Lucrezia, l'addio al celibato.
di
passodalfiume
genere
corna
«Allora, cosa ne dici?» chiese Lucrezia, entrando nella camera da letto. Teneva in mano una piccola pochette nera e si stava sistemando l’ultimo orecchino dorato.
«Come farai?» domandò Sandro, grattandosi il mento irsuto. Erano giorni che se ne stava costretto a letto, con entrambe le gambe ingessate, e non si era preso molta cura della sua igiene.
«A fare cosa?» rispose lei, infastidita. Odiava quando il fidanzato le rispondeva con un altro quesito.
«Be’... se ti scappa la pipì?» insistette lui, facendole notare che la tuta in similpelle aderente che aveva deciso di indossare si sarebbe rivelata una trappola scomodissima.
A dire il vero, era stata la stessa domanda che le aveva rivolto Simona, una delle sue migliori amiche, quando l’aveva comprata in un negozio del centro pagandola uno sproposito. Ed esattamente come in quell’occasione, quel dubbio aveva avuto l’effetto di stemperare il suo entusiasmo.
«Non mi scapperà la pipì!» rispose al fidanzato stizzita, usando – come a rivivere quel giorno – le stesse parole e lo stesso tono irritato.
«Chiedevo solo…» ribatté Sandro, un po’ intimidito.
«Tutto qui? È questo che ti preoccupa?» chiese lei, delusa ma non sorpresa. Indossando quel capo voleva sembrare fantastica, irresistibile, attirare l’attenzione; di certo non voleva suscitare domande sulla praticità legata ai suoi bisogni fisiologici.
«Sì, certo» rispose lui, candido.
«Non sei nemmeno un po' geloso?» Lucrezia allargò le braccia, mostrando quanto quel tessuto nero e lucido, che sembrava incollato addosso, fosse una calamita per gli occhi e lasciasse poco spazio all’immaginazione.
«Sì che lo sono!» protestò il ragazzo.
«Ah, ecco, volevo ben dire!» esclamò lei, sollevata.
«Tu vai all’addio al celibato di Luca e io sono qui bloccato a letto!» precisò lui, gettandola di colpo in un profondo sconforto. «Lo trovo ingiusto!» aggiunse, incrociando le braccia e facendo il broncio.
«Cristo santo...» borbottò Lucrezia. Alzò gli occhi al cielo e tornò in bagno per darsi gli ultimi ritocchi davanti allo specchio.
«A che ora ritorni?» le gridò lui dalla camera.
«Non lo so, dipende da cosa ha organizzato il tuo amico» rispose lei.
«Che rabbia. Ci saranno tutti i miei amici, alcuni di loro nemmeno li conosci, e io devo starmene a casa» protestò ancora Sandro.
«Non credo che farò tardi» lo rassicurò lei. Sentiva già il peso del senso di colpa sulla coscienza. In fondo, se Sandro era in quelle condizioni, la colpa era sua. Tre settimane prima lo aveva costretto ad arrampicarsi in soffitta per scoprire cosa causasse un inquietante rumore notturno. La scoperta era stata banale, una famiglia di piccioni che aveva preso residenza nel sottotetto e a quanto pare aveva abitudini notturne, ma nello scendere dalla scala il fidanzato era scivolato, fratturandosi entrambe le gambe.
«Sta’ tranquillo» gli disse lei, riavvicinandosi al letto. «Ti chiamo quando sto per tornare» aggiunse, dandogli un bacio sulla fronte.
Il cielo era coperto di nuvole cariche di pioggia e sul parabrezza cominciavano a cadere le prime gocce. Lucrezia, guidando la sua piccola Smart nel traffico di metà pomeriggio della grande metropoli, non si aspettava molto da quella serata. Gli amici di Sandro non erano dei festaioli; erano ragazzi tranquilli, fin troppo. Non si era meravigliata quando aveva saputo che l'appuntamento era a casa dello stesso Luca, il quale si sposava a breve poiché la fidanzata, Angelica, era rimasta incinta. Eppure, la serata si sarebbe rivelata, almeno all’inizio, persino peggiore delle sue già basse aspettative.
Sandro e la sua cerchia erano autentici nerd da manuale. Un miracolo che alcuni di loro avessero una ragazza. Il più fortunato del gruppo era proprio Sandro, dato che le altre fidanzate erano la versione al femminile di quel mondo fatto di fumetti, videogiochi e convention di cosplay.
Lucrezia, invece, era un'autentica versione glamour, calda e seducente, dai tratti latini. Non molto alta, mora, dai lineamenti sinuosi, labbra carnose e occhi nocciola pieni di passione. Un'aspirante modella, arrivata a Milano cercando di realizzare il sogno di diventare una top model e vivere la città tra le luci delle passerelle e feste esclusive. Poi, però, si era accorta che la concorrenza era spietata, che gli innumerevoli casting a cui si era sottoposta non pagavano l’affitto né mettevano un pasto decente a tavola. Così aveva dovuto ripiegare su un lavoro da receptionist in una grande azienda di telecomunicazioni.
In quell’ambiente, frequentato da manager e uomini di potere, Lucrezia si era ritrovata ben presto al centro di attenzioni insistenti, non le aveva mai realmente cercate, erano arrivate e si era adeguata. Del resto era una bellissima ragazza, giovane, e la sua presenza alla reception non passava inosservata, ne tra i colleghi insistenti e squattrinati, ne tra gli uomini in giacca e cravatta che quotidianamente si affollavano davanti al suo bancone.
Non c'era stato bisogno di cercare nulla: erano stati proprio loro, i "dottori" dell’azienda , uomini stimati, spesso con la fede al dito, a farle capire, con sguardi prima e proposte sempre più esplicite poi, che erano disposti a offrirle cospicui vantaggi economici in cambio della sua compagnia.
All'inizio Lucrezia aveva esitato, ma quel lavoro sottopagato che odiava, con la sua divisa scomoda che le dava prurito e colleghi con cui non condivideva nulla, non le permetteva di arrivare a fine mese.
Davanti alla macchinetta del caffè, sulle scale del palazzo nel cuore del centro storico, in ascensore o nel parcheggio sotterraneo, le occasioni in cui quegli uomini, le offrivano una po di ossigeno per migliorare la sua condizione economica si ripetevano ogni settimana, a volte, quotidianamente.
Alla fine, stanca dei vestiti usati, dei kebab o pizza, a pranzo e a cena per risparmiare e di una Milano troppo costosa, Lucrezia aveva semplicemente smesso di opporre resistenza. Aveva colto l'opportunità che quel posto le sbatteva in faccia, scendendo a un compromesso che le permetteva finalmente di respirare.
Una cena, una serata di gala, una gita al lago, un fine settimana fuori porta: ognuno di quei compromessi le era servito a vivere con maggior agio. Nella Milano della New Economy, dove tutto aveva un prezzo, Lucrezia aveva scoperto che il suo corpo poteva fruttare molto, permettendole di guadagnare senza svendersi del tutto e mantenendo intatta una forma di dignità.
