotivo, del suo desiderio.
Intanto Diego, si godeva lo spettacolo. Poteva percepire, quasi fosse una presenza materiale palpabile nell'aria, la tensione erotica che correva tra la donna e il suo Capo scorta.
“dovremmo chiamare anche gli altri” suggerì Diego, sorridendo maligno, fissando lo sguardo sulla donna, Alice tremò.
“di sicuro gradirebbero il panorama senatore” rispose Alex.
Per fortuna Diego ,non diede seguito al suo intento, troppo avaro, avido per condividere con altri che non riteneva suoi pari, qualcosa che gli apparteneva.
No, non sarebbe mai avvenuto, almeno, in quel momento, non prevedeva una simile evoluzione, pur non escludendola.
Aveva fatto un eccezione per Alex, e per la considerazione che aveva per l’uomo.
«Molto bene, resta così», disse, stringendo tra le dita gli slip di pizzo che si era fatto consegnare. Li aveva pretesi come primo tributo appena entrato nella stanza, senza nemmeno rispondere al saluto della donna che li aveva accolti.
Mentre la guardava, se li portava al viso, respirando a fondo la trama del tessuto per catturare l'aroma caldo della sua femminilità che vi era rimasto impresso.
«Vedo che indossi le mutandine che ti ho regalato», aggiunse, osservando il capo di biancheria tra le sue mani , parte di un set di lingerie raffinata, acquistato in una boutique lussuosa , spedito la sera prima con un corriere.
Lei rimase in silenzio. Quella non era stata una scelta, o almeno non una scelta consapevole.
«E che hai smesso di depilarti, come ti avevo chiesto nel nostro ultimo incontro». aggiunse, osservando il pelo irsuto sul sesso della donna.
«Linda lo odia. Mi vorrebbe sempre in ordine là giù», rispose lei, voltando appena la testa verso il suo interlocutore.
Quel nome scatenò un fremito di fastidio nell’uomo, che non riuscì a nascondere un moto di disagio.
«Linda…» mormorò, osservando il ricamo del tassello frontale di quel velo di pizzo. «Non capirò mai la vostra relazione».
«Diego, Se dopo quasi vent'anni ancora non l’hai capito, allora no, non capirai mai cosa c’è tra di noi». disse fiera, pronta a proteggere la relazione tra lei e sua moglie.
«Che cosa ci hai trovato in quel… coso?», domandò lui, la voce intrisa di disprezzo.
Una scintilla di furia si accese all'istante negli occhi della donna.
«È più donna lei di quanto tu potrai mai essere uomo», ribatté. Sentiva la rabbia montarle dentro, una vampa calda che si mescolava all'umiliazione di quella posa, in cui restava costretta.
A quelle parole, il volto di Diego si irrigidì. L’insolenza della donna meritava di ricevere una punizione; doveva solo scegliere quale.
«Sei ridicola», si limitò a dirle all’inizio.
Alice distolse lo sguardo da Diego, davanti a sé, sulla scrivania c’era una foto che ritraeva lei e la sua compagna, erano spensierate, durante una vacanza a Mykonos.
“ti amo” si trovò a mormorare rivolta a quella donna che le aveva cambiato la vita, fu un soffio autentico, nato tra il battito del suo cuore ,che lasciava le labbra carnose, poi, ricordandosi della presenza ostile nella stanza, sentì un'ondata di disprezzo verso se stessa per aver ceduto il proprio cuore a quell’essere ignobile.
Lo aveva lasciato entrare nella sua vita, e ora la tormentava. Tanti anni prima, nella sua ingenuità, credeva che Diego fosse quello giusto. Per molto tempo erano state anime affini, animate dagli stessi identici obiettivi: laurearsi, diventare uno strumento di legge e di giustizia, portare un pò di luce nel mondo.
Ma lui era cambiato. Tutti i sogni di giustizia ed equità erano stati sostituiti da una cieca ambizione politica. Così, quando Linda era arrivata nella sua vita, mostrandogli una nuova via, lei vi aveva visto una salvezza, e lo aveva lasciato.
Diego aveva proseguito da solo, con il cuore pieno di rancore e frustrazione per essere stato, dal suo punto di vista, abbandonato. Aveva fatto carriera , facendosi un nome, sfruttando quell'odio e quel cinismo che, alla fine, avevano preso il sopravvento sulla sua vita. In un macchinoso e spietato calcolo, aveva mantenuto i contatti con lei, le si era mostrato amico per insinuarsi nella sua vita, non aveva mai accettato la sua scelta: aveva solo finto di farlo.
Così, ogni volta che la donna, per aggirare il sistema , risolvere un problema burocratico che ostacolava o metteva in pericolo lei, Linda, l’Agenzia o un loro cliente, Alice si era rivolta a lui, quell’aiuto aveva avuto un prezzo. Un prezzo che, incontro dopo incontro, si era fatto sempre più oneroso. Senza quasi accorgersene, si era ritrovata vittima di un gioco sempre più perverso, dove il degrado personale era l'unica moneta di scambio.
