Pelle di seta
di
Prozac1999
genere
confessioni
L'avevo cercata e seguita per settimane, dopo aver visto il suo annuncio.
Non era un mondo che conoscevo o a cui mi ero mai avvicinato, quello delle escort; troppo ligio ai doveri coniugali, alle regole di buona condotta, ai dettami del mio ruolo lavorativo.
Ma il suo annuncio mi aveva smosso qualcosa dentro: semplice, pulito, con foto ammiccanti ma non volgari in un intimo candido, quasi sponsale.
Prometteva momenti di piacere, ma erano esclusi rapporti completi, solo il classico massaggio con un finale divertente.
Mi ero chiesto, con forza, perchè?
Cosa cercavo davvero?
In una vita felice e senza affanni, sentivo che qualcosa da mesi si era incrinato.
Nel fisico, e nella mente; in una sequenza causa-effetto che non sapevo stabilire.
Un medico mi aveva detto: lei e' stressato. E io ero crollato.
Il castello delle mie certezze si era sbriciolato con quella sola frase.
Dopo molti mesi, cercavo un'ora di pace sotto le mani di una sconosciuta.
Dopo cento attese, disdette, chiamate e gradini per arrivare al suo rifugio all’ultimo piano di un palazzo storico, era apparsa.
Bella, con un sorriso ammaliante e due occhi grandi e luminosi.
Piccolina e dalle forme morbide, tonica, i seni piccoli e un po' cadenti per il trascorrere degli anni.
Non avrei mai cercato una sbarbatella straniera, gonfiata di silicone e svuotata di ogni empatia.
Mi serviva lei, quarantenne italiana che come prima cosa mi aveva abbracciato, sussurrandomi: "Ce l'abbiamo fatta”.
In quel primo abbraccio, semplice e complesso, mi ero sciolto: avevo sentito le lacrime velarmi gli occhi.
Poi mi ero guardato attorno, cercando di vivere appieno quel momento.
Era una stanza piccola, un po’ confusionaria con un letto messo in un angolo, davanti a una cucina che aveva visto tempi migliori.
La luce entrava da un lucernario sul tetto, con il soffitto rivestito da un perlinato più adatto a uno chalet di montagna che non ad un palazzo in pieno centro.
Ma l’insieme mi regalava serenità, un luogo modesto in cui sentivo di poter essere me stesso senza disagio, senza dover essere all’altezza di qualcosa o qualcuno.
Mi passò la mano su una guancia, accarezzandomi, come se avesse già capito tutto.
Mentre iniziava a massaggiarmi la schiena le avevo raccontato le mie vicende, i miei recenti turbamenti; sdraiato, con lei a cavalcioni su di me le avevo chiesto se potevo accarezzarle i piedi; con un sorriso si era schernita dicendo che l’estate li aveva resi più duri, ispidi. A me erano parsi morbidissimi e invitanti.
Aveva raccontato i suoi problemi quotidiani, il suo ondeggiare tra una vita normale e una vita da “cattiva ragazza”, la necessità di far quadrare i conti economici e quelli sentimentali in un intreccio quasi impossibile da districare.
Ci eravamo stretti in un altro abbraccio che non aveva nulla di erotico, ma aveva tutto di intimo.
Mi voltai, supino, guardandola mentre si toglieva il reggiseno: i suoi seni piccoli si erano liberati mostrandosi nella loro genuina morbidezza; niente silicone, niente chirurgia.
Se li era lasciati sfiorare dalla mia carezza leggera, poi si era piegata su di me per appoggiarli al mio petto, unendosi in un contatto di pelli tremanti.
Le sue mani avevano percorso le mie caviglie, risalendo per i polpacci e giocherellando con l’interno delle mie ginocchia per poi correre sulle cosce e fermarsi sui miei genitali, con sapiente lentezza.
Non ero stato in grado di prevedere come avrei reagito; avevo fantasticato che la sola sua vista mi avrebbe portato a una volgare erezione, o magari che ciò sarebbe avvenuto ai primi contatti.