Del resto, non era l'unica: le colleghe più carine già lo facevano. Lei, però, era decisamente più selettiva. Non accettava mai l'invito di un semplice impiegato; prima di dire sì, raccoglieva informazioni. Solo quando si era accertata che l’offerente fosse in grado di garantire sia un guadagno concreto sia la massima privacy, acconsentiva all'incontro.
Poi era arrivato Sandro: una boccata d'aria fresca. Genuino, semplice, senza particolari ambizioni, lontano dal mondo fatto di soldi e compromessi, rappresentava qualcosa di pulito nella vita della ragazza, qualcosa a cui tornare, presso cui trovare rifugio quando rientrava da quegli appuntamenti con un regalino e sentendosi un po' più sporca.
Si erano conosciuti in palestra. Mentre lei era intenta a fare i suoi esercizi, lui la ammirava da lontano, senza staccarle gli occhi di dosso. Lucrezia era rimasta colpita: era un tipo belloccio, un rosso allampanato che nascondeva bellissimi e limpidi occhi azzurri dietro una pesante montatura di occhiali da vista. Quello sguardo da cucciolo sperduto e dall’aria timida aveva fatto breccia nella sua indifferenza.
Era stata lei a prendere l’iniziativa , se avesse aspettato sarebbe rimasta a bocca asciutta , fu semplice conquistarlo, passare da una semplice frequentazione a una relazione seria, fino a una convivenza in un bilocale in zona Lambrate, Città Studi. Aveva sempre avuto un debole per quel genere di ragazzi, fin da quando aveva mostrato interesse nei maschietti della sua scuola media, le piacevano i tipi timidi, anche se in passato si era sempre accompagnata ad uomini totalmente diversi, piu decisi, più aggressivi.
Dopo innumerevoli relazioni disastrose, aveva cercato un partner che fosse più facile da gestire e che, soprattutto, la mettesse finalmente al centro del suo mondo, senza volerla consumare come un pasto rapido, uno snack preso alla macchinetta.
La casa di Luca si trovava fuori città e Lucrezia , mentre la pioggia aveva cominciato a cadere copiosa nel caos delirante del traffico dell’ora di punta, quando gli uffici chiudono e una massa stressata di milanesi si riversa in strada per tornare a casa , ci mise un'oretta abbondante per raggiungere Settimo Milanese. Quando arrivò, rimase colpita, e non certo nel migliore dei modi.
Ad accoglierla alla porta, infatti, trovò gli anziani genitori di lui. I due vecchietti la squadrarono da capo a piedi. Vedendola agghindata in quel modo, dentro quella tuta nera lucida e strettissima, la scambiarono all'istante per la spogliarellista ingaggiata per la serata.
«Questa è una casa timorata di Dio, sa, signorina?» sentenziò il padre con tono severo, sbarrandole l'ingresso. Alle sue spalle, la moglie si stava già facendo freneticamente il segno della croce.
«Cosa?» chiese lei, del tutto confusa, stringendo la sua pochette al petto.
«Ha capito bene, una casa timorata di Dio!» disse la donna con tono un po' isterico, portandosi le mani al volto come se si trovasse in presenza di Satana in persona, mentre il marito sgranava un rosario, magicamente apparso nelle sue mani.
«Mi ha invitato Luca, sono qui per la festa!» precisò lei confusa, cercando di ripararsi dalla pioggia che aveva deciso di tormentarla, disperata all'idea che l’umidità le avrebbe rovinato i capelli.
«Mamma, papà, lasciatela entrare! È la fidanzata di Sandro!» urlò una voce familiare dal fondo del corridoio. Veniva dalle scale che portavano al seminterrato.
«Lucrezia, vieni, siamo qui sotto!» aggiunse Luca, sporgendosi appena per farsi vedere.
I due anziani, pur rimanendo visibilmente riluttanti e diffidenti, le cedettero il passo. Lucrezia, ancora incapace di dare un senso logico a ciò che le era appena successo, scosse la testa e seguì l'indicazione, scendendo i gradini verso la taverna.
Scese lentamente, domandandosi perché non la raggiungessero né le voci né la musica di una festa, attenta a non scivolare sui tacchi a spillo. Il seminterrato era immerso in una penombra interrotta solo da alcune luci intermittenti. Prima ancora di posare il piede sull'ultimo scalino, si fermò di colpo, paralizzata da quello che si trovava davanti.
«Ciao Lucrezia, benvenuta!» le fece Luca accogliendola.
In primo luogo, realizzò di essere l'unica donna presente.
Si era aspettata di trovare una festa mista e invece si era ritrovata in una classica “festa tra manici” da manuale.
Ma la vera sorpresa, o meglio, lo shock, fu un altro.
Lucrezia si era aspettata un party, per quanto noioso. Musica, qualche birra, magari del cibo da asporto.
E invece, la "mitica versione" dell'addio al celibato organizzata dagli amici di Sandro era qualcosa che superava ogni sua pessimistica immaginazione.
Un gruppetto se ne stava riunito su un divano logoro, davanti a una enorme, vecchia TV al plasma, intento a giocare ai videogiochi e a mangiare pizza d’asporto.
Al rumore del ticchettio dei passi di Lucrezia, i ragazzi si voltarono di scatto. Per un attimo cadde il silenzio più totale, mentre dallo schermo arrivavano una musichetta elettronica e effetti sonori fastidiosi. Il contrasto non poteva essere più assurdo, un gruppo di sfigati rimasto a bocca aperta davanti a una ragazza mozzafiato, fasciata in una tuta di ecopelle nera super moderna e aggressiva.
“Ma che cazzo…” l’esclamazione le serrò la gola.
«Oh... vieni, vieni, noi ci stiamo divertendo» le disse Luca.
«Avevo capito che fosse un addio al celibato» disse lei perplessa, restando sulle scale.
«Si... ecco, siamo a metà della campagna del Drago Rosso, un classico RPG del NES. Abbiamo organizzato una serata di giochi retrò, prima di tagliare la torta...»
Videogiochi , pizza e una torta: ecco quale era la loro idea di divertimento.
“No… non ce la posso fare” pensò sconfortata la ragazza, davanti a quella che sembrava più la festa di un tredicenne che una serata tra adulti.
”Un addio al celibato, non sono mai stata ad un addio al celibato… carino!” aveva esclamato quando Sandro le aveva esteso l’invito degli amici. Le era sembrato intrigante essere invitata a quell’evento, originale persino. Voleva dare il meglio di sé. Sapeva bene che i ragazzi lo invidiavano per avere una fidanzata così attraente.
Ci aveva messo un'ora a scegliere il vestito e gli accessori da abbinare, tre quarti d'ora per scegliere le scarpe , dei sandali aperti con un tacco vertiginoso, un'altra ora abbondante tra doccia, rasoio per depilarsi le gambe e l’inguine, per il trucco e i capelli, e mezz’ora per scegliere l’intimo più adatto da indossare sotto il tessuto elastico della tuta che non ammetteva sbagli.
Infine, per massimizzare le prestazioni di quella serata, per rendersi attraverso l’euforia elemento catalizzatore, aveva fatto in modo che nel suo ano trovasse posto un plug, mentre un piccolo ma efficace ovetto cromato vibrava nella sua vagina.