E da quella economia fatta di compromessi e ricatti, Alice non era più riuscita ad uscire.
«Alex», disse Diego all’agente della scorta, sollevando una mano per fargli cenno di avvicinarsi. La donna ebbe un fremito: sapeva che le avrebbe fatto pagare l’insolenza di poco prima.
«Cosa pensi… di questa puttana?», gli chiese, indicandola con un gesto pigro delle dita.
Puttana. Così si era sentita chiamare dall’uomo che un tempo la chiamava Amore. Ma quell’uomo non esisteva più.
«Di sicuro è una bellissima donna, senatore», rispose Alex. A quelle parole, lei provò qualcosa che faticava ad accettare: un brivido profondo che solo l’approvazione cercata da parte di una persona ritenuta importante avrebbe potuto generarle.
Il disprezzo per Diego era autentico, come autentico era la sua attrazione per Alex.
«Ti eccita vederla così?», domandò ancora Diego, rivolto all’uomo.
L’uomo della scorta tornò con lo sguardo su di lei. Ci restò a lungo, muovendo gli occhi sulla nudità esposta della sua carne, Alice poteva sentire i suoi occhi invaderle il corpo, punirla per quel suo modo di esporsi.
“Si senatore” ammise lui, prima di annuire.
«Be', credo che anche lei risenta della tua presenza», commentò Diego che da tempo aveva imparato a leggere Alice, cogliendone ogni sfumatura, e godendosi la scossa di vergogna che attraversò la sua ex fidanzata.
«Diego…», provò a dire lei voltandosi ,riappropriandosi di una posizione eretta, nell'illusione di poter porre un freno a ciò che si accingeva ad accadere.
“cosa c’è, protesti!?” chiese l’uomo con un tono che prometteva una punizione ancora più severa.
“no…” si limitò a dirgli lei, abbassando lo sguardo.
«Su, fa' ciò di cui sei più capace», le ordinò lui ,poi con un gesto secco, ordinò al suo uomo di raggiungerla.
Alex le si avvicinò a passi calmi, inesorabili. Il cuore della donna prese a battere contro le costole, un tamburo impazzito che le toglieva il fiato. L'aria condizionata della stanza le parve d'un tratto gelida sulla pelle nuda, eppure sentiva le guance bruciare per una vampa d'orgoglio ferito.
Quando l'agente si fermò a un passo da lei, il suo odore , un misto di sudore, nicotina e dopobarba economico,le riempì le narici. Era un profumo marcatamente virile, violento, che le fece girare la testa.
Un'espressione timida le si dipinse sul viso, spingendola a sottrarre lo sguardo, socchiudendo gli occhi tra le lunghe ciglia curate e nascondendosi sotto una ciocca dei folti capelli castani.
Alex avvicinò il suo viso a quello di Alice, le prese delicatamente il mento tra le dita e annusò il profumo che la pelle di lei emanava.
Era un gesto primordiale, come una bestia che cerca di riconoscerne un altra.
Alice, incapace di sottrarsi, non solo per il vincolo della scrivania alle sue spalle, chiuse gli occhi per un istante. Cercò il volto di Linda nell'oscurità dei suoi pensieri, usandolo come un'ancora per non sprofondare.
Alex la guidò delicatamente sul pavimento sotto di loro.
Lei mansueta si inginocchiò lentamente, i tacchi persero stabilità per un secondo, prima che le ginocchia incontrassero il tappeto.
Davanti agli occhi di lei, i movimenti dell'uomo della scorta furono accompagnati dal fruscio metallico della fibbia della cintura che si apriva, e dallo scorrere della zip.
Quando Alex le presentò il suo cazzo, non ancora del tutto eretto, davanti al naso, la vergogna si mescolò a una strana, spaventosa scossa di elettricità. Il suo corpo, traditore, rispondeva agli stimoli della carne, della vergogna e della paura, generando un calore umido, improvviso e involontario nell'intimità esposta.
“Bon appétit!” disse sardonico Diego dietro di loro.
Alice tese le mani tremanti in avanti, sentendo le dita sfiorare la stoffa dei pantaloni dell’uomo.
Con la gola secca e il respiro corto fissò i suoi occhi celesti in quelli grigi di lui, cercando di nascondergli il desiderio crescente che , con vergogna, provava.
All’uomo parve percepire una preghiera, ma l’urgenza di un istinto che andava appagato, e il dovere a cui era stato chiamato, non accettava suppliche.
Cosi, Alice, si arrese al pegno che doveva pagare. Accettò quel atto intimo, degradante e forzato, mentre lo sguardo di Diego seduto a meno di due metri da loro, continuava a bruciarle sulla schiena, rovente come un marchio a fuoco.
il Sapore di Alex sulla lingua di Alice era forte, aspro.
Era chiaro che non faceva una doccia decente da qualche giorno.
Lo sentiva invaderle il palato ,scendere nella gola fino a mescolarsi con l’aria calda nei polmoni.