Ma fino a quel momento il senso di pace di quella presenza mi aveva conquistato e il mio cazzo era rimasto buono e flaccido sotto il suo sguardo e le sue leggere avance.
“Sei un ragazzo dolcissimo” aveva sussurrato. “Vorrei renderti felice” aveva concluso ponendosi nella classica posizione del 69, lasciando che solo il cotone bianco del suo slip mi impedisse una vista da togliere il fiato.
Non ero lì per quello, me l’ero sempre detto. Cercavo un’ora di relax, un momento in cui disconnettermi dal mondo reale; non erano gli orgasmi che mancavano nella mia vita.
“Fermati” le avevo detto facendola rialzare. “Lascia che sia io a farti un massaggio adesso”.
Era rimasta sorpresa, forse la mia richiesta era insolita, ma si era sdraiata accettando di buon grado.
La sua pelle era morbidissima, i muscoli delle spalle si flettevano docili sotto le mie mani, sotto la pressione delle mie dita che cercavano di scioglierne le tensioni residue.
La baciai sulla schiena, aveva la pelle come seta e le mie labbra indugiarono prima di accettare il distacco; ma capii subito che non era una cosa che gradiva; era un gesto troppo intimo che mi era venuto d’istinto, ma non si sentiva di accettarlo in quello che comunque rimaneva un mero rapporto professionale.
“Sto per addormentarmi sai” disse con un filo di voce con gli occhi socchiusi.
“E questo non va bene” proseguì sollevandosi e gettando di nuovo me sul letto. “Voglio darti un bel finale” riprese accarezzandomi i testicoli e l’asta che si era leggermente inturgidita.
“Ma non è importante, sto benissimo lo stesso, sei magnifica”. Ma non sembrava avermi sentito, presa dallo spettacolo del mio cazzo che sotto il suo sguardo era cresciuto fino a prendere la consistenza dovuta.
“Lasciami fare” la sentii dire un attimo prima che il calore delle sue labbra si posasse sulla pelle lucida e tirata del mio glande.
Mi sentii avviluppare da un’onda umida e vellutata e immaginai la mia asta che scompariva un po’ alla volta in quell’antro di piacere.
I miei occhi guardavano il perlinato del soffitto, senza vederlo, la mia mano sinistra strinse con forza le lenzuola mentre la destra trovò il contatto con i suoi piedi, e iniziai a massaggiarli.
Percepivo il contrasto tra il caldo della sua bocca e il freddo sul mio cazzo umido che lasciava le sue labbra, in un continuo saliscendi ritmato e via via più profondo.
Le poggiai una mano sul sedere trovando il contatto con il tessuto del suo slip.
Lo spostai, facendo scivolare le dita sotto; non mi era concesso, lo sapevo, ma non si oppose e lasciò che esplorassi l’umidità del suo bocciolo che si schiuse gocciolando stille di rugiada calda.
Trovai il suo clitoride ancora lontano dal pieno turgore, e lo avvolsi di una carezza leggera che le procurò un brivido sulla pelle.
Con un dito iniziò a giocherellare sul mio perineo, facendolo scorrere tra i miei testicoli e l’ano; iniziò a penetrarlo lentamente portandomi al punto di non ritorno.
Mi sentii respirare affannosamente, quasi staccato dal mio corpo percepii i grugniti gutturali di piacere che segnavano la mia capitolazione.
Lo sperma fluì dai miei canali con forza e pressione crescente, riversandosi nella sua bocca avida.
“Dio che meraviglia” dissi riprendendo un ritmo cardiaco regolare.
Mi baciò sulle labbra, l’odore acre del mio seme mi pervase per un attimo.
“Volevi perderti tutto questo? E’ stato fantastico...” mi soffiò in un orecchio accarezzandomi sul viso, poi prese a sistemarsi i capelli.
Quando giunsi in fondo alle scale, aprii il pesante portone in legno e guardai verso la città caotica.
Una sirena di ambulanza fu la sveglia che sancì la fine del sogno.