Era un dettaglio che usava spesso nella sua quotidianità: non solo le garantiva un'igiene intima accurata, ma quella pratica serviva a stimolare e a far restare toniche aree difficili da tenere in allenamento, oltre a garantire, a livello psicologico, focus e capacità relazionali.
Utilizzando un termine da videogiocatori, che suo malgrado aveva assimilato nella relazione con Sandro, il quale sprecava parte del suo tempo libero davanti al PC , quel piccolo segreto era la sua “Cheat”.
Quanto tempo era passato da quando, facendole spazio, i ragazzi l’avevano accolta sul divano? Le sembrava un'eternità.
Aveva deciso di restare per cortesia verso il festeggiato e verso il suo ragazzo assente, ma la noia, nonostante lo stimolo segreto, stava prendendo il sopravvento.
«Siete sicuri che non volete uscire?» suggerì in un attimo di pausa tra un videogioco e l’altro. «Potrei farvi entrare tranquillamente in un locale del centro».
«Per fare cosa?» domandò il festeggiato. «Tutto quello di cui abbiamo bisogno è qui!» concluse sorridendo.
Luca era sincero: lui, i suoi amici e persino Sandro, se fosse stato lì con loro, non avrebbero avuto bisogno di altro. Questo, però, non significava che a lei bastasse. Si guardò attorno: sul tavolino, tra le custodie dei videogiochi, i cartoni delle pizze, gli snack e i controller, non c'era alcol. Qualcosa con una gradazione più alta di una bibita gassata l'avrebbe aiutata a sopportare quel supplizio.
«Non avete un po'... di alcol?» chiese lei.
Luca la guardò perplesso, mentre gli altri erano persi in discussioni su quale fosse il videogioco migliore o l'eroina più sexy.
«Sì, aspetta» disse lui, allontanandosi e lasciandola sola con il resto del gruppo.
Uno strano silenzio imbarazzato piombò nella tavernetta non appena il padrone di casa si fu allontanato. Lucrezia, per quanto loro cercassero di non incrociare mai il suo sguardo, sentiva gli occhi dei ragazzi addosso; ma invece di provocare il solito sottile piacere per l’attenzione che era riuscita a suscitare, quella situazione la infastidiva a morte.
Così, per sfuggire a quella sensazione, prese il suo iPhone, aprì l’app con cui aveva il controllo del suo sex toy e, andando nelle impostazioni, lo mise al massimo, sapendo benissimo che il ronzio trattenuto tra le sue cosce accavallate, avrebbe finito per incuriosire i ragazzi.
«Be’?» disse quando, dopo essersi ammutoliti, i ragazzi, uno dopo l’altro, ebbero intuito il suo segreto.
«Ognuno si diverte a suo modo!» aggiunse, incrociando le braccia sotto i seni. Era in parte ignara che, facendo così , nudo dietro al sottile strato di ecopelle che aderiva stringente, rivelando la forma irta dei suoi capezzoli sollecitati dalla stimolazione , lo sollevava e sembrava offrirlo.
«Ecco!» disse Luca, ritornando.
Portava con sé alcune bottiglie: alcune erano le classiche marche di liquori e distillati presenti in tutte le case, da offrire a eventuali ospiti, anche se certe sembravano avere parecchi anni, forse precedenti a prima che lei fosse nata.
“L’alcol scade?” si trovò a pensare la ragazza. Poi la sua attenzione fu attratta da una bottiglia che sembrava essere un prodotto artigianale.
«E questo?» chiese, prendendo la bottiglia dal collo lungo in cui era contenuto un misterioso liquido di un giallo intenso. Aveva un'etichetta scritta a mano, legata da uno spago grezzo.
«Gocce imperiali» lesse a voce sommessa. «Novanta per cento di alcol!» esclamò sorpresa.
«Sì, i miei genitori lo hanno portato a casa da una gita a un monastero nel Trentino».
«Be’, di certo i frati sanno come divertirsi!» disse lei un po' maligna, strappando senza riguardo la cera che teneva sigillato il tappo della bottiglia.
«Salute!» disse, prima di sollevare la bottiglia e berne un sorso abbondante.
L'impatto fu violento, una fiammata immediata che le tolse il fiato e la fece tossire di colpo, con gli occhi che le si riempirono di lacrime per il bruciore.
«Gesù, che botta!» disse Lucrezia scoppiando a ridere, una risata rauca intervallata da colpi di tosse, divertita per la potenza di quel fuoco liquido che le stava scendendo nello stomaco.
“sa di anice e sperma!” aggiunse.
Come si era aspettata, la sua battuta provocò una sequela di schiene drizzate e di occhi sgranati.
«E… ti piace?» chiese timidamente uno dei ragazzi, incapace di trattenersi davanti a quella provocazione.
«Ehi!» lo riprese Luca, ricordandogli che Lucrezia era la fidanzata del suo migliore amico.
«Tranquillo, la domanda è lecita!» disse lei, sorniona.
«Quindi?» la incalzò un altro, vista la sua disponibilità a soddisfare la loro curiosità.
«Sì, lo adoro!» rispose lei maliziosa.
«...L’alcol... o il sapore dello…?» chiese ancora un altro, senza però il coraggio di andare oltre.
Lucrezia posò lo sguardo su ognuno di loro, valutando ogni singola reazione dei ragazzi.
«Entrambi!» rispose lei. Sentendo che il liquore cominciava a sciogliere ogni dubbio, Lucrezia capì di averli in pugno; voleva divertirsi, stuzzicarli, prenderli un po' in giro.
«Io so di ragazze a cui non piace…», disse ancora un altro.
«Sì, è vero», confermò un altro.
«Be’, sono gusti personali» aggiunse il terzo.
«E a te piace?» chiese infine Luca, volendo partecipare alla discussione, mettendo da parte per un attimo, ogni fedeltà all’amico lontano.
«Il sapore di anice?» chiese Lucrezia, fingendosi ingenua e ignara.
«No… lo sperma!» chiesero quasi all’unisono i ragazzi.
Lucrezia bevve ancora un paio di sorsi prima di rispondere; l’alcol e la vibrazione tra le sue gambe stavano sciogliendo ogni vincolo.
«Dipende. Ne ho assaggiato parecchio e non sempre il sapore è gradevole» rispose, lasciando tutti senza fiato.
«Sei… una che ingoia?» chiese ancora qualcuno. Ormai la discussione non aveva più limiti morali o di educazione.
«Sì, quasi sempre» sorrise lei, guardandoli con aria famelica.
Lucrezia, Sapeva che ogni barriera stava crollando; sapeva che poteva ottenere attenzione e divertimento da quella serata che era cominciata in maniera disastrosa. Così, aumentò la posta sul tavolo.
«Luca, che ne dici di una lap dance?» suggerì, dopo l’ennesimo sorso di liquore.
«Cosa?» borbottò lui.
«Su, cazzo! Sei il festeggiato di un addio al celibato, dov'è la tua spogliarellista?» lo esortò lei.