Era il gusto amaro del dovere, dell’igiene trascurata, della carne mischiata al sudore e alla fatica, che le rendendole difficile persino respirare.
«Guardalo negli occhi» le ordinò Diego dalla sua sedia ormai ad un passo da loro, notando che Alice teneva le palpebre abbassate, cercando di sottrarsi a ogni possibile contatto visivo per rifugiarsi nei suoi pensieri.
Rassegnata, la donna fece come le era stato comandato. Mentre accoglieva la virilità di Alex tra le labbra, sollevò lentamente le ciglia. Legò il proprio sguardo a quello dell’uomo, stringendo un patto silenzioso , torbido fatto di spossatezza, sottomissione, e poi proseguì.
Gli occhi di lui parevano vicinissimi, specchi in cui Alice vedeva riflessa la propria umiliazione, ma anche quel desiderio primitivo che le bruciava sotto la pelle e la faceva fremere tra le gambe.
«Su, forza Alice, mettici un po' di impegno!» la spronò Diego spietato. La sua voce arrivò dal suo fianco, fredda e distaccata, come quella di un regista che dirige uno spettacolo privato.
Sentendosi pungere sul vivo dall'ennesima provocazione, lei aumentò il ritmo del collo. Il movimento divenne più fluido, costante, guidato da una rabbia sorda, intervallato dal gesto rapido della sua mano stretta attorno all’asta eretta dell’uomo, ogni volta che se ne discostava abbastanza ,non cercava solo di far finire il prima possibile quel supplizio, voleva sul serio dare il meglio di se.
«Ecco, così» le disse il senatore, mentre il pene del suo uomo fidato, umettato di salvia spariva e riappariva nella bocca di Alice.
“sei tutta bagnata!” aggiunse, dopo essersi abbassato e con una mano aver constatato tra le cosce , lo stato emotivo della donna.
“ti piace, non puoi negarlo” le disse assaporando l’umore che lei aveva lasciato sulle sue dita, e un tono che tradiva finalmente una nota di trionfo.
No, Alice non poteva negarlo, non ne avrebbe avuto la forza, ne la volontà di appigliarsi ad una bugia, solo una cosa la tratteneva dall’ammetterlo, il senso di colpa verso la donna che amava e che ancora una volta, per assecondare i capricci di Diego, tradiva.
“falle sentire il tuo cazzo” ordinò Diego all’uomo.
Alice si ritrovò seduta, sul ripiano della scrivania, vicino al bordo, le cosce spalancate, mentre Alex trovava spazio tra di esse.
“Diego ti prego!” lo supplicò lei, sapendo di non poterlo evitare, cosi quanto sapeva di non volerlo fare.
Alex, dopo aver tratto un preservativo dalla tasca dei pantaloni, con cui proteggersi, puntò il suo uccello, contro la fica bagnata della donna e deciso si spinse dentro di lei.
Diego li guardava, con gli occhi che brillavano dall’eccitazione ,mentre il suo capo scorta ,scopava la donna che un tempo aveva amato.
“Fantastico” bisbigliò, osservando tutto da meno di un metro.
Alice vinta dagli eventi e dall’istinto, fuse la sua bocca a quella di lui quanto Alex le cercò un bacio.
Le loro lingue si annodarono l’una all’altra, scambiandosi la saliva, rubandosi l’aria dai polmoni per poi restituirla in un sussurro, mentre l’uomo si spingeva dentro di lei e lei lo accoglieva con un movimento complice del bacino.
Diego, che sapeva leggere le persone, capì che Alex era ormai prossimo al suo limite.
“Falla scendere” gli ordinò.
Quando Alice riprese il suo posto sul pavimento aggiunse.
“sul viso, vienile sul viso!”
Alex eseguì e una volta liberatosi del preservativo, dopo aver puntato il proprio vigore al centro di quel ovale quasi perfetto, venne, colmandole la bocca e spargendo il proprio seme sul suo viso angelico,.
Alice gemette grata, anche quando, li, l’umiliazione per lei, fu definitiva.
“bene, credo che sia ora di andare” disse Diego soddisfatto, sospirando compiaciuto.
Alex, si scostò de lei, rimettendo la propia erezione che andava scemando, nei pantaloni e, porgendole la mano l’aiutò, dandole il modo di rialzarsi.
“rimettile” le disse Diego , interrompendo quel breve attimo di complicità tra i due, porgendogli gli slip.
Non era un gesto di cortesia, Alice lo capì appena si rese conto che il tassello interno era pregno del manifesto disprezzo, in forma bianca, liquida e densa, che lui aveva scaricato in esso per lei.
“su non essere timida!” la incalzò, vedendola esitare, quello non era solo un gesto perverso, di dominio, era il bisogno di avere qualcosa di suo a contatto con la parte più intima di lei.
Alice comprese che quello faceva parte del suo rito di umiliazione, le indosso senza pensarci troppo, evitando lo sguardo di Alex.
Il contatto di quel seme tiepido, del suo ex con la sua intimità resa sensibile dall’eccitazione non ancora del tutto smaltita, la fece fremere.