Mi annusai le dita in cerca di un appiglio; il suo odore stava svanendo, inesorabile.
Non era un mondo che conoscevo o a cui mi ero mai avvicinato, quello delle escort; troppo ligio ai doveri coniugali, alle regole di buona condotta, ai dettami del mio ruolo lavorativo.
Ma il suo annuncio mi aveva smosso qualcosa dentro: semplice, pulito, con foto ammiccanti ma non volgari in un intimo candido, quasi sponsale.
Prometteva momenti di piacere, ma erano esclusi rapporti completi, solo il classico massaggio con un finale divertente.
Mi ero chiesto, con forza, perchè?
Cosa cercavo davvero?
In una vita felice e senza affanni, sentivo che qualcosa da mesi si era incrinato.
Nel fisico, e nella mente; in una sequenza causa-effetto che non sapevo stabilire.
Un medico mi aveva detto: lei e' stressato. E io ero crollato.
Il castello delle mie certezze si era sbriciolato con quella sola frase.
Dopo molti mesi, cercavo un'ora di pace sotto le mani di una sconosciuta.
Dopo cento attese, disdette, chiamate e gradini per arrivare al suo rifugio all’ultimo piano di un palazzo storico, era apparsa.
Bella, con un sorriso ammaliante e due occhi grandi e luminosi.
Piccolina e dalle forme morbide, tonica, i seni piccoli e un po' cadenti per il trascorrere degli anni.
Non avrei mai cercato una sbarbatella straniera, gonfiata di silicone e svuotata di ogni empatia.
Mi serviva lei, quarantenne italiana che come prima cosa mi aveva abbracciato, sussurrandomi: "Ce l'abbiamo fatta”.
In quel primo abbraccio, semplice e complesso, mi ero sciolto: avevo sentito le lacrime velarmi gli occhi.
Poi mi ero guardato attorno, cercando di vivere appieno quel momento.
Era una stanza piccola, un po’ confusionaria con un letto messo in un angolo, davanti a una cucina che aveva visto tempi migliori.
La luce entrava da un lucernario sul tetto, con il soffitto rivestito da un perlinato più adatto a uno chalet di montagna che non ad un palazzo in pieno centro.
Ma l’insieme mi regalava serenità, un luogo modesto in cui sentivo di poter essere me stesso senza disagio, senza dover essere all’altezza di qualcosa o qualcuno.
Mi passò la mano su una guancia, accarezzandomi, come se avesse già capito tutto.
Mentre iniziava a massaggiarmi la schiena le avevo raccontato le mie vicende, i miei recenti turbamenti; sdraiato, con lei a cavalcioni su di me le avevo chiesto se potevo accarezzarle i piedi; con un sorriso si era schernita dicendo che l’estate li aveva resi più duri, ispidi. A me erano parsi morbidissimi e invitanti.
Aveva raccontato i suoi problemi quotidiani, il suo ondeggiare tra una vita normale e una vita da “cattiva ragazza”, la necessità di far quadrare i conti economici e quelli sentimentali in un intreccio quasi impossibile da districare.
Ci eravamo stretti in un altro abbraccio che non aveva nulla di erotico, ma aveva tutto di intimo.
Mi voltai, supino, guardandola mentre si toglieva il reggiseno: i suoi seni piccoli si erano liberati mostrandosi nella loro genuina morbidezza; niente silicone, niente chirurgia.
Se li era lasciati sfiorare dalla mia carezza leggera, poi si era piegata su di me per appoggiarli al mio petto, unendosi in un contatto di pelli tremanti.
Le sue mani avevano percorso le mie caviglie, risalendo per i polpacci e giocherellando con l’interno delle mie ginocchia per poi correre sulle cosce e fermarsi sui miei genitali, con sapiente lentezza.
Non ero stato in grado di prevedere come avrei reagito; avevo fantasticato che la sola sua vista mi avrebbe portato a una volgare erezione, o magari che ciò sarebbe avvenuto ai primi contatti.