«Non avevo pensato… i miei genitori non avrebbero mai permesso…» rispose dimostrando quanto succube fosse quel giovane uomo nei confronti della famiglia.
«Be’, ci sono io. Cosa ne dite, ragazzi?» chiese, sicura del consenso entusiasta del gruppo, tutti approvarono.
«Ma Sandro…» provò a dire il ragazzo, ricevendo subito una gomitata nel fianco dall’amico più vicino.
«Non si offenderà per un “innocente” balletto offerto al suo migliore amico» lo rassicurò lei. «Anzi, se fosse presente, mi esorterebbe a farlo!» aggiunse.
Quella sua affermazione non era distante dalla realtà: Sandro adorava esibire la sua ragazza in pubblico. Era la prima volta in tutta la sua vita che possedeva qualcosa che gli altri invidiavano, ed esporla lo faceva sentire diverso dal solito, più in alto nella scala sociale rispetto al gradino che occupava di norma. Lucrezia, dal canto suo, lo assecondava, traendone come sempre il proprio tornaconto.
Certo, Sandro ignorava che la sua ragazza, ad un prezzo adeguato, fosse accessibile e arrivasse a essere molto più disponibile di quanto potesse immaginare. La vedeva ogni giorno, ricevere centinaia di messaggi, telefonate a tutte le ore, a volte si allontanava da lui per rispondere, si chiudeva in bagno o in camera da letto, forse per cercare un pò di privacy, uscire quasi tutte le sere, a volte si assentava per brevi periodi, uno , due giorni, una settimana al massimo, ma il ragazzo , forse negando la realtà per paura di perderla con inutili scenate di gelosia, faceva risalire quegli episodi al lavoro di lei , alla sua sfrenata vita sociale, alla sua voglia di vivere.
Eppure, non si sarebbe mai aspettato di assistere a ciò che stava avvenendo nel seminterrato a casa del suo migliore amico.
Lucrezia ,ormai padrona della serata, inebriata dall’alcol che aveva bevuto o era stata invitata a bere, e dall’effetto dei giocattoli che aveva dentro ,dopo aver ballato per Luca in modo sensuale e provocatorio, ora stava , Nuda, con indosso solo gli slip, un microscopico perizoma nero e le scarpe con i tacchi a spillo, seduta sul grosso tavolino di legno massello, in mezzo a snack, cartoni della pizza mezzi vuoti, bibbite gassate, custodie di vecchi videogiochi e controller.
Mentre il ritmo di un brano di musica elettronica dal ritmo sintetico, distorto, incessante e quasi ossessivo suonava , con occhi socchiusi e la lingua fuori dalle labbra piene e rosse, a mordere l’aria, si masturbava decisa, frenetica, febbrile, con una mano tra le cosce spalancate e un altra sul seno, mentre i suoi ospiti, rapiti da quello spettacolo, con la stessa frenesia, ne seguivano l’esempio.
“possiamo…”chiese Luca, incapace di trattenersi.
Lucrezia a sua volta incapace di negarsi ,annui mordendosi le labbra.
Uno ad uno, in una sequela infinita, i ragazzi si scaricarono su di lei.
Copioso, loro spema dei ragazzi, inzuppò il sottile strato degli slip, andandosi ad unire alle dita della ragazza che si muovevano frenetiche dentro il suo sesso. l’addome che si contraeva, l’interno delle cosce era scosso da spasmi involontari, il seno offerto generosamente si sollevava e si abbassava senza controllo e in fine, il viso fu decorato con ciò che il gruppetto aveva in serbo per lei.
Ma la serata non sembrava finita, in breve, Lucrezia, si ritrovò distesa su quel tavolino, gli slip, strappati con violenza, divaricata e lubrificata, in cinque si prendevano cura di lei.
Stesa sopra ad un ragazzo, dopo averla liberata dai suoi giocattoli, mentre il suo cazzo, le sfondava la fica, un altro salito dietro , trovava spazio dentro il suo retto, un terzo si accontentava della sua bocca, mentre gli altri, godevano del suo corpo, e della saggezza delle sua mani.
“il miglior addio al celibato della storia!” esclamò dando il cinque agli amici, mentre la ragazza di Sandro si prestava ad intrattenerli.
Era ormai l’alba quando Lucrezia entrò in casa, dolorante in ogni sua fibra del corpo.
Le natiche rosse e doloranti, schiaffeggiate senza pausa, l’ano, che aveva concesso ripetutamente, le doleva, la fica che era stata dilatata mettendo da parte ogni riguardo o rispetto, aveva ricevuto un trattamento intensivo, la mascella era dolorante, dopo che spingendola oltre ogni limite avevano provato a farle ospitare due cazzi alla volta, il seno martoriato, i capezzoli straziati, torti, morsi strizzati.
Esausta, sentiva ancora le mani avide dei ragazzi, su di lei, lo stomaco era sottosopra per l’alcol e le litrate di sborra che aveva ingoiato, un emicrania che le violentava la testa.
Era incredibile quanta energia avessero accumulato, quella banda, di arrapati.
Cercando di non inciampare, barcollò verso il bagno, si spogliò e affrettando il passo, andò verso la tazza spinta dall’impellenza di svuotarsi, gli slip , insieme ai suoi ninnoli, erano andati perduti a casa di luca, fu inutile cercarli, sotto la tuta l’unica cosa che la vestiva, era lo sperma che per tutta la notte, gli amici del fidanzato gli avevano donato.
Seduta sulla ceramica, mentre copiosa e calda l’urina lasciava la sua vescica , cercò di ricordarsi, quando aveva preso l’ultima volta la pillola anti concezionale, o, a che periodo del suo ciclo mestruale fosse.
L’abbondante colata di seme rovente, che aveva ricevuto nella fica, poteva averla messa incinta, quella mattina sarebbe andata in farmacia a cercare un rimedio.
“sei tornata!” sentì Sandrò nella stanza accanto.
“si…” disse lei ,tenendosi la testa tra le mani, mentre insieme all’urina da entrambe le sue fessure colava copioso il nettare ancora caldo, dei suoi amici.
“come è andata?” chiese lui, cercando di nascondere il disaggio provato per averla vista fuori casa, tutta la notte.
“sai…” disse aprendo la doccia li accanto “devo ricredermi su i tuoi amici, sanno divertirsi sul serio e come, far divertire una ragazza!” sandro restò in silenzio per un pò a quella affermazione.
"insomma ti sei divertita?” le chiese.
“oh…si” confessò lei ripensando alla serata appena conclusa.
“e non avete fatto qualche foto?”
“...moltissime” rispose, i flash degli smartphone non avevano smesso un attimo di illuminare la serata, foto in cui , per la maggiorparte ,lei era protagonista e non nel modo in cui, ingenuo, il fidanzato credeva.
“spero di poterle vedere” le disse lui.
“le ha luca, è stato quello che ne ha fatte di più", rispose entrando sotto il getto caldo dell’acqua, ed era vero, l’amico aveva voluto imprimere nella memoria, l’ospitalità della ragazza.