«Sei tu che mi hai portato a essere così, che mi hai reso l’uomo che sono», le disse Diego, in un sussurro, dopo aver avvicinato il suo volto a quello di Alice.
Non c’era niente di nuovo nelle sue parole, anzi ormai era parte di quel rituale che si ripeteva da anni. Era la solita, collaudata sentenza che usava per rovesciare su di lei il peso delle sue azioni. La manipolazione per farla sentire in colpa, per giustificare quel legame malato tra di loro che le impediva di spezzare quella catena, una catena che resisteva da quasi quindici anni, da quando si erano ritrovati.
«Per quella questione che ti avevo accennato…», chiese Alice mentre l’uomo e il suo fidato compagno si allontanavano, cercando di dare un senso a tutto quello, a quel favore per cui lo aveva contattato.
«Domani avrai ciò che ti serve», rispose allontanandosi, senza nemmeno voltarsi. «Io sono un uomo di parola». Un richiamo a quella promessa fatta che lei, a suo giudizio, anni prima, non era riuscita a mantenere.
“Grazie” sussurrò Alice rimettendosi lentamente in piedi, mentre il seme ancora caldo dell’uomo le colava sul viso, sul collo, tra i seni esposti.
Rimasta sola, Alice andò alla finestra per chiudere le tende e riportare la privacy nel suo ufficio, fu solo allora che notò un gruppetto di impiegati nell’ufficio dall’altra parte della strada, la fissavano e indicavano.
Dovevano essere stati testimoni di ogni cosa.
Non era possibile, sentire i loro commenti, ma non fu difficile per lei immaginare il giudizio.
A quel punto, non importava più, anzi forse, quello aveva riacceso nella donna, un antico bisogno di esibizionismo, che da tempo aveva messo via, fino quasi a dimenticarsene.
In un gesto deciso, dettato dalla rassegnazione, chiuse le tende, mettendo fine allo spettacolo.
Immobile davanti alla scrivania, come la vittima sacrificata su un altare, Alice fissava il panorama della city. Era pomeriggio inoltrato e il giorno cedeva il passo alla sera.
Attraverso i grattacieli di acciaio, cemento e vetro che si riflettevano l'uno nell'altro, intravedeva le sagome degli impiegati ancora al lavoro.
Le istruzioni per quell’incontro ricevute quella stessa mattina via mail, erano state chiare, stringate, prive di convenevoli. Ogni volta le sembrava di ricevere una comanda per del cibo da asporto dove sul menu, il piatto forte era lei, tutto doveva essere pronto per le 18:30.
Aveva detto a Katia, la collaboratrice dell’agenzia, di andarsene prima, la ragazza che non vedeva l’ora di rivedere il suo gatto e il suo fidanzato aveva accettato entusiasta.
Come sempre le aveva seguite alla lettera le indicazioni ricevute, compreso quello tassativo di lasciare le tende aperte.
La facciata dell'edificio di fronte al di là della strada, era una creatura viva dai mille occhi indiscreti, che annullavano ogni possibile privacy. Sarebbe bastato uno sguardo al decimo piano, ben illuminato e dalle finestre ampie, per accorgersi di cosa stesse consumandosi in quell'ufficio.
Alice cercava di reprimere l'imbarazzo, quella vergogna sottile che le scivolava sottopelle come un veleno, mentre aspettava che il silenzio venisse rotto.
Il corpo era teso, arcuato su tacchi a spillo vertiginosi di scarpe in vernice lucida. Posava le mani e il sedere nudo, sulla scrivania dietro di lei, propio accanto alla finestra, come se cercasse un appiglio per non cadere in un baratro senza fondo.
La giacca gettata sulla sedia alle sue spalle, la camicia di seta crema si apriva sul petto, scivolando liquida ai lati del seno generoso e materno. Le coppe di pizzo del reggiseno, liberate dal vincolo del gancetto che le aveva tenute unite fino a poco prima, avevano ceduto, pendendo inutili ai lati del busto.
Più in basso, la gonna a tubino nera era stata tirata su lungo i fianchi fino in vita, lasciando l'inguine del tutto scoperto.
I dettagli di pizzo della giarrettiera incorniciavano la nudità del monte di Venere pallido, dove un folto triangolo di peli castani custodiva il suo segreto più intimo e sostenevano, il contrasto del velo scuro delle calze che le avvolgeva le gambe tornite.
«Allora, sei soddisfatto?!» chiese Alice, lo sguardo fisso sull'ospite seduto di fronte a lei, cercando di non tradire nessuna emozione.
L’uomo la studiò intensamente, con gli occhi di un collezionista che valuta un'opera d’arte prima di acquistarla, o di un padrone che contempla una proprietà che già possiede e che brama.
«Non ancora», rispose lui a bassa voce, godendosi non solo la sua nudità, ma anche la tensione e l’imbarazzo che riusciva a farle provare.
“apri le gambe, voglio vedere meglio” le ordinò.