Ma fino a quel momento il senso di pace di quella presenza mi aveva conquistato e il mio cazzo era rimasto buono e flaccido sotto il suo sguardo e le sue leggere avance.
“Sei un ragazzo dolcissimo” aveva sussurrato. “Vorrei renderti felice” aveva concluso ponendosi nella classica posizione del 69, lasciando che solo il cotone bianco del suo slip mi impedisse una vista da togliere il fiato.
Non ero lì per quello, me l’ero sempre detto. Cercavo un’ora di relax, un momento in cui disconnettermi dal mondo reale; non erano gli orgasmi che mancavano nella mia vita.
“Fermati” le avevo detto facendola rialzare. “Lascia che sia io a farti un massaggio adesso”.
Era rimasta sorpresa, forse la mia richiesta era insolita, ma si era sdraiata accettando di buon grado.
La sua pelle era morbidissima, i muscoli delle spalle si flettevano docili sotto le mie mani, sotto la pressione delle mie dita che cercavano di scioglierne le tensioni residue.
La baciai sulla schiena, aveva la pelle come seta e le mie labbra indugiarono prima di accettare il distacco; ma capii subito che non era una cosa che gradiva; era un gesto troppo intimo che mi era venuto d’istinto, ma non si sentiva di accettarlo in quello che comunque rimaneva un mero rapporto professionale.
“Sto per addormentarmi sai” disse con un filo di voce con gli occhi socchiusi.
“E questo non va bene” proseguì sollevandosi e gettando di nuovo me sul letto. “Voglio darti un bel finale” riprese accarezzandomi i testicoli e l’asta che si era leggermente inturgidita.
“Ma non è importante, sto benissimo lo stesso, sei magnifica”. Ma non sembrava avermi sentito, presa dallo spettacolo del mio cazzo che sotto il suo sguardo era cresciuto fino a prendere la consistenza dovuta.
“Lasciami fare” la sentii dire un attimo prima che il calore delle sue labbra si posasse sulla pelle lucida e tirata del mio glande.
Mi sentii avviluppare da un’onda umida e vellutata e immaginai la mia asta che scompariva un po’ alla volta in quell’antro di piacere.
I miei occhi guardavano il perlinato del soffitto, senza vederlo, la mia mano sinistra strinse con forza le lenzuola mentre la destra trovò il contatto con i suoi piedi, e iniziai a massaggiarli.
Percepivo il contrasto tra il caldo della sua bocca e il freddo sul mio cazzo umido che lasciava le sue labbra, in un continuo saliscendi ritmato e via via più profondo.
Le poggiai una mano sul sedere trovando il contatto con il tessuto del suo slip.
Lo spostai, facendo scivolare le dita sotto; non mi era concesso, lo sapevo, ma non si oppose e lasciò che esplorassi l’umidità del suo bocciolo che si schiuse gocciolando stille di rugiada calda.
Trovai il suo clitoride ancora lontano dal pieno turgore, e lo avvolsi di una carezza leggera che le procurò un brivido sulla pelle.
Con un dito iniziò a giocherellare sul mio perineo, facendolo scorrere tra i miei testicoli e l’ano; iniziò a penetrarlo lentamente portandomi al punto di non ritorno.
Mi sentii respirare affannosamente, quasi staccato dal mio corpo percepii i grugniti gutturali di piacere che segnavano la mia capitolazione.
Lo sperma fluì dai miei canali con forza e pressione crescente, riversandosi nella sua bocca avida.
“Dio che meraviglia” dissi riprendendo un ritmo cardiaco regolare.
Mi baciò sulle labbra, l’odore acre del mio seme mi pervase per un attimo.
“Volevi perderti tutto questo? E’ stato fantastico...” mi soffiò in un orecchio accarezzandomi sul viso, poi prese a sistemarsi i capelli.
Quando giunsi in fondo alle scale, aprii il pesante portone in legno e guardai verso la città caotica.
Una sirena di ambulanza fu la sveglia che sancì la fine del sogno.
Mi annusai le dita in cerca di un appiglio; il suo odore stava svanendo, inesorabile.
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