“Visto, che non sono cosi male infondo!” disse il ragazzo ignorando quello che era successo.
“no…non sono cosi male in fondo” confermò lei, insaponandosi il viso.
«Come farai?» domandò Sandro, grattandosi il mento irsuto. Erano giorni che se ne stava costretto a letto, con entrambe le gambe ingessate, e non si era preso molta cura della sua igiene.
«A fare cosa?» rispose lei, infastidita. Odiava quando il fidanzato le rispondeva con un altro quesito.
«Be’... se ti scappa la pipì?» insistette lui, facendole notare che la tuta in similpelle aderente che aveva deciso di indossare si sarebbe rivelata una trappola scomodissima.
A dire il vero, era stata la stessa domanda che le aveva rivolto Simona, una delle sue migliori amiche, quando l’aveva comprata in un negozio del centro pagandola uno sproposito. Ed esattamente come in quell’occasione, quel dubbio aveva avuto l’effetto di stemperare il suo entusiasmo.
«Non mi scapperà la pipì!» rispose al fidanzato stizzita, usando – come a rivivere quel giorno – le stesse parole e lo stesso tono irritato.
«Chiedevo solo…» ribatté Sandro, un po’ intimidito.
«Tutto qui? È questo che ti preoccupa?» chiese lei, delusa ma non sorpresa. Indossando quel capo voleva sembrare fantastica, irresistibile, attirare l’attenzione; di certo non voleva suscitare domande sulla praticità legata ai suoi bisogni fisiologici.
«Sì, certo» rispose lui, candido.
«Non sei nemmeno un po' geloso?» Lucrezia allargò le braccia, mostrando quanto quel tessuto nero e lucido, che sembrava incollato addosso, fosse una calamita per gli occhi e lasciasse poco spazio all’immaginazione.
«Sì che lo sono!» protestò il ragazzo.
«Ah, ecco, volevo ben dire!» esclamò lei, sollevata.
«Tu vai all’addio al celibato di Luca e io sono qui bloccato a letto!» precisò lui, gettandola di colpo in un profondo sconforto. «Lo trovo ingiusto!» aggiunse, incrociando le braccia e facendo il broncio.
«Cristo santo...» borbottò Lucrezia. Alzò gli occhi al cielo e tornò in bagno per darsi gli ultimi ritocchi davanti allo specchio.
«A che ora ritorni?» le gridò lui dalla camera.
«Non lo so, dipende da cosa ha organizzato il tuo amico» rispose lei.
«Che rabbia. Ci saranno tutti i miei amici, alcuni di loro nemmeno li conosci, e io devo starmene a casa» protestò ancora Sandro.
«Non credo che farò tardi» lo rassicurò lei. Sentiva già il peso del senso di colpa sulla coscienza. In fondo, se Sandro era in quelle condizioni, la colpa era sua. Tre settimane prima lo aveva costretto ad arrampicarsi in soffitta per scoprire cosa causasse un inquietante rumore notturno. La scoperta era stata banale, una famiglia di piccioni che aveva preso residenza nel sottotetto e a quanto pare aveva abitudini notturne, ma nello scendere dalla scala il fidanzato era scivolato, fratturandosi entrambe le gambe.
«Sta’ tranquillo» gli disse lei, riavvicinandosi al letto. «Ti chiamo quando sto per tornare» aggiunse, dandogli un bacio sulla fronte.
Il cielo era coperto di nuvole cariche di pioggia e sul parabrezza cominciavano a cadere le prime gocce. Lucrezia, guidando la sua piccola Smart nel traffico di metà pomeriggio della grande metropoli, non si aspettava molto da quella serata. Gli amici di Sandro non erano dei festaioli; erano ragazzi tranquilli, fin troppo. Non si era meravigliata quando aveva saputo che l'appuntamento era a casa dello stesso Luca, il quale si sposava a breve poiché la fidanzata, Angelica, era rimasta incinta. Eppure, la serata si sarebbe rivelata, almeno all’inizio, persino peggiore delle sue già basse aspettative.
Sandro e la sua cerchia erano autentici nerd da manuale. Un miracolo che alcuni di loro avessero una ragazza. Il più fortunato del gruppo era proprio Sandro, dato che le altre fidanzate erano la versione al femminile di quel mondo fatto di fumetti, videogiochi e convention di cosplay.
Lucrezia, invece, era un'autentica versione glamour, calda e seducente, dai tratti latini. Non molto alta, mora, dai lineamenti sinuosi, labbra carnose e occhi nocciola pieni di passione. Un'aspirante modella, arrivata a Milano cercando di realizzare il sogno di diventare una top model e vivere la città tra le luci delle passerelle e feste esclusive. Poi, però, si era accorta che la concorrenza era spietata, che gli innumerevoli casting a cui si era sottoposta non pagavano l’affitto né mettevano un pasto decente a tavola. Così aveva dovuto ripiegare su un lavoro da receptionist in una grande azienda di telecomunicazioni.
In quell’ambiente, frequentato da manager e uomini di potere, Lucrezia si era ritrovata ben presto al centro di attenzioni insistenti, non le aveva mai realmente cercate, erano arrivate e si era adeguata. Del resto era una bellissima ragazza, giovane, e la sua presenza alla reception non passava inosservata, ne tra i colleghi insistenti e squattrinati, ne tra gli uomini in giacca e cravatta che quotidianamente si affollavano davanti al suo bancone.
Non c'era stato bisogno di cercare nulla: erano stati proprio loro, i "dottori" dell’azienda , uomini stimati, spesso con la fede al dito, a farle capire, con sguardi prima e proposte sempre più esplicite poi, che erano disposti a offrirle cospicui vantaggi economici in cambio della sua compagnia.
All'inizio Lucrezia aveva esitato, ma quel lavoro sottopagato che odiava, con la sua divisa scomoda che le dava prurito e colleghi con cui non condivideva nulla, non le permetteva di arrivare a fine mese.
Davanti alla macchinetta del caffè, sulle scale del palazzo nel cuore del centro storico, in ascensore o nel parcheggio sotterraneo, le occasioni in cui quegli uomini, le offrivano una po di ossigeno per migliorare la sua condizione economica si ripetevano ogni settimana, a volte, quotidianamente.
Alla fine, stanca dei vestiti usati, dei kebab o pizza, a pranzo e a cena per risparmiare e di una Milano troppo costosa, Lucrezia aveva semplicemente smesso di opporre resistenza. Aveva colto l'opportunità che quel posto le sbatteva in faccia, scendendo a un compromesso che le permetteva finalmente di respirare.
Una cena, una serata di gala, una gita al lago, un fine settimana fuori porta: ognuno di quei compromessi le era servito a vivere con maggior agio. Nella Milano della New Economy, dove tutto aveva un prezzo, Lucrezia aveva scoperto che il suo corpo poteva fruttare molto, permettendole di guadagnare senza svendersi del tutto e mantenendo intatta una forma di dignità.
Del resto, non era l'unica: le colleghe più carine già lo facevano. Lei, però, era decisamente più selettiva. Non accettava mai l'invito di un semplice impiegato; prima di dire sì, raccoglieva informazioni. Solo quando si era accertata che l’offerente fosse in grado di garantire sia un guadagno concreto sia la massima privacy, acconsentiva all'incontro.