Alice , rossa in viso, esegui l’ordine, si appoggiò al ripiano, aprì le gambe, sollevò leggermente il pube, pose le mani ai lati della vagina e come gli fu chiesto ne schiuse le labbra per mostrarne l’interno.
«Girati, adesso. E mostrami il tuo magnifico culo».
Alice trasse un sospiro lento. Combattuta tra la vergogna e il disappunto, assecondò l'ordine.
«Piegati in avanti. Poggia i gomiti sulla scrivania», aggiunse l’uomo con tono monotono, apparentemente privo di desiderio.
Alice ebbe un moto interiore di ribellione, ma sapeva di non potersi opporre.
“cosa aspetti? allarga!” aggiunse Diego, tradendo una certa impazienza.
Alice , trasse il coraggio da un nuovo respiro, si afferrò le natiche sode, cedendo la visione di ciò che c’era al suo interno.
“Ho sempre adorato quel neo” disse lui, riferito al piccolo neo vicino all’ano plissettato, che Alice gli stava offrendo.
La mortificazione più grande, non stava nell’esporsi in quel modo, almeno non solo, ma nel fatto che a quegli incontri, incontri che, paradossalmente, era lei stessa a richiedere , Diego non partecipava da solo. Ad accompagnarlo c’era sempre un uomo della sua scorta, Alex.
Silenzioso, ammantato da un mistero impenetrabile, in ognuna di quelle occasioni, restava muto, onnipresente, testimone del suo supplizio, della sua degradazione e della sua vergogna.
Alice non riusciva a decifrarlo. Linda, sua moglie, era quella brava in quel genere di cose. Ogni volta che incrociava lo sguardo di Alex, sguardo che cercava più di quanto avrebbe onestamente ammesso, lo trovava impassibile, fisso su di lei, fino quasi a trafiggerla.
Alto, fisico asciutto, temprato dall’esercizio fisico e da una disciplina mentale rigorosa, capelli striati di bianco corti, quasi con taglio marziale, perfetto nel suo completo grigio, come grigi erano i suoi occhi che, immancabilmente, la raggiungevano, le penetravano l’anima.
Se ne stava ferma, vulnerabile, in quella posa, pensata per corrompere la sua volontà, mentre sentiva il ritmo del suo respiro, aumentare e con esso, quello dei suoi ospiti.
in quel frangente, pensava ad Alex, capiva se fosse un uomo onesto costretto ad assistere a quegli eventi per dovere, per mandato, o un complice corrotto dei capricci del politico che seguiva ovunque.
Alice, però, sapeva distinguere una cosa precisa nei suoi occhi, quando li incontrava, un misto di profondo disprezzo e viscerale desiderio che l’uomo le sbatteva in faccia ad ogni sguardo.
Allo stesso modo, poteva decrifrare in se stessa, che era proprio quello sguardo feroce su di lei, pieno di giudizio, pieno di spegio, a sciogliere il nodo tra le sue gambe ,ad eccitarla, costringendola a offrirsi ai suoi occhi, portandola muovere lenta i fianchi rotondi, mostrando il suo sesso palesemente umido, testimone del suo stato emotivo, del suo desiderio.
Intanto Diego, si godeva lo spettacolo. Poteva percepire, quasi fosse una presenza materiale palpabile nell'aria, la tensione erotica che correva tra la donna e il suo Capo scorta.
“dovremmo chiamare anche gli altri” suggerì Diego, sorridendo maligno, fissando lo sguardo sulla donna, Alice tremò.
“di sicuro gradirebbero il panorama senatore” rispose Alex.
Per fortuna Diego ,non diede seguito al suo intento, troppo avaro, avido per condividere con altri che non riteneva suoi pari, qualcosa che gli apparteneva.
No, non sarebbe mai avvenuto, almeno, in quel momento, non prevedeva una simile evoluzione, pur non escludendola.
Aveva fatto un eccezione per Alex, e per la considerazione che aveva per l’uomo.
«Molto bene, resta così», disse, stringendo tra le dita gli slip di pizzo che si era fatto consegnare. Li aveva pretesi come primo tributo appena entrato nella stanza, senza nemmeno rispondere al saluto della donna che li aveva accolti.
Mentre la guardava, se li portava al viso, respirando a fondo la trama del tessuto per catturare l'aroma caldo della sua femminilità che vi era rimasto impresso.
«Vedo che indossi le mutandine che ti ho regalato», aggiunse, osservando il capo di biancheria tra le sue mani , parte di un set di lingerie raffinata, acquistato in una boutique lussuosa , spedito la sera prima con un corriere.
Lei rimase in silenzio. Quella non era stata una scelta, o almeno non una scelta consapevole.
«E che hai smesso di depilarti, come ti avevo chiesto nel nostro ultimo incontro». aggiunse, osservando il pelo irsuto sul sesso della donna.
«Linda lo odia. Mi vorrebbe sempre in ordine là giù», rispose lei, voltando appena la testa verso il suo interlocutore.
Quel nome scatenò un fremito di fastidio nell’uomo, che non riuscì a nascondere un moto di disagio.