Poi era arrivato Sandro: una boccata d'aria fresca. Genuino, semplice, senza particolari ambizioni, lontano dal mondo fatto di soldi e compromessi, rappresentava qualcosa di pulito nella vita della ragazza, qualcosa a cui tornare, presso cui trovare rifugio quando rientrava da quegli appuntamenti con un regalino e sentendosi un po' più sporca.
Si erano conosciuti in palestra. Mentre lei era intenta a fare i suoi esercizi, lui la ammirava da lontano, senza staccarle gli occhi di dosso. Lucrezia era rimasta colpita: era un tipo belloccio, un rosso allampanato che nascondeva bellissimi e limpidi occhi azzurri dietro una pesante montatura di occhiali da vista. Quello sguardo da cucciolo sperduto e dall’aria timida aveva fatto breccia nella sua indifferenza.
Era stata lei a prendere l’iniziativa , se avesse aspettato sarebbe rimasta a bocca asciutta , fu semplice conquistarlo, passare da una semplice frequentazione a una relazione seria, fino a una convivenza in un bilocale in zona Lambrate, Città Studi. Aveva sempre avuto un debole per quel genere di ragazzi, fin da quando aveva mostrato interesse nei maschietti della sua scuola media, le piacevano i tipi timidi, anche se in passato si era sempre accompagnata ad uomini totalmente diversi, piu decisi, più aggressivi.
Dopo innumerevoli relazioni disastrose, aveva cercato un partner che fosse più facile da gestire e che, soprattutto, la mettesse finalmente al centro del suo mondo, senza volerla consumare come un pasto rapido, uno snack preso alla macchinetta.
La casa di Luca si trovava fuori città e Lucrezia , mentre la pioggia aveva cominciato a cadere copiosa nel caos delirante del traffico dell’ora di punta, quando gli uffici chiudono e una massa stressata di milanesi si riversa in strada per tornare a casa , ci mise un'oretta abbondante per raggiungere Settimo Milanese. Quando arrivò, rimase colpita, e non certo nel migliore dei modi.
Ad accoglierla alla porta, infatti, trovò gli anziani genitori di lui. I due vecchietti la squadrarono da capo a piedi. Vedendola agghindata in quel modo, dentro quella tuta nera lucida e strettissima, la scambiarono all'istante per la spogliarellista ingaggiata per la serata.
«Questa è una casa timorata di Dio, sa, signorina?» sentenziò il padre con tono severo, sbarrandole l'ingresso. Alle sue spalle, la moglie si stava già facendo freneticamente il segno della croce.
«Cosa?» chiese lei, del tutto confusa, stringendo la sua pochette al petto.
«Ha capito bene, una casa timorata di Dio!» disse la donna con tono un po' isterico, portandosi le mani al volto come se si trovasse in presenza di Satana in persona, mentre il marito sgranava un rosario, magicamente apparso nelle sue mani.
«Mi ha invitato Luca, sono qui per la festa!» precisò lei confusa, cercando di ripararsi dalla pioggia che aveva deciso di tormentarla, disperata all'idea che l’umidità le avrebbe rovinato i capelli.
«Mamma, papà, lasciatela entrare! È la fidanzata di Sandro!» urlò una voce familiare dal fondo del corridoio. Veniva dalle scale che portavano al seminterrato.
«Lucrezia, vieni, siamo qui sotto!» aggiunse Luca, sporgendosi appena per farsi vedere.
I due anziani, pur rimanendo visibilmente riluttanti e diffidenti, le cedettero il passo. Lucrezia, ancora incapace di dare un senso logico a ciò che le era appena successo, scosse la testa e seguì l'indicazione, scendendo i gradini verso la taverna.
Scese lentamente, domandandosi perché non la raggiungessero né le voci né la musica di una festa, attenta a non scivolare sui tacchi a spillo. Il seminterrato era immerso in una penombra interrotta solo da alcune luci intermittenti. Prima ancora di posare il piede sull'ultimo scalino, si fermò di colpo, paralizzata da quello che si trovava davanti.
«Ciao Lucrezia, benvenuta!» le fece Luca accogliendola.
In primo luogo, realizzò di essere l'unica donna presente.
Si era aspettata di trovare una festa mista e invece si era ritrovata in una classica “festa tra manici” da manuale.
Ma la vera sorpresa, o meglio, lo shock, fu un altro.
Lucrezia si era aspettata un party, per quanto noioso. Musica, qualche birra, magari del cibo da asporto.
E invece, la "mitica versione" dell'addio al celibato organizzata dagli amici di Sandro era qualcosa che superava ogni sua pessimistica immaginazione.
Un gruppetto se ne stava riunito su un divano logoro, davanti a una enorme, vecchia TV al plasma, intento a giocare ai videogiochi e a mangiare pizza d’asporto.
Al rumore del ticchettio dei passi di Lucrezia, i ragazzi si voltarono di scatto. Per un attimo cadde il silenzio più totale, mentre dallo schermo arrivavano una musichetta elettronica e effetti sonori fastidiosi. Il contrasto non poteva essere più assurdo, un gruppo di sfigati rimasto a bocca aperta davanti a una ragazza mozzafiato, fasciata in una tuta di ecopelle nera super moderna e aggressiva.
“Ma che cazzo…” l’esclamazione le serrò la gola.
«Oh... vieni, vieni, noi ci stiamo divertendo» le disse Luca.
«Avevo capito che fosse un addio al celibato» disse lei perplessa, restando sulle scale.
«Si... ecco, siamo a metà della campagna del Drago Rosso, un classico RPG del NES. Abbiamo organizzato una serata di giochi retrò, prima di tagliare la torta...»
Videogiochi , pizza e una torta: ecco quale era la loro idea di divertimento.
“No… non ce la posso fare” pensò sconfortata la ragazza, davanti a quella che sembrava più la festa di un tredicenne che una serata tra adulti.
”Un addio al celibato, non sono mai stata ad un addio al celibato… carino!” aveva esclamato quando Sandro le aveva esteso l’invito degli amici. Le era sembrato intrigante essere invitata a quell’evento, originale persino. Voleva dare il meglio di sé. Sapeva bene che i ragazzi lo invidiavano per avere una fidanzata così attraente.
Ci aveva messo un'ora a scegliere il vestito e gli accessori da abbinare, tre quarti d'ora per scegliere le scarpe , dei sandali aperti con un tacco vertiginoso, un'altra ora abbondante tra doccia, rasoio per depilarsi le gambe e l’inguine, per il trucco e i capelli, e mezz’ora per scegliere l’intimo più adatto da indossare sotto il tessuto elastico della tuta che non ammetteva sbagli.
Infine, per massimizzare le prestazioni di quella serata, per rendersi attraverso l’euforia elemento catalizzatore, aveva fatto in modo che nel suo ano trovasse posto un plug, mentre un piccolo ma efficace ovetto cromato vibrava nella sua vagina.