«Linda…» mormorò, osservando il ricamo del tassello frontale di quel velo di pizzo. «Non capirò mai la vostra relazione».
«Diego, Se dopo quasi vent'anni ancora non l’hai capito, allora no, non capirai mai cosa c’è tra di noi». disse fiera, pronta a proteggere la relazione tra lei e sua moglie.
«Che cosa ci hai trovato in quel… coso?», domandò lui, la voce intrisa di disprezzo.
Una scintilla di furia si accese all'istante negli occhi della donna.
«È più donna lei di quanto tu potrai mai essere uomo», ribatté. Sentiva la rabbia montarle dentro, una vampa calda che si mescolava all'umiliazione di quella posa, in cui restava costretta.
A quelle parole, il volto di Diego si irrigidì. L’insolenza della donna meritava di ricevere una punizione; doveva solo scegliere quale.
«Sei ridicola», si limitò a dirle all’inizio.
Alice distolse lo sguardo da Diego, davanti a sé, sulla scrivania c’era una foto che ritraeva lei e la sua compagna, erano spensierate, durante una vacanza a Mykonos.
“ti amo” si trovò a mormorare rivolta a quella donna che le aveva cambiato la vita, fu un soffio autentico, nato tra il battito del suo cuore ,che lasciava le labbra carnose, poi, ricordandosi della presenza ostile nella stanza, sentì un'ondata di disprezzo verso se stessa per aver ceduto il proprio cuore a quell’essere ignobile.
Lo aveva lasciato entrare nella sua vita, e ora la tormentava. Tanti anni prima, nella sua ingenuità, credeva che Diego fosse quello giusto. Per molto tempo erano state anime affini, animate dagli stessi identici obiettivi: laurearsi, diventare uno strumento di legge e di giustizia, portare un pò di luce nel mondo.
Ma lui era cambiato. Tutti i sogni di giustizia ed equità erano stati sostituiti da una cieca ambizione politica. Così, quando Linda era arrivata nella sua vita, mostrandogli una nuova via, lei vi aveva visto una salvezza, e lo aveva lasciato.
Diego aveva proseguito da solo, con il cuore pieno di rancore e frustrazione per essere stato, dal suo punto di vista, abbandonato. Aveva fatto carriera , facendosi un nome, sfruttando quell'odio e quel cinismo che, alla fine, avevano preso il sopravvento sulla sua vita. In un macchinoso e spietato calcolo, aveva mantenuto i contatti con lei, le si era mostrato amico per insinuarsi nella sua vita, non aveva mai accettato la sua scelta: aveva solo finto di farlo.
Così, ogni volta che la donna, per aggirare il sistema , risolvere un problema burocratico che ostacolava o metteva in pericolo lei, Linda, l’Agenzia o un loro cliente, Alice si era rivolta a lui, quell’aiuto aveva avuto un prezzo. Un prezzo che, incontro dopo incontro, si era fatto sempre più oneroso. Senza quasi accorgersene, si era ritrovata vittima di un gioco sempre più perverso, dove il degrado personale era l'unica moneta di scambio.
E da quella economia fatta di compromessi e ricatti, Alice non era più riuscita ad uscire.
«Alex», disse Diego all’agente della scorta, sollevando una mano per fargli cenno di avvicinarsi. La donna ebbe un fremito: sapeva che le avrebbe fatto pagare l’insolenza di poco prima.
«Cosa pensi… di questa puttana?», gli chiese, indicandola con un gesto pigro delle dita.
Puttana. Così si era sentita chiamare dall’uomo che un tempo la chiamava Amore. Ma quell’uomo non esisteva più.
«Di sicuro è una bellissima donna, senatore», rispose Alex. A quelle parole, lei provò qualcosa che faticava ad accettare: un brivido profondo che solo l’approvazione cercata da parte di una persona ritenuta importante avrebbe potuto generarle.
Il disprezzo per Diego era autentico, come autentico era la sua attrazione per Alex.
«Ti eccita vederla così?», domandò ancora Diego, rivolto all’uomo.
L’uomo della scorta tornò con lo sguardo su di lei. Ci restò a lungo, muovendo gli occhi sulla nudità esposta della sua carne, Alice poteva sentire i suoi occhi invaderle il corpo, punirla per quel suo modo di esporsi.
“Si senatore” ammise lui, prima di annuire.
«Be', credo che anche lei risenta della tua presenza», commentò Diego che da tempo aveva imparato a leggere Alice, cogliendone ogni sfumatura, e godendosi la scossa di vergogna che attraversò la sua ex fidanzata.
«Diego…», provò a dire lei voltandosi ,riappropriandosi di una posizione eretta, nell'illusione di poter porre un freno a ciò che si accingeva ad accadere.
“cosa c’è, protesti!?” chiese l’uomo con un tono che prometteva una punizione ancora più severa.
“no…” si limitò a dirgli lei, abbassando lo sguardo.