Era un dettaglio che usava spesso nella sua quotidianità: non solo le garantiva un'igiene intima accurata, ma quella pratica serviva a stimolare e a far restare toniche aree difficili da tenere in allenamento, oltre a garantire, a livello psicologico, focus e capacità relazionali.
Utilizzando un termine da videogiocatori, che suo malgrado aveva assimilato nella relazione con Sandro, il quale sprecava parte del suo tempo libero davanti al PC , quel piccolo segreto era la sua “Cheat”.
Quanto tempo era passato da quando, facendole spazio, i ragazzi l’avevano accolta sul divano? Le sembrava un'eternità.
Aveva deciso di restare per cortesia verso il festeggiato e verso il suo ragazzo assente, ma la noia, nonostante lo stimolo segreto, stava prendendo il sopravvento.
«Siete sicuri che non volete uscire?» suggerì in un attimo di pausa tra un videogioco e l’altro. «Potrei farvi entrare tranquillamente in un locale del centro».
«Per fare cosa?» domandò il festeggiato. «Tutto quello di cui abbiamo bisogno è qui!» concluse sorridendo.
Luca era sincero: lui, i suoi amici e persino Sandro, se fosse stato lì con loro, non avrebbero avuto bisogno di altro. Questo, però, non significava che a lei bastasse. Si guardò attorno: sul tavolino, tra le custodie dei videogiochi, i cartoni delle pizze, gli snack e i controller, non c'era alcol. Qualcosa con una gradazione più alta di una bibita gassata l'avrebbe aiutata a sopportare quel supplizio.
«Non avete un po'... di alcol?» chiese lei.
Luca la guardò perplesso, mentre gli altri erano persi in discussioni su quale fosse il videogioco migliore o l'eroina più sexy.
«Sì, aspetta» disse lui, allontanandosi e lasciandola sola con il resto del gruppo.
Uno strano silenzio imbarazzato piombò nella tavernetta non appena il padrone di casa si fu allontanato. Lucrezia, per quanto loro cercassero di non incrociare mai il suo sguardo, sentiva gli occhi dei ragazzi addosso; ma invece di provocare il solito sottile piacere per l’attenzione che era riuscita a suscitare, quella situazione la infastidiva a morte.
Così, per sfuggire a quella sensazione, prese il suo iPhone, aprì l’app con cui aveva il controllo del suo sex toy e, andando nelle impostazioni, lo mise al massimo, sapendo benissimo che il ronzio trattenuto tra le sue cosce accavallate, avrebbe finito per incuriosire i ragazzi.
«Be’?» disse quando, dopo essersi ammutoliti, i ragazzi, uno dopo l’altro, ebbero intuito il suo segreto.
«Ognuno si diverte a suo modo!» aggiunse, incrociando le braccia sotto i seni. Era in parte ignara che, facendo così , nudo dietro al sottile strato di ecopelle che aderiva stringente, rivelando la forma irta dei suoi capezzoli sollecitati dalla stimolazione , lo sollevava e sembrava offrirlo.
«Ecco!» disse Luca, ritornando.
Portava con sé alcune bottiglie: alcune erano le classiche marche di liquori e distillati presenti in tutte le case, da offrire a eventuali ospiti, anche se certe sembravano avere parecchi anni, forse precedenti a prima che lei fosse nata.
“L’alcol scade?” si trovò a pensare la ragazza. Poi la sua attenzione fu attratta da una bottiglia che sembrava essere un prodotto artigianale.
«E questo?» chiese, prendendo la bottiglia dal collo lungo in cui era contenuto un misterioso liquido di un giallo intenso. Aveva un'etichetta scritta a mano, legata da uno spago grezzo.
«Gocce imperiali» lesse a voce sommessa. «Novanta per cento di alcol!» esclamò sorpresa.
«Sì, i miei genitori lo hanno portato a casa da una gita a un monastero nel Trentino».
«Be’, di certo i frati sanno come divertirsi!» disse lei un po' maligna, strappando senza riguardo la cera che teneva sigillato il tappo della bottiglia.
«Salute!» disse, prima di sollevare la bottiglia e berne un sorso abbondante.
L'impatto fu violento, una fiammata immediata che le tolse il fiato e la fece tossire di colpo, con gli occhi che le si riempirono di lacrime per il bruciore.
«Gesù, che botta!» disse Lucrezia scoppiando a ridere, una risata rauca intervallata da colpi di tosse, divertita per la potenza di quel fuoco liquido che le stava scendendo nello stomaco.
“sa di anice e sperma!” aggiunse.
Come si era aspettata, la sua battuta provocò una sequela di schiene drizzate e di occhi sgranati.
«E… ti piace?» chiese timidamente uno dei ragazzi, incapace di trattenersi davanti a quella provocazione.
«Ehi!» lo riprese Luca, ricordandogli che Lucrezia era la fidanzata del suo migliore amico.
«Tranquillo, la domanda è lecita!» disse lei, sorniona.
«Quindi?» la incalzò un altro, vista la sua disponibilità a soddisfare la loro curiosità.
«Sì, lo adoro!» rispose lei maliziosa.
«...L’alcol... o il sapore dello…?» chiese ancora un altro, senza però il coraggio di andare oltre.
Lucrezia posò lo sguardo su ognuno di loro, valutando ogni singola reazione dei ragazzi.
«Entrambi!» rispose lei. Sentendo che il liquore cominciava a sciogliere ogni dubbio, Lucrezia capì di averli in pugno; voleva divertirsi, stuzzicarli, prenderli un po' in giro.
«Io so di ragazze a cui non piace…», disse ancora un altro.
«Sì, è vero», confermò un altro.
«Be’, sono gusti personali» aggiunse il terzo.
«E a te piace?» chiese infine Luca, volendo partecipare alla discussione, mettendo da parte per un attimo, ogni fedeltà all’amico lontano.
«Il sapore di anice?» chiese Lucrezia, fingendosi ingenua e ignara.
«No… lo sperma!» chiesero quasi all’unisono i ragazzi.
Lucrezia bevve ancora un paio di sorsi prima di rispondere; l’alcol e la vibrazione tra le sue gambe stavano sciogliendo ogni vincolo.
«Dipende. Ne ho assaggiato parecchio e non sempre il sapore è gradevole» rispose, lasciando tutti senza fiato.
«Sei… una che ingoia?» chiese ancora qualcuno. Ormai la discussione non aveva più limiti morali o di educazione.
«Sì, quasi sempre» sorrise lei, guardandoli con aria famelica.
Lucrezia, Sapeva che ogni barriera stava crollando; sapeva che poteva ottenere attenzione e divertimento da quella serata che era cominciata in maniera disastrosa. Così, aumentò la posta sul tavolo.
«Luca, che ne dici di una lap dance?» suggerì, dopo l’ennesimo sorso di liquore.
«Cosa?» borbottò lui.
«Su, cazzo! Sei il festeggiato di un addio al celibato, dov'è la tua spogliarellista?» lo esortò lei.
«Non avevo pensato… i miei genitori non avrebbero mai permesso…» rispose dimostrando quanto succube fosse quel giovane uomo nei confronti della famiglia.