«Su, fa' ciò di cui sei più capace», le ordinò lui ,poi con un gesto secco, ordinò al suo uomo di raggiungerla.
Alex le si avvicinò a passi calmi, inesorabili. Il cuore della donna prese a battere contro le costole, un tamburo impazzito che le toglieva il fiato. L'aria condizionata della stanza le parve d'un tratto gelida sulla pelle nuda, eppure sentiva le guance bruciare per una vampa d'orgoglio ferito.
Quando l'agente si fermò a un passo da lei, il suo odore , un misto di sudore, nicotina e dopobarba economico,le riempì le narici. Era un profumo marcatamente virile, violento, che le fece girare la testa.
Un'espressione timida le si dipinse sul viso, spingendola a sottrarre lo sguardo, socchiudendo gli occhi tra le lunghe ciglia curate e nascondendosi sotto una ciocca dei folti capelli castani.
Alex avvicinò il suo viso a quello di Alice, le prese delicatamente il mento tra le dita e annusò il profumo che la pelle di lei emanava.
Era un gesto primordiale, come una bestia che cerca di riconoscerne un altra.
Alice, incapace di sottrarsi, non solo per il vincolo della scrivania alle sue spalle, chiuse gli occhi per un istante. Cercò il volto di Linda nell'oscurità dei suoi pensieri, usandolo come un'ancora per non sprofondare.
Alex la guidò delicatamente sul pavimento sotto di loro.
Lei mansueta si inginocchiò lentamente, i tacchi persero stabilità per un secondo, prima che le ginocchia incontrassero il tappeto.
Davanti agli occhi di lei, i movimenti dell'uomo della scorta furono accompagnati dal fruscio metallico della fibbia della cintura che si apriva, e dallo scorrere della zip.
Quando Alex le presentò il suo cazzo, non ancora del tutto eretto, davanti al naso, la vergogna si mescolò a una strana, spaventosa scossa di elettricità. Il suo corpo, traditore, rispondeva agli stimoli della carne, della vergogna e della paura, generando un calore umido, improvviso e involontario nell'intimità esposta.
“Bon appétit!” disse sardonico Diego dietro di loro.
Alice tese le mani tremanti in avanti, sentendo le dita sfiorare la stoffa dei pantaloni dell’uomo.
Con la gola secca e il respiro corto fissò i suoi occhi celesti in quelli grigi di lui, cercando di nascondergli il desiderio crescente che , con vergogna, provava.
All’uomo parve percepire una preghiera, ma l’urgenza di un istinto che andava appagato, e il dovere a cui era stato chiamato, non accettava suppliche.
Cosi, Alice, si arrese al pegno che doveva pagare. Accettò quel atto intimo, degradante e forzato, mentre lo sguardo di Diego seduto a meno di due metri da loro, continuava a bruciarle sulla schiena, rovente come un marchio a fuoco.
il Sapore di Alex sulla lingua di Alice era forte, aspro.
Era chiaro che non faceva una doccia decente da qualche giorno.
Lo sentiva invaderle il palato ,scendere nella gola fino a mescolarsi con l’aria calda nei polmoni.
Era il gusto amaro del dovere, dell’igiene trascurata, della carne mischiata al sudore e alla fatica, che le rendendole difficile persino respirare.
«Guardalo negli occhi» le ordinò Diego dalla sua sedia ormai ad un passo da loro, notando che Alice teneva le palpebre abbassate, cercando di sottrarsi a ogni possibile contatto visivo per rifugiarsi nei suoi pensieri.
Rassegnata, la donna fece come le era stato comandato. Mentre accoglieva la virilità di Alex tra le labbra, sollevò lentamente le ciglia. Legò il proprio sguardo a quello dell’uomo, stringendo un patto silenzioso , torbido fatto di spossatezza, sottomissione, e poi proseguì.
Gli occhi di lui parevano vicinissimi, specchi in cui Alice vedeva riflessa la propria umiliazione, ma anche quel desiderio primitivo che le bruciava sotto la pelle e la faceva fremere tra le gambe.
«Su, forza Alice, mettici un po' di impegno!» la spronò Diego spietato. La sua voce arrivò dal suo fianco, fredda e distaccata, come quella di un regista che dirige uno spettacolo privato.
Sentendosi pungere sul vivo dall'ennesima provocazione, lei aumentò il ritmo del collo. Il movimento divenne più fluido, costante, guidato da una rabbia sorda, intervallato dal gesto rapido della sua mano stretta attorno all’asta eretta dell’uomo, ogni volta che se ne discostava abbastanza ,non cercava solo di far finire il prima possibile quel supplizio, voleva sul serio dare il meglio di se.
«Ecco, così» le disse il senatore, mentre il pene del suo uomo fidato, umettato di salvia spariva e riappariva nella bocca di Alice.
“sei tutta bagnata!” aggiunse, dopo essersi abbassato e con una mano aver constatato tra le cosce , lo stato emotivo della donna.
“ti piace, non puoi negarlo” le disse assaporando l’umore che lei aveva lasciato sulle sue dita, e un tono che tradiva finalmente una nota di trionfo.
No, Alice non poteva negarlo, non ne avrebbe avuto la forza, ne la volontà di appigliarsi ad una bugia, solo una cosa la tratteneva dall’ammetterlo, il senso di colpa verso la donna che amava e che ancora una volta, per assecondare i capricci di Diego, tradiva.
“falle sentire il tuo cazzo” ordinò Diego all’uomo.
Alice si ritrovò seduta, sul ripiano della scrivania, vicino al bordo, le cosce spalancate, mentre Alex trovava spazio tra di esse.
“Diego ti prego!” lo supplicò lei, sapendo di non poterlo evitare, cosi quanto sapeva di non volerlo fare.
Alex, dopo aver tratto un preservativo dalla tasca dei pantaloni, con cui proteggersi, puntò il suo uccello, contro la fica bagnata della donna e deciso si spinse dentro di lei.
Diego li guardava, con gli occhi che brillavano dall’eccitazione ,mentre il suo capo scorta ,scopava la donna che un tempo aveva amato.
“Fantastico” bisbigliò, osservando tutto da meno di un metro.
Alice vinta dagli eventi e dall’istinto, fuse la sua bocca a quella di lui quanto Alex le cercò un bacio.
Le loro lingue si annodarono l’una all’altra, scambiandosi la saliva, rubandosi l’aria dai polmoni per poi restituirla in un sussurro, mentre l’uomo si spingeva dentro di lei e lei lo accoglieva con un movimento complice del bacino.
Diego, che sapeva leggere le persone, capì che Alex era ormai prossimo al suo limite.
“Falla scendere” gli ordinò.
Quando Alice riprese il suo posto sul pavimento aggiunse.
“sul viso, vienile sul viso!”
Alex eseguì e una volta liberatosi del preservativo, dopo aver puntato il proprio vigore al centro di quel ovale quasi perfetto, venne, colmandole la bocca e spargendo il proprio seme sul suo viso angelico,.
Alice gemette grata, anche quando, li, l’umiliazione per lei, fu definitiva.
“bene, credo che sia ora di andare” disse Diego soddisfatto, sospirando compiaciuto.
Alex, si scostò de lei, rimettendo la propia erezione che andava scemando, nei pantaloni e, porgendole la mano l’aiutò, dandole il modo di rialzarsi.
“rimettile” le disse Diego , interrompendo quel breve attimo di complicità tra i due, porgendogli gli slip.
Non era un gesto di cortesia, Alice lo capì appena si rese conto che il tassello interno era pregno del manifesto disprezzo, in forma bianca, liquida e densa, che lui aveva scaricato in esso per lei.
“su non essere timida!” la incalzò, vedendola esitare, quello non era solo un gesto perverso, di dominio, era il bisogno di avere qualcosa di suo a contatto con la parte più intima di lei.
Alice comprese che quello faceva parte del suo rito di umiliazione, le indosso senza pensarci troppo, evitando lo sguardo di Alex.
Il contatto di quel seme tiepido, del suo ex con la sua intimità resa sensibile dall’eccitazione non ancora del tutto smaltita, la fece fremere.
«Sei tu che mi hai portato a essere così, che mi hai reso l’uomo che sono», le disse Diego, in un sussurro, dopo aver avvicinato il suo volto a quello di Alice.
Non c’era niente di nuovo nelle sue parole, anzi ormai era parte di quel rituale che si ripeteva da anni. Era la solita, collaudata sentenza che usava per rovesciare su di lei il peso delle sue azioni. La manipolazione per farla sentire in colpa, per giustificare quel legame malato tra di loro che le impediva di spezzare quella catena, una catena che resisteva da quasi quindici anni, da quando si erano ritrovati.
«Per quella questione che ti avevo accennato…», chiese Alice mentre l’uomo e il suo fidato compagno si allontanavano, cercando di dare un senso a tutto quello, a quel favore per cui lo aveva contattato.
«Domani avrai ciò che ti serve», rispose allontanandosi, senza nemmeno voltarsi. «Io sono un uomo di parola». Un richiamo a quella promessa fatta che lei, a suo giudizio, anni prima, non era riuscita a mantenere.
“Grazie” sussurrò Alice rimettendosi lentamente in piedi, mentre il seme ancora caldo dell’uomo le colava sul viso, sul collo, tra i seni esposti.
Rimasta sola, Alice andò alla finestra per chiudere le tende e riportare la privacy nel suo ufficio, fu solo allora che notò un gruppetto di impiegati nell’ufficio dall’altra parte della strada, la fissavano e indicavano.
Dovevano essere stati testimoni di ogni cosa.
Non era possibile, sentire i loro commenti, ma non fu difficile per lei immaginare il giudizio.
A quel punto, non importava più, anzi forse, quello aveva riacceso nella donna, un antico bisogno di esibizionismo, che da tempo aveva messo via, fino quasi a dimenticarsene.
In un gesto deciso, dettato dalla rassegnazione, chiuse le tende, mettendo fine allo spettacolo.
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