«Be’, ci sono io. Cosa ne dite, ragazzi?» chiese, sicura del consenso entusiasta del gruppo, tutti approvarono.
«Ma Sandro…» provò a dire il ragazzo, ricevendo subito una gomitata nel fianco dall’amico più vicino.
«Non si offenderà per un “innocente” balletto offerto al suo migliore amico» lo rassicurò lei. «Anzi, se fosse presente, mi esorterebbe a farlo!» aggiunse.
Quella sua affermazione non era distante dalla realtà: Sandro adorava esibire la sua ragazza in pubblico. Era la prima volta in tutta la sua vita che possedeva qualcosa che gli altri invidiavano, ed esporla lo faceva sentire diverso dal solito, più in alto nella scala sociale rispetto al gradino che occupava di norma. Lucrezia, dal canto suo, lo assecondava, traendone come sempre il proprio tornaconto.
Certo, Sandro ignorava che la sua ragazza, ad un prezzo adeguato, fosse accessibile e arrivasse a essere molto più disponibile di quanto potesse immaginare. La vedeva ogni giorno, ricevere centinaia di messaggi, telefonate a tutte le ore, a volte si allontanava da lui per rispondere, si chiudeva in bagno o in camera da letto, forse per cercare un pò di privacy, uscire quasi tutte le sere, a volte si assentava per brevi periodi, uno , due giorni, una settimana al massimo, ma il ragazzo , forse negando la realtà per paura di perderla con inutili scenate di gelosia, faceva risalire quegli episodi al lavoro di lei , alla sua sfrenata vita sociale, alla sua voglia di vivere.
Eppure, non si sarebbe mai aspettato di assistere a ciò che stava avvenendo nel seminterrato a casa del suo migliore amico.
Lucrezia ,ormai padrona della serata, inebriata dall’alcol che aveva bevuto o era stata invitata a bere, e dall’effetto dei giocattoli che aveva dentro ,dopo aver ballato per Luca in modo sensuale e provocatorio, ora stava , Nuda, con indosso solo gli slip, un microscopico perizoma nero e le scarpe con i tacchi a spillo, seduta sul grosso tavolino di legno massello, in mezzo a snack, cartoni della pizza mezzi vuoti, bibbite gassate, custodie di vecchi videogiochi e controller.
Mentre il ritmo di un brano di musica elettronica dal ritmo sintetico, distorto, incessante e quasi ossessivo suonava , con occhi socchiusi e la lingua fuori dalle labbra piene e rosse, a mordere l’aria, si masturbava decisa, frenetica, febbrile, con una mano tra le cosce spalancate e un altra sul seno, mentre i suoi ospiti, rapiti da quello spettacolo, con la stessa frenesia, ne seguivano l’esempio.
“possiamo…”chiese Luca, incapace di trattenersi.
Lucrezia a sua volta incapace di negarsi ,annui mordendosi le labbra.
Uno ad uno, in una sequela infinita, i ragazzi si scaricarono su di lei.
Copioso, loro spema dei ragazzi, inzuppò il sottile strato degli slip, andandosi ad unire alle dita della ragazza che si muovevano frenetiche dentro il suo sesso. l’addome che si contraeva, l’interno delle cosce era scosso da spasmi involontari, il seno offerto generosamente si sollevava e si abbassava senza controllo e in fine, il viso fu decorato con ciò che il gruppetto aveva in serbo per lei.
Ma la serata non sembrava finita, in breve, Lucrezia, si ritrovò distesa su quel tavolino, gli slip, strappati con violenza, divaricata e lubrificata, in cinque si prendevano cura di lei.
Stesa sopra ad un ragazzo, dopo averla liberata dai suoi giocattoli, mentre il suo cazzo, le sfondava la fica, un altro salito dietro , trovava spazio dentro il suo retto, un terzo si accontentava della sua bocca, mentre gli altri, godevano del suo corpo, e della saggezza delle sua mani.
“il miglior addio al celibato della storia!” esclamò dando il cinque agli amici, mentre la ragazza di Sandro si prestava ad intrattenerli.
Era ormai l’alba quando Lucrezia entrò in casa, dolorante in ogni sua fibra del corpo.
Le natiche rosse e doloranti, schiaffeggiate senza pausa, l’ano, che aveva concesso ripetutamente, le doleva, la fica che era stata dilatata mettendo da parte ogni riguardo o rispetto, aveva ricevuto un trattamento intensivo, la mascella era dolorante, dopo che spingendola oltre ogni limite avevano provato a farle ospitare due cazzi alla volta, il seno martoriato, i capezzoli straziati, torti, morsi strizzati.
Esausta, sentiva ancora le mani avide dei ragazzi, su di lei, lo stomaco era sottosopra per l’alcol e le litrate di sborra che aveva ingoiato, un emicrania che le violentava la testa.
Era incredibile quanta energia avessero accumulato, quella banda, di arrapati.
Cercando di non inciampare, barcollò verso il bagno, si spogliò e affrettando il passo, andò verso la tazza spinta dall’impellenza di svuotarsi, gli slip , insieme ai suoi ninnoli, erano andati perduti a casa di luca, fu inutile cercarli, sotto la tuta l’unica cosa che la vestiva, era lo sperma che per tutta la notte, gli amici del fidanzato gli avevano donato.
Seduta sulla ceramica, mentre copiosa e calda l’urina lasciava la sua vescica , cercò di ricordarsi, quando aveva preso l’ultima volta la pillola anti concezionale, o, a che periodo del suo ciclo mestruale fosse.
L’abbondante colata di seme rovente, che aveva ricevuto nella fica, poteva averla messa incinta, quella mattina sarebbe andata in farmacia a cercare un rimedio.
“sei tornata!” sentì Sandrò nella stanza accanto.
“si…” disse lei ,tenendosi la testa tra le mani, mentre insieme all’urina da entrambe le sue fessure colava copioso il nettare ancora caldo, dei suoi amici.
“come è andata?” chiese lui, cercando di nascondere il disaggio provato per averla vista fuori casa, tutta la notte.
“sai…” disse aprendo la doccia li accanto “devo ricredermi su i tuoi amici, sanno divertirsi sul serio e come, far divertire una ragazza!” sandro restò in silenzio per un pò a quella affermazione.
"insomma ti sei divertita?” le chiese.
“oh…si” confessò lei ripensando alla serata appena conclusa.
“e non avete fatto qualche foto?”
“...moltissime” rispose, i flash degli smartphone non avevano smesso un attimo di illuminare la serata, foto in cui , per la maggiorparte ,lei era protagonista e non nel modo in cui, ingenuo, il fidanzato credeva.
“spero di poterle vedere” le disse lui.
“le ha luca, è stato quello che ne ha fatte di più", rispose entrando sotto il getto caldo dell’acqua, ed era vero, l’amico aveva voluto imprimere nella memoria, l’ospitalità della ragazza.
“Visto, che non sono cosi male infondo!” disse il ragazzo ignorando quello che era successo.
“no…non sono cosi male in fondo” confermò lei, insaponandosi il viso.
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